Fenjus's profileVOX CLAMANTISPhotosBlogListsMore Tools Help

Blog


    "Boicotta le navi con le 'poppe'", protesta delle donne a Termini

    Una ventina di donne si sono ritrovate questa mattina alla Stazione Termini per protestare contro la pubblicità di una nota compagnia navale nazionale. Lo slogan recita: 'Abbiamo le poppe più famose d'Italia", ed è accompagnato dalla foto di una fila di donne riprese di chiena, in abbiti succinti, che salgono sulla nave. Il gruppo di manifestanti si è raccolto intorno al totem della pubblicità e lo ha coperto con alcuni striscioni: "Questa è violenza sulle donne", 'Basta usare il corpo delle donne", "Lasciateci perdere" e "Boicotta chi vende il corpo delle donne".
    (foto Franceschi)
     

    La ricostruzione in Abruzzo procede spedita a fari spenti.

    Berlusconi nella gestione del terremoto in Abruzzo è riuscito a spiazzare tutti quelli che lo aspettavano convinti che è un uomo capace solo di fare promesse e non di mantenerle. Perché stavolta ha mantenuto alla lettera la sua promessa di non ripetere le esperienze precedenti


    Sì, Berlusconi stavolta ci sta sorprendendo. Abituati come siamo alle sue uscite estemporanee, alle sue “genialate” un po’ sopra le righe, che provvede sempre a smentire alla velocità della luce, non avevamo creduto alle sue chiacchiere alla prova del terremoto, scettici quando ha detto che una nuova L’Aquila sarebbe stata ricostruita in 28 mesi. E soprattutto, quando ha detto, a distanza di poche ore dalla scossa del 6 aprile: “Nella ricostruzione dell’Abruzzo non faremo come in passato“.

    Sì, eravamo un po’ esterrefatti: perché in passato ci sono stati casi indubbiamente da dimenticare, come la ricostruzione  dopo il terremoto dell’Irpinia, ma anche esempi di successo: dalla ricostruzione del Friuli, che fu completata con successo in poco più di 10 anni e con la soddisfazione della popolazione, al caso più recente, quello della ricostruzione in Umbria e nelle Marche, pressoché completata in questi 10 anni con la messa in sicurezza di una zona ad alto rischio sismico.

    Il premier ha fatto grandi promesse: una ricostruzione veloce e al 100%, in cui le risorse sarebbero state trovate dal ministro Tremonti in modo rapido ed efficace, e soprattutto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani con nuove tasse. Ha sfidato tutti - compresi gli amministratori locali e le popolazioni, che non ha voluto neppure disturbare chiedendo il loro parere in proposito - con il suo sogno di una new town per l’Aquila.

    Pieni di pregiudizi quali siamo, abbiamo atteso il governo alla prova dei fatti, ma già sicuri che queste promesse sarebbero state smentite. Che anche Berlusconi, insomma, come era avvenuto nelle altre ricostruzioni, anche in quelle meglio riuscite, non sarebbe riuscito ad evitare i disagi, i problemi, le incongruenze, le difficoltà di un’attività complessa e difficile come la ricostruzione di un’area vastissima colpita da un grave sciame sismico.

    E invece, siamo qui a chiedere scusa al nostro premier, perche dobbiamo ricrederci. Berlusconi davvero non ha fatto come hanno fatto in passato. Ha stupito tutti con le sue profonde innovazioni. Nessuno tranne lui avrebbe mai pensato a spostare la sede del G8 a L’Aquila terremotata, sovrapponendo la difficile opera di gestione dell’emergenza post sisma e delle tendopoli con l’organizzazione di un evento che comporta attività logistiche, di sicurezza, di ordine pubblico abbastanza straordinarie, trasformando il terremoto in una  straordinaria passerella mediatica. Per questo gli chiediamo scusa.

    Chiediamo scusa a Berlusconi perché effettivamente non era mai successo che un governo italiano, dopo un terremoto che ha lasciato senza una casa oltre 20 mila persone, varasse un decreto che passerà alla storia come il decreto abracadabra, in cui non era in origine garantita la ricostruzione del 100% della propria casa ma solo un contributo di 150 mila euro (ovviamente, senza tener conto che ci sono persone più ricche, o case più grandi, o situazioni più complesse). E che anche ora, dopo le correzioni fatte in parlamento, non sono previsti soldi per tantissime seconde case presenti in Abruzzo, che nei casi frequenti di condomini rischiano di bloccare la ricostruzione per anni in contenziosi tra proprietari vicini di casa, che forse non hanno i soldi per ricostruire la loro seconda casa in assenza di contributi.

    Non era mai successo che si decidesse di lasciare la gente in tenda per molti mesi, anziché sistemarla velocemente in container in attesa di una casa provvisoria, e che un governo prevedesse stanziamenti modulati su due anni avendo già chiaro che buona parte delle persone resterà in tenda non solo nella torrida estate - con diversi problemi sanitari che stanno già esplodendo nell’ospedale da campo  - ma anche nel gelidissimo inverno abruzzese. Anche perché, dice Alessandro Martelli dell’Enea, a parte i soldi, non ci sono i tempi tecnici per costruire questi moduli abitativi in sicurezza entro novembre, perché “Il cemento armato, dopo essere gettato in fondamenta, ha un tempo di maturazione di 28 giorni durante il quale non è possibile nessun tipo di operazione. E ammettendo anche che entro 2 mesi le migliaia di isolatori necessari siano prodotti, la legge antisismica prevede che ne vengono sottoposti a controllo di qualità in fabbrica almeno il 20% e non ci sono i tempi sufficienti“.

    Non era mai  successo che di fronte all’incertezza sui tempi di costruzione delle C.a.s.e., gli innovativi alloggi temporanei fantastici (che più che fantastici sembrano fantasmici), il comune de L’Aquila decidesse con una sua delibera (la n.147) una specie di “si salvi chi può fai da te“, consentendo a chiunque abbia un cortiletto, una piazzola, un bordo strada libero di realizzare, naturalmente a proprie spese, un box, una casetta in legno, un container o una baracca. E non era mai successo che si arrivasse all’emergenza rifiuti perché non vengono erogati i soldi all’amministrazione comunale per garantire i servizi.

    Insomma, ammettiamolo: Berlusconi è riuscito a stupirci anche stavolta. Poteva avviare una rapida ricostruzione in emergenza per togliere subito la gente delle tende e sistemarla in moduli abitativi temporanei il più vicino possibile alle proprie case, e contemporaneamente creare consorzi tra tutti i proprietari di prime e seconde case con contributo commisurato al reddito e alla superficie abitativa, e comunque pari al 100% per la prima casa. Ma lui non è scienza, è fantascienza. Lui ha mantenuto la sua promessa. Non ha fatto come in passato. E’ riuscito a fare molto, ma molto peggio.

    di Carlo Cipiciani per www.giornalettismo.com

     

    Il servilismo contro le critiche.

    L'altro giorno, seguendo casualmente il telegiornale de La7,  ho sentito Mario Giordano, direttore de Il Giornale, dire che in Italia si vive una sorta di provincialismo quando si parla dei giornali stranieri, perché gli si da troppo credito rispetto a quanto dicono. Evidentemente, l'esimio direttore, non si ricordava di come il suo stesso giornale utilizzava strategie diverse a seconda delle occasioni (incredibile vero?), infatti il 22 giugno 2008, direttore Maurizio Belpietro,  compare un articolo da titolo eloquente: Financial Times: "Berlusconi fa bene a frenare i magistrati", l'inizio dell'articolo partiva così: "L’autorevole Financial Times approva Silvio Berlusconi e la norma «sospendi-processi». " Chiaramente in quell'occasione non si trattava di provincialismo. Nemmeno quando nel febbraio 2008, sempre il F.T.,  scrisse:  "Silvio Berlusconi è oggi "il grande sopravvissuto" della politica italiana e sembra ancora "in corsa per un trionfale ritorno al potere alla testa della stessa coalizione".  Sembra chiaro che i giornali stranieri sono autorevoli e informati quando elogiano o approvano alcune scelte del Presidente del Consiglio italiano, ma diventano complottisti e negligenti quando lo criticano. Non sarà che la causa principale è il servilismo acritico al potere di certa stampa e dei suoi giornalisti?

    Iran: La situazione dei diritti umani prima del voto di giugno.

    Shirin Ebadi : "L'Iran a dépassé la Chine en nombre d'exécutions"

    Prix Nobel de la paix et animatrice du Centre des défenseurs des droits de l'homme à Téhéran, l'avocate iranienne Shirin Ebadi (photo) a vu ces derniers mois augmenter les pressions sur son centre et restreindre ses activités. Dans un entretien téléphonique au Monde, elle confie ses craintes sur le respect des libertés en Iran, à quelques jours de l'élection présidentielle du 12 juin.

    Etes-vous toujours personnellement visée par la répression ?

    C'est une réalité. Notre centre de défense des droits de l'homme a été fermé le 21 décembre 2008. Mon cabinet a été fouillé, mes archives emportées pêle-mêle dans des cartons et notre site Internet "filtré", sans justification formelle. Ensuite, la secrétaire du centre a été arrêtée (elle a passé deux mois en détention) et une campagne de diffamation orchestrée par le journal conservateur Keyhan nous a traités d'"agents de la CIA et du sionisme". Ajoutez à cela une manifestation devant mon cabinet, des pressions sur mes deux assistantes pour qu'elles démissionnent et la fermeture de ma boîte e-mail. Je suis sans accès à Internet. Voilà pour les conditions de travail. Quant au travail lui-même, jugez vous-même : la journaliste irano-américaine Roxana Saberi, finalement libérée, avait demandé notre assistance lorsqu'elle avait été condamnée à huit ans de prison pour espionnage, en avril. Nous n'avons pas eu accès au dossier. Depuis, deux membres du centre font l'objet de pressions, Mme Mohammadi n'a pu quitter le pays pour honorer un rendez-vous à l'étranger et M. Seyfzadeh a été convoqué devant les tribunaux révolutionnaires, sans explication. Ma conclusion, c'est que cette campagne de harcèlement et de pressions n'a d'autre but que de nous amener à abandonner le combat, nous dont le centre était l'ultime recours pour bien des Iraniens.

    Quel le bilan faites-vous du mandat présidentiel qui s'achève dans lequel les fondamentalistes avaient tous les pouvoirs ?

    Nous constatons une dégradation constante de la situation des droits de l'homme depuis 2005. En 2008, pour prendre un exemple, nous avons constaté qu'en trois ans il y avait eu 300 % d'exécutions en plus ! L'Iran, toutes proportions gardées, a dépassé même la Chine : il y a eu chez nous 355 exécutions pour 70 millions d'habitants et 2 200 exécutions en Chine qui compte 1,3 milliard d'habitants. Faites le calcul...

    Le plus grave, c'est l'exécution des jeunes, mineurs au moment des faits reprochés. En trois ans, 32 ont été exécutés dans le monde entier dont 26 en Iran ! 138 attendent en ce moment dans le couloir de la mort en Iran dont cinq filles. Ces exécutions sont contraires à l'article 6 du pacte international du droit civil et politique ratifié par l'Iran en 1975, mais les autorités n'en ont cure, elles attendent que les jeunes meurtriers aient 18 ans en prison pour les pendre. Devant cet état de fait, 20 personnalités iraniennes, dont moi-même, 5 religieux, dont Mehdi Karoubi, candidat à la présidentielle, et des artistes de renom comme les cinéastes Jafar Panahi ou Rakhshan Banietemad ont lancé une pétition demandant la fin de ces exécutions.

    Je reste pessimiste, comment ne pas l'être ? On vient d'apprendre qu'un couple a été condamné à la lapidation la semaine dernière. De toute façon, lorsque le 18 décembre 2008, l'Assemblée générale de l'ONU a adopté une résolution demandant un moratoire sur la peine de mort, seuls 46 pays ont voté contre sur 192. Et parmi eux, il y avait l'Iran...

    La société civile est touchée ?
    Bien sûr. En deux ans, plus de 100 femmes qui ont participé à la campagne pour l'égalité des droits ont été traduites devant les tribunaux révolutionnaires et condamnées à des peines fermes de trois mois à quatre ans de prison pour "atteinte à la sécurité de l'Etat". Pour les mêmes raisons, trois autres femmes,
    Alieh Eghdamdoust, Ronak Safarzadeh et Zeynab Bayazidi, purgent des peines de prison de trois ans pour la première, quatre ans pour les autres. La "sécurité de l'Etat", c'est le mot-clé. Celui qui justifie la condamnation à respectivement dix ans et un an de prison de deux défenseurs des droits de l'homme kurdes, Mohammad Sadigh Kaboudvand et Massoud Kordpour. Pourquoi je cite tous ces noms ? Pour qu'ils existent, c'est la seule protection contre le silence... On pourrait y ajouter aussi ceux de ces neuf étudiants arrêtés en février ou de cette centaine de personnes interpellées le 1er mai. Ou encore ceux de Kamyar et Arash Alai, ces deux frères médecins, condamnés à trois et six ans de prison, en juin 2008.

    Rien n'échappe à la répression : surtout ne pas être "différent". Les minorités religieuses sont touchées en premier comme les bahais, dont sept responsables sont en prison depuis un an pour "espionnage". Nous tentons de les défendre malgré les intimidations, mais la date du procès n'est même pas fixée. Les sunnites font aussi l'objet de tracasseries, et même certains groupes chiites qui prônent un dialogue des religions monothéistes sont accusés de "propos hérétiques". Idem pour les minorités ethniques. Un journaliste, Yacoub Mehrnehd, a été exécuté en 2008 au Sistan-Balouchistan et une dizaine d'activistes kurdes sont condamnés à mort.

    Qu'attendre de l'élection de juin ?
    Les droits de l'homme, c'est aussi pouvoir exercer ses droits de citoyen. Il y a deux semaines, nous avons publié un communiqué réclamant des élections "libres" et " transparentes" dans lesquelles le peuple peut s'exprimer sans contrainte. Malheureusement, en Iran, le Conseil des gardiens sélectionne les candidats au préalable. Sur plus de 300 qui se sont présentés à la présidentielle, seuls 4 ont été retenus. La légitimité d'un gouvernement n'émane pas seulement du suffrage universel, mais aussi du respect des citoyens sans distinction de leur opinion ou de leur religion. Or qu'avons-nous depuis quatre ans ? Une répression accrue et des libertés de plus en plus surveillées. Un bilan dans lequel la démocratie est bien malmenée.

    Marie-Claude Decamps Copyright www.lemonde.fr

     

    Ali Khamenei

    "Iran al voto? Finzione di democrazia"

    L’avvocato che difende i dissidenti «Da noi più pene capitali che in Cina»

    Premio Nobel per la Pace e leader carismatica del Centro per la difesa dei diritti umani a Teheran, Shirin Ebadi (photo) ha visto negli ultimi mesi aumentare le pressioni sulla sua fondazione e una restrizione delle attività. E i suoi timori sul rispetto delle libertà crescono di giorno in giorno, a due settimane dalle elezioni presidenziali.

    La repressione ha preso di mira anche lei personalmente?
    «È una realtà. Il nostro Centro per la difesa dei diritti umani è stato chiuso il 21 dicembre del 2008. Il mio ufficio è stato perquisito, i miei archivi portati via alla bell’e meglio dentro dei cartoni, il nostro sito Internet “filtrato” senza giustificazioni formali. Poi hanno arrestato la nostra segretaria, l’hanno detenuta per due mesi, hanno lanciato una campagna di diffamazione, orchestrata dal giornale conservatore “Keyhan” che ci ha trattato da “agenti della Cia”. Aggiunga le pressioni sui miei assistenti perché si dimettano, la chiusura del mio indirizzo di posta elettronica. Non ho più accesso alla Rete. Ecco quali sono le mie condizioni di lavoro. Quanto al lavoro stesso, giudichi lei: la giornalista Roxana Saberi aveva chiesto la nostra assistenza dopo la condanna a otto anni. Non abbiamo avuto accesso al suo dossier. Vogliono costringerci a rinunciare alla lotta».

    Che bilancio fa del mandato presidenziale di Ahmadinejad?
    «Dal 2005 abbiamo assistito a una degradazione continua dei diritti umani. In tre anni le esecuzioni sono aumentate del 300 per cento. L’Iran, facendo le debite proporzioni, ha superato persino la Cina: 355 esecuzioni per 70 milioni di abitanti, contro 2.200 in Cina, che però conta 1,3 miliardi di abitanti. Ancora più gravi sono le esecuzioni di persone minorenni al momento in cui hanno commesso il crimine. In tutto il mondo l’anno scorso ce ne sono state 32, di cui 26 in Iran. Queste esecuzioni sono contrarie all’articolo 6 della Convenzione internazionale del diritto civile ratificata dall’Iran nel 1975. Abbiamo lanciato una petizione per una moratoria di queste esecuzioni. L’hanno firmata anche religiosi come Mehdi Karrubi, candidato alle presidenziali, registi come Jafar Panahi o Rakhshan Bani-Etemad. Sono pessimista, però, come potrei non esserlo. Una coppia è appena stata condannata alla lapidazione».

    Quanto è ferita la società civile?
    «In due anni 100 donne che avevano partecipato a campagne sull’uguaglianza dei diritti, come Alieh Eghdamdust, Ronak Safarzadeh, Zeynab Bayazidi, sono state processate da tribunali rivoluzionari e condannate senza appello, da tre mesi a quattro anni di prigione per “attentato alla sicurezza dello Stato”. Per la stessa ragione due attivisti curdi, Mohammad Sadigh Kabudvand e Massud Kordpour, sono stati condannati a 10 e un anno di prigione. Perché cito tutti questi nomi? Perché esistano, è la loro unica protezione contro il silenzio. Potrei aggiungere quelli dei nove studenti arrestati a febbraio. O quelli di Kamyar e Rash Alai, due fratelli, medici, condannati a tre e sei anni di prigione nel giugno del 2008».

    Che cosa si aspetta dal voto del 12 giugno?
    «Tra i diritti umani c’è anche quello di poter esercitare i propri diritti civili. Due settimane fa abbiamo pubblicato un comunicato che chiedeva "elezioni libere e trasparenti" nelle quali il popolo possa esprimersi senza restrizioni. Ma in Iran il Consiglio dei guardiani della rivoluzione seleziona i candidati a sua discrezione. Su 300 che si sono presentati solo quattro sono stati ammessi. La legittimità di un governo non viene soltanto dal suffragio universale, ma anche dal rispetto dei cittadini senza distinzioni di opinione o religione. E che abbiamo ottenuto dopo quattro anni? Una repressione ancora più forte e sempre più vigile. Un bilancio dal quale la democrazia ne esce molto male».

    Marie-Claude Decamps Copyright www.lemonde.fr

    Traduzione www.lastampa.it

    Mahmoud Ahmadinejad

    Cosa ne pensano di Berlusconi il Financial Times e The Indipendent

    Continuiamo la rassegna stampa internazionale, visto che non è possibile (a parte qualche rara eccezione) poter leggere cosa ne pensa il mondo del Presidente del Consiglio italiano. Il Financial Times e  The Indipendent non possono essere ricondotti al "complotto globale" di cui ultimamente Silvio Berlusconi comincia a parlare (dopo il complotto comunista), ma non si sa mai, visto che chiunque esprima una opinione critica nei suoi confronti è tacciato di ogni nefandezza e scorrettezza.

     

    Comment Editor: Baleful influence of Burlesque cronies

    Fascism is not a likely future for Italy. That is worth saying, because it is being forecast. Many assume that the financial crisis plus Silvio Berlusconi equals a return to fascism. It did, after all, start there.

    But that is an unlikely outcome now. Italy in the early 1920s, when Benito Mussolini rose to power, was reeling from a brutally Pyrrhic victory over the Austrians in 1918, the degradation of the political class and a rising threat from leftwing totalitarianism. Mr Berlusconi is clearly no Mussolini: he has squads of starlets, not of Blackshirts.

    The real dangers lie elsewhere. Over the 15 years of his political career – always as prime minister, or as leader of the opposition – he has had a largely untrammelled opportunity to shift the national mood rightwards. This he has done not by crude propaganda but by a steady concentration on glitz, glitter and girls and a hyperbolic style of media-geared rhetoric that sees all opposition as communist and himself as a victim.

    Now, as hard questions are posed on his relationship with a teenage would-be starlet – first raised by his wife – he has turned on the most obstinate questioner, the left-of-centre daily La Repubblica, issued a veiled threat through an associate and sought to render the questions invalid because politically tainted.

    He has shown equal belligerence towards magistrates who judged he had bribed the British lawyer David Mills (to avoid corruption charges) – calling them “leftwing activists” – even though parliament has made him immune from prosecution.

    Still dissatisfied even with such a useful parliament, he has called it “useless” and said it should be drastically reduced to 100 members, while his powers increase. He has sought to rouse the masses in his favour, by encouraging a “popular initiative” to collect the required 500,000 signatures for the measure.

    But the danger of Berlusconi is of a different order to that of Mussolini. It is that of media sapping the serious content of politics, and replacing it with entertainment. It is of a ruthless demonisation of enemies and refusal to grant an independent basis to competing powers. It is to place a fortune at the service of the creation of a massive image, composed of assertions of endless success and popular support.

    That he is so dominant is partly the fault of a faltering left; of weak and sometimes politicised institutions; of journalism which has too often accepted a subaltern status. Most of all it is the fault of a very wealthy, very powerful and increasingly ruthless man. No fascist, but a danger, in the first place to Italy, and a malign example to all.

    Copyright The Financial Times Limited 2009

    Per saperne di più: www.ft.com

     

    Could a teenage girl topple Berlusconi?

    She calls him 'daddy'. He bought her a £6,000 necklace for her 18th. Silvio Berlusconi's relationship with Noemi Letizia has already seen his wife file for divorce. Now, could it cost him his grip on power?

    Italians are always scornful about the obsession of the "Anglo-Saxon" media with the private lives of the rich and famous, but for the past month the Italian newspapers have been preoccupied with one subject and one subject only: the relationship between Prime Minister Silvio Berlusconi and a young woman from Naples called Noemi Letizia.

    Mr Berlusconi has been caught out telling numerous lies about the relationship and refuses to explain them. And with important elections pending, his popularity, at an all-time high only six weeks ago, may be eroding.

    The media cannot be accused of muck-raking on the issue because it was Mr Berlusconi himself who drew attention to the relationship in Tuesday when he took advantage of a trip to Naples to drop in on Noemi's 18th birthday party. There he posed for photographs and presented the pretty young blonde with a gold and diamond pendant worth €6,500 (£5,700). This unremarkable event was immortalised in a short news story the next day in La Repubblica.

    And there it would have ended, except that within four days it provided Mr Berlusconi's second wife, Veronica, with the casus belli for a divorce. Her husband, she said in a press release, was "consorting with minors"; he was "not well", she was worried about him, but in the meantime, after nearly 30 years together, she was in no doubt that the marriage was over.

    Suddenly that innocuous-seeming social event assumed mysterious and sinister overtones. Noemi, it was learned, called Mr Berlusconi "papi", Italian for "daddy". He seemed on remarkably familiar terms with the girl. Pushed into a corner by Veronica, who opens her mouth about once every two years but with devastating effect, Berlusconi went on Porta-a-Porta, a late-night political chat show hosted by his most unctuous TV courtier and explained that Noemi's father Elio Letizia was an old political contact from his days when he was connected to Bettino Craxi and the Socialist party: Berlusconi needed to see him on urgent European election business. But soon afterwards Bobo Craxi, son of the late Bettino, popped up and said he had never heard of Noemi's father. Likewise Mr Berlusconi's unlikely claim about "election business" failed to pan out, and some weeks later was denied by Letizia himself.

    The personal was personal no more: something about that birthday party, and Mr Berlusconi's presence at it, had tipped the long-suffering Veronica over the edge. One reason for her anger, as she explained in a bitter email to the Ansa news agency, was the fact that he had failed to turn up to the coming-of-age parties of any of the their own children, "even though he was invited". But that in itself could not be la goccia che ha fatto traboccare il vaso, (or as we would say, the straw that broke the camel's back). Could Berlusconi be the lover of Noemi, and thus perhaps guilty as Veronica suggested of "consorting with minors"? Or might she be his love child? Her plump cheeks and currant eyes, not that dissimilar to the Prime Minister's, allowed the world to guess at the latter possibility. But Mr Berlusconi flatly refused to shed any light on their relationship. He insisted that he had only met her "three or four times", and always in the company of her parents.

    The irony is that never before has Berlusconi showed any coyness about exposing his colourful and chaotic private life to the public gaze. He fell in love with Veronica when she appeared topless in a play called The Magnificent Cuckold in Milan, and lived in sin with her for 10 years before marrying her in a civil ceremony; their children were born before the wedding. When he went into politics in 1994 his manifesto was a bowdlerised autobiography, Una Storia Italiana, depicting himself as the Italian everyman, the bank manager's son from nowhere who had grown immensely rich through hard work, a home-loving family man in touch with his common roots. Italians in their millions swallowed it, yet no-one doubted (you just had to look at his two wives) that he had an eye for the girls.

    It was after his second and much more convincing election victory in 2001 that the rumours about Berlusconi's frenetic affairs began to circulate in earnest, with talk of a beautiful young intern being taken to his Sardinian villa for the summer as his "assistant" – and the rapid promotion of others who were similarly eye-catching through the ranks of his party, Forza Italia, by way of his commercial television channels. Berlusconi the ageing roué had found the perfect way to keep his libido engaged, despite the demands of politics. And this being Italy, nobody made a fuss. Veronica had been settled in a magnificent house a few kilometres from Berlusconi's main home, Villa Arcore, north of Milan. He was obviously a bad husband, but in Italy that was nobody's business but the family's.

    Yet as the editor of La Repubblica, Ezio Mauro, pointed out yesterday: "Mr Berlusconi long ago destroyed the boundaries between the public and the private." He did it when he published his manifesto. And he continued to do it in a more chaotic, impulsive way when he allowed the paparazzi to snap him hanging out with busty showgirls 50 years his junior. It was the behaviour of a sultan, a monarch or a dictator, and the way Berlusconi was pushing the envelope was an indication of how he was steadily moving in that direction. His own newspapers and television channels would never cry foul. RAI, the national broadcaster, was increasingly under his thumb. Even the independent dailies were more and more reliant on his goodwill. Berlusconi's growing recklessness about his image became a barometer of his increasing sense of personal invulnerability.

    But he was reckoning without Veronica. It was in January 2007 that she first told the world that he had gone too far, granting an interview to La Repubblica (one of the few really independent dailies), in which she demanded that he apologise for saying of Mara Carfagna, a glamour model turned MP (and now a cabinet minister), "I would marry her like a shot if I wasn't married already." Meekly Berlusconi consented. But he didn't reform. He carried on just as before, until Noemi's 18th birthday rolled around and it all went horribly wrong.

    Today Italy is at an impasse: La Repubblica has insistently demanded that Berlusconi come clean about Noemi, for the last two weeks publishing a list of 10 questions it wants him to answer. Berlusconi has repeatedly refused. With European elections just 10 days away, there is a real risk that his silence will injure him in polls he was expected to win with ease – particularly now that respected figures in the Catholic church like the former Archbishop of Pisa Alessandor Plotti have begun to attack him. Berlusconi has said he may make a statement to parliament in response to what he calls the "vile reports" about his relationship with Noemi.

    It is symptomatic of the trivialisation of Italian politics under Berlusconi that he is now being held to account, not for corruption, or mafia connections, but because of his relationship with a teenage girl. But the fight itself is not trivial. Living in Italy now is like being trapped in a field of lava slowly but irreversibly sliding down a mountainside. Far from leading to a revitalised "Second Republic", Italy's bribery scandals of the 1990s instead ushered in the Age of Silvio and the slow, steady degradation of the nation's democratic institutions. If the Prime Minister can get away with carrying on an adulterous, semi-public love affair with a teenage girl (and then lying so brazenly about it that any fool can see he is not telling the truth) and still he is not brought to account – then the nation is in danger.

    By Peter Popham www.independent.co.uk

    Il sermone con i devoti ad ascoltarlo.

    Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi darà risposte al mondo? Come il nostro governo si presenta al mondo senza dare risposte in Italia.

    Public Duty and Private Vendetta

    Silvio Berlusconi, the Italian Prime Minister, complains that he is a victim of defamation. He has rounded on La Repubblica after the newspaper challenged him to explain his relationship with an 18-year-old aspiring model, Noemi Letizia, who addresses him as “Daddy”. According to Mr Berlusconi, this is a left-wing plot to undermine his authority.

    Mr Berlusconi’s complaint is blustering nonsense. He has invited derision by his promotion as candidates in the European elections of young women whose personal glamour exceeds their political knowledge. This latest stunt has provoked his longsuffering wife to demand a divorce. The questions posed by La Repubblica — about Mr Berlusconi’s involvement in the selection of candidates, and whether he has promised to assist Ms Letizia in a political or showbusiness career — are not an intrusion into private life. They relate to Mr Berlusconi’s public roles as politician and media magnate.

    Mr Berlusconi’s convoluted political dealings are muddied further by his media dominance. He controls three national television channels. His campaign against La Repubblica looks ominously like an attempt to cow dissent rather than protect a private reputation. It is especially tawdry that he has used his media position to criticise his wife, insinuating that she is mentally unstable.

    These are the actions of a wealthy and powerful man who treats politics and the media as fiefdoms. Mr Berlusconi has little apparent sense of the division between private interest and public duty. His newspaper critics are performing a public service for a badly governed populace.

    www.timesonline.co.uk

    L'affaire Noemi poursuit Berlusconi

    Le quotidien italien a retrouvé le petit ami de Noemi, la jeune fille à l'origine des déboires conjugaux du Cavaliere. Le jeune homme affirme que Silvio Berlusconi n'a jamais été ami avec les parents de Noemi mais a contacté directement l'adolescente. Une version des faits qui contredit celle avancée par le président du Conseil italien.

    Déjà mis à mal par une affaire de faux témoignage, Silvio Berlusconi est à nouveau sur la sellette concernant son amitié avec la jeune Noemi Letizia, l'adolescente de 18 ans à l'origine de ses déboires conjugaux. Le quotidien de centre gauche La repubblica a donné dimanche une version des faits totalement différente de la rencontre entre la jeune fille et le président du Conseil italien. La Repubblica a retrouvé l'ancien petit ami de Noemi Letizia, Gino. Ce jeune ouvrier qui est sorti avec Noemi d'août 2007 à janvier 2009, affirme que Silvio Berlusconi n'a jamais été un ami des parents de l'adolescente mais l'a contactée directement après avoir vu des photos de la jeune femme. Un témoignage qui contredit les déclarations du Cavaliere sur le sujet.

    Silvio Berlusconi a toujours assuré jusqu'à présent connaître la jeune fille par l'intermédiaire de ses parents. Il n'en est rien selon Gino. «Emilio Fede, un ami de Silvio Berlusconi et directeur de l'une de ses chaînes de télévisions, Rete 4, avait récupéré en octobre dans une agence spécialisée des photos de jeunes filles voulant faire carrière dans le spectacle, comme Noemi. Emilio Rede est passé voir le chef du gouvernement, oubliant sur la table les photos», a raconté le jeune homme de 22 ans fan de kickboxing à La Repubblica. Et le Cavaliere d'être frappé par la beauté de la jeune femme. «Noemi m'a dit que Berlusconi l'a appelée sur son téléphone, directement, sans aucune secrétaire», poursuit Gino.

    Berlusconi frappé par la «pureté» du visage de Noemi

    «C'était l'après-midi, elle étudiait. Berlusconi lui a dit qu'il a vu ses photos, qu'il a été frappé par son «visage angélique», par sa «pureté»», se souvient le jeune homme. «Berlusconi avait une attitude paternelle avec Noemi. Il lui demandait comment ça allait à l'école, si elle travaillait», ajoute-il. «Mais la situation me plaisait de moins en moins. Je me sentais comme le boucher du quartier sortant avec Britney Spears», a poursuivi Gino. Ce dernier explique avoir mis fin à la liaison avec Noemi après la décision de cette dernière de partir pour le Nouvel An en Sardaigne, dans la villa de Silvio Berlusconi. «Elle est partie avec une amie vers le 27 décembre et elle est revenue le 4 ou 5 janvier. Je pense qu'elle m'a dit des tas de mensonges. Je l'appelais sur son portable mais elle ne répondait jamais. A son retour ce n'était plus ma Noemi», regrette-il.

    Les révélations de Gino ont suscité la colère de la famille de Noemi qui a annoncé vouloir porté plainte pour diffamation. Ces révélations embarrassantes ne risquent pas non plus d'arranger les rapports entre Silvio Berlusconi et le quotidien qui a publié une série d'enquête sur cette étrange amitié. Le journal a adressé la semaine dernière une lettre publique au chef du gouvernement avec dix questions sur cette affaire auxquelles Silvio Berlusconi ne veut pas répondre. Parmi ces questions, le quotidien demandait : «Est-ce vrai que vous avez promis à Noemi de la lancer en politique ou dans les affaires ?»

    «Le comportement de nombreux journaux a été vraiment indigne, ignoble, je dirais dégoûtant et quand les gens se rendront compte de la vraie situation, de nombreuses personnes devront avoir honte», a fustigé le président du Conseil. Silvio Berlusconi s'est même dit prêt samedi à s'expliquer devant le Parlement sur ses rapports avec Noemi Letizia.

    Le scandale a débuté il y a trois semaines lorsque Veronica Lario, l'épouse de Silvio Berlusconi, a annoncé qu'elle demandait le divorce, la goutte ayant fait déborder le vase étant la présence du chef du gouvernement au 18e anniversaire de Noemi, qui l'appelle «papounet. «Je ne peux pas rester avec un homme qui fréquente des mineures», avait lancé Veronica Lario, tandis que Silvio Berlusconi s'était défendu de ces accusations, assurant qu'il s'agissait d'un coup monté de la gauche, à un mois des européennes . Selon l'Institut IPR, le Cavaliere a perdu à la mi-mai 3% par rapport au mois d'avril et se trouvait à 53% d'opinions favorables, tandis que le nombre de ceux qui lui accordaient «peu ou aucune confiance» passe de 42% à 46%.

    C.J. (lefigaro.fr) avec AFP

    Papi, en la encrucijada

    Se llama Verónica. Lo que no ha podido un centro-izquierda dividido y llorón, lo está pudiendo Verónica Lario, la mujer de Berlusconi durante los últimos 30 años. Ella, más que nadie, ha logrado poner contra las cuerdas el poder cada vez más absoluto de Il Cavaliere. Su carta a la agencia Ansa acusando a su marido de ser un emperador, de frecuentar a menores, de no estar bien de la azotea y de promover un sistema político y social que se basa en la belleza femenina y olvida lo ético es un rejón difícil de asumir. Incluso por Berlusconi, probablemente el único primer ministro del mundo capaz de recibir semejante rapapolvo y mantenerse arriba en las encuestas. Genio de la manipulación populista y mediática y plusmarquista mundial de procesos y absoluciones, se siente impune. Y con razón. Es el secreto de su éxito, el centro de gravedad de la sociedad del espectáculo. Como muchos otros: Bush, Cheney o Trillo. Berlusconi lo era hasta que salió Lario.

    Su puñetazo al mentón ha revelado al mundo el peor tufo dictatorial de Il Cavaliere. Sigue siendo el editor del mayor grupo mediático del país y a la vez es jefe de Gobierno, de modo que su control de la información televisiva es casi total. La autocensura y la censura, los chistes cínicos y machistas, y los movimientos más o menos subterráneos para intentar adocenar a la información escrita conforman una estrategia descarada de acometida a la libertad de prensa que los periodistas italianos sufren de forma cada vez más intensa. Lario, rebelándose contra la diabólica retórica entre lo público y lo privado, lo falso y lo verdadero, que marca el sello Berlusconi, se ha convertido en un modelo. Claro y al grano.

    La Repubblica ha resumido en 10 preguntas las numerosas dudas que engendran las aventuras políticas, prostáticas y narcisistas de Berlusconi. Le ha mandado el cuestionario, y ha sucedido lo único posible. Ira y silencio. Clinton también tardó lo suyo en contar la verdad sobre Lewinsky. En Italia no hay impeachment. Pero sería muy saludable para

    la democracia italiana que Mr. Impune tomara lápiz y papel, y contara al mundo por qué le llaman Papi.

    www.elpais.com

    Berlusconi rejects bribery ruling

    Silvio Berlusconi
    Silvio Berlusconi says he will let the judges know what he thinks of them

    Italian Prime Minister Silvio Berlusconi has promised to give a full rebuttal to judges who said his lawyer had lied in court to protect him. Mr Berlusconi said he would respond in parliament to the "outrageous verdict", but did not say when. His British tax lawyer David Mills was found guilty in February of taking a £400,000 bribe from Mr Berlusconi. Explaining their verdict on Tuesday, the judges said he lied either to help the PM dodge charges or keep profits. "The artificial, opaque and sophisticated way in which the money was transferred to Mills' accounts itself indicates the illegality of the whole operation," the judges wrote.

    'Contrary to reality'

    Mr Berlusconi was originally on trial with Mills, but passed a new immunity law which suspended the charges for as long as he was in office. He has always denied any involvement. Mills, the estranged husband of UK Olympics minister Tessa Jowell, also rejects the verdict and remains at liberty after launching an appeal.

    David Mills
    Judges say Mills committed perjury in two separate trials in the 1990s

    Mr Berlusconi responded to the judges' statement by saying: "It is simply an outrageous verdict, contrary to reality, and I am convinced that the appeal judgement will show it. "I announced this morning my intention to explain myself before parliament on the Mills judgement and I will do it as soon as I have time."

    He said he would use the opportunity to "finally say what I have thought for some time about certain judges".

    Still popular

    Mr Berlusconi, one of Italy's richest men, has been through the courts several times on charges including embezzlement, tax fraud and false accounting, and attempting to bribe a judge.  In some cases he has been acquitted. In others, his conviction was overturned on appeal, or the statute of limitations expired before the case could reach its conclusion.  He has often blamed what he calls politically motivated left-wing judges and prosecutors for his various run-ins with the law.  But calls by some smaller political parties for the prime minister to resign over the latest scandal are unlikely to have much impact, says the BBC's Duncan Kennedy in Rome.  With substantial parliamentary backing and with his personal popularity ratings among the highest for any recent Italian leader, there seems little prospect of him being unseated, our correspondent says.

    news.bbc.co.uk

    La copertina di "Der Spiegel" non si riferisce all'articolo

    Berlusconi will Ehekrise vor Parlament klären

    Der Rosenkrieg im Hause Berlusconi wird zur Staatsaffäre - das begreift jetzt offenbar auch Italiens Regierungschef selbst. Er erwägt eine Rede vor dem Parlament, um seine angebliche Liason mit einer 18-Jährigen aufzuklären. Berichten zufolge soll Berlusconi über das Verhältnis gelogen haben.

    Der italienische Ministerpräsident Silvio Berlusconi denkt darüber nach, sich vor dem Parlament zu seiner angeblichen Beziehung zu einer 18-Jährigen zu äußern. Er sei versucht, dies zu tun, werde aber noch eine Weile überlegen, sagte der 72-Jährige am Samstag in einem Interview mit dem Fernsehsender T9. Mehrere Abgeordnete der Opposition hatten den Regierungschef aufgefordert, öffentlich zu den Gerüchten Stellung zu nehmen.

    Die Noch-Ehefrau Berlusconis, Veronica Lario, hatte vor drei Wochen angekündigt, dass sie wegen der chronischen Schwäche ihres Mannes für hübsche, junge Frauen die Scheidung wolle. Für Zorn im Hause Berlusconi hatte vor allem dessen Besuch zum 18. Geburtstag der Neapolitanerin Noemi Letizia gesorgt. Bei den Feiern seiner eigenen Kinder glänzte Berlusconi dagegen mit Abwesenheit.

    "Engelsgleiches Gesicht"

    Bislang hatte der 72-Jährige stets erklärt, er habe das Mädchen über ihre Eltern kennengelernt - sie sei eine "Freundin der Familie". Allerdings soll der italienische Regierungschef einem Zeitungsbericht zufolge über seine Beziehung zu der Neapolitanerin gelogen haben.

    Tatsächlich habe der milliardenschwere Medienunternehmer im Oktober Fotos von ihr, die der Direktor einer seiner Fernsehsender bei ihm vergessen habe, entdeckt und sie daraufhin kontaktiert, schrieb die "La Repubblica" am Sonntag.

    Die Zeitung beruft sich auf einen Ex-Freund der 18-Jährigen. Er habe sie angerufen und von ihrem "engelsgleichen Gesicht" und ihrer "Reinheit" geschwärmt haben, sagte der 22-Jährige. Berlusconi habe sich seiner Ex-Freundin gegenüber "väterlich" verhalten. "Er fragte sie, wie es in der Schule war, ob sie auch genug lerne."

    Anmerkung der Redaktion: In der ursprünglichen Version dieses Artikels wurde Berlusconi irrtümlich als Präsident bezeichnet. Wir bitten diesen Fehler zu entschuldigen.

    amz/AFP www.spiegel.de

    Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha detto che sarà difficile far capire al resto del mondo, in effetti non pare abbiano capito o forse non hanno come editore e primo ministro lui.

    «Hasta la victoria» e gay in parata. La nuova Cuba esce allo scoperto.

    Cuba ha festeggiato e continua a festeggiare il cinquantenario della Rivoluzione - 17 maggio 1959 - come un compleanno di famiglia senza ridondanze di parate e celebrazioni patriottiche. La retorica è confinata nei vecchi slogan tracciati sui muri e ormai sbiaditi come Patria o Muerte e Hasta la Victoria siempre che ricordano la lotta contro il regime di Fulgencio Batista, un passato ridotto in cenere. Un recente sondaggio ha collocato l’isola - la perla dei Caraibi - in cima alla graduatoria dei Paesi più felici del mondo. Non ha sorpreso nessuno che la manifestazione più vivace e chiassosa del calendario sia stata una sfilata degli omosessuali - uomini e donne - che a passo di danza negli sfrenati ritmi latino-americani hanno percorso le vie del centro per sfociare nei giardini del Pabellón di Cuba, cuore vibrante della capitale. «Era già avvenuto l’anno scorso - ha commentato un anziano signore con un sorrisetto di disgusto - e a quello là non è affatto piaciuto». Quello là è Fidel Castro, che vent’anni fa i gay li mandava ai lavori forzati. A sottolineare ulteriormente il cambiamento e l’evoluzione del clima sociopolitico del Paese anche il fatto che a madrina della manifestazione fosse stata eletta Mariela Castro Espín, figlia del presidente Raúl, che ha pronunciato un applauditissimo discorso sulla salvaguardia dei diritti umani.

    La festa sarebbe continuata nei giorni successivi, sotto un cielo impietoso e incandescente. Niente di meglio che trovar rifugio nei musei dell’Avana o di Santa Clara per ripassare la Storia. O nella casa di vecchi campesinos che hanno combattuto accanto a Fidel o ad Ernesto Che Guevara sulla Sierra Maestra. Come Modesto, che abita ad Arrey Blance, un villaggio a un paio d’ore dall’Avana, poche case, la campagna arroventata senza un filo di vento. La nostra guida lo descrive come «un hombre grande de pelo blanco», un omone coi capelli bianchi. Ottantadue anni, come Fidel. In nostro onore s’è messo una camicia bianca, ariosa come una toga. Fragrante. Dice che «qui a Cuba si vive bene con l’agricoltura» e «non sono villaggi da fame come altri Paesi del Centro America». Modesto racconta che verso la fine della Rivoluzione cubana ebbe un incontro straordinario. S’era messo col Movimento di liberazione contro la dittatura di Batista, che portava armi rubate all’esercito regolare. «Era il 23 dicembre e raggiunsi sulla montagna un accampamento dei ribelli. Avevo con me fucili e proiettili. Ma, avvicinandomi, ebbi l’impressione di trovarmi davanti a un reparto di donne. Avevano i capelli così lunghi... Anche il loro comandante aveva i capelli lunghi. Sì, proprio lui, Che Guevara... mancavano pochi giorni alla battaglia decisiva di Santa Clara. Lo vidi stanco, molto teso. E comunque era un uomo di poche parole, badava ai fatti».

    Ciò che sorprende nei racconti dei compagni d’avventura del Che è la mancanza dei toni eroici, si privilegiano i piccoli fatti, la banalità della vita quotidiana: «Ci nutrivamo di latte in polvere - rievoca Miguel, che per 22 mesi combatté al fianco del Comandante ed è rimasto uno dei suoi testimoni più attendibili e meticolosi -. Molto spesso non avevamo né riso, né fagioli, né carne perché non c’era denaro per comprare dai contadini, che già non riuscivano a mettere insieme il pranzo e la cena con quelle nidiate di bambini sempre affamati... E il Che era giusto, inflessibile. Se c’era un pezzo di pane doveva essere diviso fra tutti. Lui era l’ultimo. E se c’erano dei prigionieri, erano i primi ad avere quel poco cibo di cui disponevamo». È sempre una forte emozione, tornando a Cuba, ripercorrere brevemente i suoi itinerari, visitare le sue case o anche sostare lungo la via crucis della sua straordinaria avventura: la vedova, Aleida March, è un’anziana signora, molto malata, che non ha più tempo né voglia di riaffondare in lontani ricordi. Soprattutto in quella mattina dell’8 ottobre del '67, quando lo freddarono brutalmente in Bolivia. Ciò che si legge nel suo libro «Evocación» forse non aggiunge nulla, per gli storici, alla vicenda della Rivoluzione cubana: ma tratta della rievocazione di una lunga e spesso sofferta convivenza con uno dei suoi più grandi e tragici protagonisti.

    E non è certo superfluo ricordare che tra gli autori preferiti del giovane Ernesto Guevara figuravano Pindaro, Sofocle, Euripide, Demostene, Platone, Aristotele, Plutarco, Racine, Dante, Ariosto, Shakespeare e Goethe. Nutrita da tanta letteratura, la giovane guerrigliera Aleida si lancia nella lotta clandestina nel dicembre del '56, quando già sapeva dell’esistenza del giovane Che, la cui leggenda s’era «già diffusa per tutto il Paese», un giovane eroe e anche «molto attraente». Una foto, nel libro, lo mostra col sigaro in bocca e il più spavaldo dei sorrisi. Stava per cominciare la «verdadera lucha revolucionaria» e anche Fidel ha il sigaro in bocca. Si sposano. Ernesto fa carriera, diventaministro, gira per il mondo. Da ovunque si trovi manda ad Aleda messaggi dolci e di fuoco, zucchero e miele: da Hiroshima, dal Marocco, la chiama Aleiducha, la riempie di abrazos e besos. Nascono quattro figli. Dall’Egitto, nel '65, le invia una lettera molto affettuosa e galante dove la chiama Señora e le bacia rispettosamente le mani firmandosi il «suo maritino». Ma all’interno le acque non sono tanto calme. Tra Fidel e Guevara nascono dissidi e contrasti soprattutto sulla questione economica: il Che s’era opposto alla riforma agraria del 1961 con cui Castro invitava i contadini a distruggere le piantagioni di canna da zucchero perché «ne erano state piantate troppe». Una seconda riforma agraria avrebbe posto un limite alla superficie massima delle proprietà terriere. Più che l’Avana è Santa Clara la città maggiormente legata all’esistenza di Ernesto Guevara.

    Le tappe della sua vita sono scrupolosamente documentate nelle sale di un museo che porta il suo nome. Qui venne combattuta la battaglia finale e determinante della Rivoluzione. Qui sono tumulati i suoi resti e quelli dei 156 compagni che morirono insieme a lui in Bolivia nelle alture di La Higuera. Nelle bacheche del sotterraneo sono esposti i pochi soggetti, le poche cose che vennero trovate sui cadaveri: un portafogli, un pettine, una camicia stracciata, un berretto, una banconota venata da tracce di sangue essiccato. Ci sono anche le scarpe e i vestiti di una giovane rivoluzionaria che si chiamava Labadi Arc, violata prima di morire. C’è pure una foto di Fidel, quando venne ferito negli scontri tra polizia e studenti il 12 febbraio del 1948. Accanto, gli scarponi di Raúl Castro quando scarpinava col fratello sulla Sierra in cerca di gloria e una bambolina di plastica dentro la cui tenera innocenza venivano incapsulati i messaggi segreti destinati ai partigiani in lotta sulla montagna. Sul soffitto, come nella Cappella Sistina, sono affrescate le storie della guerra di Cuba. Tra i messaggi che Aleida March conserva gelosamente nella sua casa ce n’è uno particolarmente toccante con francobollo giapponese. Poche parole. «Sono a Hiroshima, quella della bomba - dice -. Nel catafalco che vedi ci sono i nomi di 78 mila persone morte e si presume un totale di 180 mila. Fa bene visitare questo luogo per lottare con energia a favore della pace. Un abbraccio. Che».

    È domenica e mi sembra giusto, accomiatandomi da Cuba, fare una passeggiata al santuario di San Lázaro. È meta di pellegrinaggi da tutte le parti. La gente arriva in pullman, in macchina, in treno e in calesse (famiglie intere con la borsa per il picnic) trainate da vecchi ronzini con musi lunghi e dolci. Secondo la tradizione, dai limiti del recinto le persone più devote e affette da senile disperazione raggiungono la soglia della chiesa strisciando sulle ginocchia, un centimetro dopo l’altro. Un poco imbarazzato seguo uno di questi pellegrini, un uomo sui settanta, ben vestito, i jeans da ragazzo bene, i mocassini. Una fatica boia. Una bella signora di mezza età gli cammina accanto, sul selciato di pietra e lo protegge con un ombrello a fiori dal sole spietato. Lo sforzo è grande e l’uomo bofonchia esausto e ogni mezzo metro appoggia la testa canuta sugli stecchi delle braccia, incrociate sull’asfalto. Sta facendo quella penitenza (apprendo) perché la moglie è malata grave e lui è qui per chiedere la grazia a San Lazzaro: ma altri sforzi dovrà fare per avvicinarsi alla grata della cappella, assediata com’è da tanti poveracci che hanno nel cuore pene altrettanto grandi. Nella mano sinistra ha un mazzetto di fiori, nella destra una candelina che in qualche modo è riuscito ad accendere. E abbarbicandosi infine al cancelletto, riesce a depositare sul pavimento i segni della propria devozione. Poi lo vedo piangere e anche a me viene il magone.

    di Ettore Mo

    "Prima o poi arriva l'ora in cui bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare: ma bisogna prenderla, perchè è giusta” - Martin Luther King

    " Si muore generalmente perché si è soli o perché

    si è entrati in un gioco troppo grande.

    Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze,

    perché si è privi di sostegno.

    In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato

    non è riuscito a proteggere."

    Giovanni Falcone

    I moderni gabellieri che diventano ricchi con i soldi delle nostre tasse.

    Un’inchiesta della Procura di Velletri sta  facendo tremare quasi cinquecento Comuni italiani. Che temono di rimanere con le casse vuote. Nelle indagini dei magistrati è finito Giuseppe Maggese di Tributi Italia, la più grande azienda privata  per l’accertamento e la riscossione delle imposte locali, dall’Ici alla Tarsu, fino a quelle delle insegne e dell’occupazione di suolo pubblico.

    L’accusa, che ha portato agli arresti domiciliari per dieci giorni il quarantanovenne  fondatore della società, è di associazione a delinquere finalizzato al peculato. Tributi Italia, secondo la Procura, avrebbe ritardato di molti mesi, oltre le scadenze contrattuali, il riversamento delle somme nelle casse dei Comuni, lasciando le amministrazioni senza soldi. A essere indagata non è però la società, ma il solo Maggese, ritenuto il “dominus” effettivo di Tributi Italia nonostante sia formalmente solo il consulente per i “Servizi speciali”: per un precedente arresto nel 2001, ha infatti lasciato la presidenza alla sorella Patrizia.

    Tra i maggiori accusatori della Tributi Italia c’è il comune di Nettuno, sulla costa a sud di Roma. Il rapporto con Tributi Italia è nato nel ’99 (allora si chiamava Publiconsult), quando il sindaco di centrodestra Vittorio Marzoli aveva smantellato l’Ufficio tributi del Comune esternalizzando i servizi di accertamento e riscossione alla società pubblico-privata Nettuno service. “Dai banchi dell’opposizione” dice l’attuale sindaco di centrosinistra Alessandro Chiavetta “abbiamo sempre contestato questa scelta. Il Comune, pur detenendo il 51 per cento della Nettuno service, era in minoranza nel Cda e non esprimeva neanche l’amministratore delegato. Tutto, dalla sede della società al conto corrente in cui venivano versati i soldi, era in mano alla Publiconsult, poi San Giorgio poi Tributi Italia. L’aggio concordato (la percentuale che spetta alla società) era altissimo: in un primo tempo era stato fissato addirittura al 30 per cento, poi è stato ribassato al 18”. Ma a far scattare la denuncia è stato il fatto che, degli olte tre milioni e mezzo che deve avere da Nettuno service, il Comune non ha ancora incassato niente.

    Un altro caso, con al centro la società Maggese, è scoppiato a Bologna, dove il pm Luigi Persico ha aperto un’inchiesta sui mancati versamenti e le fideiussioni sospette presentate a garanzia del debito di quattro milioni 800 mila euro di Gestor (poi acquisita da San Giorgio) verso Palazzo Accursio. “La società” spiega il direttore del settore Entrate del Comune Mauro Cammarata  “sta ora rispettando il piano di rientro e sta pagando regolarmente le rate”. Ma, visto che non fidarsi è meglio, il sindaco Sergio Cofferati ha rinegoziato il cosiddetto cash pooling: i tributi vanno direttamente nelle casse del Comune, che poi liquida alla società l’aggio dell’8,9 per cento stabilito.

    Dei procedimenti giudiziari che coinvolgono direttamente o indirettamente le tante aziende di accertamento e riscossione dei tributi è piena l’Italia. E spesso al centro delle indagini c’è il rapporto con gli amministratori locali. Tra le tante contestazioni che la Corte dei Conti delle mArche muove all’ex sindaco di Falconara Marittima Giancarlo Carletti (centrosinistra), ce n’è una che riguarda l’aggio troppo elevato (il 17,78 per cento poi ribassato all’8 per cento dal successore Riccardo Recanatini) concesso alla Esino entrate, una società pubblico-privata creata per la riscossione dei tributi e chiusa il 31 dicembre scorso (con i lavoratori lasciati per strada) dall’attuale primo cittadino, di centrodestra, Goffredo Bandoni.

    Quella della riscossione dei tributi degli enti locali è una partita che vale circa venti miliardi l’anno. A farla da padrone è Equitalia, la società a capitale pubblico (51 per cento Agenzia delle Entrate, 49 per cento Inps) che possiede 21 Equitalia locali (Polis, Gerit, Serit, eccetera) e ha convenzioni con 4.637 Comuni per un totale di circa 30 milioni di cittadini. Le società private sono  state scelte invece da circa quattromila Comuni (20 milioni di cittadini), mentre 14 amministrazioni hanno costituito società miste pubblico-privato. La somma è superiore agli 8.101 Comuni italiani, perché alcune amministrazioni (è il caso di Bologna o di Torino) hanno affidato la riscossione di alcuni tributi a Equitalia e di altri ai privati.

    Ma perché i Comuni danno l’appalto a chi chiede un aggio che può sfiorare il 30 per cento quando Equitalia (per legge) chiede il 9? Mentre la magistratura indaga sui singoli casi sospetti, una risposta tecnica la dà Cammarata. “Le gare” dice “sono vinte non solo in base al prezzo più basso, ma anche ai servizi offerti. Equitalia si occupa di riscossione, mentre società private fanno anche l’accertamento”. Vanno cioè a scoprire gli evasori e portano così più tributi al Comune. “Noi” dice Pietro Di Benedetto, presidente dell’Anacap, che raccoglie le 35 società private più importanti, “seguiamo il tributo dall’inizio alla fine, offrendo anche lo sportello al pubblico. Quando si afferma che il nostro aggio è elevato, si dimentica che in quella percentuale è compreso anche l’aggiornamento delle banche  dati dei Comuni e la ricerca degli evasori. Questo lavoro, le società come Equitalia, che gestiscono solo la riscossione, non lo fanno”.

    Quello dei moderni gabellieri è però un mondo che sta cambiando: nel “pacchetto anticrisi” approvato il 28 gennaio, il governo ha stabilito che le 90 società private che si occupano di tributi iscritte all’Albo nazionale del Tesoro per partecipare alle prossime gare d’appalto  devono elevare il capitale da 2,5 “a un importo non inferiore a dieci milioni di euro interamente versato”. L’unica deroga è per le società a prevalente capitale pubblico, cioè le 21 di Equitalia e quelle istituite dai Comuni. Anacap e Asco Tributi hanno segnalato alla Commissione europea che la legge violerebbe alcune norme comunitarie, limitando la concorrenza. “Con l’abolizione dell’Ici le nostre entrate si sono ridotte” dice Di Benedetto “ per molte società portare il capitale versato a dieci milioni  di euro è impossibile. Questa legge sta mettendo in crisi un settore che conta 5.500 addetti. Finora si sono adeguate una ventina di società e alla fine ce la faranno in tutto una quarantina. Per le altre c’è il rischio chiusura”.

    Un modo per aggirare la norma e anche l’iscrizione all’Albo nazionale c’è. L’ha trovata in provincia di Lecce la Future service, cui si affidano decine di amministrazioni pugliesi. Formalmente, i tributi sono gestiti in proprio dal Comune, che però si avvale del “supporto” della società all’interno e all’esterno dei locali pubblici. “Abbiamo scelto Future service” dice il sindaco di Novoli Oscar Marzo Vetrugno “perché il loro recupero dell’evasione è di 10-15 volte più alto delle altre società. Anche se chiedono un aggio del 28 per cento, al Comune arrivano comunque più soldi. Il loro servizio è chiavi in mano, dall’accertamento ai contenziosi, fino all’assistenza legale”. Una gestione in proprio ma molto (etero)diretta.

    di Marco Romani

    La Ferrari ha sempre ragione.

    Vi ricordate di quando nel 2002 la Fiat andava male e Silvio Berlusconi proponeva per risolverne la crisi di cambiarle nome in Ferrari? Adesso le sorti sembrano ribaltarsi e realtà virtuale per realtà virtuale potrebbe trovare comodo ribattezzare la Ferrari Fiat e la Testarossa Panda. In fondo alla gente basta vendere sogni…

    A spiluccare nei media italiani la Ferrari perde (in pista e in tribunale) ma ha sempre ragione e al massimo la rossa è vittima di un complotto comunista ordito da quel nazista di Max Mosley. Così i TG o i GR si trasformano in bollettini della vittoria (dov’è, la chioma ce la siamo rifatta apposta) firmati Armando Diaz. Poi però se la Ferrari ha sempre ragione e tu hai presentato sempre e solo il suo punto di vista poi, quando arrivano le sentenze, il re è nudo e vallo a spiegare che il complotto era solo nella fantasia degli uffici stampa.

    E’ un po’ come quel politico e imprenditore televisivo italiano (di cui sopra) per il quale è un complotto comunista (che oramai devono essere alle porte di Saigon) perfino il divorzio chiesto dalla moglie.

    Come lui, per lui, quei media che, pur di fronte a una sentenza di un tribunale, si sperticano nell’esercizio del dubbio, del modo condizionale (fanno corsi rapidi, perché se l’imputato non è ricco e famoso usano solo l’indicativo) e nell’uso dell’aggettivo “presunto”. Addirittura ieri il principale TG via satellite ha intervistato il coimputato del politico in questione. L’avvocato Mills, latitante a Londra (più o meno come quell’altro politico che se ne andò ad Hammamet a far l’esule), al telefono se la rideva letteralmente di fronte a domande cogentissime come “avvocato, perché è insoddisfatto della sentenza [che lo condanna per corruzione a anni di galera che non sconterà]?”

    Ciò ricordando che c’è pure chi non va troppo per il sottile come “Studio Aperto” che dice che il corruttore del corrotto condannato, la posizione del quale è stata stralciata perché il corruttore si è fatto una legge apposta, è stato assolto. Aiazzone diceva “vedere per credere”.

    Ma a volte il destino è cinico e baro e i fatti si prendono la rivincita. Riguardarsi please l’evergreen di Salvatore Bagni in Italia-Olanda 0-3: “siamo troppo più forti (plin, 0-1), siamo troppo più tecnici (boing, 0-2), questa partita la vinciamo facile (plaf, 0-3)”.

    Viva l’Olanda, nostri Robin Hood contro gli imbonitori delle masse (si accettano scommesse se Augusto Minzolini al TG1 riuscirà ad essere più supino del sublime Gianni Riotta) e beccatevi questa ADNKRONOS e lambiccatevi il cervello su perché da noi vogliamo attrezzare a galere pure le navi.

    In Olanda i criminali sono troppo pochi. E il governo decide di chiudere otto carceri

    Inversione di tendenza rispetto agli anni Novanta

    La riduzione del tasso di criminalità ha portato il ministero della Giustizia ad annunciare la chiusura di diverse strutture, con un taglio di 1200 posti di lavoro e un risparmio nelle casse dello Stato di 160 milioni di euro all’anno. Per limitare i danni all’occupazione, però, verranno accolti i prigionieri del vicino Belgio

    Bruxelles, 20 mag. (Adnkronos/Aki) - Celle sempre piu’ vuote nei Paesi Bassi, dove a causa della riduzione dei tassi di criminalita’ il governo ha annunciato la chiusura di diverse prigioni. Il ministero della Giustizia olandese prevede la chiusura di ben 8 penitenziari con il conseguente taglio di 1.200 posti di lavoro nel sistema penitenziario nazionale. Situazione totalmente in controtendenza rispetto agli anni ‘90, quando il numero delle carceri non era invece sufficiente per rispondere alle esigenze nazionali. Ma la situazione e’ cambiata. Oggi il piccolo Regno nordeuropeo puo’ accogliere un totale di 14mila persone ma il numero dei detenuti si ferma a 12mila.

    Risultato: il viceministro della Giustizia, Nebahat Albayrak, ha annunciato la chiusura di otto penitenziari, con la perdita di 1.200 posti di lavoro su 10.600. L’operazione rappresenta per le casse dello Stato un risparmio di circa 160 milioni di euro annuali. Intanto, per limitare gli effetti sull’occupazione di questa riduzione dei detenuti, i Paesi Bassi hanno deciso di accogliere centinaia di prigionieri provenienti dal vicino Belgio, dove il numero dei penitenziari e’ invece insufficiente.
    La prigione di Tilbourg, nell’Olanda meridionale, dovrebbe ricevere nel 2010 circa 500 detenuti belgi per un periodo di circa due anni, nell’attesa che Bruxelles costruisca nuove prigioni. Per questo, Belgio e Paesi Bassi firmeranno probabilmente "entro un mese" un particolare trattato, ha detto ancora Albayrak. Per il funzionamento del penitenziario, il Belgio dovra’ pero’ sborsare circa 30 milioni di euro.

    http://www.adnkronos.com/IGN/Esteri/?id=3.0.3336496887 

    PS, il Belgio li manda in Olanda e se suggerissimo ad Angiolino Alfano detto “Lodo” di mandare i nostri esuberi in Libia?

    di Gennaro Carotenuto www.gennarocarotenuto.it

    Obama-Netanyahu

    Barack Obama reçoit lundi le premier ministre israélien à la Maison-Blanche. Il défendra la création d'un Etat palestinien.

    Le président américain Barack Obama reçoit lundi à Washington le Premier ministre israélien Benjamin Netanyahu pour une première rencontre entre les deux dirigeants depuis leur prise de fonction sur fond de désaccords sur le Proche-Orient et l'Iran.

    Barack Obama et son administration insistent sur une "solution à deux Etats" pour résoudre le conflit israélo-palestinien, alors que le chef du gouvernement israélien refuse d'endosser la création d'un Etat palestinien souverain.

    Benjamin Netanyahu, arrivé dimanche matin à Washington, apporte dans ses valises une "nouvelle approche" du problème palestinien.

    Barack Obama, alors candidat démocrate à la présidence des Etats-Unis, et Benjamin Netanyahu alors leadrer de l'opposition le 23 juillet 2008

    AFP/Archives/David Furst

    Barack Obama, alors candidat démocrate à la présidence des Etats-Unis, et Benjamin Netanyahu alors leader de l'opposition le 23 juillet 2008.

    _____________________________________________________________

    "Si nous mettons en avant un nouveau plan, les Américains ne vont pas le rejeter, s'ils pensent qu'il peut aider leur politique", a déclaré dimanche un haut-conseiller israélien.

    Benjamin Netanyahu a appelé ce mois-ci à une "nouvelle approche" du processus de paix au Proche-Orient fondée sur des discussions, de la coopération en matière de sécurité et le développement de l'économie palestinienne.

    Fortes divergences

    Il a également dit qu'il souhaitait renouveler les discussions avec le président palestinien Mahmoud Abbas dans les prochaines semaines.

    Mais cela pourrait ne pas suffire à Barack Obama et son administration.

    L'administration américaine voudrait par ailleurs voir Benjamin Netanyahu mettre fin aux constructions dans les colonies juives de Cisjordanie occupée, conformément à la Feuille de route, le dernier plan international exigeant un gel de la colonisation.

    Benjamin Netanyahu entend pour sa part poursuivre la politique d'agrandissement des implantations existantes, particulièrement à Jérusalem-est annexée après sa conquête en 1967, et des grands blocs de colonies en Cisjordanie.

    En outre, un autre désaccord porte sur la décision de Barack Obama d'ouvrir le dialogue avec l'Iran pour tenter de le dissuader de poursuivre ses ambitions nucléaires et veut laisser le temps à sa diplomatie d'ouverture.

    Cette nouvelle approche inquiète Israël, qui se réserve l'option d'un recours à la force et préconise de limiter ce dialogue. Pour Benjamin Netanyahu, la menace que représente le programme nucléaire iranien est prioritaire et compte plus que la résolution du conflit israélo-palestinien.

    Par LEXPRESS.fr avec AFP

    Il G8 dell'Università a Torino: il deserto delle speranze

    SI CHIAMA G8 dell'Università . Si svolge in una Torino dove è ancora fresca la memoria della contestazione operaia al Lingotto. Ci saranno anche qui episodi di quel genere? Qualcuno tenterà di gettare giù dalla cattedra un Magnifico Rettore? Un fatto è certo: operai e studenti non sono più uniti come nel '68. Ma li unisce tuttavia un disagio profondo, una difficoltà di vedere la luce oltre il buio della crisi. E la crisi degli studenti ha in comune con quella degli operai questa sensazione di vivere un presente senza futuro.

    Verrà qualche risposta da Torino? I segni che vengono da questa città sono importanti per tutta l'Italia. Qui il Primo Maggio 2009 è caduto tra il processo per i sette operai morti nel rogo della Thyssen-Krupp e le notizie dell'avanzata nel mondo della Fiat di Marchionne: una tragedia e una speranza. All'università non ci sono tragedie. O meglio, ce n'è una così grande che non riusciamo quasi a vederla: in questo mondo di giovani non ci sono speranze. C'è la sensazione diffusa di una delusione storica: un gran vento di delusione che frena le nuove leve, fa calare gli iscritti, inaridisce la generosità dei giovani e la loro naturale voglia di cambiare il mondo in un cinismo precocemente senile.

    "Se rinasco non mi laureo": parole come queste si leggono spesso nelle confessioni dei giovani sul web: tanti i pentimenti e le frustrazioni per una laurea che non è servita a dare un lavoro soddisfacente. La crisi che morde sul vivo del tessuto sociale fa saltare le illusioni di una promozione sociale legata al titolo di studio. Qui si vive alla giornata sotto la grandine di statistiche tutte deprimenti: calo degli iscritti, calo dei finanziamenti, riduzione dei corsi. A disagio è lo stesso ministro Gelmini che ha dovuto ammettere che i dati Eurostat sulla situazione dell'università italiana e sul numero di giovani laureati nel nostro paese 'non sono particolarmente brillanti e destano forte preoccupazione'. L'Italia, maglia nera nelle statistiche degli investimenti per la scuola e per la ricerca, lo è anche in quelle della percentuale dei laureati.
    Naturalmente tutto può essere consentito ad un ministro fuorché la meraviglia davanti agli esiti prevedibili di scelte deliberate. Quello che la finanziaria lampo del ministro Tremonti ha voluto si sta realizzando passo dopo passo. E l'impoverimento delle nostre istituzioni di ricerca e di studio ne è la concreta risultanza. Ma la delusione sociale che circonda la scuola e l'università è un fenomeno che va al di là del contributo di questo governo. È un sintomo importante di un momento critico di passaggio tra l'Italia contadina e analfabeta di ieri e il paese che sconta le sue deficienze profonde nella gara internazionale in atto proprio sul terreno della crescita culturale collettiva. Non c'è giorno in cui il livello di povertà estrema di idee e di valori portati dalle forze dominanti nel paese non si renda evidente al mondo intero. La retorica xenofoba scatenatasi tra i contendenti interni al governo di destra per la conquista dei voti e per l'ormai aperta guerra di successione all'attuale leadership berlusconiana sta creando ogni giorno situazioni grottesche per l'immagine dell'Italia e degli italiani nel mondo intero. Il legame tra forze eterogenee unite oggi dall'obbedienza all'unico leader ma in lotta per la ormai imminente successione è fatto di poche e poverissime parole d'ordine. Spetta oggi a chi si oppone al paese incolto, depresso e corrotto che questo governo rappresenta e alimenta, cominciare a ipotecare il futuro. C'è un'immagine che ha colpito i commentatori americani del rinnovamento della Fiat sotto la direzione di Marchionne: è stato detto che sotto di lui sono stati allontanati tutti quei settori dirigenziali che erano cresciuti a dismisura come un colesterolo a ingombrare le vene dove circola il sangue del lavoro operaio. Qualcosa del genere sarebbe necessario all'università: qui il colesterolo che incrosta la circolazione del sapere e rallenta la crescita intellettuale delle giovani generazioni è costituito dalla crescita di una serie di concrezioni burocratiche alla cui ombra si sono formati centri di potere e di corruzione.

    Nella piccola borghesia italiana non si è ancora cancellata l'idea del titolo di studio come carta di accesso al club del privilegio. Mantenere i privilegi in una società formalmente democratica è possibile ad un solo patto: lo svuotamento e la falsificazione delle regole fondamentali del gioco. E se questo accade nella politica e nell'economia del paese, non si vede perché dovrebbe restare indenne la divisione sociale del sapere. Così per garantire al figlio del potente barone della medicina gli stessi privilegi del padre è necessario svuotare di serietà i concorsi, trasformarli nel falso attestato di una gara intellettuale che non c'è stata. La denunzia di questo stato di cose ha riempito le cronache, ma non ha portato a nessun serio cambiamento. Si è parlato molto di riforma delle regole ma questa riforma non è venuta. I segni che se ne conoscono si muovono lungo l'antico tracciato della dominante burocratica che ha soffocato sempre la dinamica creativa degli studi e della ricerca. La riforma che si prepara registra solo qualche aggiustamento destinato a mascherare l'assetto creatosi negli anni in Italia senza modificarlo. E l'assetto è tale da allontanare decisamente l'Italia dal quadro della competizione intellettuale per attirare i migliori e emarginare i pesi morti.

    Una volta Giorgio Pasquali si augurò che l'università abbandonasse " l'ipocrisia, che è insieme gioco di bussolotti, dei concorsi". Quel gioco oggi è più pesante e squalificato che mai, almeno da noi. Ma è l'intero mondo universitario italiano a soffrire di un discredito sociale diffuso che lo accomuna nella mentalità corrente agli altri luoghi di potere e di ricchezza - luoghi dove la corruzione è ammessa come un dato incancellabile, una condizione essenziale dello stesso funzionamento normale delle cose. C'è chi dice che la corruzione in Italia è un fenomeno incancellabile, che fa parte del costume o addirittura del Dna degli italiani, che si lega a una storia diversa. A queste valutazioni, frutto del clima depresso e confuso in cui viviamo, bisogna reagire. A chi guarda al futuro della società italiana deve stare sommamente a cuore la funzione viva e vitale dell'università come luogo fino a oggi unico in Italia di trasmissione del sapere e di avvio alla ricerca. E' qui che si gioca una partita decisiva per il paese.

    Dalla sessione del G8 dell'università ci aspettiamo uno sguardo severo sulla realtà attuale per tanti aspetti poco rosea della condizione degli studi ma anche la capacità di guardare alle cose con la prospettiva lunga del tempo dei giovani. Anche in Italia l'università è oggi finalmente una realtà di massa. Questo vuol dire che a tutti i livelli sociali e in tutte le regioni del paese l'università è entrata nell'orizzonte del futuro di ogni giovane come una possibilità, come una speranza. Non è più il passaggio obbligato di una minoranza che si trasmette col diploma di laurea un appannaggio di famiglia: o almeno non è più solo questo. Nella scala dei valori sociali quel modo di pensare appartiene al passato.
    di Adriano Prosperi www.repubblica.it

    L'amore violento: 14 milioni di donne in Italia hanno subito qualche forma di violenza.

    Ci sono violenze che non arrivano sulle pagine di cronaca. Di cui sappiamo qualcosa solo attraverso frasi dette sottovoce, aneddoti raccontati senza dargli importanza. O grazie alle lettere pubblicate sui giornali – “devo considerarmi una donna maltrattata, se lui…” – e al disagio che emerge negli studi di psicologi  e avvocati. Un disagio confermato dai centri antiviolenza, che hanno visto moltiplicarsi il numero di richieste di intervento. E dall’indagine nazionale, la prima di questo genre in Italia realizzata in Italia nel 2007 dall’ISTAT, secondo la quale oltre 14 milioni di donne avrebbero subito, nel corso della vita, qualche forma di violenza.

    In molti casi si tratta di violenze che non arriveranno mai in un’aula di Tribunale. Violenze striscianti, fatte di schiaffi ma anche di offese e umiliazioni. “È quello che noi psichiatri definiamo clima maltrattante, in cui la violenza fisica può essere anche un episodio sporadico”, spiega Franco Martelli, psichiatra e criminologo. “A essere tossica è l’atmosfera, un insieme di gesti, di limiti e imposizioni irragionevoli e svincolate da qualunque negoziazione che crea un’infelicità senza nome, depressione, perdita di vitalità”.

    Un malessere difficile da denunciare, persino da capire. Perché ammettere – prima di tutto con se stesse – che a farci del male è qualcuno da cui ci aspettiamo affetto e protezione è doloroso e difficile. E spesso le istituzioni non aiutano. “Ancora oggi succede che la violenza domestica venga intesa come ‘affare privato’ “, spiega Susanna Vezzadini, docente di criminologia e vittimologia dell’Università di Bologna. Un pregiudizio antico che diventa alibi: pensare chi maltratta o viene maltrattato come diverso e lontano ci fa sentire al sicuro, “invece è un fenomeno molto diffuso, che tocca tutti gli strati sociali”. (…)

    Recuperare se stesse

    Sarebbe sbagliato però immaginare le vittime di maltrattamenti come persone deboli e incapaci di autonomia. “Non ci sono ‘vittime designate’, spiegano Cesaro e Piantanida. “Anche se a volte abbiamo la sensazione di trovarci di fronte persone che potrebbero aver subito abusi: donne con un forte atteggiamento di dipendenza, che rappresentano la situazione in funzione dell’altro, tendono a giustificare il marito, non sono certe di voler andare fino in fondo con la separazione. O propongono modalità – per esempio nella gestione dei rapporti economici – che impongono comunque di mantenere un rapporto con l’ex coniuge, come se facessero fatica a interrompere definitivamente la relazione”.

    Non significa che le vittime fossero persone emotivamente dipendenti. “Fragilità e vulnerabilità sono le conseguenze del processo di vittimizzazione, non la sua causa”, sostiene Vezzadini. “Un processo che prevede un’escalation di intensità e gravità, cui corrisponde l’inevitabile diminuzione della forza reattiva della vittima. Ecco perché le vittime di violenza domestica appaiono deboli, fragili e vulnerabili: perché, di fatto, lo sono diventate”.

    Tanto fragili da non saper riconoscere la violenza di cui sono vittime.

    Perché in fondo mi vuole bene

    Testimonianze di donne maltrattate, che in molti casi hanno sopportato per anni violenze e soprusi. E che sono state raccolte da avvocati e psicologi che lavorano nei tanti centri antiviolenza sparsi su tutto il territorio nazionale

    • Quando ci sono i suoi amici fischia per chiamarmi, come fossi un cane. E se non gli obbedisco si offende.
    • Mi sono trovata con il viso a pochi centimetri da una pentola di acqua bollente. A quel punto, ho avuto paura.
    • La sua frase preferita? Sei una donna da poco. Me lo ripete sempre, anche in pubblico. Sto cominciano a crederci.
    • Vorrei poter insonorizzare le pareti, così i vicini non sentirebbero le mie urla quando mi picchia.
    • Poi ha detto che voleva solo allontanarmi, non farmi male. Ma al pronto soccorso mi hanno trovato una costola incrinata. Io ho detto che ero caduta.
    • Quando litigo con il mio ragazzo mi prende per i capelli, mi sbatte contro la porta e mi prende a calci. Però non lascia lividi. È violenza questa?
    • Non posso mangiare le cose che mi piacciono: è lui che sceglie cosa comprare e mi dice come cucinarlo.
    • So che mio marito si arrabbia se non faccio certe cose, e io le faccio per tenerlo tranquillo.
    • Mi ha tormentata per mesi perché il mio gatto lasciava peli in giro e sporcava. Poi l’ha ucciso.
    • Se faccio un commento su qualcuno mi guarda come se avessi detto chissà quale sciocchezza. Io penso subito di avere sbagliato, perché lui sa più cose di me.
    • Quando arriva lo stipendio lo consegno a lui perché lo depositi in banca, e devo chiedergli i soldi per la spesa e per le mie necessità.
    • Mi costringe a vedere film pornografici, se mi rifiuto mi offende e mi da della moralista retrograda.
    • Vuole fare l’amore con me con la porta aperta anche se i figli sono nella stanza accanto.
    • Spero lui cambi.
    • Mia madre mi dice di non esagerare e di avere pazienza.
    • Non posso lasciarlo: lui ha solo me.
    • In fondo mi vuole bene

    di Paola Emilia Cicerone

    Chi volesse leggere l'intero articolo:

    Mente&Cervello di maggio.

    http://lescienze.espresso.repubblica.it/edicola/MENTE&CERVELLO

     

     

    Se il tuo partner usa farti violenza fisica e psicologica telefona al numero 1522, troverai chi ti potrà consigliare e aiutare concretamente.

    Nella lista “A mano tesa” (a destra di questo articolo) ci sono gli indirizzi e i telefoni dei centri antiviolenza.  Aiutati.

    Per saperne di più:

    http://fenjus.spaces.live.com/blog/cns!5C5EF726EF39FD6B!2123.entry

    http://fenjus.spaces.live.com/blog/cns!5C5EF726EF39FD6B!1070.entry

     

    Obama: Guantanamo un passo avanti e due passi indietro.

    Obama Planning to Keep Tribunals for Detainees

    President Obama has decided to keep the military commission system that his predecessor created to try suspected terrorists but will ask Congress to expand the rights of defendants to contest the charges against them, officials briefed on the plan said Thursday.

    Mr.Obama will ask for an additional 120-day delay in nine pending hearings before commissions so the administration can revamp the procedures to provide more due process to detainees, the officials said. The new system would limit the use of hearsay, ban evidence gained from cruel treatment, give defendants more latitude to pick their own lawyers and provide more protection if they do not testify.

    The decision, to be announced Friday, could set off more criticism from civil libertarian and liberal groups that have increasingly complained that Mr. Obama has not made a sharper break from former President George W. Bush’s terrorism policies. During last year’s presidential campaign, Mr. Obama called the military commission system put in place by Mr. Bush “an enormous failure” and vowed to “reject the Military Commissions Act.”

    But aides pointed out Thursday that he never rejected the possibility of using military commissions altogether if they could be made fairer, and they pointed to legislation he supported as a senator in 2006 intended to do just that. They noted that some defendants would continue to be tried in American civilian courts and said they were trying to create a “durable, multilayered option,” as one put it.

    The president’s decision came as Congress is increasing pressure on the administration to come up with a plan for dealing with detainees at the prison at Guantánamo Bay, Cuba, which Mr. Obama has promised to close by next Jan. 22. On Thursday, the House voted to direct Mr. Obama to provide a detailed plan for closing the prison and said no money would be authorized to close it until Congress reviewed the plan.

    When he took office, Mr. Obama froze military commissions until May 20, and many observers thought that would spell the end of the system. But as his advisers deliberated, they concluded that trying all detainees in civilian courts was not workable and that the commissions could be fixed along the lines of the 2006 proposal.

    Even with the additional rights Mr. Obama is proposing, defendants would still not enjoy the same protections as in civilian courts. Hearsay, for example, is generally not allowed in American courts. In Mr. Bush’s military commission system, it was allowed unless the defendant could prove it was unreliable. Mr. Obama’s plan would shift the burden, allowing its use only if the prosecution can prove its reliability.

    The House’s directive to Mr. Obama about the detention center came as it approved a $96.7 billion emergency financing measure for the wars in Iraq and Afghanistan by a vote of 368 to 60, with 168 Republicans joining the Democratic majority in support. In a sign of Democratic discomfort with Mr. Obama’s war policies, 51 Democrats voted against the war spending measure.

    And in a clear rebuke to Mr. Obama, Democratic leaders refused to include $80 million the White House had sought for closing Guantánamo. Senate Democrats also said the administration must provide a plan for relocating more than 200 detainees still held at the prison. The Senate Appropriations Committee advanced its version of the military spending bill Thursday with the $80 million but banned the transfer of detainees to the United States.

    Republicans said the directives included in the war spending bills were an acknowledgement by Democrats that Mr. Obama had failed so far to offer a concrete solution to the tricky question of where to put the detainees after the prison closes.

    By Peter Baker and David M.Herszenhorn www.nytimes.com

    Obama: "Tornano i tribunali militari"

    L’annuncio ufficiale sarà dato oggi, ma responsabili dell’amministrazione statunitense lo hanno anticipato parlando a condizione di anonimato, in attesa che siano precisati i particolari: tornano i tribunali militari a Guantanamo. Lo ha deciso Obama, dopo aver criticato George W. Bush durante la campagna elettorale e dopo averli bloccati appena eletto presidente.

    I tribunali militari giudicheranno un piccolo numero di prigionieri della base statunitense nell’isola di Cuba, ai quali sarà garantita una protezione giuridica migliore di quella assicurata in precedenza. Barack Obama aveva ordinato il blocco di queste corti marziali poche ore dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, in gennaio, in attesa di una riforma del loro funzionamento. Tuttavia, non aveva rinunciato a perseguire i presunti terroristi. La decisione, che sarà ufficializzata oggi, non mancherà di suscitare critiche. Alcune organizzazioni di difesa dei diritti dell’uomo hanno già protestato per il passo indietro del presidente sulla pubblicazione delle foto di tortura di prigionieri in Iraq e in Afghanistan.

    Dopo avere promesso la massima trasparenza, sia in campagna elettorale che al suo arrivo alla Casa Bianca, il presidente Usa ha dovuto prendere nelle ultime settimane una serie di decisioni che hanno messo in discussione il suo precedente impegno e provocato alcune imbarazzanti inversioni di rotta. A gongolare sono i repubblicani e in particolare l’ex vicepresidente Dick Cheney che nelle ultime settimane aveva più volte ammonito Obama: le promesse iniziali di trasparenza potevano mettere a repentaglio la sicurezza degli Stati Uniti. La decisione di Obama di rimangiarsi il suo assenso alla pubblicazione delle foto delle sevizie inflitte dai militari americani ai detenuti nelle carceri in Iraq e Afghanistan «per motivi di sicurezza» - esattamente la tesi di Cheney - ha fatto cadere le braccia alle organizzazioni che si battono per la difesa dei diritti umani.

    Ora il dietrofront su Guantanamo: Barack Obama ha scoperto che per risolvere il complesso problema di cosa fare dei sospetti terroristi detenuti nella base militare Usa a Cuba i tribunali speciali sono forse il male minore. Gran parte delle prove raccolte contro i detenuti sono frutto infatti di interrogatori da parte dei militari Usa che non potrebbero essere usate in tribunali normali, vincolati a tutelare anche i diritti dell’imputato. Anche la decisione più trasparente presa finora da Obama, quella di rendere pubblici i memorandum dei legali della amministrazione Bush che autorizzavano di fatto la tortura, si è trasformata in un boomerang per il nuovo presidente per la incertezza mostrata (con dichiarazioni contrastanti) sulla incriminabilità o meno degli autori dei documenti, e sulla opportunità o meno di una commissione d’inchiesta. Era stata proprio questa decisione a provocare le battute più sferzanti di Cheney che, dopo otto anni vissuti all’ombra del presidente George W. Bush, è diventato da gennaio il portavoce più visibile della vecchia amministrazione e dello stesso partito repubblicano, che non ha ancora trovato nuovi leader dopo la batosta elettorale del novembre scorso.

    www.lastampa.it

     

    I diritti negati e i doveri obbligatori. Chi ha paura della società multietnica?

     

    L’era della globalizzazione è l’era in cui le informazioni sono presenti in tempo reale al mondo intero: i mezzi di comunicazione hanno annullato le distanze. Oltre l’informazione anche il commercio è globalizzato, c’è il tentativo di rendere il mondo un mercato globale anche se è evidente che non tutti i paesi in tale mercato hanno identica forza e voce in capitolo. Per quello che invece riguarda lo spostamento delle persone si può parlare di globalizzazione a senso unico: gli occidentali possono spostarsi liberamente e concludere transazioni in quasi tutto il mondo, ma a chi proviene da paesi poveri o in via di sviluppo è negato l’accesso ai paesi ricchi. Più che di chiusura delle frontiere sarebbe esatto parlare di una selezione alle frontiere. Così la società che si definisce globalizzata mantiene vivo un forte limes: frontiere simboliche e reali difficili da oltrepassare. La più solida delle frontiere è oggi sicuramente quella della cittadinanza. La cittadinanza crea, all’interno dello stesso territorio, due gruppi con uno status differente. All’interno degli stati occidentali che professano l’universalismo, l’egualitarismo e la libertà ci sono persone con più diritti degli altri. Ora, lo stridore di tutto questo è dato dal fatto che persone che vivono fianco a fianco, che lavorano insieme ed i cui figli frequentano le stesse scuole, non sono considerate uguali sul piano dei diritti; alcuni infatti sono cittadini ed altri no. L’articolo 3 della Costituzione Italiana recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» È evidente l’intento non solo ugualitario, ma universalistico di tale articolo (sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche), ma il tutto si infrange nella parola cittadini. L’uguaglianza dunque c’è, ma non fra tutti perché tra i residenti alcuni sono cittadini ed altri non lo sono e non potranno diventarlo. La cittadinanza appare oggi come un’anacronistica difesa di privilegi, nel nostro paese si acquisisce infatti secondo lo ius sanguinis, ossia attraverso la discendenza da altri cittadini italiani, e così si giunge all’assurdo di emigrati da più generazioni che conservano la cittadinanza italiana (e che per il nostro paese contribuiscono con il proprio ricordo e poco altro) e di figli di immigrati privi della cittadinanza. Si tratta di persone che vivono in Italia a volte fin dalla nascita, che hanno condiviso ogni grado di istruzione con gli altri bambini e ragazzi italiani, che pagano le tasse contribuendo in modo determinante al benessere dell’Italia, ma che sono privi della cittadinanza. Ciò significa che periodicamente devono rinnovare il permesso di soggiorno per poter rimanere nel paese, che non vedono tutelati i propri diritti come tutti coloro che sono cittadini e che, in particolare, sono esposti al rischio di espulsione in caso di perdita del lavoro o di infrazioni alle regole della nostra società. Difficile dire quale stato psicologico possa favorire questa prassi in coloro che, nati in Italia, non hanno un altro paese dove andare nel quale abbiano contatti o del quale conoscano la lingua. Più che di rimpatrio in molti casi si potrebbe parlare di deportazione. Probabilmente una società-mondo con una mobilità umana elevata avrebbe bisogno di una cittadinanza più elastica, legata né al sangue, né al luogo di nascita (ius soli), quanto al luogo di effettiva residenza e lavoro. È infatti assurdo che chi con la propria fatica collabora al bene di un paese sia discriminato: non possa collaborare alla scelta dei governanti, non abbia strumenti di pressione per far emergere le proprie esigenze e far valere i propri diritti, anzi sia privo di molti diritti. In questo modo si verrebbe ad evitare la situazione di residenti in maniera continuativa che non sono cittadini, ossia di persone che, facendo parte di una società, non possono però collaborare pienamente alla sua costruzione, mentre contribuiscono in maniera determinante allo stato di benessere del paese. La proposta di concedere almeno il diritto di voto amministrativo agli immigrati è un timido passo in questa direzione: risulterebbe decisamente insufficiente, ma potrebbe rappresentare un valido punto di partenza. Il condizionale è d’obbligo, visto che la proposta non è stata seguita né da iniziative concrete, né da un serio dibattito politico in proposito. Quando si affrontano temi legati ai diritti degli immigrati spesso viene contrapposta la questione della reciprocità. Quando i cittadini italiani potranno godere della piena libertà e autonomia nei paesi di provenienza degli immigrati presenti in Italia, solo allora sarà giusto e possibile concedere altrettanto. La questione della reciprocità è una questione politica che sicuramente va affrontata con i governi che impongono particolari limitazioni agli stranieri che soggiornano nei propri territori, ma non ha molto a che vedere con le situazioni di disparità mantenute vive all’interno del nostro paese. Qui si ha infatti a che fare con individui e famiglie che non possono essere considerati singolarmente responsabili delle scelte dei propri governanti. Inoltre il problema è anzitutto interno all’Occidente: rinnegare o assecondare i valori universalistici che sono a proprio fondamento. O l’occidente rinuncia al proprio sogno fondativo (ai valori di uguaglianza, democrazia, giustizia, libertà…), oppure è costretto al dialogo nella parità uscendo dal paradigma dominatore/dominato. Forse può far riflettere il passo della Fattoria degli animali di Orwell, dove «tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri».

     

    di Luca Fantini www.tesionline.it

    Yoani Sanchez: "Generazione Y" il blog che infiamma Cuba

    Il computer è nello zaino, compatto, estraibile e salta fuori in dieci secondi senza che nemmeno si senta il rumore della zip. Yoani Sánchez ripete sempre: «Non faccio nulla di male, non sono armata», ma il suo pc è molto più pericoloso di una Colt. Lei lo usa nello stesso avventuroso modo in cui si muoverebbe un pistolero nel Far West. Invece siamo a Cuba, sabbia e sole anche qui e sguardi a destra e a sinistra per essere sicura che nessuno la stia braccando. Sguscia da un bus sgangherato, fermata Parco Natural, giusto davanti alla statua dell’eroe nazionale José Martí, centro dell’Habana vieja e delle operazione di connessione. È la piazza dei grandi alberghi, quelli da dove Yoani entra ed esce a caccia delle sue due ore settimanali di Internet.

    Solo due ore e Yoani Sánchez è una blogger, la più famosa del momento, è l’autrice di «Generazione Y», il diario elettronico che ha svegliato L’Avana. Secondo Time sta nella lista delle 100 persone più influenti al mondo ed è appena uscita dal cinque stelle Melia Cohiba senza riuscire a comprare una tessera per entrare in rete: «Non ce le danno più, sono solo per gli stranieri ed è come rivietarci Internet. L’accesso sarebbe tra le presunte innovazioni concesse da Raúl Castro, ma di fatto non esiste un cubano che possa permettersi un collegamento a casa e dall’inizio di maggio noi non possiamo più accedere ai wireless pubblici». E allora lei gira un video pirata del marito Reinaldo, «mi corazon», che chiede spiegazioni alla reception, che viene cacciato senza un perché. La microtelecamera sotto un’ascella, nascosta dalla copia di Granma e l’entusiasmo di piazzare la registrazione sul blog.

    Un percorso difficile che prevede la tappa in un’altra hall, hotel Nh, un tavolino defilato con una presa comoda e una password a scalare, un avanzo che implacabile detta il countdown: 40 minuti di tempo, «devono bastare almeno per due sessioni». Lei non legge niente e non scrive niente mentre è online, cerca e scarica a caccia di parole su Cuba, spedisce il materiale, preparato a casa, al provider tedesco che gestisce il blog e registra posta e notizie sulla chiavetta Usb, la sola memoria storica che riconosca. Ingolfata di ideologia fin da bambina, Yoani ha cancellato strati di educazione rivoluzionaria e racconta Cuba come è: «Sporca, nervosa e apatica». È così che spaventa il regime, senza parlare di politica, ed è per questo che non può essere a Torino, alla Fiera del libro, non ha il permesso di viaggiare: «Noi blogger siamo sfuggenti, qui si dice escurridido, scivoloso, ricoperto di sapone. Io posso muovermi virtualmente e sabato sarò a Torino, con la mia voce». Parla e digita, dice di funzionare «in stereo» perché deve sfruttare anche i secondi e non toglie la faccia dalla schermo.

    Con che motivazione le hanno negato il visto?
    «I cubani sono come bambini piccoli, dicono solo no, non danno i perché e se insisti ti mandano da un superiore che ti rimanda a un altro superiore e all’infinito. Negli ultimi sei mesi mi hanno negato il permesso di espatriare tre volte: è un castigo, la loro risposta al blog».

    Non ha paura?
    «Se avessi saputo di fare tutto questo rumore non sarei mai partita, ma ci sono dentro e non mi spavento. Uso la trasparenza come scudo, non faccio nulla di illegale, sono qui in un posto pubblico, a scrivere. È difficile accusarmi».

    Perché ha iniziato?
    «È stata una terapia dopo trent’anni di silenzio, un esorcismo contro i demoni. Appena li ho messi sullo schermo sono scomparsi. Ho buttato fuori la frustrazione, la mia e di tutti i trentenni cubani, gente a cui è stato promesso molto, gente che non può realizzare i sogni, riunirsi in associazioni, nemmeno un gruppo ecologico».

    Il suo blog a Cuba è censurato, come fa a influenzare una generazione se è vietato leggerla?
    «I cubani sono creativi, siamo allenati a trovare percorsi paralleli, ce lo ha insegnato l’embargo. Qui leggono il mio blog sulla chiavetta: io la passo a una cinquantina di persone che la copiano e la passano ad altri cinquanta, è un tam tam ed evidentemente funziona visto che il mio nome è così popolare».

    Quindi qualcosa sta cambiando?
    «Spingiamo perché succeda. La carenza di materiale è tanta, qui, che è difficile tenere i miei coetanei a bada. Siamo imprigionati, ma io aspetto la soluzione biologica. La generazione al potere sta morendo. Spero che non ci sia un passaggio violento, solo una successione che ci spinga verso il futuro».

    Fidel è uscito dal suo ritiro per accusarla. Che effetto fa?
    «È una consacrazione: una ragazza di 32 anni ha spinto il Líder máximo allo scoperto. Curioso, qui c’è chi sogna per una vita di incontrarlo e io che volevo solo stargli alla larga ho avuto la mia porzione di comandante. È davvero ovunque».

    Che cosa dicono i suoi genitori del blog?
    «Tacciono. Come tutti quelli dai cinquant’anni in su. Hanno speso gran parte della vita nel silenzio civico e non possono ammettere che è un bluff. Io a 17 anni sono uscita di casa e mi sono emancipata in un solo colpo dalla famiglia e dallo Stato. L’unico modo per evolversi e non essere dipendenti, a Cuba in tanti vanno ad applaudire in strada il primo maggio solo perché la dittatura concede privilegi a chi manifesta consenso».

    E suo figlio che ne pensa?
    «Ha 13 anni, lo annoia tutto e per lui i blog sono già roba vecchia. È un bravo studente e ha diritto a disinteressarsi di quel che fa sua madre».

    Non ha paura che possa incontrare difficoltà a causa di «Generazione Y»?
    «Spero nel tempo. Se dovesse iniziare l’università domani so che non lo lascerebbero entrare, ci vuole l’attestato di bravo militante. Io sono radioattiva, ho dovuto anche smettere di lavorare come insegnante, mio marito è giornalista ma è stato licenziato da Juventud Rebelde e oggi aggiusta ascensori. Quando è iniziata la glasnost in Russia pensava arrivasse anche qui e si è messo a scrivere articoli sulla trasformazione della società. Siamo dei romantici».

    Che devono fare i cubani?
    «Stavolta niente di rivoluzionario, devono occupare degli spazi. Non avere sempre paura, esistono dei diritti perfino nella nostra costituzione, usiamoli».

    E gli stranieri possono aiutare?
    «Sì, piantandola di credere che quest’isola sia un’utopia realizzata, è ora di smetterla con le idee alla Gianni Minà sulla purezza della rivoluzione. Noi non siamo fieri di come si vive qui, siamo fieri di essere cubani e vogliamo che circoli informazione vera».

    Si sente anche a Cuba l’effetto Obama?
    «Ha tolto al regime un argomento. Con Bush si sentivano invasi e potevano propagandare meglio, ci marciavano. Ora è più complicato, ma il presidente degli Stati Uniti deve levare l’embargo».

    Salverebbe qualcosa del sistema al potere?
    «Non è mai tutto da buttare, ma se il prezzo di quanto di buono ho visto nella mia vita è la libertà, allora non salvo nulla. Fino a che ha resistito l’Unione Sovietica arrivavano i fondi necessari per far funzionare sanità e istruzione, ora questi vanti nazionali resistono, ma non ci sono più i soldi per tenerli in piedi a lungo».

    Sta scrivendo un nuovo libro?
    «Due. Un romanzo generazionale sulla Cuba che verrà e un manuale per blogger cubani. Qui c’è già Claudia, 25 anni, che tiene il blog "Octavo Cerco", e "Voces cubana", un lavoro collettivo, e Miriam autrice di "Cuba dice". Non sono sola».

    È religiosa?
    «No, i miei genitori sono cattolici e si devono nascondere, qui è vietato mostrare un credo. Io penso ci sia un’entità superiore e da brava blogger me lo immagino chissà dove a programmare e deviare le nostre vite su un computer, a mandarci messaggi, a ricalcolare i percorsi quando noi cambiamo strada».
    di Giulia Zonca per www.lastampa.it

    Cellule staminali, attenti ai miracoli.

    Stamattina mio marito, che come me è un giornalista scientifico, ha aperto il suo account su Facebook e ha scoperto che uno dei suoi “amici” (una persona che lo ha contattato dicendo di essere un collega) ha postato un link a un gruppo che sostiene l’efficacia delle terapie con cellule staminali di derivazione cordonale effettuate in Cina e in altri paesi asiatici per curare diverse malattie neurodegenerative (dall’Alzheimer alle lesioni traumatiche, fino alla degenerazione maculare retinica).

    Nel commentare il link, ha ricordato che non vi sono prove di efficacia di tali cure, anzi: gli studi seri effettuati con cellule staminali sia cordonali sia embrionali hanno avuto esiti negativi e, in alcuni casi, come nella terapia del morbo di Parkinson, addirittura nefasti, poiché utilizzando staminali (specie se embrionali) si aumenta il rischio di sviluppare tumori nella sede di inoculo. Sono in corso diversi studi promettenti con l’obiettivo di bypassare questo effetto, uno dei quali uscito anche recentemente, ma al momento si tratta solo di promesse.

    L’ “amico di Facebook” si scopre essere il rappresentante europeo di una società che effettua terapie con staminali cordonali in Cina e in altri paesi asiatici, su pazienti stranieri e ovviamente a pagamento. L’inefficacia di queste cure è stata ampiamente discussa in ambito scientifico ed è stata anche oggetto di molte trasmissioni televisive, tra cui le Iene e Mi Manda Rai3 (nello specifico, il 10 aprile scorso). Anche riviste importanti come Nature si sono ovviamente più volte interessate alla questione (trovate qui il link a uno degli ultimi interventi), dato che in Cina le diverse strutture che offrono queste terapie stanno accumulando una casistica non indifferente, ma nulla è mai stato pubblicato su riviste peer reviewed sugli esiti a breve e a lungo termine.

    Purtroppo molti giornalisti, anche in buona fede, cadono nella trappola dell’aneddotica. Vengono invitati in Cina o in altre sedi esotiche, visitano gli ospedali, incontrano pazienti disperati che affermano di sentirsi meglio e tornano convinti di aver “visto” l’efficacia della cura. Anche chi è dubbioso a volte utilizza toni a mio avviso non sufficientemente critici nei confronti di un fenomeno potenzialmente pericoloso: i controlli sulle cellule utilizzate rispettano sulla carta gli standard USA, ma si tratta di Paesi dove l’interesse a fare una vera supervisione è ovviamente molto basso, dal momento che, come racconta anche questa testimonianza tratta da un blog specializzato, le tariffe non sono propriamente popolari. E se anche l’intervento non fosse pericoloso, è comunque truffaldino, perché promette risultati che non possono essere garantiti da alcuno studio serio.

    Un esempio di informazione confondente è, a mio avviso, questo articolo uscito un paio di mesi fa sul Corriere della Sera. Il titolo riporta il termine “curare” tra virgolette, ma il testo lascia intatto il dubbio che forse, chissà, potrebbe esserci qualcosa di vero, che la scienza ufficiale (sempre conservatrice nelle visioni più complottarde) ancora non riconosce. L’opinione di chi è “contro” è messa sullo stesso piano di quella di chi è “a favore”, come se non esistesse una base obiettiva di prove tale da rendere i due approcci non equivalenti. Insomma, è la versione “staminali” della vicenda “radon” nella previsione dei terremoti… Eppure dovrebbe bastare il lungo elenco di patologie che, secondo le aziende che forniscono queste terapie, sarebbero curabili (tutte causate dalla degenerazione di una parte del sistema nervoso, ma per cause diversissime tra loro) a suscitare almeno qualche dubbio.

    Ricordo che due anni fa ho partecipato a un convegno promosso dal Collegio Ghislieri di Pavia sul tema delle applicazioni cliniche delle cellule staminali. Dopo molte relazioni di esperti dedicate alle difficoltà ottenute dalla medicina rigenerativa con staminali, il mio compito era quello di dimostrare, titoli di giornale alla mano, come i media avessero invece calcato troppo la mano sulle sorti magnifiche e progressive. Non avevo finito di parlare che una collega si alzava per dire che lei in Cina ci era appena stata, e aveva visto con i propri occhi i “miracoli” delle cure con staminali e che, per quel che la riguardava, credeva più ai propri occhi che a tutti quella teoria che le avevamo propinato fino a quel momento.

    La morale: sulle disgrazie altrui fioriscono mercati particolarmente aggressivi e pervasivi, perché è difficile togliere speranze a chi non ne ha proprio. I media sono spesso vittime, come il lettore comune, di un’illusione percettiva, per cui vale più la testimonianza del singolo delle prove faticosamente accumulate con gli anni.

    Ahimé, mi sento solo di concludere questa vicenda (che su FB sta andando avanti con diversi interventi) con le parole dell’editoriale di Nature che citavo più sopra:

    “Questo approccio da mercato libero applicato alla medicina sperimentale, nel quale medici e imprenditori sfruttano sia la fiducia del paziente che l’assenza, in molti paesi, di regole per le terapie con cellule staminali sembra destinato a finire male”.

    di Daniela Ovadia per www.lescienze.it

    Per saperne di più:

    http://www.unipa.it/~cascate/applicazionistaminali.html

    http://www.anisn.it/leggi_news.php?id=314

    http://www.corriereuniv.it/2008/05/a-firenze-la-ricerca-affascina-leuropa/

    Settanta miliardi per 11 centrali nucleari, un vero affare (per la Francia).

    Centrale Nucleare di Trino Vercellese
     
    In Sardegna, dalle parti di S. Margherita di Pula a sud. O anche sulla costa orientale, fra S. Lucia e Capo Comino. O più giù, davanti a Lanusei, alla foce del Rio Mannu. In Puglia, sulla costa di Ostuni. Lungo il Po, dal vercellese fino al mantovano, dove già esistevano le centrali di Trino e di Caorso. I siti dove localizzare le nuove centrali sono pochi e rischiano di essere molto affollati. Nei prossimi mesi, dovranno essere stabiliti i parametri, in base ai quali decidere dove collocare le future centrali. Sarà una fase di intenso mercanteggiamento con le autorità e le comunità locali, ma i margini di manovra sono ristretti anche dalla particolare conformazione geologica e costiera italiana.
    Si può partire dalla mappa dei possibili siti che il Cnen (poi diventato Enea) disegnò negli anni '70. E' una mappa, però, largamente superata dagli eventi. In molte aree si è moltiplicata la densità abitativa, che il Cnen considerava un parametro sfavorevole. Soprattutto, è cambiato il rapporto con l'acqua. Le centrali hanno bisogno di molta acqua per raffreddare i reattori (questa acqua circola, naturalmente, fuori dal reattore) e, per questo vengono, di solito, costruite vicino ai fiumi o al mare. Il rischio, quando si tratta di fiumi, sono le piene, più frequenti negli ultimi decenni. Ma è un pericolo relativo: la centrale di Trino Vercellese, sette metri sopra il livello del Po, è sopravvissuta all'asciutto a due piene catastrofiche. Il problema, in realtà, non è troppa acqua, ma troppo poca. Il riscaldamento globale sta diminuendo la portata dei fiumi e c'è il dubbio che, in estate, la portata del Po non sia sufficiente per il raffreddamento delle centrali, mentre, contemporaneamente, si acuisce il problema di salvaguardare le falde acquifere, ad esempio in una zona di risaie, come il vercellese.
    L'alternativa sono le coste e l'acqua del mare. Ma il riscaldamento globale innalzerà progressivamente, nei prossimi decenni, il livello dell'Adriatico, del Tirreno e dello Jonio, ponendo a rischio allagamento centrali costruite per durare, mediamente, una cinquantina d'anni. Il Cnen, ad esempio, aveva indicato fra le aree più idonee il delta del Po e quello del Tagliamento, nell'Adriatico settentrionale. Ma il suo successore, l'Enea, definisce tutta la costa adriatica a nord di Rimini come la zona italiana a più alto pericolo di allagamento, con un innalzamento - minimo - del livello del mare di 36 centimetri. In effetti, quest'altra mappa dell'Enea ripercorre gran parte della costa italiana. Sia Piombino che l'area della vecchia centrale di Montalto di Castro, nel Lazio, ad esempio, scontano un innalzamento minimo del livello del mare di 25 centimetri.
    E lontano dalle coste? Qui, il problema sono i terremoti. Sono poche, come mostra la storia recente e meno recente, le zone italiane esenti dal rischio sismico. Secondo la carta dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, davvero al riparo dai tremori della terra ci sono solo, oltre alla Sardegna, l'area di confine fra Piemonte e Lombardia e l'estremo lembo della Puglia. Naturalmente, una centrale può essere costruita con le più avanzate tecniche antisismiche. Qui, però, il problema non è tanto - o soltanto - l'eventualità di uno scuotimento catastrofico, che spacchi il reattore e riversi all'esterno la radioattività. Il problema sono fenomeni che compromettano il funzionamento del reattore. In Giappone, la più grande centrale atomica al mondo (Kashiwazi-Kariwa, non lontana da Tokyo) è ferma da due anni, in seguito ad un terremoto. L'impianto era stato costruito per reggere terremoti fino al grado 6 della scala Richter, ma si è rivelato un parametro ottimistico. Il terremoto del 2007 è stato pari a 6,8 gradi, una differenza enorme: dato che la scala è logaritmica, un grado in più significa un terremoto trenta volte più distruttivo. Non ci sono stati pericoli alla salute pubblica o fughe di radioattività, ma la Tepco (Tokyo Electric Power) ha dovuto, dal luglio del 2007, fermare i reattori, con un danno economico di quasi 6 miliardi di dollari, solo nel primo anno. Solo in questi giorni la Tepco si prepara a riavviare uno degli otto reattori della centrale.
    Se sovrapponete la mappa dell'Enea sull'allagamento delle coste a quella dell'Istituto di geofisica, le aree a totale sicurezza (a prescindere dagli altri possibili parametri) che ne risultano sono quelle poche zone della Sardegna, della Puglia e del corso del Po. Qui, presumibilmente, si dovrebbero concentrare le centrali del piano nucleare italiano. Ma quante? Il governo ha finora parlato di quattro centrali. L'obiettivo dichiarato, tuttavia, è arrivare a soddisfare, con il nucleare, il 25 per cento del fabbisogno elettrico italiano. Le quattro centrali di cui si è, finora, parlato, arrivano, però, a poco più di un terzo. Secondo le previsioni della Terna, che gestisce la rete italiana, infatti, il fabbisogno elettrico italiano richiederà, già nel 2018, una potenza installata di 69 mila Megawatt. Le quattro centrali prospettate - che, peraltro, anche nell'ipotesi migliore, sarebbero completate 7-8 anni più tardi del 2018 - ne offrono solo 6.400, cioè il 9,2 per cento. Per arrivare al 25 per cento del fabbisogno, occorrono 17.500 Megawatt di potenza, quasi il triplo. In buona sostanza, per centrare quell'obiettivo non bastano quattro centrali da 1.600 Mw, come quelle ipotizzate finora. Ce ne vogliono 11.
    Tutte in Sardegna, Puglia e Piemonte? E a quale costo? L'industria francese calcola, oggi, per la costruzione in Francia di una centrale tipo quelle italiane, un costo minimo di 4,5 miliardi di euro. I tedeschi di E. On scontano, per la costruzione di una centrale analoga, in Inghilterra, un costo di 6 miliardi di euro. Se si ritiene più attendibile, nel caso italiano, la valutazione di E. On per la centrale inglese, il costo complessivo dei quattro impianti italiani sfiora i 25 miliardi di euro. Per 11 impianti, da varare in rapida successione, si arriva vicini a 70 miliardi di euro, una cifra superiore al 4 per cento del prodotto interno lordo nazionale.
    di Maurizio Ricci per www.repubblica.it
    Centrale Nucleare di Caorso

    Fine Vita: L'Italia normale che si mette in fila per fare una cosa eccezionale.

    Per misurare la distanza tra il palazzo e il resto del mondo basta entrare in un ufficio comunale. Meglio quello del X Municipio, zona Cinecittà, dove dal 15 aprile è operativo – non senza dispute con l’opposizione di centrodestra, ma anche nella maggioranza – il primo registro per il testamento biologico in Italia.

    “Iniziativa dal chiaro sapore di manifesto ideologico”: così l’ha definito il sindaco di Roma Gianni Alemanno,  in una dichiarazione alla stampa che invitava il presidente del Municipio Sandro Medici (ed direttore del Manifesto) a recedere. Eppure, di ideologia non ne aleggia tanta fra le persone in fila per depositare le loro volontà di fine vita.

    Uno si immagine quel pubblico pensoso e giacobino che ama le autodenunce, la disubbidienza civile, i cavilli legali, le azioni simboliche: macché. Gente normale, che legge i giornali oppure no, più o meno di sinistra, molto confusa, con punte di disincanto vicine all’astensionismo.

    Impiegati, operai, disoccupati, pensionati. Come Clara Filippa Tonini: per farle da fiduciaria, sua figlia arriva col neonato in braccio. Più donne che uomini. Vengono da ogni quartiere, certi hanno chiesto il permesso al lavoro. Giovani, vecchi, una signora in sedia a rotelle, coniugi di mezza età, due solide coppie gay, atei convinti, cattolici dissenzienti, credenti tiepidi. Anche questa è l’Italia, o almeno Roma, che un pomeriggio di primavera sfida jella, morte, brutti pensieri e, civilmente, senza il compiacimento un po’ tronfio di chi è convinto di fare la cosa giusta, si mette in coda. Una coda tanto lunga che il Municipio, visto che le prenotazioni arrivano a fine giugno, ha deciso di allungare di un’ora l’apertura dello sportello.

    Melissa Mintone, 33 anni, impiegata, ha letto la notizia del registro per il testamento biologico su Meeting Latino, forum di salsa che ha anche una sezione Società: “Siamo acculturati, noi, mica balliamo e basta”. E ha convinto sua madre, che dice: “non c’è voluto molto, da giovane facevo l’infermiera e ho visto come vivono certi pazienti morti. Una mamma lo fa anche per i figli, non li può lasciare con la preoccupazione di non saper cosa fare se si trovano con un genitore in come e i medici che si accaniscono”. Melissa in realtà ha altre preoccupazioni: è iscritta a un’associazione per la donazione di organi, ma se ha un incidente o un male irreversibile e resta incubata per anni, gli organi si deteriorano, e, alla fine, non si possono più trapiantare: “In nome della vita si condanna a morte un sacco di gente”.

    Maria José D’Alessio, pensionata, 77 anni, ha avuto il fratello in coma per 117 giorni e l’è bastato per decidersi. Marilena, di anni ne ha 56 e fa l’impiegata, sua madre è paralizzata da mesi: “Capisce, ma non parla, la alimentano a forza. Piange, so che è infelice, ma è ricoverata in una clinica privata: impensabile un gesto di pietà da parte dei medici”.

    Angela Anani, 55 anni, firma la dichiarazione con la sua mano minuscola. Non è una cosa comoda in sedia a rotelle: “Una volta, voglio essere padrona del mio corpo. In questa scelta entrano la politica, la testimonianza, la rabbia: quando ha detto che Eluana poteva avere un figlio, Berlusconi mi ha dato la nausea”.

    Tutti citano il caso Englaro. E il caso Welby: Mina, la sua vedova, è stata la prima a depositare il testamento e sta qui, leggera e discreta, per accogliere, dare una mano. Oliviero Guerra, impiegato di 51 anni che ha letto la notizia del Registro “sui giornali gratis che danno per strada”, saluta Mina indeciso fra il lei e il tu: “Ti conosco, l’ho vista al mercato e al funerale di suo marito”. Racconta: “Io non credo in dio, mia moglie sì, e siamo qui. Ai funerali di Welby c’erano più cattolici che sinistrorsi e intellettualoidi”.

    Ognuno se la vuole vedere da solo, con dio: “Non posso pensare sia così inflessibile: Non è questione di fede, ma di politica e Chiesa. Ormai un poveretto ridotto a n vegetale è costretto ad andare in tv, per far rispettare le proprie volontà” dice Laura Quarra, bancaria di 55 anni che ha firmato con le figlie, e che di politica non vuol più sentire parlare.

    “I politici non sanno cosa succede fuori. Appena eletti chiudono la porta”: Alessandro Mangiagi, 43 anni, addetto alle pulizie disoccupato, iscritto all’Unione atei agnostici razionalisti, è il più arrabbiato: “Ci dicono come nascere, vivere, amare, ci lasciassero morire come ci pare”.

    È qui con il suo compagno, ognuno ha consegnato il testamento nominando l’altro fiduciario. La prassi è la stessa per mariti e mogli, genitori e figli, ma per i gay ha un valore simbolico in più: è l’unico atto pubblico che riconosce la loro unione. In pratica, di valore ne ha meno: un parente può sempre impugnare la delega.

    Nella maggior sensibilità omosessuale sul testamento biologico c’è la memoria dei soprusi subiti: i tanti gay allontanati dal capezzale del compagno dalle famiglie del malato. “Speriamo che nessun parente ci si metta contro” sospira Fabio Di Vito, impiegato delle Poste, 51 anni, venuto anche lui col compagno.

    Sull’incognita del valore legale di questo testamento si discute: tutti si augurano che almeno dia un segnale alla Camera, dove riprenderà il dibattito sulla legge, ma il presidente Sandro Medici, che aveva già aperto e poi chiuso un perturbante Registro unioni civili, è convinto: “Le leggi non possono avere valore retroattivo quindi, qualsiasi cosa accada, un atto firmato in vacatio legis va rispettato. Questa non è una provocazione velleitaria, ma un gesto per esser vicini ai cittadini. Il personale del Municipio è stato disponibilissimo, i costi degli straordinari sono minimi, quelli della pratica ancora più bassi: 22 centesimi”.

    Sì, ma com’è l’umore a parlare di morte e coma? Ludovica Billi, un tumore da otto anni e un marito tassista che non lavora più perché è cardiopatico, ha 56 anni, ha fatto il 68, è combattiva. E serena. Dice che l’aiuta Un altro giro di giostra, diario della malattia di Tiziano Terzani: “So che morirò del mio male, venire qui è un ulteriore modo di prepararmi, evitando torture inutili. Non è accettazione, ma possesso sulla vita, come quando discuto le terapie. La vita è mia fino all’ultimo”.
    di Paola Zanuttini
     
    Per saperne di più sul testamento biologico:

    Aarch, la lotta di un popolo e i massacri del governo.

    Mappa della Cabilia
     
    L'ultimo Aarch
    La trattativa dura poco. Non bisogna faticare molto per convincere il giovane Masin, che arrotonda facendo l'autista con la sua Toyota Celica scalcagnata, ad andare nel villaggio di Ouaderrahmane, nel comune di Ait Ouacif, alta montagna della Cabilia. Il viaggio è lungo e faticoso, ma quando spieghiamo a Masin che ci rechiamo a trovare Idir Ait Mammar gli occhi del ragazzo s'illuminano: “E' un onore per me. Vi faccio un prezzo stracciato”.
     
    L'ultimo Aarch. Dopo un lungo giro per i tornanti delle montagne di questa regione dell'Algeria, si giunge finalmente nel villaggio, ma le indicazioni per trovare la casa di Idir sono scarse, anche perchè non ha il telefono. Tocca fermarsi in una caffetteria, dove tutti gli avventori sono impegnati nella sostituzione di un palo della luce caduto in terra. “Se aspettiamo il governo di Algeri stiamo freschi, qui siamo abituati a far da soli”, spiega sorridendo il padrone del bar, rispondendo agli sguardi interrogativi dei visitatori, sovrastato da una gigantografia di Zinedine Zidane, campione francese di origini cabile. “Cercate Idir? Certo che lo conosco, è l'unico che non si è venduto”. Idir Ait Mammar è una celebrità in Cabilia. Dopo una laurea in scienze politiche e un diploma di Stato in studi internazionali, alla carriera diplomatica ha preferito restare a vivere nel suo villaggio, con un modesto impiego da maestro di scuola media, pur di continuare a combattere per la sua causa. La causa cabila, la lotta per il riconoscimento di un'identità forte, della lingua e della cultura berbera in Algeria.
    Idir ha rivestito un ruolo di primo piano nel 2001, quando la rabbia dei cabili è esplosa con fragore. Il 18 aprile 2001 Massinissa Guermah, un giovane studente cabilo di At Douala, viene arrestato dalla polizia. Morirà tre giorni dopo. La versione ufficiale delle autorità parla di un “incidente”, e il giovane viene definito un delinquente. La rabbia popolare deborda al funerale, dove scoppiano incidenti tra la popolazione e la gendarmerie. E' il primo episodio di una lotta cruenta, che alla fine conterà più di cento vittime tra gli attivisti cabili. E' la cosiddetta 'primavera nera', che lascerà un segno indelebile in questa comunità e nei rapporti tesi con il governo centrale arabo, nel quale i berberi non si riconoscono fino in fondo. Durante l'insurrezione, in tutta la Cabilia, si moltiplicano i "comitati di villaggio", tradizionale forma di gestione del potere su base comuntaria. Le confederazioni delle tribù, i cosiddetti aarch, esprimono i loro delegati, e Idir è uno di loro.
     
    La causa di Idir. Uno dei più determinati. “Scusate il disordine, ma stiamo imbiancando casa”, annuncia sorridendo ricevendoci sulla soglia della sua casa. A prima vista non sembra un carismatico leader poltico. Un uomo comune, basso e stempiato, con un paio di baffetti ben curati. Ci fa accomodare in casa, al riparo dal sole cocente. Su un letto sistemato in un angolo della stanza è seduta l'anziana mamma, che ci riserva una grande sorriso. Poco dopo, accanto a lei, si accomoda un altro figlio, mentre per gli ospiti è riservato un divano rosso fuoco, unico tocco di colore in una stanza avvolta dalla penombra e arredata con morigeratezza. Di sicuro non si è arricchito con il suo ruolo.
    “Il movimento è morto, ma io non mi arrendo”, esordisce Idir, interrogato sul quel che resta della sollevazione e delle rivendicazioni cabile. “Il governo, alla fine, è riuscito a comprarsi il movimento – spiega Idir, rigirandosi sul divano e gesticolando vivacemente - il codice d'onore degli aarch parlava chiaro: nessuno avrebbe accettato incarichi o si sarebbe candidato alle elezioni, né avrebbe tanto meno sostenuto un qualsiasi partito. Non è andata così, e alla fine la stragrande maggioranza si accontentata di un seggio. Adesso abbiamo costituito un gruppo informale di studio per l'autonomia regionale della Cabilia, che lavora a un documento di proposte politiche che siano realizzabili. Il programma del 2001 era molto emotivo e ambizioso, e si scontrava con la mentalità di uno stato centralista”.
     
    Quel che resta della rivolta. Ma quale era lo spirito di quell’epoca, quale l'obiettivo che si prefiggeva? “La lotta di quegli anni aveva una dimensione nazionale, non etnica”, risponde Idir, “volevamo cambiare la mentalità di questo paese, avviare un processo davvero democratico nelle istituzioni. La rivendicazione dell'identità cabila, la nostra lingua e la nostra cultura, sono solo un passaggio verso la riforma di uno stato accentratore, che teme ogni cambiamento. I cabili, in Algeria, non sono discriminati, non è questo il punto. I giovani cabili hanno gli stessi sogni e le stesse ambizioni dei giovani algerini arabofoni: un lavoro, una casa, una famiglia. Ma ai problemi che condividono giovani cabili e arabi, per quanto riguarda noi, si somma la frustrazione dell'identità e della cultura negata. Loro hanno televisioni, radio e giornali che esprimono la loro cultura di riferimento, noi no”.
    La mamma e il fratello di Idir, dopo aver riempito il basso tavolino davanti al divano di bevande e cibo, annuiscono con vigore. Il governo però ha fatto dei passi verso il riconoscimento dell'identità berbera? Ha chiuso in qualche modo i conti con la primavera nera? “Le rivendicazioni sono state tutte disattese. Sono state indennizzate le famiglie delle vittime e i feriti. Risarciti i danni materiali e sanati i debiti di coloro che avevano sostenuto l'insurrezione cessando di pagare le tasse e le bollette. Ma a livello politico è stato fatto poco o nulla”, racconta Idir. “Adesso alla lingua amazigh, la nostra lingua, è stata riconosciuta dignità di lingua nazionale, ma come 'variante regionale', e quindi tagliata fuori dal contesto culturale berbero che va oltre i confini della Cabilia e dell'Algeria stessa. Nelle scuole – continua l'attivista – non vengono nominati gli insegnati, e non si insegna il berbero. Oppure capita quello che è accaduto a una mia collega, che lo insegna da tre anni senza paga”.
     
    Non è finita. La lotta quindi non ha raggiunto i suoi obiettivi, e secondo Idir “la causa è stata l'astuzia del governo nel gestire la crisi. Quando nel 2003 ci siamo resi conto che le cose si mettevano male, abbiamo formato una Commissione che doveva occuparsi di stilare un documento politico autonomista. Il governo, preoccupato di un'evoluzione politica delle rivendicazioni, ha fatto uscire di galera tutti i cosiddetti prigionieri politici cabili. In realtà si erano venduti, e così hanno fermato il movimento”. Le idee restano però, e le specificità anche. “Continuiamo la nostra vita, con la nostra visione delle cose, differenti dagli arabi. Le faccio un esempio: i cabili, anche quando sono religiosi, hanno una visione laica della politica. In Algeria è raro che una donna non porti il velo, qui è raro il contrario”.
    Il velo porta inevitabilmente il discorso sulla religione e sulla battaglia che, dopo la fine della guerra civile, continua tra il governo e gli integralisti. Che ha come teatro proprio la Cabilia, con le sue montagne e i suoi boschi, dove secondo il governo si nascondono i miliziani salafiti. L'esercito da loro la caccia, puntellando la regione di migliaia di posti di blocco e dando fuoco ai boschi nel tentativo, a loro dire, di stanare i guerriglieri.
     
    Incendi di Stato. “Questa storia non mi convince”, attacca subito deciso Idir, “ad Algeri continuano ad agitare lo spettro dei salafiti, ma intanto bruciano le foreste dei cabili. Colpiscono la nostra più grande ricchezza, il simbolo stesso di un'identità che non hanno mai voluto accettare in pieno. E intanto, con questa scusa, militarizzano la regione. Tempo fa i miliziani giravano liberamente, parlavano con la gente”, racconta Idir, “addirittura una volta è stata organizzata una partita di calcio tra loro e alcuni ragazzi di un villaggio. Adesso nessuno li vede. Con questo non voglio e non posso dire che qui non si nasconda nessuno, ma sono convinto che tutta questa storia abbia anche degli altri obiettivi. Dopo l'ennesimo incendio siamo andati a protestare con il governatore. Sa cosa ci hanno risposto? Che siamo dei fiancheggiatori dei salafiti! Siamo nel mezzo, schiacciati tra le trame del governo e l'integralismo religioso, ma sono fiducioso. La Cabilia è sempre stata il baluardo della laicità e della libertà in questo paese. Non cederemo”.
    La visita è finita, Idir ci accompagna alla porta. Tutt'attorno alla casa si vedono sui muri degli edifici le scritte inneggianti al giovane Massinissa, oppure alla Jsk, la squadra della serie A di calcio algerina, simbolo della Cabilia, o a Matoub Lounes, il cantante cabilo ucciso nel 1998. Alcuni dicono dai salafiti, altri dal governo. E mentre i boschi bruciano, la situazione è la stessa di allora, con i Cabili ancorati ai loro simboli, nel mezzo di un incendio.
    di Christian Elia
     
     
    Bentalha, dieci anni dopo il massacro
    Per arrivare a Bentalha dal centro di Algeri ci metto poco più di mezz'ora. Trenta minuti, con la mia panda dell'85, per arrivare, in un’affollata mattina di Ramadan, in quello che nella mia testa, sempre alla ricerca di una anche pur piccola giustificazione, avevo sempre immaginato come un villaggetto sperduto su una montagna. E invece, nessun villaggio isolato, nessuna montagna. Nessuna giustificazione.

    Una decina di chilometri di autostrada, qualche posto di blocco e poi ecco Bentalha, un quartiere alla periferia di Algeri. Un quartiere come tanti altri, ultimo brandello di città alle porte della campagna, la Mitidja. E allora come é possibile che nella notte tra il 22 e il 23 settembre del 1997 decine di uomini armati di fucili, bombe, asce e coltelli, abbiano potuto agire indisturbati e sgozzare, sventrare, fare a pezzi per ore più di 400 dei 2-3 mila abitanti della zona? Perché nessuno delle migliaia di militari presenti a pochi chilometri, a poche centinaia di metri é intervenuto? A dieci anni da uno dei più cruenti e controversi massacri compiuti in Algeria negli anni’90 nessuna risposta ufficiale é ancora arrivata dalle autorità, non un’inchiesta e oggi, la Charta per la pace e la riconciliazione nazionale, messa in campo dal presidente Abdelaziz Bouteflika (nella foto), impone il silenzio sugli anni di piombo algerini. Dai cinque ai dieci anni di prigione per chiunque con parole, scritti o qualsiasi altro mezzo tenti di riaprire le ferite della ‘tragedia nazionale’. “Ho già parlato abbastanza. Ho raccontato la verità e mi hanno tolto il fucile”, mi dice un anziano, un ex-patriota, i civili che hanno preso le armi per difendersi dalla violenza dei guerriglieri del Gruppo islamico armato (GIA). “Quella notte hanno ucciso due membri della mia famiglia, il marito di mia figlia, mia nipote. Mia sorella e mio fratello sono senza gambe. In questo paese la verità non esiste. Però non ho un altro paese dove poter scappare”. Non vuole dirmi altro e mi indica dove andare.

    BentalhaQuella notte. “Di là, quella notte tutto é accaduto là. Ci troverai tanti fantasmi”. Vago per Hai Boudoumi, una delle due zone di Benthala, in cui é stata compiuta la carneficina. La strada é allagata, non c'é l'asfaltato, tutto é come in un grande cantiere abbandonato. “La luce va e viene, ma la paura non se ne va”. Zineb ha 63 anni, il volto pieno di tatuaggi berberi. “Qualla notte eravamo senza luce, il giorno prima é stata tagliata. Davanti alla mia porta ho trovato 13 cadaveri”. “Sentivo le grida, sentivo sfondare le porte una dopo l’altra, le esplosioni e la polizia era a duecento metri da qui, la vedevo dalla mia finestra”. “Quella notte hanno portato via mio figlio. Mio figlio é scomparso dieci anni fa”. Anche lei, si ferma non vuole dire di più.
     
    Il libro-testimonianza di YousChi ha ucciso a Benthala? Il silenzio a Bentalha si dice sia stato imposto nel 2000 dopo l’uscita del libro shock “Qui a tué a Bentalha?” di Nasroulah Yous, scampato al massacro saltando di terrazzo in terrazzo. Oggi vive in Francia come rifugiato politico. I testimoni citati nel libro che denuncia le implicazioni dirette dei militari nel massacro hanno oggi ritrattato. Barbe e capelli finti? Un elicottero militare in volo per tutta la notte sul quartiere? Siringhe e cocaina ritrovati sui cadaveri? Il libro é stato messo al bando dalla stampa algerina e nessuno Bentalha ama parlare di Yous. “Voleva soltanto far soldi!”, mi dice M. che quella notte era al fianco di Yous. “Non c'é niente di vero in quello che ha scritto“. Ma poi si perde, i ricordi si mescolano, lo sguardo si confonde, le contraddizioni si moltiplicano. “La Riconciliazione nazionale! Vogliono cancellare tutto!”. M. quella notte ha perso la moglie e i suoi nove figli. Chi ha ucciso a Bentalha, forse non si saprà mai. Ma almeno su un punto dubbi non ce ne sono. Tutti mi raccontano di una decina di ambulanze ferme insieme alla polizia a poche centinaia di metri dalle case dove tra le 11 di sera e le cinque di mattina i presunti terroristi hanno avuto campo libero. “La polizia non era organizzata e non aveva l’ordine di agire”, dice qualcuno. “Avevano paura!” incalza qualcun'altro. “I terroristi a Bentalha c’erano da mesi, la gente del posto li nascondeva. Come si può pensare dopo aver dato da mangiare ai terroristi di essere difesi?!”. Anche Mourad cerca una giustificazione. “In Cabilia oggi sta succedendo la stessa cosa, la popolazione convive con i terroristi, sa esattamente dove sono e cosa fanno. Questo equilibrio reggerà fino a quando i terroristi non chiederanno qualcosa che la gente non potrà o non vorrà dare”. Rientro a casa. Mentre cerco di scrivere mi telefona M. “Non é vero quello che ti ho detto, quello ha racconta Yous é tutto vero”.
    di L.D.S.
     
    Per saperne di più: