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Il Petrolio alla Casa Bianca.Gli Stati Uniti d'America sono una repubblica fondata sul petrolio. Cosicché, quando il petrolio parla, la nazione ascolta. Il Congresso si mette sull'attenti e la Casa Bianca batte i tacchi. D'altronde la politica costa e Big Oil paga bene. Dal '90 a oggi, tra parlamentari e candidati presidenziali, la lobby dell'oro nero ha sganciato 211 milioni di dollari molto iniquamente divisi tra democratici (un quarto) e repubblicani (tre quarti. Soldi spesi benissimo, però. Le ultime due finanziarie, nonostante un debito pubblico siderale, da 400 miliardi di dollari, hanno pensato di concedere esenzioni fiscali da 14 miliardi di dollari alle compagnie per incentivare nuove esplorazioni e trivellazioni. Un aiutino un po' fuori bersaglio dal momento che tra le 10 aziende più redditizie del mondo, secondo la classifica di Fortune, ben sei hanno a che fare col greggio,. La mozione minoritaria, che voleva revocare i sussidi e dirottarli sullo sviluppo di energie alternative, ha perso per un solo voto. Forse andrà meglio nella prossima legislatura, quando George W.Bush lascerà la Casa Bianca mettendo fine a una luna di mile lunga otto anni con l'industria cui non ha mai smesso di appartenere. Ma non è detto. "Siamo gente piuttosto reistente" ha garantito al "San Francisco Chronicle" David O'Reilly, numero uno della Chevron, "ci sappiamo adattare al mondo che cambia". Si riferiva all'ecosistema energetico. Di cui la politica di Washington è ormai parte integrante.
Certe Amministrazioni, tuttavia, sono più uguali di altre. E questa ha un tasso di idrocarburi nel sangue senza precedenti. Rapido ripasso delle biografie: George W.Bush, dirigente di Arbusto-Bush Exploratione dal '79 all'84 e consigliere d'amministrazione di Harken Oil dall'86 al '90. Dick Cheney, presidente di Halliburton dal '95 al 2000; Conoleeza Rice, dirigente di Chevron (che le ha intitolato una petroliera) dal '91 al 2000. Se avessero potuto schizzarlo a tavolino gli amministratori delegati delle Sette sorelle non avrebbero saputo inventarsi un "dream team" migliore. Con i texani al potere, padre e figlio, la geologia diventa più che mai geopolitica. E se nella campagna elettorale del '92 Bush senior prende oltre il quadruplo dei finanziamenti petroliferi che vanno a Clinton, non è ancora niente rispetto alla perfomance del figlio. Contro Al Gore nel 2000 W. riceve quasi 14 volte più del concorrente. Uno scarto eclatante che rompe con quel Cencelli minimo che negli Stati Uniti pur vige. D'altronde il democratico dà già preoccupanti segni di ambientalismo mentre il repubblicano, quando ancora non aveva risolto i problemi giovanili con l'acol, già cavalcava tra i pozzi con i suoi stivaloni. Una scelta obbligata.
Con un "avanti rapido" che ci porta sino a oggi, la "top ten" dei beneficiari rispetta le tradizioni, per quello hce riguarda i finanziamenti alla luce del sole fatti dai petrolieri a titolo personale (alle compagnie è proibito). Primo il candidato ritirato Rudolph Giuliani (622 mila dollari), poi Mitt Romney (268 mila), quarta Hillary Clinton (375 mila) e decimo Barack Obama (132 mila), considerato troppo vicino agli interessi del carbone nell'Illinois. E il terzo posto, però, il più intrigante.
Prima della potentissima senatrice di New York figura infatti John Cornyn, repubblicano del Texas. Che si è distinto esclusivamente per i suoi vot"contro": il divieto di trivellare l'Artico; la riduzione del 40 per cento del consumo di greggio; la rimozione dei sussidi statali alle compagnie petrolifere. Uno, per dire, che in una scala in centesimi ha fatto segnare zero sulla pagellina ecologica della League of Conservation Voters (http://www.lcv.org/). Un primato negativo che condivide col titolare della settimacasella, Pete Domenici, repubblicano del New Mexico, nominato per soprammercato "peggiore del Senato 2006" sulle facende ambientali dai Republicans for Environmental Protection (http://www.rep.org/). Sfuma, isnomma, l'illusione che il voto di scambio sia specialità italiana.
Quando non comprano direttamente gli eletti le "supermajiors", come vengono chiamati i colossi del greggio, cercano di intortarsi gli elettori. Passando per gli "opinion makers". La proposta indecente di Kenneth Green - mai cognome fu meno appropriato- è di un anno fa esatto. Il ricercatore dell'American Enterprise Institute, un "think tank" conservatore che campa grazie ai fondi di ExxonMobil (1,6 milioni di dollari) e che ha nelle sue file ben 20 studiosi consulenti dell'Amministrazione, aveva spedito una lettera a innumerevoli scineziati offrendo loro 10 mila dollari per scrivere articoli che "valorizzassero i limit del rapporto ONU sul clima". Spiega al "Guardian" Ben Stewart, portavoce di Greenpeace britannica. "L'Aei è ben più di un pensatoio, funziona come la Cosa nostra intellettuale dell'Amministrazione Bush".
Nel maggio 2006 sul fronte dei negoziati a contratto si era già distinto il Competitive Enterprise Institute. "Diossido di carbonio. Loro lo chiamano inquinamento, noi vita" recitava il suo controverso spot. Peccato che sulla sua buona fede pesasse la zavoraa di 1,6 milioni di dollari della sempre prodiga Exxon.
Se Bush, Cheney e gli altri sono totalmente ciechi quando si tratta di vedere i legami ovvi tra abuso di petrolio ed emissioni nocive, anche i candidati democratici si guardano bene dal mettere il tema al centro della loro piattaforma elettorale. "Obamda però ha criticato espressamente la Exxon un paio di volte in un suo discorso" dice da Washington Massie Ritsch, del Center for Responsive POlitics (http://www.crp.org/) che monitora a chi vanno i soldi delle lobby "e ha promesso che rivedrà il sistema pubblico che gli assicura questi profitti record". Basta non essere a busta paga per capire l'oscenità dei sussidi federali. Le compagnie dovrebbero versare una percentuale allo Stato per trivellare il fondo dell'oceano, demaniale, ma il Congresso li ha esentati. "Un danno ai contribuenti di svariate decine di miliardi di dollari" ha denunciato l'associazine Taxpayers for Common Sense (http://www.taxpayer.net/). Jeremy Rifkin, guru dell'economia all'idrogeno, col "Venerdì" si mette i guantoni: "Questi sussidi sono oltraggiosi e vanno eliminati. E la prima cosa che la prossima Amministrazione dovrà fare, investendo quel denaro sulle energie rinnovabili". Ce l'ha con l'ingordigia e la miopia delle "Big Oil" ma non con tutte allo stesso modo: "Mentre l'American Exxon dimostra di essere un dinosauro che addirittura nega il legame con il riscaldamenteo del Pianeta, le Europee Bp e Shell si mostrano più illuminate e hanno aperto divisioni per fonti elternative". Tra gli esperti del settore l'ttimismo resta però moneta rara. "Forse riusciranno ad abrogare qualche sussidio e impedire nuove trivellazioni sconsiderate. Niente di più" prevede al telefono da SAnta Monica Judy Dugan, specialista della Foundation for Taxpayer and Consumer Rights (http://www.consumerwatchdog.org/). Uno scandalo non meno grande, per lei, è l'abnorme costo pubblico che deriva dalla "difesa militare dei pozzi iracheni".
E il capitolo più torbido e incenstuoso. E uno dei più aperti. L'Iraq, con 113 miliardi di barili, ha le terze riserve del mondo. Con la riduzione dei sabotaggi la produzione a novembre è già cresciuta a 2,4 milioni di barili al giorno. "Potrebbe arrivare a 6-8 milioni con un clima politico-economico propizio" scommette uno studio del Centre for Global Energy Studies (http://www.cges.co.uk/) di Londra. Raffreddando l'apparentemente inarrestabile aumento dei prezzi. "La Casa Bianca lo sa così bene" ci racconta Linda Mc Quaig, autrice di "It's the crude, dude" sulla greggiocentrica politica estera USA "che a maggio scorso Cheney è andato personalmente a Bagdad per cercare di sbloccare l'attesissima legge nazionale di Spartizione del Petrolio". Il piano del pur "bipartisan" Iraq Study Group da una parte raccomanda che quella ricchezza (il 70 per cento del Pil) resti al Paese, dall'altra caldeggia l'assistenza tecnica americana per favorire investimenti stranieri. "Sarà uno dei più grandi furti di tutti i tempi" ha commentato il democratico Dennis Kucinich, la cui candidatura presidenziale non è stata affatto aiutata da tanto candore.
Dl'altronde sono state desecretate le mappe dei pozzi iracheni su cui studiava la "task force" Cheney già all'indomani dell'11 settembre. "Saddam faceva accordi con tutti, Russia, Cina, Italia...tranne che con gli USA" nota McQuaig. E né Bush né Big Oil lo potevano sopportare.
Scrive, fuori tempo massimo l'ex governatore della banca centrale Alan Greenspan nelle sue memorie: "Laguerra è stata fatta largamente per il petrolio". Ad agosto 419 intellettuali iracheni hanno firmato im documento molto preoccupato che la futura "oil law" svenda le loro risorse. Intanto gli amici degli amici si portano avanti. Ray Hunt, della Hunt Oil, ha appena siglato un accordo con i curdi per trivellare la regione di Dahuk. "Illegale" ha tuonato il ministro dell'energia di Bagdad. Imbarazzando i negoziati con sunniti e sciit. La Casa Bianca interviene? Macché. E lo stesso Hunt che ha dato 35 milioni di dollare per costruire la biblioteca presidenziale in onore di George W. nella Southern Methodist University di Dallas dove ha studiato la first lady Laura. Se mai il presidente lo chiamerà, sarà solo per invitarlo a cena.
Di Riccardo Stagliano da "Il Venerdì".
Per saperne di più:
I rischi del super-parassita OGMRoma, Italia — Uno studio - pubblicato su Nature Biotechnology - dimostra che un parassita del cotone, il lepidottero Helicoverpa Zea, ha sviluppato la resistenza alle piante che sono state geneticamente modificate per uccidere gli insetti della sua specie. Nelle piantagioni di cotone Ogm in Mississippi e Arkansas ora gli agricoltori sono costretti a fare maggior ricorso agli antiparassitari. Un pericolo che Greenpeace aveva denunciato in un rapporto del 2004. Le piante Ogm che dovrebbero risultare resistenti agli insetti contengono di solito una versione sintetica della tossina Bt presente in natura. La costante esposizione alle tossine Bt, prodotte dalle piante Ogm, rende i parassiti resistenti ai loro effetti, favorendo la sopravvivenza di insetti nocivi che dimostrano immunità genetica al Bt. Col passare del tempo, tutto ciò può portare alla proliferazione di individui resistenti fino al punto in cui il Bt non servirà più contro la maggior parte degli insetti nocivi. Nella sua forma naturale, il Bt è stato utilizzato fin dagli anni '50, nell'agricoltura biologica e sostenibile per eliminare insetti nocivi, senza danneggiare insetti non-target o altre forme di vita. Al contrario le tossine Bt prodotte da colture resistenti agli insetti - fra cui il mais Ogm della Monsanto - hanno dimostrato di essere molto nocive per altri utili insetti predatori. La stessa sorte potrebbe toccare presto anche ad altre colture. Proprio a causa dei rischi di diversa natura legati a questi organismi il governo francese ha deciso di vietare la coltivazione del mais transgenico della Monsanto MON810. Tratto da: www.greenpeace.it
Io, bambino killer di Pol Pot, ho più paura ora che in guerraNord della Cambogia, metà anni Settanta.
La fame è lo strumento con cui il regime comunista di Pol Pot rende inerte la popolazione. Un bambino vede l'abbondante mangime in una porcilaia. S'intrufola tra i maiali e riesce a ingollare del pane raffermo. La mattina seguente, un soldato grida: «E questa montagna di merda di chi é?" Nessuno risponde. "Ammutolimmo. Chath alzò la testa, mi guardò e poi disse soltanto: "É mia." Lo portarono via e non lo rividi mai più. Giorni dopo seppi che lo avevano ucciso dopo avergli fatto mangiare le sue feci, considerate "troppo abbondanti"». A raccontare in Non calpestate le farfalle (libro-testimonanza di Aki Ra, raccolto da Anais Ginori) è un ragazzo che probabilmente oggi ha trentaquattro anni. Non c'è certezza sulla sua nascita, come per molto tempo non ce n'è stata sul suo nome. Orfano prima che potesse anche mormorare ma e pak (i genitori furono entrambi uccisi nei killing fields), il ragazzo viene allevato dall'Angkar, il Partito comunista di Pol Pot. Se i vecchi del villaggio l'avevano chiamato Lo (pesante), i khmer rossi lo chiamano Yeak (gigante), preparandolo a essere Klea, «più forte della tigre», quando a otto anni sarebbe diventato un ragazzo guerriero. di Matteo Nucci per il "Venerdì di Repubblica"
«Un piccolo khmer rosso come me non aveva sensi di colpa o dubbi» dice. Klea è una spia straordinaria, impara a usare le armi, a innescare mine. Soprattutto, a non avere pietà.» Intanto, dopo meno di quattro anni, il regime di Pol Pot cade e i vietnamiti occupano la regione. Klea viene catturato e passa dalla loro parte. Ha 10 anni, diventa Teo, «bambino furbo», per la sua abilità nell'uso delle mine. «Non mangia, non dorme, non si ammala. La mina è il soldato migliore». La brava spia ora aiuta a catturare i suoi ex compagni. «La mia vita non era cambiata poi molto. Eseguivo gli ordini, come sempre». Passano otto anni e Teo può conoscere addirittura la pace. Nella sua terza divisa, quella dell'esercito cambogiano, diventa Tamon, il «cacciatore». Ma la svolta è dietro l'angolo. Con le Nazioni Unite, la conoscenza delle mine gli permette di avere un lavoro. Cinque dollari per ogni mina disinnescata. «Imparavo a fare del bene e mi piaceva» É il 1993, le prime elezioni libere. Il ragazzo fa la guida turistica, colleziona armi e ha l'idea che gli cambia definitivamente la vita: un museo che testimoni la lunga guerra passata. Mortai, pistole, maschere antigas, lanciarazzi, soprattutto mine. Per mantenere viva la memoria. E l'attenzione sul presente: nel '96 in Cambogia muoiono dodici persone al giorno saltando su una mina e innumerevoli sono i feriti. Eppure la nuova battaglia è la più difficile. Aki Ra, eroe coraggioso dei manga giapponesi, è il suo ultimo nome, ma il coraggio serve a poco contro i nuovi nemici. La parte finale della lunga confessione è paradossalmente la più scioccante. Non ci sono decapitazioni né torture né delazioni. C'è il trionfo di un capitalismo selvaggio che distrugge ogni cosa. «Ho più paura adesso che durante la guerra» dice Aki Ra. Che si sposa, ha due figli e allarga la propria famiglia a 16 ragazzini mutilati dalle mine. E non si ferma davanti a nulla. Se non per guardare i bordelli che aprono ovunque, l'Aids che uccide ed emargina, i bar dove un caffé costa quanto uno stipendio, le rovine di Angkor Wat, ormai proprietà dei turisti. Probabilmente molte persone che hanno letto questo articolo non hanno conoscenza di quanto accaduto in Cambogia negli anni '70 con la cacciata del legittimo sovrano Sihanouk che durante la guerra nel Vietnam aveva assunto una ambigua neutralità, faceva passare il confine ai militari del Vietnam del Nord e consentiva agli americani di bombardarli, ma che gli consentiva di non contrariare nessuno e rimanere fuori dalla guerra. Successivamente gli americani appoggiarano la defenestrazione del sovrano ad opera di Lon Nol per arginare l'avanzata del comunismo, col risultato di far cadere il Paese in una lunga guerra, prima combattuta dagli statunitensi in modo illegittimo sul territorio cambogiano, era definita la guerra privata di Nixon, con i suoi aerei B52 poi, quando il parlamento statunitense bloccò i bombardamenti, 15 agosto 1973, fu guerra civile tra i Khmer Rossi, i "comunisti" che all'inizio del conflitto erano poco più di 2/3000, controllati e innocui, mentre nel 1973 erano saliti a 70.000, armati e pericolosi e il regime di Lon Nol. I Khmer Rossi con a capo Pol Pot si instaurarono in Cambogia nel 1975, fu uno dei regimi più sanguinari che il mondo abbia conosciuto. Ma senza il contributo così astuto e strategicamente perfetto degli occidentali non sarebbe mai riuscito nell'impresa di conquistare il potere. Si sfiora il ridicolo dal 1979 al 1991, quando i vietnamiti invadono il paese e instaurano un nuovo governo, l'occidente ritiene legittimo il regime sanguinario (morirono circa un milione e mezzo di persone grazie a Pol Pot) appena destituito e non riconoscono il nuovo che è filo vietnamita. "Nel 1987-1989 il Vietnam abbandonò il paese, si decisero delle libere elezioni (1990) sotto la supervisione dell'ONU e nel 1991 si stilò un trattato di pace che in seguito non fu rispettato. Le elezioni per l'Assemblea Costituente si tennero nel 1993 e furono boicottate dai Khmer Rossi; ciò portò alla vittoria dei monarchici del FUNCIPEC (Fronte unito nazionale per una Cambogia indipendente, neutrale, pacifica e cooperativa) guidato da Sihanouk e seguito dai neocomunisti filo-vietnamiti del Partito del Popolo Cambogiano (PPC). L'assemblea richiamò Sihanouk, ripristinando la monarchia. Il governo fu affidato al figlio del re, Norodom Ranarridh e Hun Sen . Nel 1994 i Khmer Rossi vennero messi fuori legge dopo che avevano ripreso le azioni di guerriglia e, negli anni seguenti, si iniziarono ad avere fortissime tensioni tra i due premier che portarono all'estromissione di Ranarridh che fu costretto ad andare all'estero nel 1997. Nel 1998, dopo la vittoria del PPC nelle elezioni legislative, vide la luce un governo di unità nazionale guidato da Hun Sen, con Ranarridh presidente dell'assemblea nazionale. I Khmer Rossi indeboliti progressivamente condannavano a morte Pol Pot (si è incerti sulle cause della sua morte – aprile 1998) e deponevano le armi. Nel 1999 la Cambogia aderì all'ASEAN e nel 2001 venne accolta la proposta dell'ONU di istituire un tribunale internazionale per giudicare i crimini commessi dai Khmer Rossi. Nel 2002 le prime elezioni amministrative fecero registrare la vittoria del PPC in gran parte delle province del martoriato paese. Nel febbraio del 2002, dopo cinque anni di trattative tra l'ONU e il governo cambogiano, fallì il tentativo di istituire un tribunale, formato da pubblici ministeri internazionali e cambogiani, contro i crimini di guerra compiuti dai Khmer rossi. Tra i motivi del fallimento dobbiamo ricordare l'appartenenza di molti degli attuali comandanti e uomini politici del regime agli ex militari di Pol Pot. Sono pochi i Khmer rossi attualmente in stato di arresto ed è assai improbabile che Ieng Sary, ex ministro degli esteri e cognato di Pol Pot, venga processato, in quanto un'azione del genere potrebbe minare quel clima di stabilità che il paese ha appena conquistato. Inoltre molte voci a livello internazionale dicono che il processo contro Ta Mok (detto il macellaio) e Kang Kech Iev, comandante della famigerata prigione di Tuol Sleng, sia una messa in scena. Al vertice di Cancun, nel settembre 2003, Cambogia e Nepal sono entrate a far parte del WTO: per la prima volta l'organizzazione del commercio mondiale autorizza due nazioni in via di sviluppo a farne parte. Le condizioni per l'ingresso sono tuttavia pesantissime: tagli delle tariffe doganali, apertura totale del loro mercato interno, rinuncia immediata all'utilizzo dei farmaci generici prodotti nel paese." Si è passati da una guerra che nessuno voleva alla leva (clava) economica. Credo che molti possano fare tranquillamente dei paralleli con quanto accade da qualche anno a questa parte in altre regioni del mondo, riconoscendo un filo sottile che collega questi fatti. Chi avesse la curiosità di avere una visione di quel momento e di cosa sia accaduto in modo più specifico, potrà leggere l'ultimo libro postumo di Tiziano Terzani che parla di questa vicenda attraverso i suoi articoli pubblicati dai giornali in quel periodo.
Il popolo Waorani (Huaorani)Protagonista del conflitto petrolifero dell'Amazzonia Ecuadoriana
Queste sono le foto, che ritraggono il popolo Waorani in azioni di caccia, le mappe satellitari del Parque Yasunì. Tratte da http://www.saveamericasforests.org/Yasuni/ ________________________________________________________________________________________________
Sviluppo nella foresta? Le popolazioni indigene stanno ingaggiando una dura battaglia nell'intento di impedire che la globalizzazione economica distrugga la loro cultura e occupi i loro territori. Gli idrocarburi e il legno dei loro boschi sono necessari per il proseguimento della crescita economica nei paesi del nord, a migliaia di chilometri di distanza dalle loro comunità. Una crescita che, tra l'altro, non esclude lo spreco e il consumismo smisurato. Inoltre, lo sfruttamento di queste risorse trasforma la vita della foresta in desolazione. La biodiversità scompare e le popolazioni perdono i loro mezzi di sussistenza. Milioni di ettari si trasformano in questo modo in cimiteri dello sviluppo. Il bacino amazzonico è l'esempio estremo di questa situazione. Per le popolazioni indigene la foresta è un luogo sacro perché conserva la loro storia, lo spirito dei loro antenati e migliaia di forme di vita. Per tale ragione desiderano che i loro figli ereditino la responsabilità di preservarla. Lo stesso obiettivo si pone il popolo waorani dell'Amazzonia ecuadoriana che da decenni lotta per sopravvivere alla presenza delle compagnie petrolifere. Cultura e biodiversità nel Parco Nazionale Yasuní (PNY) Il popolo waorani comprende 2500 persone, organizzate in 38 comunità che vivono nelle province di Orellana, Napo e Pastaia, nella regione amazzonica situata tra i fiumi Napo e Curaray, di cui fa parte anche il Parco Nazionale Yasuní (1). Dividono il territorio con i popoli Tagaeri e Taromenane, di cui sopravvivono appena 400 persone che hanno deciso di evitare il contatto con altri gruppi umani. I waorani sono tradizionalmente un popolo di guerrieri. Sono sopravvissuti con la caccia, la pesca, i raccolti e l'agricoltura itinerante (2). Sono entrati in contatto con il resto del mondo tardivamente e, per tale ragione, sono chiamati “Aucas”, che in lingua quechua significa “persona della foresta” (3). Il loro metodo di sussistenza, di organizzazione sociale e la loro visione del mondo sono considerati un modello sorprendente di adattamento all'ambiente amazzonico. L'antico territorio comprendeva circa 2 milioni di ettari. Nel 1979, la creazione del Parco Nazionale Yasuní ne inglobò 982 mila. In seguito, negli anni Novanta, lo stato dell'Ecuador riconobbe legalmente come territorio waorani 716 mila ettari di quel terreno. Allo stesso modo, un'area della stessa estensione fu dichiarata Zona Intangibile dei popoli Tagaeri e Taromenani. Nel 1989, l'UNESCO dichiarò il PNY Riserva della Biosfera. Al di fuori dell'area di protezione vivono anche un centinaio di comunità quechua, riunite dal 1975 nella Federazione Unione dei Nativi dell'Amazzonia Ecuadoriana. Il PNY si estende tra i fiumi Yasuní, Conocaco, Nushino e Tiputini. E' un bosco umido tropicale con un terreno tra i 300 e i 600 metri sul livello del mare. E' l'area protetta con la maggior estensione di tutta l'Amazzonia ed è considerata una delle maggiori riserve di biodiversità genetica del pianeta. Secondo Acción Ecológica, il PNY ospita un totale di 2200 specie di alberi e arbusti, il maggior numero per ettaro del mondo. Inoltre, uno studio della compagnia petrolifera Petrobras ha riscontrato in un'area di solo 0,25 ettari ben 95 specie vegetali (4). Sono state registrate 90 specie di rane e rospi, cifra uguale al totale delle specie dell'America del Nord e il doppio di quelle dell'Europa (5). Si stima inoltre la presenza di 567 specie di uccelli, tra cui l'aquila arpia, un simbolo per i waorani per la sua abilità nella caccia. Le specie di mammiferi sono approssimativamente 173, se si includono i giaguari. Inoltre si sono registrate 83 varietà di serpenti, la più grande diversità dell'America del Sud. Le numerose lagune e i tanti pantani servono da rifugio per le 385 specie di pesci. Nella maggior parte dei casi si tratta di popolazioni endemiche, sopravvissute al Pleistocene. Pertanto, la fragilità ecologica del PNY è estrema. Entrano le industrie petrolifere Il petrolio è il principale prodotto di esportazione dell'Ecuador, una delle sue maggiori fonti di finanziamento e di conseguimento di valute per il pagamento del debito estero. La produzione è aumentata costantemente dai 300 mila b/d del 1992 ai 500 mila b/d del 2004. Sono stati dati in concessione alle industrie petrolifere cinque milioni di ettari di terreno in tutto il paese. L'obiettivo della politica petrolifera nazionale è quello di aprire nuove zone di esplorazione e sfruttamento, incluse le zone protette e i territori indigeni. (6) L'attività petrolifera ha avuto forti impatti ambientali nella regione amazzonica ecuadoriana. Anche la vita degli abitanti è stata danneggiata in modo significativo. Ad esempio, il popolo kichwa di Sarayacu deve sopportare la presenza della Compagnia Generale dei Combustibili (CGB), a cui è stata data in concessione un'area di 135 mila ettari del loro territorio da poter sfruttare. Nella regione del lago Agrio , dove la compagnia Chevron-Texaco ha operato tra il 1964 e il 1992, si assiste a un deterioramento ambientale, per la contaminazione del terreno e delle acque in cui si riscontrano residui tossici. Tutto ciò ha colpito 5 comunità indigene per un totale di circa 30 mila persone. Al momento, questa impresa sta affrontando in Ecuador una causa senza precedenti per i danni sopracitati e si stima che i costi per ripulire la zona possano ammontare a seimila milioni di dollari. (7) Dalla fine degli anni Cinquanta, le aziende petrolifere sono iniziate a comparire anche nel territorio waorani. In seguito, sono state fatte concessioni irriguardose sia nella Zona Intangibile che nella Riserva della Biosfera del PNY. Si calcola che il 60% di quest'ultima sia stato consegnato alle compagnie in blocchi di 200 mila ettari. Agli inizi degli anni Novanta, l'azienda statunitense Maxus ha costruito in quella zona una strada di 180 km. Allo stato attuale, le aziende che operano nei territori waorani e nel PNY includono, tra le altre, Respol-YPF, Petroecuador, Agip-Eni Oil, Petrobell, Petrobras, la Occidental e Vintage. Nell'agosto del 2004 il Ministero dell'ambiente ha concesso alla Petrobras la licenza ambientale per iniziare i lavori nel Blocco 31 che le era stato dato in concessione. Il progetto riguarda la costruzione di 14 pozzi di produzione, un impianto di reflui, una strada di 37 km e uno molo sulla riva del fiume Napo. Di conseguenza, verrebbero colpiti circa 100 mila ettari della Riserva della Biosfera del PNY. Petrobras ha iniziato i lavori nel 2005. Effetti sulla popolazione L'incontro del popolo waorani con il resto del mondo è stato, di fatto, segnato profondamente dalla presenza delle compagnie petrolifere. Questo legame ha comportato, nel corso dei decenni, una trasformazione dell'ambiente e del modo di vivere della comunità. Sono comparse nuove malattie come l'epatite B e C portando gravi conseguenze, sifilide, alcolismo, infezioni della pelle nei bambini e varie tipologie di cancro soprattutto tra le donne. Uno studio condotto da Acción Ecológica ha dimostrato, infatti, che il cancro è responsabile del 32% delle morti nelle zone petrolifere dell'Amazzonia ecuadoriana, un dato superiore alla media nazionale che è del 12%.(8) Per favorire i propri interessi, d'altra parte, le compagnie favoriscono divisioni e scontri tra le diverse comunità. Per ridurre ogni forma di resistenza da parte di queste ultime, sferrano un attacco diretto ai valori della vita comunitaria, ingannando, corrompendo, confondendo e screditando i leader delle organizzazioni. Come evidenziato dagli osservatori internazionali, le compagnie petrolifere come EnCana e Repsol-YPF sono riuscite a creare una relazione di controllo, dominazione e dipendenza con le comunità waorani, violando i loro diritti in quanto popolo indigeno.(9) Per facilitare le operazioni, le compagnie incoraggiano la firma di discutibili accordi e patti con i leader delle comunità. Maxus, ad esempio, è riuscita ad ottenere la firma di un accordo ventennale con i waorani, in lingua inglese e alla presenza, a Quito, dell'incaricato per il Commercio dell'Ambasciata degli Stati Uniti. Nel 1993, Repsol-YPF ha partecipato ad un “patto di amicizia ”, impegnandosi a versare 600 mila dollari l'anno alla Organizzazione delle Nazioni Huaorani dell'Amazzonia Ecuadoriana (ONHAE) per sostenere progetti legati allo sviluppo. Le imprese si affidano, solitamente, a consulenti che portano a termine i negoziati. È il caso della Entrix, consulente statunitense che è intervenuto nell'accordo firmato tra la ONHAE e Petrobras. Grazie a questo accordo, l'impresa brasiliana si è impegnata a versare alle comunità200 mila dollari l'anno per un periodo di 5 anni, oltre a garantire le condizioni di sicurezza in caso di incidenti petroliferi.(10) La maggior parte del popolo waorani, tuttavia, ha manifestato la propria opposizione a questo genere di accordi, denunciando che sono stati stipulati senza tener conto del consenso comunitario. Ritengono che il denaro generi un sistema di dipendenza che minaccia il loro tradizionale modo di vivere. Assicurano che le compagnie sono arrivate ad offrire razioni alimentari, al fine di compensare l'impatto negativo che le loro attività hanno avuto su caccia e pesca. Inoltre affermano che le imprese si mostrano molto generose quando si verificano incidenti e versamenti di petrolio greggio.
Il conflitto
Secondo Acción Ecológica, le attività previste da Petrobras nel PNY mancano di un piano effettivo di sicurezza e protezione ambientale.(11) I percorsi dell'oleodotto e della strada tagliano il bosco, otto attraversamenti di fiume e 110 paludi. Non è stato calcolato che impatto avranno i lavoratori sull'ecosistema né è stata prevista la pulizia dei rifiuti inquinanti e tossici.(12) Nel 2004, scienziati di tutto il mondo hanno lanciato l'allarme sugli effetti derivanti dalla costruzione della strada di Petrobras nel PNY. Hanno inviato un comunicato all'allora presidente dell'Ecuador Lucio Gutiérrez, al presidente del Brasile Lula da Silva e alla Petrobras. La strada è una reale minaccia per la biodiversità e per gli abitanti del PNY. Nel settembre dello stesso anno, il popolo waorani ha celebrato l'VIII Congresso nella comunità di Toñampari. I 400 delegati che hanno presieduto in rappresentanza delle 38 comunità hanno deciso di opporsi all'apertura di nuovi pozzi nel PNY. Sono stati concordi nel rispettare gli accordi previamente firmati dalla precedente dirigenza dell'ONHAE con le imprese petrolifere, ancorché avessero scelto un nuovo direttivo che si è compromesso a consultare le comunità prima di ogni decisione. Petrobras, comunque, non ha adempiuto al finanziamento dei progetti come stabilito.(13) Ha provato, inoltre, a stipulare accordi separati con alcune comunità, senza la previa approvazione dell'ONHAE. Così il 1° luglio 2005, il popolo waorani ha annunciato la rottura degli accordi con Petrobras. La decisione è stata presa anche a causa dell'inizio, nel mese di maggio, dei lavori per la realizzazione della strada nel PNY da parte dell'impresa brasiliana, ignorando tutti gli avvertimenti. Il 5 luglio, la Confederazione Nazionale Indigena dellEcuador (CONAIE) ha chiesto al governo, retto da Alfredo Palacio, la rescissione dei contratti a tutte le imprese che stavano violando i diritti ambientali e quelli delle popolazioni indigene. La CONAIE ha denunciato a sua volta Petrobras, Repsol-YPF e la Occidental per l'atteggiamento prepotente nei confronti delle comunità. Per dar rilievo alla sua protesta contro gli abusi di Petrobras e manifestare pubblicamente la sua posizione sul conflitto petrolifero in Amazzonia, la ONHAE a sua volta, ha organizzato una manifestazione a Quito, il 12 luglio.(15) Due giorni prima sono arrivati dalla selva 120 indigeni waorani. La protesta è stata appoggiata dalla CONAIE, dalla Commissione d'Affari Indigeni del Congresso, da Acción Ecológica e da altre organizzazioni nazionali e internazionali. Ricevuti dal Congresso, hanno consegnato una lettera in cui si esige la sospensione per un periodo di 10 anni delle attività petrolifere nel PNY. Hanno chiesto, inoltre, al presidente Lula da Silva il ritiro della Petrobras dal loro territorio. La posizione delle donne Durante il conflitto con le imprese petrolifere, le donne waorani hanno svolto un ruolo decisivo. Hanno rifiutato gli accordi sottoscritti con le compagnie, partendo dalla convinzione che il denaro trasforma la vita comunitaria del loro popolo. Hanno manifestato, soprattutto, una chiara consapevolezza delle conseguenze della distruzione del PNY.(17) Hanno dimostrato di essere disposte, inoltre, a impedire che i propri figli si convertano in manodopera a buon mercato per le imprese. Sembra che la rottura dell'accordo con la Petrobras abbia risposto in gran parte alla pressione esercitata proprio dalle donne waorani. La manifestazione svoltasi a Quito nel mese di luglio ha registrato una massiccia presenza di donne, le quali hanno avuto una partecipazione attiva anche all'VIII congresso del 2004. Il loro rifiuto alle compagnie petrolifere significa, senza dubbio, difendere la vita e la cultura del popolo waorani. La posizione delle donne waorani è stata chiaramente espressa nei fori nazionali ed internazionali da Alicia Cahuiya, Presidente della Associazione delle Donne Waorani della Amazzonia Ecuadoriana (AMWAE)(18) Presente alla IV Sessione del Foro Permanente per gli Affari Indigeni, tenutasi nel mese di maggio 2005 a New York, ha sollecitato il governo ecuadoriano a rescindere i contratti petroliferi, come misura di protezione dei diritti dei popoli indigeni. Ha chiesto inoltre la visita del Relatore Speciale per i Diritti Indigeni al territorio waorani, ed ha insistito nell'esigere una moratoria di 10 anni per le attività petrolifere nel PNY. Petrobras nei guai Dopo il rovesciamento di Lucio Gutiérrez come conseguenza della mobilitazione popolare dell'aprile 2005, il governo di Alfredo Palacio è stato costretto a considerare la posizione dei popoli indigeni sul tema del petrolio. Nel giugno 2005, l'Ispettorato delle finanze ha dato inizio ad una inchiesta in merito alla licenza ambientale rilasciata alla Petrobras l'anno precedente per operare nel PNY. Il mese successivo, dopo la marcia degli indigeni waorani su Quito, il governo si è impegnato a modificare gli accordi che riguardavano il loro territorio. Il Ministero dell'ambiente, a luglio ha deciso infine di sospendere temporaneamente le attività d Petrobras nel PNY, inclusa la costruzione della strada e di un ponte sul fiume Tiputini. Si è discusso dell'esistenza di possibili irregolarità nel processo di concessione della corrispondente licenza, e dell'inadempimento di diverse specifiche tecniche(19). Si tratta di capire se Petrobras ha evitato di prendere in considerazione delle alternative che potessero minimizzare l'impatto ambientale del suo progetto. Il governo ha dichiarato che le relazioni tecniche decideranno in merito di fatto se sospendere definitivamente la licenza all'impresa. La reazione di Petrobras e del governo brasiliano è stata immediata. La compagnia petrolifera ha presentato una richiesta di rigetto al Ministero dell'Ambiente, nel momento stesso in cui ha avanzato ricorso di amparo presso i tribunali ecuadoriani(20). Il governo brasiliano, da parte sua, ha esercitato una qualche pressione attraverso la sua ambasciata di Quito. Inoltre, il presidente Lula da Silva ha inviato una missiva al presidente Palacio, manifestando la sua preoccupazione per le decisioni che riguardano gli investimenti di Petrobras, stimati in 150 milioni di dollari. La posizione del governo brasiliano, senza dubbio, ha provocato diverse reazioni nel paese. La Rete Brasiliana per la Giustizia Ambientale (RBJA)(21) e altre organizzazioni sociali in un documento pubblico, hanno espresso il proprio consenso con le decisioni del governo dell'Ecuador. La RBJA, inoltre, è stata una delle organizzazioni internazionali che nel 2004 hanno visitato l'Amazzonia ecuadoriana, dando risposta alle denunce sulle possibili violazioni dei diritti umani da parte delle compagnie petrolifere. Nella difficile lotta del popolo waorani in nome della propria cultura e del proprio territorio è senza dubbio indispensabile l'appoggio della società ecuadoriana e della comunità internazionale. La sua resistenza è un contributo inestimabile allo sforzo che prima o poi l'umanità intera dovrà intraprendere se vuole continuare ad abitare il pianeta. Note:
1- www.waorani.com Per Selvas.org Mailer Mattié
La storia non è finita: Per saperne di più: http://www.globalproject.info/art-14851.html http://www.fotogiulianelli.it/ecuador/huaorani/huaorani.htm http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=16&idart=10078 http://www.giannimina-latinoamerica.it/visualizzaNotizia.php?idnotizia=115 I diamanti della Sierra LeoneUn esercito di bambini soldato, da un lato, un popolo di mutilati dall’altro. Un toccante reportage dell’africanista Raffaele Masto dipinge la realtà di uno dei paesi più poveri al mondo: la Sierra Leone, dilaniato da anni di guerra civile. Tutto per una manciata di diamanti.
…in un intricato gioco di prestigio che fa sparire diamanti in Sierra Leone e fa comparire mandarini in Liberia, passando per una fabbrica di armi e per i servizi segreti Usa. Paolo Fusi ricostruisce le rotte del mercato clandestino di diamanti, le triangolazioni bancarie e lo scambio di pietre con armi, il riciclo di soldi sporchi attraverso gli aiuti umanitari… di Raffaele Masto e Paolo Fusi su Valori Etici di febbraio 2008 Le contraddizioni e le potenzialità di un paese fra i più poveri del mondo La grande crisi della Sierra Leone inizia nel ‘79 con la penuria alimentare e l’ingigantirsi della corruzione governativa. Lo stato, modellato su una incomprensibile mescolanza di schemi occidentali e di diritto tribale dei Paramount Chiefs (anziani della tribù), è in mano ad una ristretta burocrazia corrotta che fa affari con lo spregiudicato gruppo degli immigrati libanesi. I mercanti mediorientali, che hanno in mano tutto l’export, sono presenti nel paese dagli inizi del secolo, quasi in contemporanea con la scoperta dei ricchi giacimenti di diamanti. Durante gli anni settanta l 'élite commerciale libanese si è ingrossata con nuovi arrivi dalla madrepatria, teatro di guerra civile, estendendo il suo particolare "dinamismo commerciale " a tutta l 'economia sierraleonese.
Dalla guerra civile del maggio-luglio 2000 escono sicuramente sconfitti tutti, tutti coloro che hanno creduto in una minima speranza di pace e coloro che confidavano nella panacea rappresentata dall 'intervento militare internazionale. L’azione internazionale più utile è stata un’altra: la pressione dell’opinione pubblica sull’oligopolio dei diamanti e la stesura del cosiddetto “processo Kimberley” sulla certificazione di provenienza dei diamanti, solo che -come al solito- il tempo passa ed oggi, una maggioranza significativa dei rivenditori di gioielli continua a non essere in grado di fornire garanzie sulla provenienza delle pietre. di Paolo Busoni per http://scienzaepace.unipi.it/ Vedi i video: http://www.youtube.com/watch?v=Zig3Eqpf6ek&feature=related LA COLOMBIA SI RIARMA E COMPRA 24 CACCIA ISRAELIANI
Il computer che inquina
CO2 sotto il tappeto La Commissione Europea ha varato la strategia per abbattere i gas serra . Un piano ambizioso, che entro il 2020 si pone tre obiettivi: ridurre di almeno il 20 per cento le emissioni globali di gas serra, incrementare al 20 per cento rispetto al 1990 la quota di energia rinnovabile sul totale di quella consumata e aumentare l’efficienza del 20 per cento. Tutti traguardi sui quali ora dovranno pronunciarsi il Parlamento, il Consiglio europeo e i singoli Stati. Il costo totale previsto si aggira intorno ai 60 miliardi di euro da investire entro il 2020, vale a dire lo 0,5 per cento del Pil europeo. Il paese che dovrà faticare di più per mettersi in regola è di certo l’Italia, che dovrà tagliare del 13 per cento rispetto al 2005 le emissioni di gas serra da parte di settori non industriali, come trasporti e riscaldamento domestico, e far arrivare al 17 per cento del consumo energetico nazionale quello derivato da fonti rinnovabili. Come fare? Tra i diversi strumenti a disposizione dei paesi membri, l'Unione sembra puntare molto: la cattura e il sequestro di anidride carbonica. Entro il 2015, infatti, la Commissione vuole autorizzare ben 12 impianti dimostrativi in vari paesi, tra cui due impianti a carbone in Italia, uno al Sud e l’altro non ancora localizzato da affidare ad Enel. E dal 2020 in poi chi voglia costruire un nuovo impianto industriale lo dovrà fare a impatto zero, usando il sequestro di CO2 per eliminare le emissioni.L'idea è quella di catturare la CO2 dal camino delle centrali elettriche a combustibili fossili, ma anche dalle raffinerie e dai cementifici, di separarla dagli altri gas di combustione e quindi di trasportarla, compressa e seccata, all’interno di tubi fino al sito di stoccaggio geologico, a 800 o più metri di profondità. “Con la Ccs, la CO2 prodotta nelle centrali elettriche o in altri grandi impianti viene separata dai gas reflui come azoto e nitrati, catturata e intubata a pressione di 80-120 bar”, spiega Fedora Quattrocchi, responsabile dell’Unità Funzionale “Geochimica dei Fluidi, Stoccaggio geologico e Geotermia” dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), e membro per l’Italia della Piattaforma Europea Zeffpp (Zero Emissions Fossil Fuels Power Plants). “Si tratta di un gas reattivo che, una volta in profondità occupa il sito prescelto, per esempio, un acquifero salino o un serbatoio depleto di idrocarburi, e va incontro prima a solubilizzazione e poi a mineralizzazione, dando vita quindi a nuovi minerali”. Con questo sistema, applicato su scala industriale, l’Europa conta di poter ridurre del 20-30 per cento le emissioni di CO2 globali. “In Italia abbiamo alcuni impianti a carbone o a olio da riconvertire: anche solo applicare questa tecnica a 4-5 grosse centrali da 15 milioni di tonnellate di CO2/anno di emissioni permetterebbe di raggiungere la metà del target aggiuntivo di emissioni da abbattere che ci ha imposto l’Unione Europea nel 2007, che è di 150 milioni di tonnellate CO2 annui. Con 10-15 siti di stoccaggio di CO2 si abbatterebbe il 60-70 per cento delle emissioni nazionali”, va avanti la ricercatrice. Facendo qualche calcolo, quindi, a fronte di una produzione di 500 milioni di tonnellate di CO2/anno, la tecnologia Ccs consentirebbe in Italia di abbatterne circa 200 milioni di tonnellate. Ma con quali conseguenze? “Innanzitutto bisogna dire che la CO2 non è una scoria. E’ un clima-alterante atossico, ma non velenoso, reattivo in acqua e a contatto con roccia. Basti pensare che le nostre Dolomiti sono formate da CO2 sequestrata geologicamente nel passato durante la formazione dei sedimenti marini calcarei stratificati”, spiega Quattrocchi. Eppure la prospettiva di immagazzinare enormi quantità di anidride carbonica sottoterra fa sorgere domande: cosa succederebbe se un sito non fosse perfettamente sigillato? Di fronte a questa ipotesi, gli esperti di Ccs non hanno dubbi: se da un sito di sequestro geologico dove si iniettano, per esempio, 10 tonnellate di CO2 all’anno, cioè 200 milioni in 20 anni, fuoriuscisse l'1 per cento dell’anidride carbonica iniettata (2 milioni di tonnellate in 20 anni), la conseguenza peggiore sarebbe la comparsa di un sito di degassamento in superficie dopo un periodo che può andare dai 100 ai 1000 anni. “Di siti di degassamento naturale in Italia ce ne sono circa 200 e sono spesso sede di terme e di riserve Wwf, come nel caso di Tor Caldara a Lavinio; e sono tenuti sotto controllo dall’Ingv per conto della Protezione Civile, perché associati a zone di faglia o vulcani”, spiega Quattrocchi. “Se si temono possibili fughe negli acquiferi potabili da siti di stoccaggio di CO2 scelti male, invece, ciò che si rischierebbe è la comparsa di un poco di acqua minerale gassata”. Utilizzato con successo da circa 30 anni negli Stati Uniti, anche per aumentare la produzione petrolifera, e da una decina in Canada e Norvegia, lo stoccaggio geologico di CO2, nei piani di Barroso, dovrà diventare una realtà anche nel vecchio continente. In Germania si sta procedendo a sondare possibili siti utili vicino a Berlino, in Francia vicino al bacino di Parigi, mentre Inghilterra, Norvegia e Danimarca puntano su impianti off-shore nel Mare del Nord. L’Italia, in questo contesto, sembra favorita rispetto agli altri. “Abbiamo il vantaggio di conoscere bene il nostro territorio, vista la sismotettonica e dal momento che l’Eni ha scavato circa 7000 pozzi negli anni Sessanta e Settanta in cerca di riserve”, continua la responsabile dell’Ingv, che per conto della Cesi Ricerca S.p.a. ha realizzato il catalogo italiano dei siti di stoccaggio geologico di CO2. “Di strutture geologiche sicure in Italia ce ne sono tra 100 e 200, con potenziale di stoccaggio intorno ai 20-40 Gtonnellate di CO2 sequestrabili in sicurezza sotto gli 800 metri. Se poi si pensa che per arrivare alla potenza di 2000 megawatt di una centrale a carbone servirebbero 1000 pale eoliche in un paese tanto povero di spazi e di vento, la convenienza dei Ccs è chiara. In ogni caso entrambe le filiere tecnologiche vanno portate avanti: anzi le industrie alimentate da elettricità pulita con Ccs daranno i fondi sufficienti a mandare avanti le rinnovabili”. Resta però il problema dei costi. Che sono ingenti: circa 70 euro/tonnellata di CO2, valore che, dicono gli esperti, è destinato a scendere solo con l’avvio di questi impianti su scala industriale. E non mancano le perplessità. “Bisogna valutare con dati alla mano se questa tecnologia è vantaggiosa in termini emissioni nette”, spiega Francesco Vaccari, ricercatore dell'Istituto di Biometeorologia (Ibimet) del Cnr. “Va bene riuscire ad abbattere le emissioni, ma se per fare questo si consuma più energia allora meglio puntare sul cambiamento degli stili di vita e sulle fonti rinnovabili”. E sui metodi tradizionali, come le biomasse, per il sequestro dell’anidride carbonica. “La possibilità di catturare CO2 attraverso le piante è ancora valida e può dare un aiuto”, conclude Antonio Raschi, agronomo e dirigente di ricerca dell’Ibimet-Cnr. “In agricoltura dovrebbero essere bandite le tecniche che impoveriscono le sostanze organiche del terreno e incentivate quelle, come la semina su sodo, che nel corso degli anni possono dare il loro contributo nel sequestro della CO2”. di Roberta Pizzolante per http://www.galileonet.it Per saperne di più: http://www.blogalileo.com/presto-obbligatori-i-siti-di-stoccaggio-di-co2-in-europa/ http://www.modusvivendi.it/blog/2006/06/28/pannicelli-caldi-e-soffocanti/
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