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    Le Repubbliche dinastiche nel mondo arabo

    Quando si scrive un articolo sulle elezioni presidenziali nel mondo arabo si ha il lusso di poterlo scrivere con lauto anticipo poiché l’esito di queste non è mai in dubbio.

    Il 25 ottobre il presidente tunisino Zine el Abidin Bel Ali (foto sopra) viene eletto – virtualmente senza oppositori – per il quinto mandato consecutivo. Poco importa se nel 1987 era salito al potere con la promessa di seppellire il concetto di “presidenza a vita” accordato al leader della liberazione tunisina Habib Bonurguiba e che però è poi di fatto diventato il nuovo presidente a vita della Tunisia; o che guida il Paese senza un’opposizione, con i leader dell’opposizione o in prigione o emarginati; o che la maggioranza della popolazione consapevole della finzione in atto resterà a casa  il giorno delle elezioni.

    In Tunisia, come in altre “Repubbliche” arabe, la presidenza è diventata quasi una sorta di monarchia, con il meccanismo della gestione delle elezioni utilizzato esclusivamente come forma di acclamazione pubblica piuttosto che come strumento democratico per scegliere o sostituire un leader. Tutto ciò è indicativo della stagnazione in cui si trovano questi sistemi politici che contribuiscono alla radicalizzazione crescente e alla frustrazione dei gruppi dell’opposizione e dei giovani e che, se lasciati senza riforme, potrebbero eventualmente portare a rotture e disfunzioni serie.

    In altre Repubbliche arabe questa dinastia è andata ben oltre l’assicurarsi la presidenza a vita, alcune di queste hanno addirittura ingegnato la successione dinastica.

    In Egitto, proprio questo mese sono esplose alcune proteste contro il piano – a lungo termine – secondo il quale il regime starebbe preparando Gamal Mubarak alla successione del padre il presidente Husni Mubarak. In Siria questo è già avvenuto nel 2000, quando al presidente Hafez al –Assad è seguito il figlio Bashar. In Iraq, se il regime di Saddam Gussein fosse sopravvissuto, nel piano di successione c’era già uno dei suoi figli Uday o Qusay. Nello Yemen il presidente Ali Adballah Salih ha già messo suo figlio nella posizione di sostituirlo. In Libia il potere è ben usurpato dalla famiglia Gheddafi e il presidente Muammar Gheddafi può scegliere quale consacrare tra i suoi due influenti figli, Saif al-Islam (foto sotto) o Mu’tasim. Queste pratiche di successione non sono ancora così ovvie in Tunisia.

    Nelle monarchie arabe, come in Marocco, Giordania, Arabia Saudita e negli Emirati del Golfo, il potere definitivo non è messo in discussione e le elezioni si applicano solo a parlamentari  deboli o a consigli consultivi. Le Repubbliche arabe che un tempo avevano appoggiato le aspirazioni dei riformisti nazionalisti e dei democratici sono oggi l’incarnazione dell’autoritarismo e della stagnazione. Questo è in parte il risultato dei partiti al potere o delle cricche che monopolizzano il potere politico, quello economico e la sicurezza, e in parte quello di una battaglia polarizzata contro i partiti islamismi. Le élite al potere nelle Repubbliche arabe hanno convinto l’Occidente, ma anche larga parte della loro popolazione, che la scelta è assoluta: o continuano a governare loro, oppure il potere cadrà nelle mani degli islamismi radicali. Non vedono l’ora di poter citare esempi di gruppi islamismi radicali come Al Qaeda o i talebani, ma evitano di menzionare l’integrazione dei gruppi islamismi moderati nella politica, come è avvenuto per esempio con successo in Turchia, ma anche in alcune monarchie arabe quale il Marocco e il Kuwait.

    La violenza genera violenza e l’esclusione genera esclusione. Le politiche repressive ed escludenti di queste Repubbliche arabe dinastiche stanno prevenendo lo sviluppo graduale di politiche pluralistiche moderate e inclusive. Nel breve termine questo atteggiamento può funzionare sulla stabilità e sulla sicurezza, ma nel lungo periodo mostra invece i semi di un’esplosione pericolosa.

    La comunità internazionale, nella sua partnership con i riformisti arabi e con la società civile, dovrebbe raddoppiare gli sforzi e insistere per una graduale ma reale riforma politica negli Stati arabi, oggi cementificati in maniera pericolosa.

    di Paul Salem

    Oltre tre milioni i disoccupati in Italia

    Secondo l'Ires non sono "1,8 milioni, come calcola l'Istat", perché bisogna aggiungere anche chi ha smesso di cercare un impiego. Contratti a tempo, allarme salari: in pochi casi superano i mille euro. Giovani, donne e under 34 non superano gli 800 euro.

    Lo scenario non è dei migliori e c’era da aspettarselo. La novità è che i disoccupati in Italia sono 3,2 milioni e non 1,8 milioni, come calcola l'Istat, perché a questi ultimi bisogna aggiungere anche gli scoraggiati, ovvero coloro che hanno smesso di cercare un impiego ormai convinti di non poterlo trovare. È quanto emerge dallo studio realizzato dall’istituto di ricerche della Cgil, l’Ires, presentato oggi (29 ottobre) a Roma. Tra i dati allarmanti, un tasso di disoccupazione in crescita anche l’anno prossimo, salari bassi (intorno ai 1.000 euro) specie per le donne e i più giovani, solite differenze tra Nord e Sud.

    DISOCCUPAZIONE AL 12,1%. Alla luce dei risultati dello studio, dunque, il tasso di disoccupazione reale sarebbe al 12,1 e non al 7,4 per cento comunicato dall'Istat per il secondo trimestre 2009. Secondo la Cgil, infatti, la stima realistica della disoccupazione, se si facessero emergere almeno 600.000 degli scoraggiati, sarebbe del 9%. Il mercato del lavoro, così afferma l'Ires, “si caratterizza per l'incremento sostenuto del numero di inattivi in età da lavoro, cresciuti di 434 mila unita rispetto al secondo trimestre 2008”. In particolare, il 9% degli inattivi complessivi tra i 15 e i 64 anni non cerca lavoro perché pensa di non riuscire a trovarlo. Una fascia di “scoraggiati” che riguarda 1 milione e 363 mila persone, per gran parte donne (938 mila a fronte di 425 mila uomini). Lo studio sottolinea anche come sia cresciuta la durata della disoccupazione, tra i 7 e i 12 mesi.

    BASSI SALARI. Quasi due terzi dei dipendenti con contratto a tempo determinato hanno retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro. La percentuale con un salario così basso tra coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato e una retribuzione inferiore a 1.000 euro risulta del 29%. La retribuzione è bassa soprattutto per i giovani e le donne. In particolare, per le donne con contratto a tempo determinato e meno di 34 anni, la media salariale è di poco superiore agli 800 euro.

    "CIG IN AUMENTO NEL 2010". “L'anno prossimo ci saranno 1,2 milioni di domande di disoccupazione ordinaria”m ha detto il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni presentando il rapporto e confermando le proposte del sindacato per affrontare la crisi. Tra queste, “prolungare l’indennità di disoccupazione ordinaria di quattro mesi per i lavoratori sotto i 50 e portare il tetto della cassa integrazione a 1.100 euro mensili contro gli 800 attualmente percepiti”.

    Il credito alla imprese: perchè il piatto piange

    La Sede del Fondo Monetario a Washington - IMF ©

    Il credito al settore produttivo   è una risorsa assai scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha vere alternative ai canali tradizionali. Ma il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l'attuale abisso di convenienza fra l'attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito. Più si aspetta a vararle, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.  

    Il credito al settore produttivo è divenuto una risorsa terribilmente scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha altre vere alternative rispetto ai canali tradizionali. Invocare, come fa qualcuno, lo sviluppo di nuove forme di finanziamento (normalmente basate sul mercato di borsa) è una fuga in avanti, perché simili innovazioni strutturali richiedono tempi che non sono compatibili con l’urgenza dei problemi: non è molto diverso dal suggerimento di Maria Antonietta di dare brioches al popolo affamato. Ancora più pericolosa, è la deriva verso forme di controllo amministrativo che ci riporterebbero al concetto di “credito come pubblico servizio” che ha determinato danni incalcolabili in Italia, a cominciare dal dissesto dell’intero sistema bancario meridionale negli anni Novanta.

    LA STRETTA CONTINUA

    Il problema è comunque grave, si presenta in tutti i principali paesi ed è destinato a perdurare almeno fino al 2010. Ce lo dice in modo molto chiaro l’ultimo Global Financial Stability Report del Fondo monetario internazionale.
    Il rapporto mette in evidenza che la contrazione del credito alle imprese a livello mondiale è violenta (assai meno in Italia, come vedremo) ma in paesi come il Regno Unito ha raggiunto addirittura il -7,9 per cento. L’"asfissia finanziaria" di cui aveva parlato Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali di fine maggio, in alcuni paesi non solo è drammatica, ma non si sta affatto allentando. Il rapporto contiene anche un interessante esercizio econometrico, che stima la domanda futura di credito delle imprese e l’offerta relativa, in base alle condizioni attuali delle banche. Il risultato per il 2009 è un financing gap (cioè un eccesso di domanda rispetto all’offerta) di 460 miliardi di dollari per l’area dell’euro (grosso modo uguale a quello stimato per gli Stati Uniti) cui va aggiunto un impressionante 150 miliardi per il Regno Unito. Per il 2010 le stime non sono migliori: 240 miliardi per l’area dell’euro, ancora 150 per il Regno Unito e 90 miliardi per gli Stati Uniti. Rispetto al Pil, si tratta di cifre notevoli: per il biennio 2009-2010, 3 per cento per Eurolandia; 2,4 per gli Stati Uniti e addirittura 15 per cento per il Regno Unito. Naturalmente, si tratta di un dato ex ante, frutto di un puro esercizio econometrico, ma è più che sufficiente per indicare che il credit crunch è un problema ancora presente e che rischia di protrarsi nel tempo ben più del temuto.Secondo il Fondo, la causa fondamentale della carenza di offerta di credito va individuata nelle condizioni patrimoniali delle banche. In sintesi, si osserva che c’è stato un significativo rafforzamento del capitale (prima con aiuti pubblici, poi con operazioni di mercato), ma sui bilanci bancari incombono non una, bensì due spade di Damocle: le perdite non ancora registrate dei titoli “tossici” e le perdite sui crediti che diventeranno inesigibili per effetto della crisi. Le perdite totali sono stimate in circa 2.800 miliardi di dollari, su livelli analoghi alla stima di aprile, mentre quella complessiva si contrae da 4.000 miliardi a 3.400. Questa differenza dimostra che la componente relativa ai crediti normali sta crescendo in modo significativo e che il problema delle banche oggi non è più solo quello di smaltire gli eccessi della finanza speculativa, ma di fronteggiare il deterioramento del portafoglio crediti tradizionali dovuto alla grave caduta dell’attività produttiva e, in alcuni comparti come l’immobiliare commerciale, allo sgonfiamento della bolla del passato.
    Il risultato netto è che a livello mondiale, i pur elevati profitti bancari previsti per i prossimi diciotto mesi risultano significativamente inferiori alle perdite che dovrebbero emergere: il capitale verrà quindi intaccato per 110 miliardi di dollari negli Stati Uniti (più o meno la cifra raccolta da quelle banche dopo il famoso stress test); per altrettanti in Eurolandia; per 30 nel Regno Unito e per 60 nei paesi scandinavi, di cui si parla meno ma che non navigano in buone acque.
    Come afferma testualmente il rapporto, le banche di tutti i paesi hanno sì raggiunto un apprezzabile livello di stabilità (e, va aggiunto, ci mancherebbe altro, con tutti i sussidi a vario titolo che hanno ricevuto), ma “abbiamo di fronte ulteriori pressioni”, “dovrà proseguire il processo di ricostituzione del capitale” e “le banche con dotazione di capitale più forti e strutture di raccolta più stabili saranno in grado di offrire prestiti quando comincerà la ripresa dell’attività produttiva”.
    La situazione in Italia è, si è detto, migliore rispetto ad altri paesi dell’area dell’euro, ma ciò non giustifica un ottimismo incondizionato. La caduta del credito è certo meno grave: a luglio si registrava ancora un +4,1 per cento rispetto a luglio 2008, ma allora il credito cresceva ancora a un tasso annuale del 17,3 per cento. La frenata è dunque molto forte rispetto allo scenario precedente e non c’è da stupirsi che in certi settori e per certe categorie di imprese, il credit crunch possa assumere contorni non migliori di quelli che si registrano in altri paesi europei.

    LA LINEA DA NON SUPERARE

    Il paradosso è che, da un punto di vista strettamente imprenditoriale (l’unico che conta nella logica di mercato con cui vogliamo continuare a ragionare) è razionale che le banche siano più prudenti di prima nel concedere credito o che lo facciano a tassi superiori: si badi che sul mercato internazionale lo spread dei titoli emessi dalle imprese sono doppi rispetto al periodo pre-crisi e qui le “perfide e avide” banche non c’entrano. Ed è razionale, ma assai fastidioso, che tutta la liquidità immessa nel sistema finisca per alimentare le operazioni finanziarie: il portafoglio titoli è cresciuto in Italia del 44 per cento, mentre le grandi banche mondiali hanno ripreso alla grande le operazioni sulla finanza speculativa.
    È dunque comprensibile che ovunque si stiano cercando strumenti, anche eccezionali, per assicurare a famiglie e imprese le risorse necessarie: dagli impegni assunti dalle banche che hanno ricevuto sussidi statali a non far diminuire la consistenza del credito a famiglie e imprese, ai “protocolli di intenti” firmati dalle banche, alle iniziative di vario tipo previste dal governo italiano, come gli osservatori dei prefetti; la moratoria dei crediti; gli impegni collegati ai Tremonti bond.
    C’è tuttavia una linea di principio che non deve essere varcata: quello dell’ingerenza amministrativa nell’allocazione del credito, che è e deve rimanere esclusiva competenza, e responsabilità, della libertà imprenditoriale della banca. È stata una grande conquista della riforma conclusasi nel 1993 con l’emanazione del Testo unico bancario e neppure la crisi finanziaria può offrire motivi sufficienti per tornare indietro.
    Come ha affermato Mario Draghi (nella foto) fin dal marzo scorso in un’audizione parlamentare “è essenziale che l’analisi delle condizioni del credito a livello locale non sconfini in un ruolo di pressione sulle banche che spinga ad allentare il rispetto di criteri di sana e prudente gestione nella selezione della clientela. Ritengo che debbano essere evitate interferenze politico-amministrative nelle valutazioni del merito di credito di singoli casi. Il credito è e deve restare attività imprenditoriale, basata su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti aziendali”.(1)
    Draghi ha anche indicato la possibilità di usare le garanzie pubbliche come misura di policy utile a risolvere il problema del credit crunch. La proposta appare oltre che interessante sul piano tecnico, anche equa dal punto di vista politico. Come il sistema bancario mondiale è stato salvato dal disastro perché i governi sono prontamente intervenuti con ogni possibile forma di sostegno, compreso garanzie in bianco alle passività delle banche, così oggi è opportuno adottare misure a sostegno dell’attività produttiva.
    È possibile, come suggerito dal governatore e dal presidente di Confindustria pensare a garanzie pubbliche che servano a far partire una securitisation “virtuosa” a favore delle piccole e medie imprese. Le banche dovrebbero ovviamente tenere nei loro portafogli una quota mantenendo così l’incentivo a selezionare prenditori meritevoli e fornendo una garanzia implicita al mercato. 
    Sui titoli senior, cioè quelli con il rating più alto, potrebbe essere prevista una garanzia pubblica (per questa, nella proposta di Draghi la banca dovrebbe corrispondere una remunerazione commisurata alla qualità dei crediti sottostanti). Limitando la garanzia pubblica alla quota meno rischiosa del pool dei prestiti cartolarizzati si evita – ribadisce Draghi – di addossare allo Stato un ruolo inappropriato nella valutazione del merito di credito. Se le banche sono in grado di collocare parte dei propri crediti su un mercato secondario attivo e liquido, possono utilizzare la liquidità ottenuta per riattivare l’offerta di credito.
    Insomma, il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l’abisso di convenienza che adesso esiste fra l’attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito alle imprese e fintanto che le ferite profonde del sistema bancario internazionale non saranno rimarginate. Più si aspetta a varare queste regole, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.
    Tutti i politici hanno usato nei giorni scorsi parole di fuoco nei confronti dei banchieri, accusandoli di un’autentica degenerazione verso la speculazione. Ma questa degenerazione è un frutto di un quadro normativo che deve essere cambiato. Timothy Geithner ha affermato che le regole le scrivono i politici, non i banchieri. È ora di passare dalle parole ai fatti. Altrimenti i politici fanno la figura di Woody Allen in questo dialogo di “La dea dell’amore”: “Papà, chi comanda fra te e la mamma?” “Chi comanda? E me lo devi chiedere? Io comando. La mamma prende solo le decisioni. C’è una grande differenza: lei dice quello che dobbiamo fare, ma io ho il telecomando quando guardiamo la Tv”. (2)

    di Marco Onado Lavoce.info


    (1) Mario Draghi. Audizione alla VI Commissione della Camera dei Deputati (Indagine conoscitiva sulle tematiche relative al sistema bancario e finanziario), Roma 17 marzo 2009.
    (2) Mia traduzione del dialogo originale di “Mighty Aphrodite”, 1988.

    Neocolonialismo all'africana

     

    Il Sudafrica stipula un contratto trentennale per affittare 200 mila ettari di terreno coltivabile nel Congo Brazzaville.

    L'aumento dei prezzi dei generi alimentari e i rischi connessi ai cambiamenti climatici hanno portato negli ultimi anni alcuni Paesi economicamente avanzati come la Cina, la Corea del Sud, l'Europa o i Paesi del Golfo a stipulare contratti d'affitto pluriennali per ingenti estensioni di terra coltivabile in Africa, in modo da garantirsi la sicurezza alimentare. Contratti che di fatto concedono la proprietà della terra a Paesi stranieri e che hanno fatto parlare di una nuova forma di colonialismo. In questo trend si è inserito ora anche il Sudafrica che ha stipulato con il Congo Brazaville un accordo trentennale per 200 mila ettari, ma che potrebbero presto diventare 10 milioni, che permetteranno agli agricoltori sudafricani di coltivare soia e mais e di allevare polli e vitelli.

    Nessuno dei due Paesi, però, vuole sentir parlare di neocolonialismo. Rigobert Mabundu, ministro dell'Agricoltura in Congo ha parlato di un importante accordo di cooperazione internazionale, in grado di migliorare le conoscenze tecniche, costruire le infrastrutture necessarie per lo sviluppo e garantire la sussistenza alimentare. "Non è normale - ha detto - che con tutte le risorse a nostra disposizione non riusciamo a garantire l'autosufficienza alimentare e siamo costretti a importare moltissimi prodotti. Ecco perchè stiamo lavorando per convincere i congolesi ad impegnarsi nel settore agricolo, ma per farlo abbiamo bisogno dell'aiuto internazionale".
    Il patto è che i prodotti raccolti vengano venduti innanzitutto sul mercato interno. In cambio Brazzaville si impegna a garantire la sicurezza degli agricoltori sudafricani e la possibilità di esportare i proventi di questa attività, oltre ad agevolare con una serie di sgravi fiscali l'importazione di tutte le attrezzature necessarie.

    A Pretoria, l'accordo viene visto come l'occasione per alleggerire la tensione sulle terre sudafricane che, ad oggi, il governo non è ancora riuscito ridistribuire fra bianchi e neri. Quando, nel 1994 è caduto il regime dell'apartheid, l'87 percento dei terreni coltivabili era nelle mani dei possidenti bianchi. Il programma dell'African National Congress era quello di ridistribuire il 30 percento delle terre entro il 2015 attraverso il sistema della restituzione a quanti erano stati espropriati dal regime dell'apartheid; della compensazione economica quando non era possibile la restituzione; e della ri-assegnazione delle terre che erano state riscattate dal governo. La riforma agraria, che in Sudafrica, a differenza di quanto è avvenuto nel vicino Zimbabwe, doveva basarsi sul riscatto e sulla libera volontà dei proprietari a vendere, è fallita per vari motivi e si è calcolato che ad oggi solo il 5 percento dei possedimenti ha cambiato proprietario.
    Nel rapporto stilato dall'Institure for Poverty, Land and Agrarian Studies, all'alba delle elezioni del 22 aprile scorso, si legge che l'agricoltura sudafricana "rimane dominata da poche grandi imprese che praticano un'agricoltura intensiva con grandi investimenti di capitali, generalmente concentrate nelle mani dei bianchi, accanto a milioni di piccole aziende, povere di risorse, di proprietà dei neri".
    Forse per questo quasi duemila agricoltori hanno già fatto richiesta all'associazione di categoria, l'Agri Sa, per trasferirsi nel Paese centrafricano.

    di Chiara Pracchi Peacereporter

    La Guardia di Finanza irrompe nelle banche accusate di frodi fiscali con i derivati.

     

     

    Chi si è recato alla Popolare di Milano, alla Dresdner Bank e in Banca Aletti per “scudare” un po’ di capitali esteri, ieri ha rischiato l’infarto. Fin dal primo mattino tutte e tre le sedi milanesi di queste banche hanno ricevuto la visita improvvisa di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate. Cercavano le prove cartacee e informatiche del cosiddetto “tax trading”, ovvero quella massa di derivati con i quali le banche italiane hanno abbattuto l’imponibile fiscale tra il 2001 e il 2007. Un giro di transazioni internazionali attraverso le quali, secondo l’ipotesi  degli inquirenti, sarebbero stati sottratti al Fisco oltre tre miliardi di euro con un’attenta attività di pianificazione fiscale. Mentre secondo le banche italiane (almeno una dozzina quelle coinvolte) si tratterebbe di normale attività di “trading”, senz’alcuna finalità né di evasione né di elusione.

    In piazza Meda, sede della Pop Milano, i finanzieri si sono presentati sventolando un ordine di esibizione documenti – il passo appena più galante di una perquisizione – firmato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Ne sono usciti a tarda sera con un bel pacco di contratti, email e corrispondenza interna. Stessa scena è avvenuta negli uffici di Piazza Affari della Dresdner, dove sono stati esaminati i computer e chiese le carte del “tax trade”. In via Santo Spirito, invece, ci sono gli uffici di Banca Aletti, la banca d’affari del Banco Popolare italiano. Qui si sono materializzati gli ispettori dell’Agenzia guidata da Attilio Befera, chiedendo lo stesso tipo di documentazione. Le due inchieste sono infatti concomitanti e vertono sullo stesso ricco mercato che solo la crisi internazionale delle banche d’affari, iniziata nel 2008, ha stroncato. Più che altro per scomparsa utili e per lo smantellamento degli uffici che facevano i lavori più “border line”: non sarebbe stato bello, mentre si incassavano aiuti pubblici, farsi beccare con le furbate fiscali negli uffici.

    Questi derivati sequestrati ieri sono complesse operazioni attraverso le quali banche inglesi, tedesche e italiane, si sono scambiate dei contratti altamente speculativi per importi singoli che potevano variare dai 100 milioni al miliardo di euro. Dal punto di vista fiscale, erano molto vantaggiosi perché giocavano sul divieto di doppia imposizione nell’area Ue, in modo che la banca di diritto italiano poteva dire al proprio Fisco di aver già pagato una ritenuta alla fonte (inferiore anche della metà rispetto alla tassazione italiana) a Londra, a Francoforte o in Lussemburgo. Secondo quanto ipotizza il pm Alfredo Robledo, massimo esperto italiano di inchieste sui derivati (sua anche quella sui derivati che hanno scavato una voragine nei conti del comune di Milano, della regione Liguria e della Calabria), queste complesse operazioni avrebbero il solo fine di pagare meno tasse. E dall’analisi della prima tranche di documentazione già sequestrata in Barclays Capital, Commerzbank Italia (poi sciolta in Dresdner), Intesa-San Paolo e Unicredit, sarebbe abbastanza evidente che i contratti non presentassero alcun profilo di rischio. In sostanza, si tratta di derivati su obbligazioni che staccavano delle cedole prefissate e dal rendimento insensibile perfino ai rischi di cambio. Per questa ragione, la Procura milanese procede per truffa aggravata ai danni dello Stato e dichiarazioni fiscalmente infedeli. L’indagine è delicatissima perché coinvolge tutte le principali banche italiane, a cominciare da Intesa-San Paolo, Unicredit, Antonveneta, Carige, Montepaschi, Popolare di Milano, Banco Popolare e Popolare Vicentina. A metà agosto, quando sono state perquisite, Intesa-San Paolo e Unicredit hanno fatto sapere di aver offerto “piena collaborazione agli inquirenti” e di non aver violato alcuna legge. L’indagine sembrava ferma. Poi, ieri, la nuova e improvvisa accelerazione.

    di Francesco Bonazzi

    Cosa non si fa per vendere una medicina

    Che l’industria farmaceutica eserciti una costante pressione sui medici per ottenere più prescrizioni non ha bisogno di sottolineature visto che sono circa 25mila gli informatori che ogni giorno interagiscono con i medici dell’ospedale e del territorio.
    Oltre alla pressione diretta bisogna considerare, però, il peso che l’industria esercita attraverso l’Educazione medica continua (Ecm), che è obbligatoria per tutto il personale sanitario. Non vià dubbio che sia necessaria per far sì che i medici siano aggiornati. Tuttavia, se chi svolge questa azione è lo stesso che è interessato a piazzare i suoi prodotti, ci si trova di fronte a un chiaro conflitto di interessi. Negli Stati Uniti ha creato preoccupazione la spesa di 60 milioni di dollari in quattro anni effettuata da due sole società per sostenere l’Ecm per un unico prodotto farmaceutico, peraltro controverso come l’ezetimibe, un inibitore dell’assorbimento del colesterolo. I finanziamenti sono stati effettuati a favore di società scientifiche e di università, evidentemente con lo scopo di promuovere le prescrizioni.
    Le aziende hanno riconosciuto implicitamente l’errore, perché hanno patteggiato, pagando ben 41 milioni di dollari.
    Anche in Italia l’Ecm è spesso una burla: l’industria è la principale finanziatrice attraverso l’accademia e non si tratta di sovvenzioni a fondo perduto. L’Ecm, peraltro, non è la sola via per promuovere i farmaci. Recentemente sempre negli Stati Uniti una delle più importanti aziende ha dovuto pagare 400 milioni di euro per compensare le assicurazioni pubbliche e private delle conseguenze di una propaganda tesa ad aumentare le vendite di quattro farmaci per indicazioni terapeutiche non approvate, cioè indicazioni che non sono contenute nell’etichezza e per cui non esiste una documentazione scientifica di efficacia. Tipico è l’estensione dell’impiego di antiulcera per trattare la cattiva digestione: sempre di stomaco si tratta!. Altro metodo impiegato per aumentare le vendite è quello di diminuire i valori di normalità. Se attraverso campagne ben orchestrate si convincono i cittadini che per prevenire danni cardiovascolari il
    livello del colesterolo nel sangue deve essere il più basso possibile, è difficile che qualcuno possa sfuggire a un trattamento con un farmaco che abbassi il colesterolo. Purtroppo il mercato è diventato selvaggio e anche i farmaci non sfuggono alla possibilità di essere considerati prodotti di consumo.
    Quando si rimarca che i farmaci costano cari, si risponde che è la ricerca che costa cara: in realtà è la promozione che incide di più, perché concorre fino al 30 per cento del prezzo.
    È necessario perciò promuovere una maggiore informazione indipendente che bilanci quella parte.
    di Silvio Garattini

    Società e Sviluppo Sostenibile

    Società e Sviluppo Sostenibile

    La terra non è piatta e non è al centro dell’universo.
    Se qualcuno, vissuto prima di Galilei e di Colombo, avesse sostenuto questa tesi si sarebbe attirato, nella migliore e salutare delle ipotesi, l’appellativo di pazzo. Lo stesso Galilei dovette affrontare le conseguenze delle sue divulgazioni scientifiche, che fatte in quei tempi, avevano l’aria di uno strappo su un tessuto spesso e resistente.
    Eppure l’impostazione filosofica, culturale e politica di un grande arco di storia umana si basa su alcune considerazioni, che in quel tempo erano appunto tessuto spesso e resistente.
    1. L’intero pianeta (il mondo allora conosciuto) poteva essere considerato, con le sue consuetudini culturali e sociali come un affresco in cui l’uomo, creatura al centro dell’universo, era il destinatario di un progetto (redentivo) che coinvolgeva l’intera umanità (messaggio cristiano);
    2. Era pertanto necessario “portare” ai lontani (colonialismo), il modello culturale, e quindi sociale, della civiltà romana, cioè di quella civiltà dove si era affermato il cristianesimo, indifferentemente dalle tradizioni culturali, sociali, ecc. dei colonizzati;
    3. Tale sistema conteneva criptata una logica, e quindi una categoria di pensiero, che riteneva unico e buono, e quindi giusto e bisognoso di essere esportato, il modello culturale di quella civiltà che, cresciuta sul mondo piatto ed al centro dell’universo, si era trovata a dover assimilare il modello rivoluzionario ed innovativo del messaggio cristiano.
    Con questa breve scheda potrebbe rappresentarsi (in modo sintetico) tutto un modo di concepire la storia ed il ruolo di quella civiltà che, ricevuto l’innesto del cristianesimo ed attraverso il suo messaggio salvifico ed escatologico, portava “l’innovazione” e la cultura del diverso, delle vocazioni, dei talenti. Di quella civiltà che per tale motivo pensò ad un certo punto del suo cammino di essere se stessa depositaria della verità.
    La stessa neonata chiesa, affrancandosi dalle persecuzioni e da alcune controversie interne, commette alcuni errori di presunzione.
    Ma avete mai visto un giovane che, dalla sua forza e baldanza, non cada in simili leggerezze.
    La storia ha visto quindi innestato, nella sua manifestazione più piena della potenza organizzativa del potere delle logiche umane (Impero Romano), un modello fondato sul riconoscimento della capacità evolutiva di ogni componente universale secondo le sue potenzialità e vocazionalità.
    Possiamo definire allora l’Impero Romano, l’ultima espressione di un vecchio mondo guidato dalle limitate visioni umane, ed il suo disfacimento, il primo visibile segno della presenza della Verità nella storia.
    L’evoluzione della storia, pur essendo conseguenza di questo innesto, non può evidentemente considerarsi cosa finita. Essa procede assumendo ogni giorno nuovi e più nitidi contorni. Come in un rendimento termodinamico, anche la storia non ha raggiunto la massima efficienza; è in cammino, ed in questo cammino la fallibilità umana (frutto della sua incompleta logica) ha sempre generato, attraverso i suoi errori, squilibri sociali e razziali. Ogni credo che non vede l’insieme del creato, come l’integrale dei “diversi” utili all’intero modello matematico che permette il funzionamento dell’Universo, genera sofferenze e discriminazioni.
    È presunzione quindi qualunque dottrina che ritenga qualcuno o qualcosa più importante o più utile, o che possano esistere entità inutili o minori. Il Progettista non ha creato una macchina dove “avanzano” pezzi o dove alcune parti possano essere ritenute meno importanti. Non ha il piacere di sprecare nulla e nulla lascia al caso.
    Tutta la storia del razzismo è narrazione del limite del pensiero umano; tutte le lotte per il predominio di una razza sull’altra sono il frutto di culture con una limitata coscienza e conoscenza sulla verità dell’uomo.
    Ogni lotta di quartiere, di civiltà, di religione è errata ed imperfetta interpretazione dell’unica Religione: quella che considera ogni uomo, piccolo o grande che sia (per le categorie razionali umane) unico ed irripetibile nel grande Progetto verso l’Infinito.

    di Guido Bissanti

    Nell'Economia mondiale tutto uguale a prima

    Ue, sostenere le banche potrebbe costare ai governi 814 miliardi di euro
    In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi)

    I governo dell’Unione europea dovranno probabilmente affrontare, nel 2009, una decisa crescita dei propri debiti, che potrebbero raggiungere la cifra record di 814,23 miliardi di euro (1.221 miliardi di dollari). A spingere in rosso i bilanci statali sono stati soprattutto gli sforzi prodotti da numerose amministrazioni del Vecchio Continente per sostenere i sistemi finanziari e, in particolare, quelli bancari. A riferirlo è stata, ieri, l’agenzia statistica dell’Unione europea, Eurostat, che oltre ad aver pubblicato i dati ufficiali relativi al 2008, ha ipotizzato quelli che potrebbero registrarsi nell’anno in corso.

    In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi). Alla fine del 2008, infatti, l’esecutivo di Dublino ha accettato di avviare un piano di garanzia governativa su depositi e prestiti. Mentre l’amministrazione di Londra aveva già accumulato alla fine del 2008 debiti per 66 miliardi di euro.

    I debiti totali contratti lo scorso anno dai governi dell’Euro-zona per sostenere gli istituti di credito, prosegue l’agenzia europea, sono stati pari a 174 miliardi di euro, che salgono a 242 miliardi se si considerano anche i Paesi che non adottano la moneta unica. Contemporaneamente, però, gli esecutivi hanno anche acquisito asset per un valore complessivo di 172 miliardi.

    New Jersey, debiti e finanza creativa. Così Goldman guadagna su obbligazioni inesistenti 

     La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici...

    I contribuenti del New Jersey sborsano quasi 1 milione di dollari al mese in favore di Goldman Sachs per sostenere i costi dei derivati che accompagnano le obbligazioni statali. Una spesa nient’affatto indifferente ma anche particolarmente beffarda. Le obbligazioni sulla quali sono stati costruiti i derivati infatti… non esistono più.

    La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici. Un rapporto, quello tra i governi locali e i prodotti strutturati, risoltosi spesso male per i primi negli Usa come in Italia dove i comuni che hanno sottoscritto derivati sono oltre 700 e il loro debito complessivo ha già sfondato quota 27 miliardi. Questa, in estrema sintesi, la tragicomica storia del New Jersey. Nel 2003 l’allora governatore James E. McGreevey promuove la vendita di 345 milioni di dollari di obbligazioni da parte del New Jersey’s Transportation Trust Fund Authority, l’agenzia che finanzia i progetti di viabilità. Siccome i bond sono a tasso variabile e i rischi di un aumento degli interessi sono evidenti, l’amministrazione decide di cautelarsi sottoscrivendo un derivato di tipo swap per la conversione, de facto, dello schema di pagamento: da variabile a fisso. Nel 2008, in piena crisi finanziaria, il New Jersey attua una sorta di concambio, sostituendo i titoli emessi con nuove obbligazioni a tasso fisso. Ma i derivati originari sono destinati a scadere solo nel 2019 e così i contribuenti del Jersey si trovano di fronte a un obbligo imprevisto: retribuire Goldman Sachs per un derivato costruito ormai sul nulla sostenendo i costi di obbligazioni che, semplicemente, non esistono più…

    Si calcola che dalla scomparsa delle vecchie obbligazioni ad oggi il New Jersey abbia versato 11,4 milioni nelle casse di Goldman. Secondo i termini dell’intesa stipulata con la Goldman Sachs Mitsui Marine Derivative Products L.P., partnership tra la banca d’affari Usa e la giapponese Mitsui Sumitomo Insurance Group Holdings, il New Jersey potrà sganciarsi dal “sistema” soltanto nel 2011. Prima di quella data l’uscita comporterebbe una penale da oltre 37 milioni di dollari.

     

    Fondi speculativi Ue: anche la Bce contro il giro di vite
     
    Secondo l'istituto centrale, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale

    Le proposte di regolamentazione del settore degli hedge funds e dei fondi di private equity nell’Unione Europea continuano a dividere gli Stati membri. Ma dopo mesi di aspre polemiche con la controparte, i sostenitori della linea morbida potrebbero aver trovato un nuovo e fondamentale alleato: la Banca Centrale Europea (Bce).

    L’istituto centrale, riferisce il Financial Times, ha espresso le sue perplessità circa i piani di regolamentazione che mirano a limitare l’azione degli hedge e le pratiche speculative in genere paventando il rischio di una perdita di competitività sui mercati finanziari da parte dell’Unione. La Bce, in altri termini, si sarebbe allineata con la posizione delle “colombe” del continente rappresentate in primis dal Regno Unito e dalla Svezia, presidente di turno dell’Ue. In contrasto con Francia e Germania, Londra e Stoccolma ritengono che un eccessiva stretta regolamentare possa indurre i grandi gestori a emigrare verso mercati più liberi danneggiando così il sistema finanziario europeo, già di per sé in crisi di fiducia e di liquidità. Secondo la Bce, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale. Bruxelles attende di conoscere il testo definitivo della proposta di riforma per sottoporlo al vaglio del parlamento. Il voto non dovrebbe arrivare prima dell’estate 2010.

     

    GB, bonus nel settore finanziario in crescita del 50% nel 2009

    I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno...

    I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno. Si tratterebbe, qualora la previsione fosse confermata, di un incremento di oltre il 50% rispetto al 2008, sebbene ancora lontano dal picco registrato nel 2007.

    Ad ipotizzarlo è - riferisce il Wall Street Journal - un rapporto del Centre for Economics and Business Research inglese, che spiega come la netta differenza con il totale dei bonus riconosciuti due anni fa (che fu pari a 10,2 miliardi di sterline) è spiegata, da un lato, dalle cattive performance registrate da molte aziende nella prima parte dell’anno in corso. In secondo luogo, dal fatto che nel settore finanziario inglese l’emorragia occupazionale è stata tale da incidere sul monte-bonus complessivo. Rispetto al picco del 2007, infatti, il numero di lavoratori che gravitano attorno alla City londinese è sceso di 49 mila unità.

    La ricerca, inoltre, costituisce una revisione di uno studio simile effettuato nello scorso mese di aprile. All’epoca, sulla base dei dati allora in possesso del CEBR, la previsione era ben più cauta: si stimavano bonus totali non superiori ai 4,1 miliardi di sterline. Le performance del secondo e terzo trimestre sono state infatti al di sopra delle aspettative.

     

    Tratto da Valori - Mensile di Economia Sociale e Finanza Etica

     

    Il nuovo leader del PD prenda in mano la ramazza

    Chiunque vinca la corsa alla segreteria, dopo le primarie del 25 ottobre, il prossimo leader del Pd dovrà affrontare una seria questione morale. Pierluigi Bersani ha vinto il congresso grazie ai plebisciti nel Sud, in particolare in Campania e Calabria, dove ha raccolto l’80 per cento dei voti. Si tratta di regioni dove il Pd ha ormai pochi voti, ma legioni intere di tessere. Controllate da chi? Per ottenere cosa?

    A Napoli e provincia il Pd non conta solo più iscritti che in tutta la Lombardia, che sarebbe già un dato anomalo: conta dodici volte gli iscritti della regione di gran lunga più popolosa. Anche i sassi sanno chi controlla quei voti: Antonio Bassolino. Uno che ha fatto perdere milioni di voti di centrosinistra al Nord del Paese, con lo scandalo della spazzatura e tutto il resto. Ma rimane uno dal quale bisogna passare se si vuole vincere il congresso. In Calabria le tessere sono controllate da Ignazio Loiero, il presidente della Regione, che non è neppure un esponente del Pd, ma un esponente di sé stesso. Bassolino e Loiero saranno sicuramente ricandidati alla guida di Campania e Calabria, nonostante le pessime prove di questi anni.

    Chi rischia di non essere ricandidato è Nichi Vendola in Puglia, l’unico che ha avuto il coraggio e la decenza di far dimettere dalla giunta gli assessori indagati. Fra questi, l’ex vice presidente della regione, Frisullo, e l’ex assessore Tedesco, indagati nell’inchiesta Tarantini. Entrambi protagonisti della battaglia congressuale, a fianco di Bersani, come se nulla fosse.

    C’è nel Pd una tendenza a considerare con sufficienza, per non dire con disprezzo, la questione morale. A denunciare l’ingerenza della magistratura nel malaffare politico e a irridere al moralismo degli organi d’informazione, bollati come antipolitica. Come se pretendere che un deputato o un assessore non baratti le forniture degli ospedali con prostitute e cocaina fosse chissà quale ossessione da Savonarola.

    Si tratta di una tendenza già vista all’opera nella sinistra italiana, ai tempi di Craxi. Anni tristi e miserabili, quelli del rampantismo socialista, ma rimpianti da qualche esponente del Pd. Se dovesse prevalere questo cinismo, assisteremmo in pochi anni all’estinzione del Pd e alla consegna dell’Italia alla destra per i prossimi decenni.

    Quindi, chiunque vinca, Bersani o Franceschini o Marino, farà bene a prendere la ramazza e ripulire in fretta il partito.

    di Curzio Maltese

    Quel Silvio da Nobel

    Dicono di Silvio: alla presidenza della repubblica non ci pensa, preferisce restare premier, alla presidenza della Repubblica ci metterà il suo fidatissimo Gianni letta. E invece ci pensa, ci pensa. Nei particolari come sempre, come ciò che i terremotati d’Abruzzo devono trovare nei frigo nuove case, dal dentifricio allo spumante per il brindisi riconoscente.

    E intano vuole il Nobel per la pace. L’idea che cel’ha avuta? Lui e chi altro? Sono più di cento anni che un italiano non vince il premio Nobel per la pace, ma adesso ci pensa lui, nei particolari.

    Cominciamo dal comitato promotore. Un fidatissimo Giammario Battaglia, nominato da Silvio promotore del comitato, sceglie i 20 fidatissimi a cui Silvio spiega, nei particolari cosa dvono fare, cominciare dal rileggersi la famosa autobiografia regalata agli italiani, dalla nascita il 29 settembre del 1936 (onomastico festeggiato democraticamente tra operai e sinistrati), alla fondazione di Canale 5, prima rete televisiva nazionale, prima del ’94, quando “salva l’Italia dal finire nelle mani dei comunisti per contrastare la loro possibile, anzi certa, dittatura e un avvenire di povertà e servitù”. E come capo del governo, Berlusconi “riacquista la fiducia internazionale e il ruolo che spetta all’Italia, come paese fondatore dell’Unione europea”.

    Capito? Se lo mettano bene in testa e si ripassino gli indiscutibili meriti di cui Silvio parla in ogni suo comizio trasmesso a reti unificate o quasi. Comunque il promotore Giammario Battaglia è lì per ricordarglielo.

    Primo capitolo, Silvio Berlusconi e la crisi Russia-Georgia: “mai avremmo ottenuto un accordo tra georgiani e russi se Berlusconi non avesse fatto valere i suoi antichi legami di amicizia e di fiducia con Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy (e il promotore respinga con sdegno le insinuazioni di qualche anti italiano sul passato di Putin nella polizia sovietica). Ma veniamo alla pace a cui è dedicato il Nobel. Bene, secondo capitolo: è stato Silvio, “consapevole dei doveri di una grande democrazia, a sostenere, contro il parere diverso delle sinistre, di mandare dei soldati in difesa della pace e in contrasto al terrorismo internazionale”.

    Terzo capitolo: Silvio Berlusconi e il trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Gheddafi: “I governi precedenti hanno fallito. Quella di Berlusconi è stata una decisione storica nel chiedere scusa per il colonialismo”. Solo un anti italiano filocomunista potrebbe ricordare che questo Gheddafi ha accolto come un eroe a Tripoli l’autore dell’attentato terrorista di Lockerbie con centinaia di morti e che anche nella recente riunione delle Nazioni Unite ha insolentito l’Occidente intero.

    Quarto capitolo: la nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato. Se non sbagliamo, questo Rasmussen è il politico danese che Berlusconi con raffinato buon gusto indicò come possibile rivale in amore. “Sono stato io – dice Silvio – a togliere il veto della Turchia alla nomina di Rasmussen”.

    Dicono che l’antiberlusconismo sia un vizio sterile della sinistra, un vano sostituto di una seria opposizione politica. Certo fare di Berlusconi il responsabile di tutte le colpe e i difetti italiani è un’esagerazione, ma dire che su queste colpe  e difetti naviga a suo agio, li ingigantisce, li giustifica, li incoraggia assecondandone il viso a scambiare i desideri per realtà, le bugie per verità, la voglia di farla franca per civismo, questo si può e si deve dire.

    di Giorgio Bocca

    Abruzzo: Il miracolo della ricostruzione mafiosa

     

    Mafia in calcestruzzo

    L’ultima impresa sospetta viene dalla Campania. Ha preso lavori per 44 milioni di euro, a leggere bene è tutto in regola, tutto pulito, certificazioni antimafia compresa. Ma il sospetto, molto fondato, degli investigatori antimafia è che dietro un paravento apparentemente legale si nasconda un tentacolo della camorra spa. Che certo non poteva farsi sfuggire il grande business della ricostruzione dell’Abruzzo. Il 15 ottobre i parlamentari della Commissione antimafia sono rimasti a bocca aperta quando investigatori della Dia e magistrati della procura nazionale hanno illustrato il primo dossier su mafie e ricostruzione. Tre ditte sono state già bloccate (“Fontana costruzioni” di San Cipriano d’Aversa, “Di Marco” di Carsoli e la “Icg” di Gela), ma i nomi sono molti di più.

    L’ultimo blitz nei cantieri del progetto “C.a.s.e.”.,  sabato scorso con l’individuazione di almeno altre quattro imprese diretta emanazione o in collegamento con mafia e camorra. Ma il lavoro è ancora lungo “Perché - spiega un investigatore – non troveremo mai una ditta con dentro gli assetti societari nomi compromessi . Il gioco è più complesso. Si parte da una azienda capofila e si arriva ad un ginepraio di subappaltatori, sigle e nomi che rimandano ad altri nomi. La grossa impresa nazionale che si aggiudica lavori importanti, quando scegli il subappalto bada solo al prezzo basso. Non si pone altri problemi”. Sarebbero almeno una ottantina le ditte “sospette” pronte a spartirsi una torta da 169 milioni di euro, a tanto ammontano i subappalti del dopo terremoto. E i controlli? Scarsi e contradditori. Durante la visita della Commissione antimafia ha fatto scalpore la vicenda di una gara d’appalto per la fornitura di calcestruzzo. Tre lotti vinti da un’impresa insospettabile che per una sub fornitura si è però rivolta alla “Sicabeton”, una società segnalata in una sorta di black list il 20 maggio dalla Direzione nazionale antimafia, un elenco di ditte che hanno avuto problemi di collegamenti con soggetti mafiosi. In una informativa si faceva riferimento a un ex direttore tecnico che negli anni ottanta sarebbe stato legato ad Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ai tempi di Totò Riina. Il 2 giugno la Prefettura de l’Aquila sconsiglia alla Protezione civile l’impiego della “Sicabeton”, salvo poi cambiare idea il 19 giugno. Ora quell’impresa può ricevere l’ordine di sub fornitura. Il 25 agosto nuovo cambio di scena: la “Sicabeton” deve essere tenuta fuori. Una confusione evidente che certo non aiuta la lotta alle infiltrazioni mafiose.

    Ma a favorire l’ingresso di imprese  “in odore” di mafia nel più grande cantiere d’Europa, sono le stesse leggi del governo. All’articolo 2 del decreto per la ricostruzione dell’Abruzzo si affida al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il potere di assegnare appalti con procedra negoziata, senza bando di gara, nonché la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti. Un decreto del capo del governo avrebbe dovuto definire le modalità per la tracciabilità dei flussi finanziari, nonché la costituzione di  un elenco fornitori e prestatori di servizio non a rischio di inquinamento mafioso. “Ma tutto ciò – denuncia il senatore Luigi Li Gotti, di Italia dei valori – non è avvenuto. L’articolo 2 del decreto è stato applicato, il sottosegretario Bertolaso ha proceduto ad affidare appalto con subappalti fino al 50%. Li Gotti ricorda la visita della Commissione parlamentare antimafia. “Il quadro emerso delinea uno scenario preoccupante. La ricostruzione attira le mafie, nascono società, aprono uffici, si formano complessi intrecci, il danaro ha cominciato a scorrere, imprese a rischio mafioso si affacciano e ricevono incarichi di lavoro senza bandi di gara”.

    Un allarme lanciato anche da Vittorio Cogliati Dozza, presidente di Legambiente: “Il fatto che vi siano aziende edili riconducibili alle cosche non solo nei subappalti ma anche titolare degli appalti per i lavori del progetto Case, dimostra che la vigilanza del governo ha fatto fiasco (posto che si volesse davvero farla ndr).

    Ma, accanto alle forze dell’ordine, è importante che ci sia interesse alla legalità e alla trasparenza. È per questo che l’”Osservatorio Ricostruire pulito”, che abbiamo istituito con Libera e Provincia, chiede agli aquilani di segnalare qualsiasi situazione che possa indurre al sospetto”.

    di Enrico Fierro Il Fatto Quotidiano
     

    Abruzzo: La ricostruzione dei lombardi

    Finanziamenti bluff e consulenti indagati

    “Le promesse fatte dai Paesi del G8 sono svanite, ad oggi non abbiamo ancora ricevuto un singolo euro dalle nazione che si erano fatte avanti”. A dirlo è Guido Bertolaso. Sì, non state sognando, il G8, voluto da Berlusconi a L’Aquila, dopo aver speso ben 363 milioni di euro per i lavori nella sua sede originaria _ La Maddalena – ha prodotto un solo risultato: accrescere l’immagine personale del premier. Ricorderete quante volte Berlusconi, durane le sue comparsate in Tv, ha ribadito che i Grandi della Terra arrivati a Coppito non si sarebbero dimenticati dei terremotati, come dire: l’idea di spostare il G8 in Abruzzo si è rivelata geniale e mette a tacere ogni polemica. Ma quel fiume di soldi si è rivelato essere neppure un ruscello “Gli abruzzesi si sentiranno meno soli, il mondo è con loro” strimpellavano le Tv di sua proprietà e pubbliche (di proprietà del governo in carica ndr), divenuta terra della sua conquista. I maligni sostengono che la sua immagine all’estero sia precipitata al punto che se lo sono dimenticato, mentre Bertolaso opta, ovviamente, per una tesi più clemente: “Semplicemente alle parole non hanno fatto seguire i fatti. Noi siamo in grado di farcela da soli, come abbiamo sempre dimostrato”.

    Mentre i danni prodotti dal G8 restano: “Abbiamo subito due esodi, uno imposto dal terremoto e uno dal G8” è il commento di Carmine Basile, presidente Arci Abruzzo, “La città era un deserto, chiusi gli esercizi pubblici, i dipendenti degli uffici in ferie forzate”. Per non parlare dei disagi nelle tendopoli per gli approvvigionamenti e i servizi che erano da corso di sopravvivenza. E quando arriva la solidarietà, seppure con soldi pubblici, non è ma senza pegno. Formigoni (pdl) ha imposto al Presidente della Regione Abruzzo, Chiodi (Pdl), di nominare come “soggetto attuatore” (con amplissimi poteri) per la ricostruzione delle opere offerte dalla Regione Lombardia (casa dello studente, 120 posti su terreno della Curia, che verrà inaugurata il 4 novembre, costo 7 milioni di euro) l’ingegner Antonio Rognoni (nella foto sopra il primo a sinistra), direttore Generale della “Infrastrutture Lombarde SpA” (società con capitale interamente della Regione). Finito in una inchiesta partita dal pm, quando era a Potenza, Woodcock  - atti poi trasferiti per competenza ai pm Di Maio e Pirrotta – sulla costruzione della nuova sede della Regione Lombardia, lavori appaltati da Infrastrutture Lombarde Spa al Consorzio Torre di cui Impresilo (che ha costruito l’ospedale aquilano S.Salvatore che, nonostante fosse stato costruito da appena nove anni, non ha retto al sisma) detiene il 90%, per un importo di oltre 185 milioni di euro, in cui è indagato anche Alberto Rubegni, Amministratore Delegato di Impresilo. Rognoni è accusato di turbata libertà degli incanti e concussione. Solo accuse per ora certo ma come dice l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Forte: “La ricostruzione deve avvenire non solo in tempi rapidi ma anche nel rispetto dell’ambiente e dell’agire morale”. La tecnica adottata non sarebbe originale: alla stazione appaltante Infrastrutture Lombarde sarebbero state imposte varianti attraverso le quali i costi dell’appalto sarebbero stati ampliati a dismisura rispetto all’importo iniziale. Rognoni si dice “sereno del lavoro della magistratura” mentre per i carabinieri del Noe di Roma che hanno consegnato ai pm un fascicolo di 50 pagine, sarebbero stati riscontrati “molteplici elementi indiziari circa l’esistenza di fatti di reato contro la pubblica amministrazione, posti in essere in maniera sistematica e in assetto organizzato” che hanno evidenziato soprattutto “la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde Rognoni e il direttore tecnico dell’Impregilo Luciano Capponi”. Con le mani nella ricostruzione c’è anche l’ing. Giancarlo Masciarelli, consulente di diverse imprese che si sono aggiudicate il ricco appalto del progetto C.a.s.e., finito in carcere e rinviato a giudizio nell’inchiesta “Operazione Bomba”, sulla gestione dei finanziamenti pubblici erogati dalla finanziaria regionale, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, falso, malversazione di contributi pubblici e indagato anche nella maxi inchiesta sulla sanità.

    Intanto in Abruzzo, assieme alla neve arriva la protesta per la mancata trasparenza nell’affidamento dei generi di prima necessità come pane, pasta, carne, ma anche saponi, carta igienica, tovaglie: non si conoscono i fornitori della Protezione Civile e con quali criteri siano state scelte le ditte in quanto, proprio per l’emergenza si è adottato il criterio dell’affidamento diretto. E si chiede ragione del perché non ci si è rivolti ai produttori locali, risparmiando soldi e incrementando l’economia. Gli allevatori, gli esercenti e i produttori di latte locali riuniti nella Centrale del Latte (che grazie alle 26 mila vacche, produce latte e formaggi in grado di alimentare l’intero territorio) denunciano la “totale mancata considerazione dei loro prodotti. Niente gare ed evidenza pubblica, nessun bando a parte quello sul reperimento della carne non pubblicizzato”. Gli allevatori sono riusciti a fare solo un paio di piccole forniture di carne al campo di Piazza d’Armi, per il resto nelle tende si consuma carne e prodotti che vengono da fuori. A ciò si aggiungono manovre per affossare la Centrale del latte, il sito fa gola ad alcune grandi holding. Ma il latte aquilano nei camni non ci va.

    di Sandra Amurri

    (In Collaborazione con PrimaDaNoi.it)

    Vernici, resine, schiume. Prodotte senza petrolio, a basso costo e impatto ambientale.

    Polimeri dagli anacardi
    Immaginare un mondo senza petrolio è forse ancora un'utopia, ma qualche passo nella giusta direzione si comincia a fare. Anche nel campo dell'industria chimica. Vernici, adesivi, resine, materiali isolanti, laminati, schiume, materassi e imbottiture possono infatti essere realizzati senza ricorrere all’oro nero, a minor costo, a un più basso impatto ambientale e senza sottrarre risorse ad altri mercati. Basta saper come trattare gli scarti delle industrie alimentari.

    La chimica che lo permette è nota dai primi del Novecento, abbandonata proprio a causa del boom del petrolio e dei polimeri sintetici. Serviva solo qualcuno che la riscoprisse. A farlo sono stati i ricercatori del CimtecLab, un laboratorio-azienda tutto italiano presso Area Science Park di Trieste. La storia è cominciata un paio di anni fa, quando un gruppo di ricercatori ha sviluppato la tecnologia necessaria per ottenere materiali polimerici biocompatibili dal Cnsl (Casew Nut Shell Liquid), un derivato tossico del trattamento del guscio degli anacardi. Questa sostanza è attualmente prodotta in grandi quantità in India e Vietnam, ma anche in Africa, Nigeria e Brasile, per un totale di circa un milione di tonnellate all’anno.

    Distillando il Cnsl, i ricercatori sono riusciti a ottenere un’altra sostanza dalle caratteristiche molto interessanti, chiamata cardanolo. La tecnica di distillazione utilizzata non solo è ecologica, ma permette un alto recupero e un’elevata purezza del prodotto finale (95%). Partendo dalla struttura molecolare di base, i chimici sono stati in grado di ottenere nuove molecole attraverso passaggi di sintesi semplici ed economici. E di mettere a punto protocolli, di cui ora hanno il brevetto a livello mondiale, per creare una serie vastissima di nuove sostanze. Gli ultimi test sono terminati lo scorso 9 ottobre e molti dei derivati hanno già avuto l'approvazione dell'Unione Europea, mentre altri sono in corso di registrazione. I prodotti, che dovrebbero essere sul mercato dall’inizio del 2010, avranno il marchio Exaphen e comprendono schiume da impiegare a partire dalla fabbricazione di frigoriferi fino ad arrivare alle imbottiture, vernici per l’industria nautica e per i mobilifici, pannelli edili, sigillanti, isolanti termici. Tutti con proprietà ritardanti di fiamma (con ridotta infiammabilità), antibatteriche, anti-idrolisi (resistenti all'aggressione dell'acqua) e anti-invecchiamento.

    Quelli del CimtecLab non sono certo i primi prodotti naturali che cercano di sostituire il petrolio. Ci si è già provato con derivati di soia e mais. Ma, rispetto a questi, i nuovi polimeri hanno caratteristiche fisiche migliori e sono più economici, senza contare il fatto che per la loro realizzazione non si attinge a potenziali risorse alimentari, ma si sfrutta un prodotto di scarto tossico. In più, lo scarto dello scarto, legnoso e secco, viene usato come rinforzo di materiali compositi. Restano alcuni punti critici: "Il prodotto finale non è biodegradabile e i reagenti intermedi derivano ancora dal petrolio", spiega Pietro Campaner, ricercatore della New Materials Division di CimtecLab", ma ci stiamo lavorando e stiamo anche pensando a come utilizzare gli scarti dell’industria del pesce e l’olio di sansa".

    Ma davvero le imprese hanno un’anima tanto ecologista da cambiare la loro filiera? “Negli Usa  l’aspetto etico influisce molto sulle scelte delle aziende”, risponde Campaner,  “mentre qui da noi la leva è ancora il prezzo: il costo di produzione di alcuni di questi nuovi composti è un terzo di quelli derivati dal petrolio”.

    Non esiste una lista dei materiali che è possibile ottenere con questo metodo e qui sta forse l’aspetto più interessante della storia: non si vende solo il prodotto finito, ma le idee per inventarne di nuovi man mano che qualche industria ne sente il bisogno. Insomma, di necessità virtù.

    di Tiziana Moriconi galileonet.it


    Le Monde: la battaglia della RAI

    La bataille de la RAI

    "Mamma Rai", comme la surnomment les Italiens, va mal. Critiquée pour sa partialité, vilipendée pour son archaïsme, mise sous pression politique et étranglée financièrement par Silvio Berlusconi depuis son retour au pouvoir en 2008, la télévision de service public essaie, tant bien que mal, de résister de l'intérieur. "Nous traversons le pire moment de notre histoire", explique Alessandra Mancuso, journaliste au TG1 (journal télévisé de la RAI Uno) et membre de son comité de rédaction élu par les journalistes. "Depuis le retour de Berlusconi, nous avons de moins en moins d'autonomie et d'indépendance", affirme la journaliste en déclinant la longue liste de tous les manquements journalistiques et des parti pris de sa chaîne en faveur du président du conseil.

    "Sur la RAI, c'est l'anti-berlusconisme sept jours sur sept", se défendent les partisans du Cavaliere qui, depuis toujours, voit la télévision de service public comme un "nid de communistes". Tout comme la presse écrite, "contrôlée à 85 % par la gauche", selon M. Berlusconi, qui, en justice, réclame 1 million d'euros aux quotidiens La Repubblica et L'Unita pour la publication de questions sur sa vie politique et privée. "Les médias, et particulièrement la télévision, sont son obsession, note Alessandra Mancuso. Le problème est qu'il contrôle directement la RAI, où il a placé à sa tête des hommes de confiance tout en étant propriétaire, via sa famille, de trois chaînes privées."

    Télévision publique ou télévision d'Etat ? Le problème se pose en Italie depuis des années. Que le pouvoir ait été détenu par la droite ou par la gauche, les relations entre les politiques et la RAI ont toujours été très étroites. Jusque dans les années 1990, la Démocratie chrétienne au pouvoir sans interruption depuis 1945 s'était attribué RAI Uno, le Parti socialiste avait RAI Due ; RAI Tre, créée en 1979, avait été laissée au Parti communiste italien, et rapidement surnommée "Télé Kaboul". Ce petit arrangement entre amis politiques avait été voté au Parlement sous le principe de la "lotizazzione" pour garantir le pluralisme du service public. La disparition de ces partis politiques, pris dans la tourmente des affaires de corruption, dans les années 1980, n'a pas mis fin à la "lotizazzione".

    Les partis politiques contrôlent toujours les trois chaînes publiques. Mais l'irruption sur la scène politique de Silvio Berlusconi a changé la donne. Lors de sa première élection en 1994, des voix à gauche se sont élevées pour dénoncer le conflit d'intérêts, mais, depuis, aucun gouvernement n'a souhaité le régler. "C'est une grave erreur politique que nous payons cher maintenant", reconnaît Nino Rizzo Nervo, membre (centre gauche) du conseil d'administration de la RAI. "Entre 1997 et 1999, nous avions une majorité législative pour mettre fin à ce conflit d'intérêts, mais nous avons été pris par le temps", poursuit-il, sans être très convaincant.

    Décomplexé par sa forte popularité, Silvio Berlusconi n'a que faire des violentes critiques contre sa mainmise sur la télévision publique. La RAI est devenue son jouet. Il y nomme ses fidèles, intervient à sa guise et l'étrangle financièrement en décidant, par exemple, de ne pas augmenter la redevance, pourtant l'une des plus basses d'Europe (107 euros). Dernièrement, il a même imposé une alliance entre la RAI et son groupe Mediaset pour contrer l'expansion audiovisuelle de Rupert Murdoch en Italie. Lorsqu'il est en délicatesse dans sa vie publique ou privée - et les épisodes n'ont pas manqué ces derniers mois -, le président du conseil s'invite à la télévision "pour s'expliquer". Non pas sur l'une de ses trois chaînes privées (Canale 5, Italia 1 et Rete 4) qui mêlent information et propagande, mais sur la RAI, qui représente la moitié des parts de marché de la télévision. Selon plusieurs études, 70 % des Italiens se forment une opinion par la télévision. Le TG1 rassemble chaque jour 7 millions de téléspectateurs et reste l'une des principales sources d'information des Italiens.

    "Bon anniversaire ! Vous êtes ici chez vous", lui a d'ailleurs lancé, sans ironie, le présentateur du journal du matin de RAI Uno, le jour des 73 ans de M. Berlusconi. Mercredi 7 octobre, quelques heures à peine après l'arrêt de la Cour constitutionnelle levant son immunité judiciaire, il s'est invité par téléphone dans l'émission "Porta a porta" sur RAI Uno, où le journaliste Bruno Vespa l'accueille toujours à bras ouverts. Dénonçant "les toges rouges", " la justice de gauche" et "la persécution" dont il se dit victime, Silvio Berlusconi s'est même permis d'insulter Rosy Bindi, vice-présidente de la Chambre des députés et élue du Parti démocrate (centre gauche), qui lui portait la contradiction. "Vous êtes plus belle qu'intelligente", lui a-t-il lancé sans que personne réagisse sur le plateau. "Evidemment, je suis une femme qui n'est pas à votre disposition", a-t-elle répliqué en faisant référence au scandale des call-girls dans lequel est impliqué le président du conseil. Le lendemain, une pétition lancée sur le Web par les mouvements féministes a récolté des milliers de signatures en soutien à Mme Bindi.

    Ce dérapage n'est qu'un parmi d'autres. Le comité de rédaction (CDR) de RAI Uno en a d'ailleurs fait un Livre blanc. Le 3 octobre, une manifestation pour la liberté de la presse a rassemblé plus de 100 000 personnes à Rome, criant "Nous sommes tous des canailles", terme par lequel Silvio Berlusconi a désigné certains journalistes de la RAI. Augusto Minzolini, directeur du TG1, imposé à ce poste par le Cavaliere, s'est alors fendu d'un éditorial en direct affirmant que ce rassemblement "était une manifestation incompréhensible dirigée contre Berlusconi". Quelques heures plus tôt, le chef du gouvernement avait qualifié l'événement de "farce absolue". Emotion au sein de la rédaction, où les journalistes, de droite comme de gauche, ont obtenu que le CDR fasse valoir un point de vue opposé dans un droit de réponse.

    Convoqué par le comité de vigilance de la RAI, le directeur du TG1 s'est juste fait rappeler à l'ordre. "Vous êtes au journalisme ce que la chaise électrique est à la vérité", a ironisé l'ancien juge Antonio di Pietro, fondateur de L'Italie des valeurs, à propos de Bruno Vespa et Augusto Minzolini. Depuis, ordre a été donné aux rédactions de RAI Uno de ne plus diffuser d'images de Di Pietro et des activités de son parti...

    "Il y a une réelle volonté de réduire la visibilité des sujets sociaux, comme ceux sur l'homophobie, l'immigration ou le racisme, déplore Alessandra Mancuso. La RAI ne se comporte plus comme un service public, mais comme une concession privée au service d'un homme." Le président du conseil s'en défend avec une pirouette : "Si je vais parler à la télévision, c'est un scandale, si je vais sur une autre chaîne, je deviens dictateur, si je vais sur une troisième, nous sommes dans un régime autoritaire, et sur une quatrième, c'est un acte de délinquance", répète-t-il à l'envi lorsque la question lui est posée.

    "Nous ne sommes pas tombés dans une dictature à la sud-américaine", tempère le journaliste Enrico Mentana, ancien présentateur vedette de Canale 5 (chaîne du groupe Médiaset), d'où il a démissionné après dix-huit ans de service à la suite d'un désaccord éditorial. Aujourd'hui chômeur, il a travaillé de longues années à la RAI et connaît bien la maison. "La RAI a toujours été un champ de conquête politique, mais la liberté se prend si on le décide. Plus que de censure, il s'agit plutôt d'autocensure, affirme-t-il. En Italie, les journalistes peuvent tout dire sur Berlusconi, mais c'est souvent une vision manichéenne. Ils sont le reflet de notre vie politique. Avec la quasi-disparition de la gauche, ce sont désormais les journalistes qui ont pris le relais et jouent un véritable rôle d'opposition."

    C'est le cas de Michele Santoro, journaliste politique et animateur de nombreux magazines sur la RAI, qui a été réintégré sur RAI Due en 2005 par une décision de justice. En 2002, le journaliste avait été licencié après que Silvio Berlusconi, de retour au pouvoir, l'eut accusé "de faire un usage criminel de la télévision publique". Depuis sa réintégration, le directeur de RAI Due souligne que le journaliste est seulement "hébergé" sur sa chaîne... Loin d'abdiquer, Michele Santoro a repris sa croisade contre Berlusconi. Son magazine hebdomadaire "Anno Zero" connaît des records d'audience, malgré les avertissements de la direction, qui a suspendu les contrats des journalistes qui y collaborent.

    Fin septembre, plus de 7 millions de téléspectateurs ont suivi le récit de filles qui ont fréquenté les soirées du président du conseil. Et, pour la première fois, Patrizia D'Addario, la call-girl qui a passé une nuit avec le Cavaliere avant d'être candidate sur une liste berlusconienne au conseil municipal de Bari, a déclaré que Silvio Berlusconi "connaissait son métier", ce que le Cavaliere a toujours nié. Tollé le lendemain dans la presse pro-Berlusconi, qui a appelé à ne plus payer la redevance rebaptisée "taxe Santoro".

    "Nous vivons dans une atmosphère nauséabonde", dit Roberto Natale, président de la Fédération nationale de la presse italienne, en rappelant que l'Institut international de la presse a exhorté l'Italie à "mettre rapidement en place des mécanismes garantissant l'indépendance éditoriale de la radio-télévision publique". Lors du rassemblement pour la liberté de la presse, Roberto Saviano, auteur de Gomorra (Gallimard, 2007), menacé de mort par la Mafia napolitaine, a fait une apparition pour rappeler que "la vérité et le pouvoir ne coïncident jamais".

    di Daniel Psenny lemonde.fr

    Silvio Berlusconi  lors d'une émission diffusée sur la RAI, le 15 septembre 2009 à Rome.

     

    L'Italia che ci rende fieri

    Domus poco ospitale, l'autocensura degli "intellettuali" italiani

    A proposito di libertà di stampa. Perché Flavio Albanese (nella foto sotto), direttore di "Domus", la più blasonata rivista di architettura italiana. ha rifiutato l'articolo dell'olandese Rem Koolhaas sulla nuova sede del G8 (saltato) alla Maddalena? L'articolo è poi finito sul "Corriere della Sera" del 7 ottobre. Ecco il retroscena. Ricevuto il testo di Koolhaas, architetto innovativo ed engagé  , Albanese ritiene offensivi e inaccettabili tre passaggi su Berlusconi, accenni ironici alo scandalo escort, alla "crisi matrimoniale", al modello edonista di Villa Certosa. Come farlo capire a Koolhaas? Di concerto con il suo editore Giovanna Mazzocchi, il direttore gli fa sapere che il testo è arrivato in ritardo per il numero di ottobre, senza far cenno alla questione politica. L'olandese propone: slittiamolo a novembre. Niet. A quel punto Koolhaas capisce. Stefano oeri, l'autore della G8, soidale con lui ritira la disponibilità a pubblicare il suo progetto sulla rivista. Koolhaas, indignato, manda il testo al "Corriere". Domanda: quanta autocensura c'è nelle teste degli intellettuali italiani?

    di Enrico Arosio

    Nevica ad Atene

    Vivo stupore, nel mondo della montagna, per una nomina tra le più strane: il siciliano Massimo Romagnoli, residente in Grecia da vent'anni (vive ad Atene), a presidente dell'Ente italiano montagna. L'Eim, ente pubblico commissariato, dovrebbe fornire consulenze alle politiche di sviluppo del nostro territotio montano. Ci si aspetterebbe un esperto riconosciuto. Ma chi è Romagnoli? Un ex deputato di Forza Italia (circoscrizione estero, 2006). Attivo nell'import-expport tra Italia e Grecia, si occupa delle comunità italiane in diversi Paesi mediterranei. Scegliere per l'Eim un attivista degli Azzurri nel mondo, artefice del gemellaggio tra l'isola di Keas e Gela e della conferenza dei giovani italiani a Corfù, pare bizzarro.  La nomina di Romagnoli, spinta da Manuela Di Centa (nella foto sotto) del Pdl, è ancora in discussione alla commissione Cultura del Senato.

    di T.M.

    Mi manda Giulio

    La società è nata da pochi mesi con lo scopo di raccogliere un miliardo da investire in progetti di "social housing", case popolari o palazzi da affittare a canoni agevolati. Si chiama Cdp investimenti Sgr, poiché il socio di maggioranza (con il 70 per cento) è la Cassa Depositi e Prestiti, istituto che fa capo al ministero dell'Economia e al quale il ministro Giulio Tremonti (nella foto sotto) sta affidando poteri crescenti. Al momento di assegnare le poltrone, senza dare nell'occhio, alla Cassa non è sfuggita l'occasione di piazzare nel collegio sindacale della neonata Cdp Investimenti un nome di peso: Giuseppe Russo Corvace, storico collaboratore dello studio commercialisti Vitali Romagnoli Piccardi & Associati. Quello fondato da Tremonti, dove il ministro è solito riprendere l'attività quando non siede al governo.

    di L.P.

     

     

    Libertà di stampa: male la Francia, peggio l'Italia

    Reporters sans frontiers ha pubblicato oggi l’annuale rapporto sulla libertà di stampa nel mondo. Secondo la nuova classifica i dati più rilevanti quest’anno sono l’aumento della libertà di stampa negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Obama (dal 40esimo posto al 20esimo) e il peggiorare della situazione in paesi come Iran (73esimo) e Israele (150esimo, ma fuori dai territori israeliani).

    Anche per l’Italia un responso negativo, col nostro paese che scende dalla 44esima posizione dell’anno scorso alla 49esima (ma nel 2007 era 35esimo). Il paese che quest’anno si piazza in testa alla classifica è la Danimarca, seguita da Finlandia e Irlanda. Ultimo classificato (su 175 parsi monitorati) l’Eritrea.

    Presentando il rapporto, il presidente di Rsf, Jean-François Julliard, non ha celato la sua preoccupazione per quanto riguarda la situazione europea, dove diversi paesi, come Francia (43esima), Italia (49esima), Slovacchia (46esima), mostrano un progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa. «E' inquietante constatare come, anno dopo anno, importanti democrazie europee come Francia, Italia, Slovacchia perdano progressivamente posizioni. L’Europa - ha affermato Julliard - dovrebbe essere d’esempio sul fronte delle libertà pubbliche. Come possiamo denunciare le varie violazioni nel mondo se non siamo irreprensibili noi stessi in prima persona?».

    lastampa.it


    Le dichiarazioni di Ciancimino, i fogli mancanti del processo e i messaggi mafiosi a Berlusconi…

    Massimo Ciancimino fa ancora parlare di sé e questa volta l’argomento scottante non è la trattativa tra mafia e Stato intercorsa all’epoca delle stragi del 1992, per il quale presto sarà chiamato a rispondere in udienza pubblica. Le sue dichiarazioni stanno irrimediabilmente sollevando un polverone attorno alla Palermo degli affari che negli anni Ottanta e Novanta ha basato il suo punto di forza sul patto economico stretto con la mafia di Riina e Provenzano.
    Sono i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia i depositari delle nuove rivelazioni del figlio di don Vito Ciancimino, condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione, nell’ambito del processo sul tesoro occulto di suo padre. Rivelazioni che hanno già causato l’avvio di nuove indagini per corruzione aggravata a carico dei senatori Carlo Vizzini e Salvatore Cuffaro e degli onorevoli Romano e Cintola. Tutti indagati a vario titolo per aver ricevuto compensi economici (ufficialmente non dovuti) pagati dalla famiglia Ciancimino per agevolare, nell’assunzione delle gare d’appalto, la Gas Spa (Gasdotti Azienda Siciliana). La società in quota al Gruppo Brancato – Lapis venduta il 13 gennaio 2004 alla multinazionale “Gas Natural” per 120 milioni di euro, di cui una percentuale era finita sul conto svizzero Mignon come pagamento spettante a don Vito, in qualità di socio “riservato”.
     
     
    Proprio in seguito a questa vendita Massimo Ciancimino era stato accusato di aver incassato e reinvestito la percentuale destinata a suo padre (all’epoca deceduto). Da qui le manette, i domiciliari e poi il processo in abbreviato, tuttora in corso a Palermo in sede di Appello. Ed è in seguito a questi sviluppi giudiziari che Massimo Ciancimino ha iniziato a parlare: prima alludendo alle responsabilità della famiglia Brancato corresponsabile nella Gas della “gestione Ciancimino”, poi denunciando pubblicamente la sparizione di alcune intercettazioni ambientali che sarebbero dovute essere da tempo depositate agli atti del suo procedimento. I magistrati hanno così aperto un nuovo filone investigativo che ha coinvolto anche l’erede del socio di Lapis, Monia Brancato, rimasta finora estranea ai fatti, secondo Massimo Ciancimino, a causa di uno “strabismo investigativo” che ha inevitabilmente finito per colpire una sola delle due compagini societarie riferibili all’azienda del Gas. Accuse chiaramente tutte da verificare (per questo è stata avviata un’indagine a Catania). Ciononostante le sue dichiarazioni lasciano spazio a dubbi e perplessità sulla conduzione delle prime indagini dopo il ritrovamento di un documento che era stato sequestrato dai carabinieri nel 2005, durante la perquisizione avvenuta nella sua casa prima del suo arresto. Probabilmente ritenuto irrilevante dai pm che detenevano l’incartamento originale del primo grado, il foglio strappato nella sua parte iniziale (così verbalizzavano i carabinieri) è stato ritrovato in questi giorni da Ingroia e Di Matteo in mezzo ad altri 18 faldoni che i magistrati hanno trasmesso ai giudici del processo Ciancimino. Una scoperta di notevole importanza perché, come ha dichiarato il Pg del processo Dell’Utri Antonino Gatto, che ne ha chiesto l’acquisizione insieme all’audizione di Massimo Ciancimino (la Corte si è riservata di decidere il prossimo 17 settembre), il documento potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra lo stesso Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”. Il testo della missiva vergata a mano non è completo (Ciancimino dice che originariamente era intera), ciò che è possibile leggere è la parte finale di una richiesta minacciosa all’attuale Presidente del Consiglio: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.  Una frase enigmatica che richiama il rapporto Fininvest - Cosa Nostra di cui si trova traccia nelle sentenze sulle stragi del biennio ’92-’93 e nella sentenza di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri. La cosa più interessante è che la lettera, che era indirizzata proprio a Dell’Utri, è stata data a Massimo Ciancimino nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo alla presenza di Provenzano. Una volta nelle sue mani l’erede più piccolo di don Vito l’avrebbe portata a suo padre, all’epoca detenuto, il quale avrebbe poi espresso il proprio parere per farla avere a una terza persona non meglio precisata. In quanto al triste evento Massimo Ciancimino ha ricordato con precisione che si sarebbe trattato dell’omicidio del figlio di Berlusconi. Un fatto che, come emergerebbe dai verbali d’interrogatorio del 30 giugno e del 1 luglio, lo aveva molto impressionato. I due documenti in ogni caso presentano diverse discrasie. Il testimone inizialmente non intendeva rispondere. Poi alle stringenti domande dei pubblici ministeri che lo hanno interrogato dopo il ritrovamento della lettera, ha risposto visibilmente provato: “Sono cose più grandi di me”. Anche perché le comunicazioni che la mafia avrebbe inoltrato a Berlusconi non si esauriscono qui. La richiesta di una televisione in cambio di un appoggio elettorale sarebbe solo l’ultima di tre lettere scritte tra il 1991 e il 1994. Il secondo messaggio Ciancimino junior ha riferito di averlo ricevuto in una busta chiusa da un giovane che nei primi anni Novanta faceva l’autista di Provenzano. In questo caso Vito Ciancimino avrebbe svolto il ruolo di consulente del capo mafia, mentre in un’altra occasione avrebbe fatto da mediatore consegnando copia della missiva a un tale di nome “Franco”.  
     
    Ciò che però qui conta sottolineare è che l’istanza sarebbe alla fine giunta a destinazione, rientrando così nella consueta e vecchia gestione dei contatti tra gli ambienti Fininvest e criminalità organizzata siciliana iniziati già negli anni Settanta. Periodo in cui l’Anonima Sequestri terrorizzava la Milano bene e quindi anche la famiglia del futuro premier. Al quale era corso in aiuto l’amico Marcello Dell’Utri che per proteggerlo si era rivolto, attraverso Tanino Cinà (uomo d’onore posato della famiglia di Malaspina) al capo di Cosa Nostra Stefano Bontade. Sarebbe stato proprio il “Principe di Villagrazia” ad impegnarsi con il promettente imprenditore edile fornendogli una “garanzia” contro il pericolo dei rapimenti. Garanzia che rispondeva al nome di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore implicato in varie inchieste tra cui la famosa “Pizza connection”, condotta da Giovanni Falcone.
    L’incontro tra Berlusconi e Bontade era avvenuto negli uffici della Edilnord, a Milano, alla presenza di Marcello Dell’Utri, Tanino Cinà, Mimmo Teresi (boss di Santa Maria di Gesù) e Francesco Di Carlo (boss di Altofonte).
    Ed è proprio Di Carlo - oggi collaboratore di giustizia, ritenuto perfettamente attendibile dai giudici che hanno condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa – a raccontarlo perché testimone oculare. In quell’occasione, ha spiegato il pentito, era stato Dell’Utri a fare le presentazioni delle quali solo Cinà non aveva bisogno perché Berlusconi già lo conosceva.
    Nel corso del colloquio con l’imprenditore, Bontade, tra le altre cose, gli chiedeva di “venire a costruire a Palermo, in Sicilia”. Cosa alla quale Berlusconi rispondeva con una battuta e “un sorriso sornione”: “Ma come debbo venire proprio in Sicilia? Con i meridionali e i siciliani ho già problemi qui!”. Bontade, però, lo rassicurava: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Prima di dirgli, in riferimento al problema dei sequestri: “Per qualsiasi cosa si rivolga a Marcello”, promettendogli quella garanzia che sarebbe poi stata rappresentata da Vittorio Mangano.
    Dell’Utri, infatti, ricordava ancora Di Carlo era considerato una persona “fidata”. Tanto che in occasione del matrimonio londinese del trafficante di droga Jimmy Fauci, spiegava il pentito, fu Mimmo Teresi a dire allo stesso Di Carlo che Dell’Utri era “un bonu picciottu”. E a dichiarare: “Noi con Stefano abbiamo intenzione di combinarlo”.
    La riunione negli uffici della Edilnord segna quindi l’inizio di un rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra siciliana basato su favori ed estorsioni: l’organizzazione criminale minacciava, chiedeva, offriva. Il Cavaliere rispondeva.
    E così, dopo l’incontro, Mangano si era insediato nella sua villa di Arcore e dal 1974 l’imprenditore aveva iniziato a versare all’organizzazione il suo “contributo” annuale. Poi quando il boss-stalliere era stato costretto ad allontanarsi (un anno e mezzo più tardi), Berlusconi aveva subito il primo attentato nella sua villa di via Rovani. Era il 26 maggio del 1975, ma solo anni dopo si era scoperto che l’autore di quel gesto intimidatorio era stato proprio Mangano. In quello stesso periodo iniziava per Berlusconi una carriera tutta in salita: prima gettava le fondamenta del suo grande impero, dopo entrava nel business delle emittenti televisive. Ad aiutarlo nella grande impresa 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta che tra il 1975 e il 1983 sarebbero affluiti nelle 22 holding Fininvest, che diventeranno poi 37.
    Nel frattempo anche la galassia di Cosa Nostra subiva una grossa trasformazione: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano prendevano il sopravvento sulla mafia di Bontade, il quale veniva ucciso nella guerra di mafia degli anni Ottanta insieme a quasi tutti i suoi rappresentanti. Il nuovo vertice ereditava così il rapporto con l’imprenditore milanese che, dopo una serie di vicissitudini, per ordine di Riina sarebbe passato direttamente nelle mani di Tanino Cinà. Sarebbe stato lui a recarsi due volte all’anno a Milano per ritirare i contributi versati dall’imprenditore. Ma il 28 novembre 1986 la sede Fininvest di via Rovani 2 subiva un secondo attentato da parte della mafia catanese. Riina era pronto a cavalcare (nuovamente?...) l’onda.
    L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica. Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.
    Ma le intimidazioni non sarebbero cessate. Infatti il 17 febbraio del 1988, nel corso di una conversazione intercettata, Berlusconi si era lamentato con l’amico immobiliarista Raniero della Valle di aver ricevuto una serie di intimidazioni e minacce di morte per il figlio Piersilvio.
    Per quanto riguarda l’evoluzione di queste ritorsioni non si mai è riusciti a scoprire molto.
    Ciò che pare invece certo è che gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa.
    Secondo la lettura delle dichiarazioni di alcuni collaboratori, tra cui Angelo Siino, anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti. Ricerca che sarebbe terminata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con la decisione di appoggiare il nascente partito Forza Italia.
    Le missive di cui si parla oggi e in particolare il foglio strappato scoperto tra le carte sequestrate a Massimo Ciancimino potrebbero dimostrare dunque che, anche dopo l’elezione a Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, la mafia siciliana avrebbe proseguito con la tattica di sempre: intimidire per ottenere favori. La domanda allora è semplice: di quali favori si trattava?
    Ed è  possibile ricollegare tali favori agli incontri tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, risalenti alla fine del 1993 e dei quali parlano altri collaboratori di giustizia?
    Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)”. E “infatti, vi era stato un primo tentativo a livello parlamentare che, però, non era riuscito a concretizzarsi. Inoltre, Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose, le quali non avrebbero potuto aiutare la riuscita dei progetti politici favorevoli all’organizzazione mafiosa”.
    Ancora, dopo le elezioni del 1994, Mangano avrebbe assicurato di aver parlato con il Dell’Utri e che lo stesso avrebbe dato “buone speranze”.
    È evidente che siamo di fronte a una questione di estrema rilevanza investigativa nell’ambito dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e tra il premier e la stessa mafia corleonese di cui Vito Ciancimino era portavoce e consigliere essendo come aveva detto Giuffrè “la mente grigia” di Provenzano. Sul piano della questione morale tutto ciò fa impallidire lo scandalo sui festini del Presidente del Consiglio. Per squallidi e disonorevoli che siano i suoi vizietti, sembra assurdo che le ragioni principali del suo declino elettorale da parte degli italiani possa essere dovuto a queste vicende e non ai suoi rapporti con Cosa Nostra.
    Questo forse è il più grande scandalo italiano.
    di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella
    Per saperne di più:

    Roberto Saviano: Accorata lettera all'Italia

    Lettera all'Italia infelice

    "Se la libertà è divenuto tema di dibattito continuo, quasi ossessivo in Italia vuole dire che qualcosa non funziona. Verità e potere non coincidono mai e quello che sta accadendo in questi giorni lo dimostra. Ci sono lezioni che non si imparano, disastri naturali che si ripetono come se la storia non ci avesse insegnato nulla e sacrifici di persone che hanno lottato per rendere questo Paese migliore che vengono dimenticati se non ignorati o peggio insultati. Qualcosa non funziona perché non si vuole capire quello che è accaduto e che quello che avviene tutti i giorni: non si racconta il presente, non si analizza il passato, tutto diventa polemica, dibattito sterile; tutto si avvita in un turbine di gelosie e di guerre tra bande. La folla di piazza del Popolo mi ha stupito, stordito, emozionato. Non sapevo cosa dire: quella che avevo davanti era una testimonianza incredibile, non ero più abituato a vedere tanti volti e tanto sole. Da quando tre anni fa sono stato messo sotto protezione e costretto a vivere con la scorta non avevo mai potuto sentire un vento di speranza così forte.
    Alla gente in Italia non interessa la libertà di stampa, non si preoccupa per il fatto che sia stata offuscata e minacciata da quello che sta accadendo: la libertà di stampa non è importante perché non la si considera necessaria e utile al proprio quotidiano. Non capiscono quello che stanno rischiando, quanto possono perdere. Se ne accorgeranno solo quando riusciranno a vedere con occhi diversi e comprenderanno che oggi sulla maggioranza dei media la vita non viene raccontata ma rappresentata. Ricostruita secondo luci e dinamiche che la rendono finta. Verosimile ma lontana dal reale: come quelle foto ritoccate al computer per cancellare le imperfezioni, far sparire le rughe, il peso del tempo e gli acciacchi del divenire fino a rendere un'immagine diversa delle persone che così rinunciano persino a specchiarsi. Ci viene raccontata un'Italia allegra, il Paese del bel mangiare e delle belle donne. Ci viene imposto il modello di un Paese spensierato, in fila per partecipare alla fortuna milionaria delle lotterie e per vincere un posto in un reality show. Ma l'Italia oggi è profondamente infelice e triste. Vive nella cattiveria di una guerra per bande generalizzata, di un sistema animato dalle invidie. E la nostra percezione è così lontana dalla realtà da impedirci anche di renderci conto dell'infelicità. Ho sempre dentro il racconto di un immigrato africano che incontrai a Castel Volturno prima delle riprese del film "Gomorra": "La cosa che odio degli italiani è la loro gelosia, quell'invidia cattiva che hanno nei confronti di chiunque riesca ad ottenere qualcosa. Quando in Francia lavori molto, riesci a guadagnare e puoi comprarti una bella macchina, ti guardano riconoscendo il risultato. Dicono: "Quanto ha faticato per farcela". Invece quando in Italia ti vedono al volante della stessa auto senti subito che ti stanno dicendo "Stronzo bastardo". Non si pongono nemmeno la domanda su quanti sacrifici hai fatto, scatta subito una gelosia che si trasforma in odio. Questo accade solo nei paesi dove i diritti divengono privilegi, e quindi dove il nemico non è il meccanismo sociale che ha permesso questo, ma bensì chi riesce ad avere quel diritto. Una guerra tra vicini ignorando i responsabili del disastro. Questo si combatte solo raccontando quello che non va, perché solo raccontando la realtà di quest'Italia arida si potrà sconfiggere l'infelicità: la libertà di stampa è utile per essere felici".

    "L'assenza di serenità ci porta a rinunciare alla libertà di stampa. Sapere che la replica al proprio "lavoro non sarà una critica, ma un'offesa o un attentato alla sfera privata spinge ad autocensurarsi, convince a non attaccare qualunque autorità, rende schiavi di ogni potere. Dopo l'editoriale di Augusto Minzolini sul Tg1 mi sono chiesto se si rendesse conto di quello che stava facendo. Avrei voluto dirgli che manifestare per la libertà di stampa significava manifestare anche per lui, anche per il suo futuro: un futuro in cui se si potrà ancora parlare del potere, se lo si potrà criticare è perché qualcuno ha lottato per renderlo possibile. Si è scesi in piazza anche per lui, perché lui domani possa continuare a dire quello che dice oggi anche se dovesse cambiare il potere che difende le sue parole".
    "Fare il politico oggi nell'immaginario è fare il lavoro più semplice e comodo. Mi vengono alla mente le famiglie meridionali in cui il figlio più intelligente fa l'imprenditore e quello incapace il politico. Invece la politica dovrebbe essere una responsabilità pesante e difficile, un mestiere duro. Capisco il fastidio che può avere un politico a essere esaminato nella sua vita privata, ma questo è l'onere della sua missione, fa parte della democrazia. Oggi bisogna ricalibrare l'immaginario del politico, ritornare a una figura che fa una vita dura e poco divertente. La politica come servizio al Paese e ai cittadini, non come privilegio. La politica è vivere nella difficoltà. Penso al rigore morale di Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante e Giorgio La Pira, restano figure di servizio alle istituzioni, nonostante i loro ideali e la loro fede religiosa.
    Sono cresciuto al fianco di uomini di destra che non avrebbero mai sopportato questo clima di intimidazione e crudeltà, così come ormai la divisione e la rivalità sono così diffuse che impediscono alla sinistra ogni forma di aggregazione vera. Ogni possibilità di parlare al cuore delle persone. Oggi invece chi racconta cose scomode, chi descrive la realtà infelice dell'Italia viene accusato dalle massime autorità politiche di gettare discredito sul Paese agli occhi del mondo... Raccontare la realtà non significa infangare il proprio Paese: significa amarlo, significa credere nella libertà. Raccontare è l'unico dannato modo per iniziare a cambiare le cose".
    di Roberto Saviano
    Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

    A Ostrom e Williamson il Nobel per l’Economia 2009

    Squarci nel buio oltre la siepe del mercato

    Nata nel 1933 a Los Angeles, l’americana Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana è la prima donna ad aver conquistato il premio Nobel per l’Economia [1]. Il riconoscimento le viene assegnato in coabitazione con il connazionale Oliver Williamson, nato a Superior nel 1932 e docente presso l’Università di Berkeley. In apparenza siamo al cospetto di due studiosi molto lontani tra loro. Williamson è un teorico dell’impresa particolarmente innovativo, che tuttavia è rimasto sempre con i piedi ben piantati nel filone tradizionale neoclassico fondato sulla ipotesi di agenti economici egoisti e razionali. Ostrom ha seguito invece un itinerario di ricerca atipico, scandito da pubblicazioni sulla prestigiosa Science e su riviste politologiche più spesso che economiche, e costellato da ricerche empiriche tese a evidenziare quei tipici aspetti “comunitari” del comportamento umano che smaccatamente travalicano gli angusti confini ortodossi dell’homo oeconomicus. Tuttavia, come nota l’Accademia delle scienze di Svezia, entrambi gli studiosi hanno fornito contributi decisivi per «l’analisi delle transazioni economiche che si verificano al di fuori del mercato».

    Il principale apporto di Ostrom, al riguardo, consiste in una inedita interpretazione dei meccanismi che governano lo sfruttamento di beni comuni come i laghi, i pascoli, i boschi, e in generale le risorse naturali condivise. Gli studi passati erano dominati da una concezione che va sotto il nome di “tragedia delle proprietà comuni”: per impedire lo sfruttamento indiscriminato e il depauperamento di queste risorse occorrerebbe necessariamente privatizzarle, oppure al limite bisognerebbe sottoporle al controllo del governo. Ostrom contesta questo tipo di conclusioni, ritenendole viziate da una rozza teoria individualista dell’azione umana. In effetti i dati empirici che raccoglie nel corso delle sue ricerche sembrano in varie circostanze darle ragione: soprattutto nelle aree rurali, situate ai margini dello sviluppo capitalistico, può accadere che una gestione comune delle risorse - basata su regole condivise dagli abitanti del luogo e sedimentate nel tempo - risulti più efficiente delle gestioni fondate sulla rigida assegnazione di specifici diritti di proprietà e di controllo a favore dei privati oppure dello Stato. E’ il caso questo dei terreni della Mongolia coltivati in comune, decisamente più produttivi di quelli confinanti della Cina e della Russia, sottoposti a inefficienti sistemi di gestione prima statale e successivamente privata. Ed è anche il caso dei sistemi di irrigazione del Nepal, la cui efficienza sembra esser crollata dopo l’abbandono della gestione in comune da parte degli abitanti, verificatasi a seguito di massicci interventi di ammodernamento da parte del governo in joint venture con alcuni finanziatori esteri. Gli esempi di questo tenore riportati da Ostrom e dai suoi collaboratori sono numerosi. Essi tuttavia non stanno ad indicare che la proprietà comune delle risorse sia sempre preferibile alle gestioni private o statali. Esaminando questi casi la politologa americana ha voluto piuttosto mostrare che in genere la proprietà comune rappresenta l’esito di un plurisecolare processo di evoluzione e di consolidamento di un insieme di regole condivise da una popolazione. Ed è proprio questa lentissima sedimentazione delle norme e delle procedure che sembra garantirne la corretta applicazione e quindi il successo. Alcuni economisti hanno in questo senso provato a interpretare teoricamente i risultati empirici di Ostrom nei termini di quello che viene in gergo definito un “gioco ripetuto”, che da conflittuale diviene col tempo cooperativo. In base a questa visione gli individui sarebbero naturalmente egoisti, ma dopo aver compreso che le loro azioni opportunistiche conducono a risultati fallimentari per tutti, si vedono a lungo andare costretti a cooperare con gli altri. Ostrom però ha fortemente criticato questa chiave di lettura, considerandola un tentativo del mainstream di rinchiudere le sue analisi nei vecchi canoni dell’individualismo neoclassico. Non è un caso che le sue più recenti verifiche di laboratorio siano state centrate sull’obiettivo di mostrare che molte persone sembrano disposte ad accollarsi individualmente elevati costi di monitoraggio pur di garantire che le regole comuni siano applicate e che i trasgressori siano puniti. Un esito, questo, di fronte al quale i costruttori dei tipici modelli neoclassici di comportamento egoistico e massimizzante esprimono un comprensibile imbarazzo.

    Le ricerche di Williamson si concentrano invece sui motivi per i quali le imprese nascono e si espandono. L’idea di partenza è che in un ipotetico sistema di pura concorrenza, del tutto privo di imperfezioni e asimmetrie, non vi sarebbe alcun bisogno di costituire un’impresa: la produzione potrebbe avvenire attraverso contratti di volta in volta stipulati tra i vari agenti economici, siano essi capitalisti, manager o lavoratori. Come ha ironicamente affermato Paul Samuelson, in un simile idealtipico scenario «non avrebbe proprio nessuna importanza chi assume chi: al limite potremmo anche immaginare che il lavoro assuma il capitale» [2]. Se tuttavia si ammettono costi di transazione, incompletezza dei contratti e incertezza sul futuro, i meri scambi di mercato possono rivelarsi inadeguati alla risoluzione delle controversie tra gli agenti. Ecco allora che sorge la necessità di costituire un’impresa, vale a dire una organizzazione basata non più sul libero scambio ma sulla gerarchia. Naturalmente, precisa Williamson, anche i rapporti gerarchici possono dar luogo a inefficienze, determinate da una gestione arbitraria delle risorse da parte di chi comanda. Tuttavia, ogni volta che i costi degli scambi risultino superiori ai costi derivanti dal controllo gerarchico, il rapporto di potere interno all’impresa tenderà a sostituirsi al rapporto di mercato tra soggetti formalmente indipendenti. Una spinosa implicazione di politica economica di questa visione è che

    anche le fusioni e le acquisizioni tra imprese dovrebbero esser considerate una conseguenza naturale dell’obiettivo di minimizzare i costi di transazione. La grande impresa cioè decide di fagocitare le altre anziché trattare con loro semplicemente perché mira a superare le incertezze e le inefficienze tipiche degli scambi di mercato. Sulla base di questa teoria, Williamson è dunque giunto alla conclusione che le imprese di grandi dimensioni esistono perché sono efficienti, e possono quindi garantire un maggior benessere per tutti, capitalisti, lavoratori e consumatori. Egli in effetti ammette che l’enorme centralizzazione di capitale che le caratterizza può consentir loro di

    esercitare pressioni lobbistiche per controllare i mercati ed eliminare qualsiasi concorrenza. A suo parere tuttavia tali “distorsioni” andrebbero semplicemente regolate, mentre bisognerebbe assolutamente evitare un ritorno alle vecchie politiche anti-trust che imponevano limiti secchi alla crescita dimensionale delle corporations [3]

    Sebbene non vi sia unanime consenso sulla loro piena validità empirica [4], gli studi di Williamson hanno indubbiamente contribuito a una più accurata comprensione dei processi di espansione delle imprese, e più in generale della centralizzazione dei capitali. Così come le ricerche di Ostrom hanno senz’altro fornito importanti elementi di conoscenza per una gestione sostenibile dei beni comuni, e in particolare delle risorse ambientali. Se tuttavia si guardano tali apporti nell’ottica di un aggiornato materialismo storico, non si può fare a meno di rilevare in essi alcune fragilità di fondo. Riguardo ad Ostrom, c’è da dire che fin dall’epoca degli studi di Marx sui terribili effetti delle enclosures, il problema per i materialisti storici non è mai stato quello di esaminare i danni prodotti dalla distruzione delle proprietà comuni, ma è stato invece di comprendere quali immani forze riuscissero inesorabilmente a disintegrare le forme primitive di organizzazione comunitaria delle risorse, del tutto indipendentemente dalle devastazioni economiche e sociali che quelle stesse forze provocavano. In effetti negli ultimi tempi Ostrom sembra aver preso coscienza del rischio di una interpretazione per così dire “conservatrice” e “nostalgica” delle sue analisi, e si è quindi impegnata ad effettuare ricerche sulla gestione dei beni comuni non più soltanto nei vecchi contesti rurali e pre-capitalistici, ma anche in settori estremamente avanzati, come ad esempio quello della produzione di conoscenza. In questo nuovo ambito tuttavia le sue conclusioni sono per forza di cose divenute più articolate e controverse. E’ chiaro infatti che il campo della conoscenza scientifica e tecnologica è attraversato più di ogni altro da continue innovazioni che sconvolgono il quadro delle relazioni economiche e sociali, e che rendono quindi molto improbabile il verificarsi di quei lunghi processi di sedimentazione delle regole che sono indispensabili per la costituzione “dal basso” di

    forme di gestione “comune” delle risorse. Ecco perché, contro tutte le apparenze, il nucleo dell’analisi di Ostrom sferra implicitamente un duro colpo a quei teorici delle moltitudini che proprio nell’ambito della produzione di conoscenza vorrebbero addirittura poter individuare i semi dello sviluppo spontaneo di nuove forme di comunismo. Riguardo poi alle analisi di Williamson sulle modalità di costituzione e di sviluppo dell’impresa, suscita molte perplessità l’idea che queste siano governate da un criterio di scelta ottimizzante tra scambio di mercato e gerarchia interna alla struttura aziendale. In realtà sia lo scambio che l’impresa ineriscono al medesimo rapporto di dominio: quello del capitale sul lavoro, che potrà poi esprimersi nell’una o nell’altra forma a seconda delle diverse contingenze e convenienze (non è un caso che le centralizzazioni del capitale avvengano spesso in concomitanza con poderosi processi di esternalizzazione di alcune parti dell’attività produttiva) [5]. Tali critiche naturalmente non possono gettare nell’ombra le importanti novità contenute nelle ricerche dei Nobel 2009 per l’Economia. Ad Ostrom e Williamson va senza dubbio riconosciuto il merito di aver aperto squarci nel buio oltre la siepe del mercato, che i vecchi teorici dell’equilibrio generale neoclassico non osavano invece mai scavalcare. Bisogna però al tempo stesso riconoscere che anche quest’anno rimaniamo alquanto lontani dai tempi in cui l’aria di Stoccolma veniva infiammata dal vento della critica della teoria economica. È questo un dato incoraggiante per una disciplina dalla quale molti si attendevano nientemeno che una via d’uscita dalla Grande Crisi? Osiamo francamente dubitare.

    di Emiliano Brancaccio

    (Napoli, 1971) è ricercatore in Economia politica e docente di Macroeconomia e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Nel 1998 ha conseguito la laurea in Scienze politiche e nel 2003 il dottorato in Economia e politica dello sviluppo, presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 1999 ha conseguito il Master in Economics presso il CORIPE Piemonte di Torino. Nel medesimo anno è risultato vincitore della borsa di studio BNL ‘Guido Carli’ e tra il 1999 e il 2000 ha trascorso un periodo di formazione presso la SOAS, University of London. Nel 2004 è risultato vincitore del premio AISPE ‘Bresciani Turroni’. In ambito accademico è autore di vari saggi dedicati a una proposta di sintesi tra due dei principali filoni di critica della teoria e della politica economica: l’approccio del ”surplus” e l’approccio del “circuito monetario” . I suoi interessi di ricerca vertono anche su sistemi bancari, mercati finanziari e speculazione, politica economica italiana ed europea, epistemologia. Nel 2002 è stato relatore della proposta di legge di iniziativa popolare dell’associazione ATTAC per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie sul modello della Tobin tax. Nel 2003 è stato responsabile economico del Comitato promotore del Referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Nel 2006 è stato tra i promotori dell’appello di 100 economisti contro l’abbattimento del debito pubblico e per un indirizzo alternativo di politica economica. Nel medesimo anno è stato nominato consigliere di amministrazione di Banca Toscana, gruppo MPS. Nel 2007 ha fatto parte del Comitato Industria 2015, istituito presso il Ministero dello Sviluppo economico. E’ stato editorialista di Liberazione e ha commentato i premi Nobel per l’economia sul manifesto. E’ membro della consulta economica della FIOM-CGIL. In qualità di commentatore dei principali avvenimenti economici è stato ospite di varie trasmissioni televisive, tra le quali Omnibus e Otto e mezzo su La7 e TG24 Economia su Sky. www.emilianobrancaccio.it  

    * Questo articolo è stato pubblicato anche su www.economiaepolitica.it e in versione ridotta sul manifesto del 13 ottobre 2009 (con il titolo “Il vento della critica non soffia a Stoccolma”).

    [1] Dal 1901 al 2009, escludendo i riconoscimenti conferiti a organizzazioni, i premi Nobel sono stati assegnati a 802 persone, tra le quali soltanto 41 donne (il 5,1%). Il Nobel per la Pace è stato assegnato a 12 donne su 97 premiati (il 12,3%). Il Nobel per la Letteratura è stato conferito a 12 donne su 106 premiati (l’11,3%). Il Nobel per la Medicina è stato assegnato a 195 persone, tra cui 10 donne ( il 5,1%). Il Nobel per la Chimica è stato attribuito a 4 donne su 156 (il 2,5%). Il Nobel per la Fisica è stato assegnato a 2 donne su 186 premiati (appena l’1%). Con la vittoria di Ostrom, il Nobel per l’Economia – assegnato solo a partire dal 1969 - passa da zero donne a una donna su 64 premiati, corrispondente all’1,5%.

    [2] Paul Samuelson (1957), “Wage and interest: a modern dissection of Marxian economic models”,

    American Economic Review, 47.

    [3] Questa almeno è l’interpretazione degli indirizzi di politica per la concorrenza di Williamson che ci viene offerta dai membri dell’Accademia delle scienze di Svezia (“Economic governance”, compiled by the Economic Sciences Prize Committe of the Royal Swedish Academy of Sciences; scaricabile dal sito www.nobel.se), e che in effetti scaturisce dalla grande maggioranza dei contributi dell’economista di Berkeley. Tuttavia, in un commento a caldo sull’assegnazione dei Nobel 2009, Robert Solow ha suggerito una pressoché opposta chiave di lettura della vittoria di Williamson. Solow – a sua volta premiato nel 1987 - ha infatti dichiarato che “potremmo e dovremmo interpretare il lavoro di Ollie Williamson come un criterio per esaminare in che modo le grandi banche di investimento operano e come esse ci abbiano portato a quel che in retrospettiva sembra un comportamento molto stupido e rischioso” (intervista rilasciata a Janina Pfalzer e Rich Miller di www.bloomberg.com). Resta da vedere se Williamson sia o meno d’accordo con questa peculiare interpretazione della sua opera.

    [4] Il documento dell’Accademia delle scienze di Svezia (cit.) fornisce numerosi riferimenti alle ricerche

    Comunicato in data 13.10.2009 del Presidente dell'Associazione sulla volontà governativa di separare le carriere dei magistrati e di riformare il CSM.

    Come era prevedibile, dopo le sentenze sul caso Mondadori del Tribunale di Milano e della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, è partita la grande controffensiva del Centrodestra nei confronti di una Magistratura che si vuole non più autonoma, ma asservita al risultato delle elezioni politiche; ecco, dunque, ritornare in auge l’ormai stantio ricorso alla separazione delle carriere, come panacea di ogni male e la modifica del sistema di elezioni del CSM, da affidarsi al sorteggio per l’individuazione dell’elettorato passivo.

    In questo senso, infatti, si è pronunciato domenica il Ministro Alfano, ottenendo subito, ovviamente, quanto alla prima proposta, il plauso (con riserva, perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio…) dell’Unione delle Camere Penali sul tema, da sempre caro a quell’associazione, della separazione delle carriere.

    Abbiamo sempre sostenuto che la separazione delle carriere è un tema che deve essere affrontato in termini assolutamente laici, senza pregiudizi; di per sé, infatti, non se ne può escludere la capacità di evitare situazioni di commistione tra Giudice e PM certamente non commendevoli, ma altrettanto certamente non può essere l’architrave della riforma della Giustizia, come afferma l’Avv. Dominioni, Presidente dell’Unione delle Camere Penali e soprattutto non può non essere valutata nel concreto del sistema in cui dovrebbe essere inserita.

    Ormai, il Presidente del Consiglio non fa più mistero di voler procedere all’assoggettamento del Pubblico Ministero al potere esecutivo ed è di immediata comprensione che cosa ciò potrebbe significare nell’attuale situazione politica italiana; si tratterebbe dell’ennesima riforma ad personam e che finirebbe inevitabilmente per far perdere ai magistrati della Pubblica Accusa la loro autonomia e quella cultura della giurisdizione, che si dovrebbe, invece, rendere il più possibile condivisa con giudici e avvocati.

    Quanto, poi, alla posizione delle Camere Penali volta a sostenere l’inevitabilità della separazione delle carriere, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 111 Cost., che prevede la terzietà del Giudice nei processi, non si può non rilevare come la terzietà di cui parla la norma costituzionale sia riferita alla terzietà del Giudice nel singolo processo, alla mancanza della quale si provvede attraverso gli istituti dell’astensione e della ricusazione, ma non si riferisca certamente alla separazione e contrapposizione del Giudice rispetto al PM.

    Dunque, resta necessaria una dura opposizione ad una simile riforma.

    Francamente risibile, poi, appare l’altra misura ideata dal Ministro Alfano per ingabbiare la Magistratura, quella, cioè, di predisporre mediante sorteggio la lista dei candidati per l’elezione al CSM, operazione che forse sarebbe bene affidare a Lottomatica, ben più esperta nella materia di quanto non sia il Ministero della Giustizia.

    Per battere il correntismo, ritenuto il vero cancro della Magistratura, si ricorre al caso, sperando che sia propizio!

    A queste proposte di riforma si aggiungono, poi, in questo periodo le volgari accuse al Giudice Mesiano, che si sarebbe fatto scrivere da altri la sua sentenza sul caso Cir/Fininvest, quelle ai Giudici della Corte Costituzionale, accusati di sinistrismo e di preconcetta ostilità al Presidente del Consiglio, nonché le accuse gravissime al Capo dello Stato, presunto traditore di un impegno ad intervenire presso quei Giudici costituzionali per favorire la reiezione della questione di illegittimità costituzionale del Lodo Alfano; il Capo dello Stato ha categoricamente smentito l’esistenza di un simile accordo che, se esistente, costituirebbe un gravissimo attentato all’indipendenza della Corte Costituzionale.

    Insomma, i tentativi di trasformare l’Italia da repubblica a democrazia parlamentare e fondata sulla separazione dei poteri a repubblica presidenziale plebiscitaria, in senso stretto, sono in stadio molto avanzato e ad essi va data ferma risposta, richiamandoci ai principi su cui è fondata la nostra Carta Costituzionale.

    Torino, 13 ottobre 2009
    Avv. Roberto Lamacchia
    Presidente Associazione Nazionale Giuristi Democratici

    Lo scambio tra Stato e mafia.

    CODE DI ROS
    «La cattura di Riina e' «dovuta all'attivita' di una sezione del Ros col prezioso supporto dell'Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione è diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell'operazione». L'excusatio non petita è la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993, a poco più di dieci giorni dalla cattura del secolo, quella di Totò Riina. «Siccome non abbiamo la palla di vetro e non siamo supermen ci siamo collegati con l'Arma territoriale a Palermo per scremare tutte le informazioni che ci potevano essere utili. L'operazione poteva durare anche un anno». Peccato che la palla di vetro ci fosse, fornita su assist dei Ciancimino, come Massimo rivela qualche settimana fa.
    Un'abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un'udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell'operazione Riina. Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente “ripulito” dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c'era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.
    A questo punto, la Voce chiede all'avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiamo mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire? “Spontaneamente” Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l'esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo “nelle mani”, oppure “nella disponibilità”di Cosa nostra.
    Il quadro si fa chiaro. Riina è stato “venduto,  e in cambio, oltre ad una “pax” che può consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.
    Forse quella nuova classe dirigente alla quale fa piu' volte riferimento un altro dei pentiti chiave e mafioso di peso, Salvatore Cancemi, che ad esempio parla di Berlusconi e Dell'Utri come di «personaggi che una volta al potere ci avrebbero aiutato»?
    Torniamo ai protagonisti di quei giorni ancora avvolti nel mistero. Tra le pagine degli atti processuali (un'assoluzione “di condanna” per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell'aversano, sua terra d'origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese). Accusato di aver fornito ai cronisti l'ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l'ordine di riferire dove fosse il covo... si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati». Trattattive, patti, e che altro?
    Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni, un militare che è riuscito a far parlare poco di se'. Tranne che in un'occasione (pressocché oscurata dai media). Quando quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordinò le indagini per l'omicidio di Peppino Impastato. Ricorda lo storico ed esperto di mafia e camorra, Thomas Behan, autore di “Defiance” dedicato alla figura del giornalista ammazzato a Cinisi: «Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l'attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante. Il suicidio, perciò, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br». Peccato che una sentenza della Corte d'Appello di Palermo abbia in seguito accertato che il mandante dell'omicidio di Peppino era il boss Gaetano Badalamenti.
    Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio. E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista. Si fa le ossa all'ufficio stampa della Cisl, poi al Giornale di Sicilia, quindi all'ufficio stampa di Forza Italia della Regione. Oggi Danila e' la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
    di Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it