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L'ultima beffa per i profughiMettere i profughi nelle mani di «operatori umanitari» (e dimenticare le scorte armate che stanno sullo sfondo) sembra proprio il modo ideale per conciliare l’inconciliabile: soddisfare la travolgente richiesta di smaltire fastidiosi rifiuti umani pur appagando un’acuta aspirazione alla rettitudine morale.
Il testo : questo brano è tratto dal saggio inedito di Zygmunt Bauman «Il pianeta dei rifiuti», in uscita sul numero della rivista «Alternative» (edita da Ponte alle Grazie) Così l’Occidente «altruista» sancisce l’esclusione definitiva dei rifugiati. Nei fatti, uomini e donne dotati di «diritti umani» ma privi di qualsiasi altro requisito (cioè spogliati di altri diritti, necessari a garantire e difendere quelli «umani», ma derivanti da istituzioni) risultavano introvabili e, a tutti gli effetti, inimmaginabili. Una potenza sociale, fin troppo sociale, era evidentemente necessaria per avallare l’umanità degli umani. E in tutta l’epoca moderna, questa potenza è consistita nella capacità di tracciare un confine tra umano e inumano che, nei tempi moderni, si camuffa da confine tra cittadini e stranieri In un mondo suddiviso in possedimenti territoriali di Stati sovrani, chi è senza patria è senza diritti. Questi non patisce perché non è uguale davanti alla legge, ma perché non esiste legge che gli si applichi , la cui protezione egli (o ella) possa invocare, o alla quale possa fare riferimento nel protestare contro un trattamento iniquo che abbia subito. La maggior parte delle azioni belliche che si compiono oggi, e le più spietate e sanguinose tra esse, sono condotte da entità non statuali, che non sono soggette a leggi statali né a convenzioni internazionali. Sono al contempo esiti e (incisive) concause della continua erosione della sovranità statale. Gli antagonismi fra tribù irrompono sulla scena grazie all’indebolimento delle forze statali (o nel caso dei «nuovi Stati», che non hanno mai avuto il tempo di consolidarsi); una volta scatenati, essi rendono inapplicabili e in pratica nulle e inefficaci le leggi emanate dagli Stati, sia quelli affermati, sia quelli ai loro primi passi. La popolazione nel suo complesso si trova in una dimensione priva di leggi; la parte di popolazione che decide di abbandonare il campo di battaglia e riesce a scappare cade in un altro tipo di «alegalità», quella delle terre di confine globali. Per di più, una volta fuoriuscite dai confini del loro paese natale, le persone si trovano prive dell’appoggio di un’autorità statale riconosciuta, che potrebbe prenderle sotto la propria protezione, rivendicare i loro diritti e intercedere in loro nome presso potenze straniere. I profughi sono apolidi, ma in un senso nuovo: la loro apolidia è elevata a un livello completamente inedito dalla inesistenza dello Stato al quale potrebbero fare capo. Essi sono, come scrive Michel Agier nella sua più penetrante ricerca sui rifugiati nell’epoca della globalizzazione, hors du nomos : al di fuori del diritto; non del diritto di questo o quell’altro Paese, ma del diritto in quanto tale. Sono reietti e fuorilegge di tipo nuovo, i prodotti della globalizzazione e la personificazione più compiuta del suo spirito da terra di frontiera. Per citare ancora Agier, essi sono stati gettati in una condizione di «migrazione liminare», di cui non sanno né possono sapere se sia transitoria o permanente; anche se per un certo periodo si stabiliscono, il loro movimento non è mai concluso, poiché la meta (arrivo o ritorno) resta sempre vaga, e una destinazione che potrebbero definire finale resta sempre inaccessibile. Non riescono mai a sbarazzarsi della tormentosa sensazione che ogni stanziamento sia caduco, indefinito e provvisorio. La brutta situazione dei profughi palestinesi, molti dei quali non hanno mai vissuto fuori dei campi frettolosamente raffazzonati più di cinquant’anni fa, è stata documentata con dovizia di dettagli. Mano a mano che la globalizzazione impone il proprio tributo, tuttavia, intorno ai punti più caldi della conflagrazione sorgono come funghi nuovi campi (meno famosi e perlopiù trascurati o dimenticati). Per esempio, non vi sono indizi di chiusura imminente per i tre campi di Dabaab - la cui popolazione totale è pari a quella del resto della provincia keniota di Garissa, dove sono stati ubicati nel 1991-1992 - ma, a tutt’oggi, essi non figurano sulle mappe del Kenya. Lo stesso vale per i campi di Ilfo (aperto nel settembre 1991), Dagahaley (marzo 1992) o Hagadera (giugno 1992). Riguardo all’ultimo punto, le inquietudini abbondano. La figura di chi presta aiuto umanitario, retribuito o volontario, non è essa stessa un importante anello della catena dell’esclusione? Sono stati sollevati dubbi circa il ruolo degli enti di assistenza: non sarà che, facendo del proprio meglio per togliere le persone dal pericolo, essi - senza accorgersene - finiscono con l’assistere proprio gli autori della «pulizia etnica»? Agier considera l’ipotesi che l’operatore umanitario possa essere un «agente di esclusione a minor costo» e (ancor più importante) un espediente messo a punto per alleviare e dissipare l’ansia del resto del mondo: assolvere i colpevoli e mitigare gli scrupoli, oltre che sedare l’impressione di urgenza e il timore di imprevisti. Mettere i profughi nelle mani di «operatori umanitari» (e dimenticare le scorte armate che stanno sullo sfondo) sembra proprio il modo ideale per conciliare l’inconciliabile: soddisfare la travolgente richiesta di smaltire fastidiosi rifiuti umani pur appagando un’acuta aspirazione alla rettitudine morale. (...) I profughi sono rifiuti umani, senza alcuna funzione utile da svolgere nella terra dove giungono e (temporaneamente) soggiornano, e senza l’intenzione né la realistica possibilità di essere mai assimilati o integrati nel nuovo corpo sociale; dal luogo che occupano, la discarica, non vi è ritorno né sbocco ulteriore. Il principale criterio con cui è decisa l’ubicazione dei campi temporanei-permanenti è quello della distanza, che dev’essere abbastanza grande da impedire che le esalazioni venefiche della decomposizione sociale raggiungano luoghi abitati dalla popolazione indigena. Fuori dai campi, i profughi sono un ostacolo e un disturbo; dentro, essi cadono nell’oblio. Nel tenerceli, sbarrandogli ogni possibile uscita, nel rendere definitivo e irreversibile il loro isolamento, «la compassione di alcuni e l’odio degli altri» concorrono a determinare il medesimo effetto: presa di distanza e mantenimento a distanza. Non rimane null’altro che i muri, il filo spinato, i cancelli sorvegliati e le guardie armate. (...) Le prospettive di essere rimessi in circolazione come membri legittimi e riconosciuti della società umana sono, per i profughi, incerte e infinitamente remote (nel migliore dei casi). Sono stati presi tutti i provvedimenti per garantire che la loro esclusione sia permanente. Uomini e donne senza qualità sono stati depositati in territori senza nome, dove tutte le strade che riportano a luoghi investiti di un significato sono state bloccate per sempre. Per saperne di più: http://www.kore.it/CAFFE/caffe.htm Darfur
I diritti NegatiLe coppie gay europee e la Direttiva 38 Dall'11 aprile le coppie dello stesso sesso straniere hanno in Italia più diritti di quelle italiane. Significato e paradossi di una Direttiva Europea sulla libera circolazione tra gli Stati. ROMA - È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 72 del 27 marzo il decreto legislativo di attuazione della Direttiva 2004/38 della Comunità Europea, relativa al diritto dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. È stata elaborata durante gli anni del governo Berlusconi e vi ha contribuito l'allora ministero alle politiche comunitarie Rocco Buttiglione. La libera circolazione dei cittadini europei da un paese all'altro è uno dei cardini sui quali si basano gli accordi comunitari. Gli spostamenti possono avvenire per vari motivi: per poter intraprendere un nuovo lavoro, per studiare oppure per vivere in un altro paese europeo una volta che si è andati in pensione. Naturalmente il cittadino europeo che si sposta ha il diritto di portare con se i propri familiari, e questo è un aspetto sul quale si è molto dibattuto viste le disparità sul concetto di famiglia che ci sono da un paese all'altro. Nella maggioranza dei paesi europei, come noto, le coppie omosessuali sono considerate famiglia, con varie modalità giuridiche di riconoscimento che variano da paese a paese. L'Italia, ancor oggi, non permette a due persone omosessuali di poter regolarizzare in alcun modo la propria relazione e questo mette i gay e le lesbiche su un piano di oggettiva inferiorità rispetto agli altri cittadini. Ad esempio se un italiano eterosessuale che lavora per una multinazionale è trasferito alla sede di New York anche al coniuge verrà concesso il permesso di soggiorno e dunque si potrà trasferire senza problemi, ma per il cittadino italiano omosessuale e il/la compagno/a questo è impossibile, in quanto non si può produrre alcuna certificazione che attesti la relazione e dunque l'immigrazione statunitense non rilascerà il visto per il partner. Rimanendo in ambito europeo è importante sottolineare che l'implementazione delle Direttive è un atto dovuto. Infatti anche l'Irlanda e l'Austria (tra i pochi rimasti che ancora hanno una normativa sulle coppie di fatto) hanno già recepito la Direttiva 38 e dunque rilasciano permesso e carta di soggiorno per il partner, anche se dello stesso sesso, in conformità con "il divieto di discriminazione contemplato nella Carta [dei diritti fondamentali dell'Unione] gli Stati membri e senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso (...) o tendenze sessuali." Il 'coniuge' Il testo italiano di recepimento della Direttiva all'art. 2 specifica che per "familiare" si intende "il coniuge" oppure "il partner che abbia contratto con il cittadino dell'Unione un'unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l'unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante." Già questo punto pone un quesito interessante riguardante il 'coniuge': se un tedesco che ha lavorato e contratto matrimonio in Canada con un canadese vuole venire a vivere in Italia, il nostro paese concede il permesso di soggiorno anche al suo sposo canadese? C'è da ricordare che la Corte di Giustizia europea ha già affermato il fatto che la libera circolazione è uno dei diritti fondamentali dei cittadini dell'UE, per cui l'Italia non può impedire al suddetto tedesco di poter venire a vivere qui, e certamente non lo può costringere a separarsi dalla persona con la quale è sposata. Ma andiamo avanti. La "relazione stabile debitamente attestata" Il seguente art. 3 poi specifica che ci sono anche altri "aventi diritto", oltre a quelli elencati dall'art. 2. Il decreto "si applica a qualsiasi cittadino dell'Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza" e che, "senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione", lo Stato membro ospitante deve agevolare l'ingresso e il soggiorno anche a chi "é a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell'Unione". Anche al "partner con cui il cittadino dell'Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata dallo Stato del cittadino dell'Unione." L'effetto più macroscopico di questa nuova legge sarà che un cittadino europeo che ha una relazione stabile e attestata anche con un cittadino extracomunitario avrà la possibilità di trasferirsi in Italia col proprio partner, mentre gli stessi italiani che sono nella stessa identica situazione (ovvero con partner non europeo) si vedranno negata tale possibilità. Su questo punto però il recepimento italiano creerà problemi: se ad esempio un francese ha vissuto e lavorato per anni in Gran Bretagna e ha un'unione civile "attestata" dalle autorità inglesi (dunque da uno Stato diverso dal suo) ciò si traduce in una limitazione alla libertà di movimento col partner. Da notare infatti che il testo originale della direttiva (quello pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità europee n. L 158 del 30 aprile 2004) parlava semplicemente di "relazione debitamente attestata" e che l'aggiunta che tale attestazione deve e essere fatta "dallo Stato del cittadino dell'Unione" esiste solo nel testo italiano. I "motivi di ordine pubblico" Nei casi sopra descritti il diritto di ingresso e di soggiorno non è automatico ma ogni Stato membro ospitante deve effettuare un "esame approfondito della situazione personale e giustifica l'eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno." Elencando le possibili "limitazioni al diritto di ingresso e di soggiorno" l'art. 20 del decreto italiano prevede che "Il diritto di ingresso e di soggiorno dei cittadini dell'Unione e dei loro familiari, qualsiasi sia la loro cittadinanza, può essere limitato solo per motivi di ordine pubblico o di pubblica sicurezza." Questi provvedimenti vanno "adottati nel rispetto del principio di proporzionalità ed in relazione a comportamenti della persona, che rappresentino una minaccia concreta e attuale tale da pregiudicare l'ordine pubblico e la sicurezza pubblica. L'esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l'adozione di tali provvedimenti." Da notare ora un'altra cosa: il testo originale della Direttiva pubblicato sulla gazzetta europea (art. 27, comma 2) continuava specificando che "Il comportamento personale deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società. Giustificazioni estranee al caso individuale o attinenti a ragioni di prevenzione generale non sono prese in considerazione." Questo paragrafo è 'scomparso' dalla versione italiana. Perché? Gli italiani con meno diritti degli stranieri Quello che succede con questo recepimento è che, dall'11 aprile in poi, giorno di entrata in vigore della legge, sarà quindi possibile a un partner extracomunitario ricongiungersi a un cittadino Ue. Ma continuerà ad essere impedito a un italiano di farsi raggiungere nel suo stesso paese dal suo partner. Un caso di palese discriminazione questa volta messa in atto da uno Stato verso i suoi stessi cittadini, quando omosessuali: impossibilitati a sposarsi, come in Spagna o Olanda, e impossibilitati a poter contrarre un'Unione civile, come in Gran Bretagna. Impossibilitati perfino a vedersi riconosciuta come semplice 'coppia di fatto' convivente, come sarebbe nelle intenzioni dei DiCo. L'Italia e' rimasta quindi l'unico tra i sei paesi fondatori della Comunità Europea - da cui attinge in abbondanza fondi e finanziamenti - a continuare a negare a parte dei propri cittadini quei diritti civili che già tutti gli altri paesi riconoscono. Per saperne di più: www.osservatoriosullalegalita.org La direttiva Europea: http://www.poliziadistato.it/pds/ps/immigrazione/documents/Direttiva_Parlamento_UE_2004_38_CE.pdf OmosessualitàUna persona si definisce omosessuale quando prova sentimenti di innamoramento, desideri, ed attrazione erotica nei confronti di altre persone dello stesso sesso. Sul perché e sul come si diventi omosessuale si è molto parlato. Nonostante ciò, non esiste ancora uno studio scientifico o un’ipotesi ufficiale che possa, con assoluta certezza, spiegare il perché una persona diventi omosessuale ed un'altra eterosessuale. L’unica cosa di cui si è certi è che l’omosessualità non sia una malattia, ma semplicemente una variante normale della sessualità umana. Il termine omofobia (che deriva dal greco όμός = stesso e φόβος = timore, paura) significa letteralmente “paura nei confronti di persone dello stesso sesso” e più precisamente si usa per indicare l’intolleranza e i sentimenti negativi che le persone hanno nei confronti degli uomini e delle donne omosessuali. Essa può manifestarsi in modi molto diversi tra loro, dalla battuta su un una persona gay che passa per la strada, alle offese verbali, fino a vere e proprie minacce o aggressioni fisiche. In seguito all’omofobia, ad esempio, alcuni eterosessuali, raccontano di sentirsi a disagio in presenza delle persone gay o lesbiche, altri si mettono a ridere quando le incontrano per strada. Altri ancora dicono di essere disgustati dai loro comportamenti, arrabbiati o indignati. Anche la parola “frocio” può essere considerata come espressione di omofobia, perché di solito viene usata con una connotazione negativa. Mi sembrava perlomeno giusto mettere alcuni articoli riguardanti l'omosessualità, soprattutto dopo l'infamante campagnia organizzata dalle alte sfere politiche religiose di estrazione cattolica e dopo il suicidio di Matteo, persona gentile e buona. E vergognoso ci siano persone che professano amore e misericordia e poi risultino essere tra le peggiori forme di omofobi/repressi. Basta con le forme di discriminazione, anche se a proporle sono fonti considerate alte ed elevate. Se non sapete di cosa parlate (ed è così in quasi tutte le situazioni di omofobia) state zitti. Se siete omosessuali e non vi riconoscete in una società che fa del cattivo gusto una forma di razzismo, non vi preoccupate non siete da soli, ci sono molte più persone disposte a vivere la propria vita e a lasciare che gli altri vivano la propria vita. Non rimanete impassibili rispetto a battute di origine razzista, additate e stigmatizzate chi non rispetta la vostra vita. Non crediate che lasciando correre si ottenga qualcosa, queste persone vivono nella società ad ogni livello culturale e ad ogni strato sociale bisogna combatterli, senza alcuna forma di violenza sia beninteso, ma con la ragione dei fatti e la certezza che queste persone siano indegne ed ignoranti. Non esistono fatti o indicazioni di qualsiasi natura o di tipo scientifico che diano ragione a questi incivili. Sono loro che sbagliano. Non bisogna dimenticarlo. CHI DISCRIMINA NON HA ALCUNA RAGIONE PER SOSTENERE LE PROPRIE DISCRIMINAZIONI. Per saperne di più: www.ipsico.org/omosessualità.htm |
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