Fenjus's profileVOX CLAMANTISPhotosBlogListsMore ![]() | Help |
Appello: alla vigilia del G8, tutte/i a Vicenza![]() Alla vigilia del G8 e dell’arrivo in Italia di Obama i No Dal Molin invitano tutte e tutti a Vicenza per liberare il Dal Molin dalla nuova base di guerra. Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo [...] un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. * *
Il 4 luglio? Osare la speranza "Osare la speranza": ce lo ripete ogni volta che passa per Vicenza, Don Gallo (foto); l'ultima volta pochi giorni fa, quando al Presidio Permanente ha apposto la sua firma tra le 530 che hanno sottoscritto l'atto d'acquisto collettivo del terreno su cui da più di due anni hanno messo radici i tendoni simbolo dell'opposizione alla nuova base statunitense.
Lui, che è stato partigiano e quelle parole le scriveva sui muri delle borgate calpestate dal nazifascismo; e la speranza è la stessa: quella di essere liberi di rifiutare guerra e autoritarismo, di essere indipendenti dall'imposizione militare. Mentre quel verbo – osare – racchiude la dignità di donne e uomini che rifiutano di essere gregge tra i cani che abbaiano e reclamano la propria volontà di essere cittadini, prima di tutto.
L'arbitro gay fa outing, la federazione lo licenzia.![]() Halil Dincdag, il direttore di gara vittima della discriminazione
L’outing in Turchia è una scelta di estremo coraggio e Halil Ibrahim Dincdag aveva già le spalle al muro quando ha deciso di sedersi davanti a una telecamera e raccontare in un seguitissimo talk show di essere gay. È un arbitro, cioè lo era perché da quando i suoi gusti sessuali sono diventati pubblici la federazione gli ha tolto il lavoro e i vicini lo hanno obbligato a lasciare Trabzon, città super conservatrice, per Istanbul dove per lo meno può circolare senza essere aggredito. All’inizio è stato un pettegolezzo, poi un insulto e il sospetto della sua omosessualità, non nascosta, ma mai sbandierata, è bastato a farlo diventare cittadino poco gradito.
Molto prima del suo racconto in diretta tv stava già senza lavoro, proprio per questo ha deciso di reagire: «Pensavano che mi sarei nascosto invece ho fatto il contrario e sono diventato una bandiera per il movimento dei diritti gay». Ha fatto causa e si è consegnato alla stampa perché pubblicizzasse la sua storia e ha svegliato gli omosessuali turchi che ora lo considerano come Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente gay diventato consigliere comunale a San Francisco nel 1977 e poi assassinato. A differenza di altri paesi musulmani, la Turchia non mette in carcere gli omosessuali però li perseguita al limite della legge. Nel caso di questo arbitro la federazione ha usato il suo passato: è stato dichiarato non idoneo al servizio militare (anche allora perché gay) «quindi non è in condizione di arbitrare». Erman Toroglu, la voce del calcio turco, ha commentato: «Non può riavere il posto, assegnerebbe i rigori ai giocatori più carini ». Il livello è questo, battutacce e riprovazione. Dincdag però è diventato un caso e la Turchia ancora aspetta l’approvazione della comunità europea: non vogliono trasformarlo nell’esempio di quel che non funziona. Gli è sfuggito di mano: che un trentatreenne timido e solitario, arbitro da 13 anni proprio perché il ruolo gli consentiva di stare per i fatti suoi, si mettesse alla testa di una rivoluzione sociale non era previsto. Invece Dincdag ha successo, ha mobilitato blog e manifestanti e persino la famiglia, con cui non si era mai rivelato, lo appoggia: «Anche mio fratello imam mi ha aiutato. Rivoglio il mio lavoro. Sono pronto ad andare alla corte Europea». di Giulia Zonca lastampa.it
![]() Iran: gli sviluppi della crisi. Kharroubi annulla la cerimonia in ricordo delle vittime della repressione a Teheran.![]() La decisione presa dopo le nuove violenze di ieri. Secondo testimoni la polizia ha sparato sulla folla e ha bastonato a sangue una donna. Il Consiglio dei Guardiani ribadisce la bontà dei risultati elettorali. La protesta continua nella notte al grido di “Allah akhbar!” e “Morte a Khamenei”. Moussavi e la moglie Zahra propongono di continuare la protesta.
Mehdi Kharroubi (foto sopra), uno dei candidati alla presidenza che ha perduto alle elezioni, ha annullato la cerimonia programmata per oggi a ricordo delle vittime delle manifestazioni di questi giorni. Secondo il suo sito, la cerimonia è stata rimandata alla settimana prossima. La decisione segue le nuove violenze registrate ieri vicino al parlamento di Teheran, dove la polizia ha attaccato con gas lacrimogeni e manganelli gruppi di dimostranti che si sono radunati a protestare nonostante il divieto del ministero degli interni. I gruppi di protesta hanno lanciato sassi contro la polizia. Secondo alcune testimonianze vi sono stati spari contro i giovani e la polizia ha massacrato di botte una donna. L'ayatollah Montazeri ha dichiarato stamane che se la repressione continua, questa potrebbe portare alla fine il governo iraniano. Il numero dei dimostranti si è ridotto sensibilmente dopo gli avvertimenti della guida suprema Alì Khamenei a non manifestare e le cariche della polizia e dei basej (volontari della rivoluzione, al servizio del presidente Ahmadinejad). Le cifre ufficiali dicono che nei giorni scorsi, vi sono stati almeno 17 morti e centinaia di feriti fra le centinaia di migliaia persone che manifestavano contro le elezioni presidenziali accusate di brogli. L’agguerrita repressione frena le manifestazioni, ma non il dissenso. In quella che viene vista come la sfida più imponente alla dittatura islamica iraniana, la sera col buio, moltissime persone a Teheran gridano slogan come “Morte a Khamenei” , “Basta con la dittatura” e “Allah akhbar! Dio è grande”, lo slogan usato 30 anni fa per cacciare lo scià. Quest’oggi il Consiglio dei Guardiani, a cui Kahmenei ha delegato la verifica delle denunce sui brogli, ha ribadito che le irregolarità rilevate sono minime e non inficiano il risultato che dà la vittoria a Mahmoud Ahmadinejad. Mehdi Kharroubi è nettamente schierato contro il risultato elettorale e ha dichiarato “illegittimo” il nuovo governo. Nel suo sito egli afferma che il voto “dovrebbe essere annullato”. L’altro candidato sconfitto, Mir Hossein Moussavi, divenuto il simbolo dell’opposizione, non si fa vedere, ma il suo sito riporta il messaggio che la protesta deve continuare. La moglie di Moussavi, Zahra Rahnavard, che ha un grande seguito nel mondo femminile iraniano, ha chiesto il rilascio dei dissidenti arrestati durante il periodo delle manifestazione. Fra le centinaia di arrestati vi sono politici e giornalisti e almeno 25 persone impiegate nel giornale retto da Moussavi. In un comunicato fatto girare questa mattina il grande ayatollah Montazeri (foto sotto) ha dichiarato: "Se il popolo iraniano non può rivendicare i suoi diritti legittimi attraverso manifestazioni pacifiche ed è represso, la crescita della frustrazione potrebbe anche distruggere le fondamenta di qualunque governo, per quanto forte esso sia”. Montazeri è stato a suo tempo il delfino di Khomeini, ma una lotta la vertice lo ha emarginato. E una delle voci più critiche verso Khamenei e Ahmadinejad ed ha un grande seguito.
Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev ha festeggiato il 22 giugno i 20 anni alla guida nel Paese![]() Giunto al potere come segretario del Partito comunista, stretto collaboratore di Gorbacev, egli è riuscito a mantenersi sempre al potere. Gli oppositori dicono che ha stroncato la nascente democrazia. Ma altri lo lodano per lo sviluppo economico e la stabilità del Paese.
Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev (foto) ha festeggiato il 22 giugno i 20 anni alla guida nel Paese, da quando nel 1989 è stato eletto segretario del Partito comunista. Nel più grande e più ricco Stato dell’Asia centrale, qualcuno lo ritiene un autocrata che ha soppresso le nascenti libertà e democrazia, mentre per altri ha assicurato stabilità e prosperità attraverso anni difficili. Nazarbayev, operaio in un’acciaieria nel nord del Paese, si è fatto strada nel Partito comunista, fino ad essere ammesso nel ristretto circolo del leader sovietico Mikhail Gorbacev. Dopo la caduta del regime sovietico, nel 1990 è stato eletto presidente. Nel 1995, con un vero colpo di mano, ha sciolto il parlamento e indetto in fretta un referendum che ha approvato l’estensione del suo mandato per anni. In seguito ha indetto un altro referendum che ha tolto al parlamento vari poteri, a vantaggio del presidente, ed eliminato altri limiti alla sua autorità, come la Corte Costituzionale. Alle elezioni del 1989 il suo principale oppositore, Akezhan Kazhegeldin, è stato squalificato per avere partecipato a una marcia di opposizione. Nazarbayev ha vinto con l’89% dei voti. Il parlamento ha poi esteso il mandato presidenziale da 5 a 7 anni. Nel 2005 ha di nuovo vinto con il 91% dei voti, anche se osservatori internazionali hanno criticato le elezioni come non rispettose degli standard democratici. Ha poi fatto approvare la possibilità di mantenere la carica senza limiti di tempo. Ma per molti tra i milioni di giovani del Paese sotto i 20 anni, Nazarbayev è l’unico leader mai conosciuto, che ha portato il Kazakistan a una stabilità e ricchezza molto maggiore degli altri Stati dell’Asia centrale, pure ricchi di petrolio, gas e altre risorse. In tanti si dicono interessati al proprio futuro e allo sviluppo economico del Paese, piuttosto che alla politica. I ricavi del petrolio sono stati investiti in sanità, pensioni, sicurezza sociale e nell’istruzione. Il Paese è ora meta di migranti degli Stati limitrofi in cerca di lavoro. Qui le comunità religiose godono di una discreta libertà, sebbene lo Stato sia criticato da gruppi evangelici. Ma l’oppositore Pyotr Svoik dice all’agenzia Radio Free Europe che il presidente ha stroncato la nascente democrazia kazaka, favorito i diffusi corruzione e nepotismo, arricchito il suo circolo a danno della Nazione. Egli commenta che “il Kazakistan non ha nessuna istituzione indipendente: parlamento, tribunali, procure e governo servono solo una particolare persona. Il futuro del sistema politico del Paese è davvero fosco e fa paura”. Lo Stato mostra intolleranza verso i media indipendenti e attua un crescente controllo su internet. In questi anni molti oppositori politici e giornalisti sono stati arrestati, malmenati, persino uccisi. E’ anche vero che la sua “dittatura illuminata” rimane la più liberale fra i Paesi ex sovietici dell’Asia centrale. Soprattutto, queste critiche non scalfiscono la reputazione del presidente, nel Paese e all’estero. Anzi, egli è corteggiato dai Paesi esteri affamati del petrolio kazako, che vedono comunque in lui un leader molto più presentabile dei presidenti di Stati vicini come Uzbekistan e Turkmenistan. Ditte di Russia, Cina e Stati Uniti hanno qui investito miliardi di euro. Per il 2010 Astana è in competizione persino per assumere la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), anche se di recente gruppi per i diritti umani hanno denunciato l’insussistenza nel Paese di standard democratici essenziali. AsiaNews/Agenzie
Mappa Kazakhstan Liu Xiaobo accusato di “sovversione contro il potere dello Stato”
Liu Xiaobo (foto), uno dei più importanti attivisti per i diritti umani è stato ufficialmente accusato di “sovversione contro il potere dello Stato”. Liu era stato sequestrato dalla polizia lo scorso dicembre e portato in un luogo sconosciuto. Dopo aver formalizzato l’accusa, il governo ora lo metterà agli arresti in una qualche prigione del Paese. Secondo Xinhua, che cita un membro della polizia, “Liu è impegnato da anni in attività di agitazione sociale, come diffondere voci [false] e diffamatorie contro il governo, con lo scopo di sovvertire lo Stato e rovesciare il sistema socialista”. Se viene condannato, l’intellettuale 53enne rischia un minimo di 15 anni di prigione. Liu era stato sequestrato lo scorso 8 dicembre per aver contribuito a diffondere l’appello di Carta 08 , un documento firmato da 300 personalità in cui si chiede al governo cinese di rispettare i diritti umani, attuare riforme politiche e garantire l’indipendenza del potere giudiziario. Il documento è stato pubblicato in occasione dei 60 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Secondo la polizia Liu deve essere stato l’estensore della petizione, che ha raccolto oltre 9 mila firme. L’appello di Carta 08 è stato censurato dai siti web e moltissimi dei firmatari – fra cui anche membri del Partito – hanno subito interrogazioni, controlli, arresti domiciliari. Secondo informazioni del Chrd (Chinese Human Rights Defenders), la Pubblica sicurezza di Pechino ha notificato l’arresto formale e le accuse contro Liu ieri alle 11 alla moglie del dissidente, Liu Xia. La polizia ha pure affermato che lo Stato non accetta come avvocati difensori Mo Shaoping e Shang Baojun, scelti dalla moglie di Liu. Le autorità affermano che essi non possono essere i difensori dell’arrestato perché anche Mo è uno dei firmatari di Carta 08. Liu Xiaobo è da decenni al centro delle contestazioni verso il governo. Nell’89, alla vigilia del massacro di Tiananmen, per spingere la leadership al dialogo con il movimento, aveva partecipato agli scioperi della fame attuati dagli studenti sulla piazza. È stato fra gli ultimi a lasciare piazza Tiananmen, assistendo al massacro e ha subito per questo 2 anni di prigione. Il crimine di “incitamento alla sovversione contro il potere dello Stato” è stato adottato dal codice penale cinese nel 1997 ed è usato in modo regolare contro personalità che cercano soltanto libertà di espressione. Vi sono decine di dissidenti non violenti imprigionati per questo motivo. Fra essi vi è pure Hu Jia, vincitore del premio Sakharov 2008, che sta scontando 3 anni e mezzo di prigione per aver pubblicato sul web alcuni articoli sulla necessità della democrazia in Cina.
Manifestazione in appoggio a "Carta 08". Ossezia del sud: dopo le elezioni in cammino verso la pace.Le Elezioni Parlamentari svoltesi in Ossezia del Sud lo scorso 31 Maggio segneranno per sempre il cammino del piccolo Stato caucasico verso la stabilità politica e lo sviluppo delle proprie istituzioni governative. La normalizzazione, dunque, continua senza ostacoli.
Quattro sono i partiti politici che hanno preso parte alla battaglia elettorale per il rinnovo del Parlamento: il Partito Popolare, il partito Unità, il Partito Comunista ed il partito socialista repubblicano – Patria (Fydybæstæ). Il ritiro georgiano dai territori occupati progressivamente prima della guerra dell’Agosto 2008 ha permesso al governo locale di svolgere le attività elettorali su tutte le quattro provincie dell’Ossezia del Sud ed anche all’estero: si è votato infatti anche presso la nuova sede diplomatica osseta a Mosca, gestita da Dmitrij Medoev. I risultati complessivi hanno premiato il partito “Unità” (oltre il 44% dei voti totali), sostenuto anche dal Presidente Eduard Kokojty (nella foto); è significativo ricordare che il simbolo del partito “Unità” (Edinstvo) rappresenta l’immagine dell’Ossezia riunificata, testimonianza degli obiettivi politici a lungo termine e degli stretti legami etnici ed umani che uniscono Vladikavkaz alla piccola Tskhinval. Solo i tre partiti maggiori hanno ottenuto seggi nel nuovo Parlamento (17 Deputati ad “Unità”, 8 al Partito Comunista, 9 al Partito Popolare) mentre Fydybæstæ, a causa della soglia di sbarramento al 7%, è rimasto escluso per pochissimi voti. Da notare anche la partecipazione alle elezioni di alcuni esponenti delle principali minoranze etniche del paese, composte soprattutto da Russi, Armeni ed anche Georgiani. Al di là dei risultati ottenuti dai singoli partiti politici, è senza dubbio degno di nota il significato di “normalizzazione” politica che la stessa competizione elettorale rappresenta: un chiaro segnale alla Georgia, a cui Kokojty manda a dire che gli Osseti non torneranno mai più con Tbilisi. Le elezioni costituiscono anche un segnale rivolto alla Russia, alla quale la dirigenza di Tskhinval vuole dimostrare di essere un partner affidabile e dotato di strutture governative moderne e funzionali, in grado cioè di meritarsi il supporto delle istituzioni di Mosca e Vladikavkaz. Particolarmente importanti le parole del locale Ministro degli Esteri, Murat Džioev, il quale ha dichiarato che l’Ossezia del Sud è pronta a diventare un soggetto operativo all’interno della comunità internazionale. Džioev ha voluto tuttavia sottolineare che il paese non indietreggerà di fronte alle critiche dell’Unione Europea e degli Stati Uniti sulla legalità delle elezioni, poiché l’indipendenza è stata acquisita con la volontà del popolo osseto e tale aspetto non potrà mai essere messo in discussione. Al monitoraggio delle elezioni hanno preso parte numerosi osservatori internazionali provenenti da 15 paesi, gran parte dei quali giunti da diverse aree della Federazione Russa e dalla CSI. Osservatori sono arrivati anche da Germania, Polonia ed Italia, tra cui giornalisti, politologi e importanti personaggi politici. Tutti i reportage dei giornalisti ed i commenti degli osservatori sono stati complessivamente positivi ed hanno lodato l’organizzazione precisa e trasparente messa in campo dal governo osseto. Dunque, una buona prova del rafforzamento delle istituzioni democratiche in Ossezia del Sud, la quale prosegue il percorso iniziato all’indomani del ritiro dell’esercito georgiano da Tskhinval. La capitale dell’Ossezia del Sud si avvia a mantenere la memoria di “città martire” di ieri, per diventare un simbolo concreto della pace possibile oggi nella regione caucasica. Recentemente, secondo il giornale tedesco Der Spiegel, la Commissione di Inchiesta creata dall’Unione Europea per indagare sulle responsabilità del recente conflitto avrebbe individuato nell’élite politica georgiana il principale responsabile della disastrosa escalation militare della scorsa estate. L’Europa ha quindi riacquistato la vista? Si tratta di un primo passo importante e certamente positivo; ora non resta che attendere la relazione finale di Heidi Tagliavini, responsabile generale dell’inchiesta, per capire se l’Europa avrà finalmente il coraggio di far sentire anche la propria voce, esprimendosi a favore della popolazione aggredita dell’Ossezia del Sud. di Luca Bionda www.eurasia-rivista.org
Non è solo una questione di economia, questa è una crisi dei diritti umani
Nel settembre del 2008 ero a New York per prendere parte a una riunione di alto livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di sviluppo del millennio, che la comunità internazionale si è data per ridurre la povertà entro il 2015. Un delegato dopo l'altro, tutti parlavano della necessità di reperire maggiori fondi per sradicare la fame, diminuire il numero delle morti evitabili di neonati e donne incinte, fornire acqua potabile e servizi igienici, garantire istruzione alle bambine. Pur essendo il gioco la vita e la dignità di miliardi di persone, era fin troppo evidente la scarsa volontà di sostenere quei discorsi con un contributo economico. Uscita dalla sede delle Nazioni Unite, lessi i titoli scorrevoli delle ultime notizie, che raccontavano una storia del tutto diversa che si stava svolgendo da un'altra parte di Manhattan: il crollo di una delle più grandi banche d'investimenti di Wall Street. Era il segno di dove l'attenzione e le risorse del mondo erano davvero concentrate. Governi ricchi e potenti furono immediatamente in grado di mettere insieme una somma molte volte maggiore di quella che non era stato possibile trovare per sconfiggere la povertà. Quei governi riversarono soldi in abbondanza nelle banche che stavano fallendo e nei pacchetti di stimoli per economie cui era stato permesso per anni di impazzare e che ora si erano arenate. Le molte facce della disuguaglianza Molti esperti citano i milioni di persone usciti dalla povertà grazie alla crescita economica. La verità, però, è che molte di più sono quelle rimaste indietro. I progressi sono stati troppo fragili (come la recente crisi economica ha dimostrato), i costi per i diritti umani troppo alti. In questi anni, i diritti umani sono stati messi in secondo piano di fronte a quella specie di bisonte della strada che è stata la globalizzazione priva di regole, che ha trascinato il mondo in una frenesia di crescita. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi: l'aumento di disuguaglianza, emarginazione e insicurezza; la soppressione, con modalità arroganti e impunite, delle voci di protesta; la mancanza di pentimento e di punizione per i responsabili degli abusi commessi da governi, grandi imprese e istituzioni finanziarie internazionali. Vediamo crescere i segnali di scontro e di violenza politica, che si aggiungono all'insicurezza globale già esistente a causa di quei conflitti morali che la comunità internazionale non sa o non vuole risolvere. In altre parole, siamo seduti su un barile di miscela esplosiva composta di disuguaglianza, ingiustizia e insicurezza. La miscela sta per esplodere. Le molte forme dell'insicurezza Il numero delle persone che vive in povertà e subisce violazioni dei diritti umani è destinato a crescere a causa di diversi fattori concomitanti in un periodo di recessione economica. Anzitutto, le politiche di aggiustamento strutturale promosse dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dalla Banca mondiale fino a 10 anni fa, hanno svuotato le reti di sostegno sociale sia nei paesi in via di sviluppo che in quelli industrializzati. Quelle politiche avevano l'obiettivo di creare condizioni interne agli stati che potessero sostenere l'economia di mercato e aprire i mercati interni al commercio internazionale. Così facendo, hanno promosso l'idea di uno "stato leggero" in cui i governi hanno abdicato ai propri obblighi in materia di diritti economici e sociali, a vantaggio dei mercati. Oltre a chiedere la liberalizzazione economica, le politiche di aggiustamento strutturale hanno anche spinto a privatizzare i servizi pubblici, a deregolamentare i rapporti di lavoro e a tagliare i servizi sociali. L'idea, suggerita dall'Fmi e dalla Banca mondiale, che gli utenti dovessero pagare le prestazioni erogate ha posto questi ultimi al di fuori della portata dei più poveri. Ora, con l'economia in crisi e la disoccupazione in aumento, troppe persone vanno incontro non solo alla perdita di una fonte di reddito ma anche a un'insicurezza sociale in cui non ci sono più reti di sostegno a tutelarle in un periodo difficile. Dalla recessione alla repressione Da un lato, siamo di fronte al grave rischio che una povertà in crescita e disperate condizioni economiche e sociali possano produrre instabilità politica e violenza di massa. Dall'altro, possiamo ritrovarci in una situazione in cui la recessione sia accompagnata da una più ampia repressione da parte di governi autoritari che mal sopportano il dissenso, le critiche e le denunce di corruzione e di cattiva gestione economica. Nel 2008 abbiamo avuto un assaggio di ciò che potrebbe accadere. Quando in molti paesi la gente è scesa in strada per protestare contro l'aumento dei prezzi dei generi di consumo e le difficili condizioni economiche, anche le proteste più pacifiche sono state stroncate con durezza. Un nuovo tipo di leadership La povertà è caratterizzata da privazione, disuguaglianza, ingiustizia, insicurezza e oppressione. Questi sono in tutta evidenza problemi legati ai diritti umani, che non si risolvono solo con misure economiche ma che richiedono una forte volontà politica e una risposta unitaria che integri questioni politiche, finanziarie e ambientali in una cornice basata sui diritti umani e sullo stato di diritto. In poche parole, richiedono un'azione collettiva e un nuovo tipo di leadership. Nuove opportunità per il cambiamento La povertà globale, acuita dalla situazione economica, ha creato una piattaforma esplosiva per un cambiamento in favore dei diritti umani. Allo stesso tempo, la crisi economica ha stimolato un mutamento di prospettiva che volge in direzione di un cambiamento di sistema.
I dati principali del Rapporto Annuale 2009* Libertà di espressione Limitazioni alla libertà di espressione sono state imposte in almeno 81 paesi. Pena di morte Almeno 2390 prigionieri sono stati messi a morte in 25 paesi. Il 78% delle esecuzioni ha avuto luogo nei paesi del G20. Esecuzioni extragiudiziali/omicidi illegaliEsecuzioni extragiudiziali od omicidi illegali sono stati commessi in oltre 50 paesi. Il 47% di questi crimini è stato riscontrato nei paesi del G20. Torture e altri maltrattamentiTorture e altre forme di maltrattamento sono state compiute, nel corso degli interrogatori, in circa 80 paesi. Il 79% delle torture e dei maltrattamenti si è registrato nei paesi del G20. Processi iniquiProcessi iniqui sono stati celebrati in circa 50 paesi. Il 47% di essi si è svolto nei paesi del G20. Detenzioni illegaliPrigionieri sono stati sottoposti a periodi di detenzione prolungata, spesso senza accusa né processo, in circa 90 paesi. Il 74% di queste detenzioni ha avuto luogo nei paesi del G20. Rinvii forzati di richiedenti asiloPersone che chiedevano asilo politico sono state respinte da almeno 27 paesi verso stati in cui sono andate incontro ad arresti, torture e morte. Prigionieri di coscienzaPrigionieri di coscienza sono finiti in carcere in almeno 50 paesi. Sgomberi forzatiSgomberi forzati sono stati eseguiti in almeno 24 paesi. *Questi dati si riferiscono al periodo gennaio - dicembre 2008
A Téhéran, les manifestations réprimées par la police
Mir Hossein Moussavi
Au huitième jour du bras de fer entre le pouvoir et l'opposition, samedi 20 juin, la tension n'est toujours pas retombée pas en Iran. La journée de samedi a de nouveau été marquée par des violences tandis que l'opposant Mir Hossein Moussavi a appelé une nouvelle fois à l'annulation de l'élection présidentielle du 12 juin. Malgré les menaces à peine voilées du guide suprême Ali Khamenei et l'interdiction de la manifestation par les autorités, les partisans de l'opposition avaient décidé samedi d'investir les rues de Téhéran. Une partie des organisateurs avait pourtant décidé de jouer la prudence et avait dit renoncer à la manifestation en raison de son interdiction. Samedi après-midi, les manifestants ont donc tenté d'atteindre la place Enqelab, dans le centre de Téhéran, où était prévue le rassemblement. Mais, selon des témoins, la police anti-émeutes, massivement présente, a réprimé à la matraque, au canon à eau et au gaz lacrymogène des milliers de manifestants qui bravaient l'interdiction de protester contre la réélection de Mahmoud Ahmadinejad. ATTENTAT-SUICIDE PRÈS DU MAUSOLÉE DE L'AYATOLLAH KHOMEINI "La police anti-émeutes interdit aux gens d'approcher" de la place Enqelab et "bloque les gens sur les trottoirs, les pousse sur la chaussée et les frappe", a déclaré un témoin. Des témoins ont fait état de plusieurs milliers de manifestants devant l'Université de Téhéran, près de la place Enqelab, mais également près de la place Azadi, à environ quatre kilomètres de là, avec des heurts avec la police. Selon un autre témoin, au moins un homme a été blessé par balle à l'épaule samedi. Les médias étrangers, eux, ont toujours interdiction de couvrir sur place les événements non inscrits au "programme" du ministère iranien de la culture. Dans le même temps, des médiaux locaux ont fait état d'un attentat-suicide, à Téhéran, près du mausolée de l'ayatollah Khomeini, fondateur de la République islamique. "Un terroriste a fait sauter sa veste explosive au mausolée de l'imam Khomeini", a expliqué le chef adjoint de la police, cité par les agences de presse locales Fars et Mehr. "L'assaillant a été tué et un pèlerin a été blessé", selon lui. La chaîne de télévision iranienne Press-TV a fait état d'un mort et de deux pèlerins blessés, sans citer de source. APPEL DE MOUSSAVI À DE NOUVELLES ÉLECTIONS La régularité de la victoire de Mahmoud Ahmadinejad à la présidentielle du 12 juin est contestée par les autres candidats, notamment son principal rival Mir Hossein Moussavi, le chef du mouvement de contestation, qui a de nouveau réclamé, samedi, l'annulation du scrutin et une nouvelle élection. Dans une lettre adressée au Conseil des gardiens et publiée sur son site Internet, le candidat malheureux affirme que "tous les comptes [d'irrégularités] plus bien d'autres mentionnés dans mes lettres précédentes (...) sont suffisants pour annuler l'élection". Samedi, le Conseil des gardiens, l'organe législatif suprême en Iran, s'est dit prêt à un recomptage de 10 % des urnes, choisies au hasard, avant de rendre sa décision d'ici mercredi. L'appel de M. Moussavi revient une nouvelle fois à défier le guide suprême, l'ayatollah Ali Khamenei, qui a validé vendredi la réélection de M. Ahmadinejad, en affirmant qu'aucune fraude ne pouvait expliquer sa large victoire. Pour la première fois depuis le début du mouvement, la police iranienne avait prévenu qu'elle "réprimerait fermement" toutes les manifestations. Ali Khamenei avait de son côté déclaré, vendredi, que "s'il y a un bain de sang, [les leaders de l'opposition] en seront tenus directement responsables". The dead of Iran are mourned – but the fight goes on.Mirhossein Mousavi, centre, waves to supporters at a demonstration in Tehran yesterday "President" Mahmoud Ahmadinejad – and the quotation marks are becoming ever more appropriate in Iran today – is in real trouble. There are now three separate official inquiries into his supposed election victory and the violence which followed, while conservative Iranian MPs fought each other with their fists at a private meeting behind the assembly chamber, after Ahmadinejad's members objected to an official's reference to the "dignity" with which the opposition leader, Mirhossein Mousavi, answered parliamentary questions. Those close to the man who still believes he is the President of Iran say that he is himself deeply troubled – even traumatised – by the massive demonstrations against him across the country. Tens of thousands of Mousavi supporters marched in black through the streets of central Tehran yesterday evening, in an emotional demonstration of mourning – the second in two days – for the post-election dead. In a city symbolised by its brutal traffic and decibel records, they walked in total silence for three miles, holding banners and posters lamenting the killings in Azadi Square and Tehran University and in other Iranian cities. And they had no doubts about the political – and physical – risks they were taking. A chemical engineer walking at the centre of the huge black trail thought for several seconds when I asked him what happens next. "Nobody knows but we think of this all the time," he at last replied. "We cannot stop now. If we stop now, they will eat us. The best is for the United Nations or some international organisations to monitor another election." Upon such illusions is disaster built. But the same man's wife had a humour that almost belonged to the vast black crowd yesterday. She was a commercial lawyer but had studied psychology. "If we let go now, we are going to face someone like Pinochet – and our dictators here are not even up-to-date dictators," she told me without a trace of a smile. "My psychological training is very useful. Ahmadinejad has a classic psychosis problem. He lies a lot and he's hallucinatory and the problem is, he thinks he's related to someone up there!" And here, the lady pointed upwards in the general direction of heaven. But no jokes about religion. These marchers were chanting the Muslim "salavat" prayer, giving greetings to the Prophet Mohamed and his family. And just as well. For this morning, the Supreme Leader, Ali Khamenei, is to lead Friday prayers at Tehran University – the same campus upon which seven young men were shot dead by pro-Ahmadinejad Basiji militiamen on Sunday night – and Mousavi is promising to bring his own supporters, wearing black arm-bands of mourning for the dead, to demonstrate their loyalty to Khamenei himself. Ahmadinejad's acolytes have been claiming that the opposition is trying to overthrow the Islamic Republic as well as Khamenei, a dangerous slander in any revolution here but a particularly incendiary one today. The opposition suspects that Khamenei will try to restore order by telling Mousavi and his people that they have been allowed their massive demonstrations and that, despite "unfortunate incidents" – that wonderful autocratic cliché has actually just been used by parliament Speaker Ali Larijani – this was a generous and democratic act by the government. But, Khamenei is expected to say, enough is enough. Any groups disturbing the peace this weekend will be regarded as counter-revolutionaries and dealt with "according to the law" (a favourite Khamenei expression). If so, Mousavi and his advisers – they include former president Mohammad Khatami as well as Mousavi's election ally, Mehdi Karroubi – will have to behave with immense sensitivity if they are not to be trapped into silence by such a warning. Their problem is almost intractable. If they continue the protest marches, they can be accused of breaking the law – and the waning strength of the marches no longer brings the people of Tehran on to their balconies and rooftops – but if they bring the protests to an end, the Basiji and the cops become kings of the street. Indeed, the arrest of the Islamic Republic's first foreign minister, Ibrahim Yazdi – he was taken, quite literally, from the bed of his Tehran hospital where he is suffering from prostate cancer – shows just how high the level of suspicion is amid the heights of the Islamic Republic. No one has managed to suggest a sane reason why a man who worked alongside the founder of the Islamic regime, Ayatollah Khomeini himself, should suddenly disappear before our eyes. Yazdi had urged Iranians to boycott the presidential poll four years ago – the election that brought Ahmadinejad to power – but was urging all Iranians to vote last week. If anyone needed proof of the government's state of indecision, they had only to look at yesterday's Tehran newspapers. Suddenly, the mass demonstrations were acknowledged in full. A whole front page of photographs showed Wednesday afternoon's Mousavi rally. Ahmadinejad had said at the weekend that his opponents were mere "layers of dust" – an unwise as well as a childish remark – but across one photograph, demonstrators can be seen carrying a banner which reads: "The layers of dust are making history." Other papers showed Iran's top six football stars playing South Korea in Seoul with Mousavi's campaign green ribbons tried to their wrists. They complied with instructions to take them off for the second half of the match – which was broadcast live across Iran and which turned out to be a draw. Even Mousavi's website is no longer blocked. We may ask what all this means. But so does all of Iran. It was clear, however, even before the right-wing MPs turned to fisticuffs, that the authorities simply did not know how to handle this unprecedented revolt – not revolution – by so many millions of Iranians. With a more intelligent, thoughtful, less arrogant man in power, it might be possible to look for a political compromise, perhaps some tinkering with the constitution to create a vice-presidency (not that Mousavi would accept it) or even recreate the post of prime minister which was held by Mousavi himself during the 1980-88 Iran-Iraq war. But who wants to work with Ahmadinejad? His efforts to improve the lot of the millions of Iranian poor – their existence, of course, is a blight upon the moral reputation of any republic which controls so much oil wealth – have been genuine and well received. His meretricious doubts about the Jewish Holocaust, his foolish rhetoric about Israel, his constant comparison of the Iranian election to a football match, are of no interest to them. But Mousavi can scarcely work with such an unpredictable, unstable figure. Ahmadinejad's colleagues have been claiming that the vandalisation of property, including the destruction of computers at Tehran University – an act with absolutely no intelligent explanation – was committed by "traitors", but the government's own investigative committee is now saying that plain-clothed agents were involved. It all leaves "President" Mahmoud Ahmadinejad a very lonely man. Day 6 of Iran crisis * In an attempt to defuse calls for a rerun, Iran's Governing Council promised to listen to the candidates "express their ideas" about the election. It also said it was examining 646 complaints. * Meanwhile, it was clear where President Ahmadinejad wanted to place the blame for the crisis. He told his cabinet that the vote's legitimacy was being questioned because it was a "challenge to the West's democracy." * Also focusing on foreign elements, the Intelligence Ministry said that it had uncovered proof of a bomb plot backed by American elements. The bombs were apparently supposed to go off in polling stations on election day. * Iranian television showed former president Hashemi Rafsanjani's daughter, Faezeh Hashemi, rallying protesters. Hardliners accused her and her brother, Mahdi, of treason. The two were later barred from leaving Iran. * In an echo of Twitter's decision to cancel planned maintenance to help protesters, YouTube broke from its usual policy of barring violent videos so that Iranians could "capture their experiences for the world to see". by Robert Fisk (photo) The Independent.co.uk Perù: Il massacro annunciato ordinato da Alan Garcia. Peru accused of cover-up after indigenous protest ends in death.Il massacro annunciato ordinato dal presidente peruviano Alan Garcia (Apcom) - Due operatori umanitari belgi hanno spezzato il silenzio di informazioni e di immagini che circondava la "Tiananmen dell’Amazzonia", ossia il massacro avvenuto nella parte peruviana della foresta pluviale il 5 giugno quando, a Bagua Grande, poliziotti avevano attaccato gli indigeni che da settimane stavano bloccando fiumi e strade per protestare contro la decisione del governo di espropriare le loro terre per lo sfruttamento di legname, gas e petrolio. The Independent (segue l'articolo) ha pubblicato solo alcune delle foto di Marijke Deleu e Thomas Quiryneen, i due volontari di Catapa, un’organizzazione fiamminga che si batte per i nativi di Peru’, Bolivia e Guatemala, perche’ il contenuto violento di questi scatti non permette la loro visione su un quotidiano. Ma tutte le immagini saranno mostrate lunedi’ alla Camera dei Comuni, in Gran Bretagna, per far capire cosa sia veramente successo quasi due settimane fa. "Inizialmente abbiamo visto la polizia sparare e tirare gas lacrimogeni contro i manifestanti", dice Deleu a The Independent. "Poi abbiamo visto che li picchiavano, prendevano a calci quelli buttati a terra e sparavano nella schiena di chi cercava di scappare", ha aggiunto. Secondo il bilancio ufficiale, gli scontri si sono conclusi con 32 morti di cui 23 poliziotti, ma secondo diverse organizzazioni umanitarie i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, e centinaia di persone risultano ancora disperse. L’organizzazione Survival International chiede che venga aperta un’inchiesta indipendente per far luce su cosa sia realmente successo. Le foto escono proprio quando il governo del presidente Alan Garcia ha finalmente revocato i due decreti che favorivano lo sfruttamento delle foreste dell’Amazzonia, il 1090 e il 1064, conosciuti anche come ‘leyes de la selva’. Uno dei principali capi indio, Daysi Zapata, vicepresidente della confederazione degli indiani d’Amazzonia, ha quindi chiesto ai suoi sostenitori di togliere i blocchi a strade e fiumi. Intanto, il leader delle proteste, Alberto Pizango, presidente della Confederazione, e’ arrivato in Nicaragua dove aveva chiesto asilo politico. La settimana scorsa Pizango era stato accusato di "sedizione, cospirazione e ribellione". Apcom Images reveal full horror of 'Amazon's Tiananmen' First, the police fire tear gas, then rubber bullets. As protesters flee, they move on to live rounds. One man, wearing only a pair of shorts, stops to raise his hands in surrender. He is knocked to the ground and given an extended beating by eight policemen in black body-armour and helmets. Demonstrators getting worked-over by the rifle butts and truncheons of Peru's security forces turn out to be the lucky ones, though. Dozens more were shot as they fled. You can see their bullet-ridden bodies, charred by a fire that swept through the scene of the incident, which has since been dubbed "the Amazon's Tiananmen". The events of Friday, 5 June, when armed police went to clear 2,000 Aguaruna and Wampi Indians from a secluded highway near the town of Bagua Grande, are the subject of a heated political debate. They have sparked international condemnation and thrown Peru's government into crisis. Yet until today, details were shrouded in mystery. Now, pictures have emerged. They were taken at the scene by two Belgian aid workers, Marijke Deleu and Thomas Quiryneen, and provide compelling details of the chaotic confrontation that killed a reported 60 people, many of them unarmed, with vast numbers still unaccounted for. "At first, we saw police firing guns and tear gas at a mass of protesters," said Ms Deleu, who reached the highway at 7am, an hour after heavily armed police arrived at the location, 870 miles north of Lima. "Then we saw them beating and kicking people detained on the ground. Later, they shot people in the back as they started fleeing." A dossier of photographs, many too graphic to be printed in this newspaper, will be shown to MPs at the House of Commons on Monday by Ms Deleu and Mr Quiryneen, who are volunteers for Catapa, a Flemish organisation supporting indigenous communities in Peru, Bolivia and Guatemala. Called Death at Devil's Bend, it attempts to explain what happened when police tried to evict the indigenous tribespeople, who had been blockading the road for several weeks in protest at new laws allowing energy and mining companies to exploit swaths of their ancestral homelands. One series shows police stopping a passing ambulance. They force four injured protesters out of the vehicle, and beat them for several minutes, claiming, without any apparent justification, that their vehicle was carrying concealed weapons. Another, taken later in the day shows rows of wounded being treated in local hospitals. Nineteen are at Bagua Grand; 47 in Bagua Chica. Many have heavy bruising, and bandages covering bullet wounds. "Several people said they had been shot while they were fast asleep," said Ms Deleu. "They claim the police woke them up by opening fire. One of the bodies had a bullet wound in his shoulder, which suggested to me that he'd been shot while lying down." Further pictures, which will only fuel rumours of a government-orchestrated cover-up, show twisted corpses of native Indians lying by the side of the road. When tribal leaders tried to collect them, they came under fire and were refused access. By the next day, the corpses had disappeared. The Peruvian President, Alan Garcia, has claimed 32 people were killed in the incident, of which 23 were police officers. However human rights lawyers and news reports put the number of confirmed deaths at closer to 60, and say hundreds are still missing. Until this week, many international observers have been unable to visit the region because of a curfew. Pressure groups have accused security forces of burying and burning corpses to hide the extent of the death toll. "There needs to be an independent investigation to establish exactly what happened," said Jonathan Mazower of Survival International, which will today publish Ms Deleu and Mr Quiryneen's dossier on its website. "Our initial reaction to these dramatic photographs is that they may provide the first impartial account of what actually went on." The pictures emerged as Alberto Pizango, the head of Aidesep, the organisation representing 56 of Peru's indigenous tribes, arrived in Nicaragua, after being granted political asylum. Last week, he was prosecuted for "sedition, conspiracy and rebellion". Meanwhile Mr Garcia has been forced to suspend the introduction of laws allowing foreign companies to exploit the rainforest. His Prime Minister Yehude Simon resigned on Monday, joining populist minister Carmen Vildoso, who quit last week during a general strike in protest at the incident. By Guy Adams The Independent Le foto di questa pagina sono di Marijke Deleu and Thomas Quirynen. Le altre foto, molto cruente, si possono trovare sul sito www.independent.co.uk Argentina: verso le elezioni di metà legislatura.La presidente argentina Cristina Fernandez
Tra poco più di una settimana si vota in Argentina. Si rinnovano la metà dei deputati e un terzo del senato ma soprattutto si verificheranno i rapporti di forza nel peronismo che per metà si riunisce intorno all’ex-presidente Nestor Kirchner e per metà si allea con la destra securitaria (ma che si autodefinisce “moderna”) del capo del governo della città di Buenos Aires, Mauricio Macri. A distanza segue Elisa Carrió, oramai la Binetti argentina, che dal radicalismo pallidamente progressista ha completato uno spostamento verso il più bigotto dei conservatorismi. Il tutto in un quadro politico che comunque si sposta verso destra.
Il fatto politico saliente di queste elezioni è che Nestor Kirchner, ex presidente e marito dell’attuale inquilino della Casa Rosada, nell’accettare la sfida di candidarsi come deputato a Buenos Aires ha deciso (o preso atto di aver bisogno) di fare base sulle strutture del Partito Giustizialista nella strategica regione del Gran Buenos Aires, il cono urbano intorno alla Capitale Federale dove vive un terzo degli argentini. Meno rinnovamento e partecipazione dunque e più clientelismo classico facendo quadrato sul partito. Si riunisce, questo peronismo di centro-sinistra, ma sempre più burocratico, sotto le bandiere del Fronte Giustizialista per la Vittoria. Al di là delle sue debolezze viene bastonato, calunniato, irriso continuamente da un complesso mediatico sempre più aggressivo e completamente nelle mani di una destra sempre più rancida (particolarmente vile e maschilista quando deve attaccare la Presidente) ma continua ad essere in testa nelle opzioni di voto. Qualcuno probabilmente dovrà turarsi il naso per votarlo ma il panorama politico argentino è oggi il più desolante dalla caduta del regime fondomonetarista nel dicembre 2001. Subito dietro il peronismo kirchnerista, e la distanza tra i due blocchi offrirà la misura della tenuta del governo nazionale, si colloca l’alleanza tra la destra cosiddetta “moderna” e la destra peronista. Un’alleanza fascistoide e pericolosa che controlla buona parte dei media e che, come in altre parti del mondo, fa leva su continue campagne sulla sicurezza e grida al lupo su una presunta “chavizzazione” (peso politico del governo venezuelano di Hugo Chávez) dell’Argentina. Al terzo posto si prevede che seguano le forze della destra conservatrice riunite intorno ai dirigenti politici e agli amministratori pubblici della Unione Civica Radicale e alla figura di Elisa Carrió che molti anni fa era una novità. In un contesto così formato, dove la decomposizione in atto dei partiti tradizionali trova una battuta d’arresto nel ruolo delle burocrazie, non sorprende che non si parli mai di politica, ma al più si faccia marketing e si giochi sporco, soprattutto per delegittimare agli occhi degli argentini la figura del presidente Cristina Fernández arrivando a offendere la memoria dei 30.000 desaparecidos per attaccarla. Nel paese visto dalla televisione Cristina è la donna più impopolare al mondo. Chissà se è vero. di Gennaro Carotenuto www.gennarocarotenuto.it
La "Binetti" d'oltreoceano Elisa Carriò Torino: La solidarietà al tempo dei barbari. Come accogliere i minorenni rifugiati politici e come terrorizzare gli altri.I "barbari" non sono i rifugiati ma i politici nostrani che (forti di quella parte della pubblica opinione ignorante, asservita all'informazione e incapace di decidere attraverso un proprio pensiero articolato) usano in maniera strumentale le migrazioni per ottenere leggi al di fuori dello stato di diritto e del rispetto che una nazione civile dovrebbe avere verso chiunque e da qualunque parte provenga, senza per altro risolvere il problema ma, di fatto, aumentando la sindrome da accerchiamento rendendo le persone sempre più insicure nella propria casa. I minori perseguitati in Afghanistan a Torino trovano rifugio in Famiglia
L’”invasione” afgana le ha cambiato la vita. Ora Elena, pensionata di Torino e viaggiatrice per passione, ha una piantagione di pomodori sul terrazzo. Ed è costretta a cucinare uno spezzatino esageratamente piccante. “Ma lo faccio volentieri” confida: “Amed e Salvar, afgani di etnia hazara, i due rifugiati che ospito in casa, mi hanno portato una ventata di vita che non avrei mai immaginato”. A Torino hanno cambiato abitudini, come Elena, altre venti famiglie. Sono i partecipanti al progetto sperimentale, unico in Italia, Rifugio diffuso, che prova a dare una risposta nuova al problema dell’accoglienza dei rifugiati politici, sempre troppi per le poche risorse messe a disposizione dallo Stato. L’idea è semplice: chiedere alle famiglie di aprire le porte di casa propria. In cambio di un piccolo contributo mensile, dare accoglienza a un giovane perseguitato in patria. Una vera scommessa di questi tempi: nel 2008, infatti, secondo Acnur, agenzia Onu per i rifugiati, l’Italia ha registrato un record in fatto di domande d’asilo, superando quota ventimila contro le 14 mila del 2007. Il caso Torino dimostra che l’Italia non è solo “porte sprangate e paura”. “Quando lo scorso gennaio abbiamo lanciato l’idea, i cittadini hanno risposto con grande curiosità” racconta Marco Borgione, assessore alla Famiglia e alle politiche sociali della città, “moltissimi hanno chiesto informazioni. Alla fine abbiamo selezionato venti famiglie, alle quali sono stati affidati altrettanti giovani di Niger, Sudan e Afghanistan”. Attraverso alcune associazioni, l’amministrazione ha garantito alle famiglie un rimborso spese di 300 euro al mese. Altri 100 euro mensili vanno alle associazioni per l’orientamento scolastico e lavorativo dei rifugiati. “Si tratta di un risparmio gigantesco rispetto ai normali costi di accoglienza pagati dallo Sprar, il Sistema nazionale di protezione per richiedenti” spiega Borgione, “400 euro al mentre contro i 52 euro al giorno del sistema nazionale. Potrebbe essere un modello di accoglienza capace di generare solidarietà e, al tempo stesso, far risparmiare soldi pubblici”. Rifugio diffuso nasce grazie a un finanziamento di 96 mila euro del ministero dell’interno. Il finanziamento, scaduto a fine 2008, è stato rinnovato dal Comune piemontese per il 2009. di Carlo Giorgi
Lui non è stato respinto alla frontiera.
Badante clandestina muore dissanguata
È morta dissanguata, dopo aver provato a raccogliere in una bacinella il sangue che stava perdendo per un aborto spontaneo. La donna, Vira Orlova, detta Ylenia, avrebbe compiuto 40 anni domani. Ucraina, lavorava come badante a Torre a Mare (Bari), ma non aveva il permesso di soggiorno. Ha avuto paura: paura di perdere il lavoro e di essere denunciata, se fosse stata “scoperta” o fosse andata in ospedale. Così non ha chiesto aiuto. È caduta a terra stremata Ylenia è stata trovata ieri dal figlio dell’anziana che accudiva. Secondo i carabinieri, la badante ha iniziato a perdere sangue nella notte. Lo ha raccolto nella bacinella, in camera sua. Chiusa nella stanza, ha aspettato e sperato di star meglio. Ma quando ha provato ad andare in bagno, si è sentita male ed è caduta: è morta senza chiamare soccorso. Il suo datore di lavoro ha detto che “era in prova” da pochi giorni (è illegale impiegare irregolari). Con sé aveva solo il passaporto - senza visti di ingresso - e 30 euro nel portafoglio. Ora all’ospedale ci andrà: per l’autopsia. “Fuori legge” L’immigrazione irregolare da maggio scorso è diventata reato.“Dopo la propaganda fatta sulla misura del governo che permetteva ai medici di denunciare i pazienti senza permesso di soggiorno, molti immigrati non si fidano più, anche se la norma alla fine non è stata approvata”. Lo spiega l’esperto di immigrazione Sergio Bontempelli. di Elena Tebano city.corriere.it Per loro non è più necessario il "respingimento". Il pensiero liberale e la crisi del mercato.Luigi Einaudi
Il ripensamento critico della finanza che è stato innescato dalla crisi finanziaria sta coinvolgendo la stessa nozione di economia di mercato. Ma chi ha fallito in questa vicenda, lo Stato o il mercato? Lo Stato, vorrei sostenere, pur se in virtù di un paradosso. L'eredità del pensiero liberale Un risultato secolare, solido e netto, del pensiero economico è che, il mercato, o è “regolato” o non è. Se lo Stato pratica un laissez faire assoluto, il libero mercato concorrenziale non dura a lungo, finisce con l’essere soffocato dalla naturale tendenza monopolistica dei soggetti che vi operano. È una legge di natura, una sorta di entropia. Il mercato concorrenziale è infatti il regime ottimo dal punto di vista dei “compratori”, cioè della collettività, perché mantiene i prezzi al livello più basso possibile; ma, per la stessa ragione, è quello pessimo dal punto di vista dei “venditori”, che sono una minoranza nella società, ma agguerrita, e si oppongono in ogni modo a quel regime. Occorrono regole esaustive e precise, regolatori e supervisori occhiuti, attenti, non catturabili dagli interessi dei “venditori”, a patto, s’intende, che l’apparato di regole e controlli sia il più possibile non distorsivo e non burocratico. “Dalla frequenza dei casi in cui gli economisti, per ragioni contingenti, inclinano a raccomandare soluzioni liberistiche dei singoli problemi concreti, è sorto un terzo significato, che io direi religioso, della massima liberistica. Liberisti sarebbero in questa accezione coloro i quali accolgono la massima del lasciar fare e del lasciar passare quasi fosse un principio universale (…) Tutta la storia posteriore della dottrina sta a dimostrare che la scienza economica, come dianzi si chiarì, non ha nulla a che fare con la concezione religiosa del liberismo”. (1) Questa concezione religiosa che Einaudi così severamente stigmatizzava è risorta nella seconda metà del Novecento come conseguenza indesiderata di un serio dibattito sui fondamenti dell’economia pubblica. Da una critica serrata alla teoria standard della regolazione come basilare interesse pubblico (un lascito degli economisti che hanno lavorato fra il 1930 e il 1960) si venne traendo negli anni Sessanta la conclusione che ai fallimenti del mercato possano porre riparo i mercati stessi, o al più i tribunali civili, mentre l’autorità pubblica è di necessità incompetente, corrotta e “catturata” dagli interessi che dovrebbe dirimere, sicché essa può solo far peggio. (2) La religione liberistica Le correnti di pensiero sottostanti questa critica sono fra i punti più alti del pensiero economico del Novecento. Ma negli ultimi venti anni, soprattutto nel mondo anglosassone, si è costruita su di essa una vera e propria religione nel senso di Einaudi e oggi sul banco degli imputati stanno proprio alcune delle politiche nate da quella religione. La crisi finanziaria globale del 2007-2008 fa volgere l’evidenza empirica decisamente a suo sfavore. (1) L. Einaudi, 1931, Dei diversi significati del concetto di liberismo economico e dei suoi rapporti con quello del liberalismo, in B. Croce, L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, Ricciardi, Milano-Napoli, 1988. L'eredità di Enrico Berlinguer a 25 anni dalla morte.La questione morale ha aperto la strada al formarsi di poteri occulti eversivi Ormai tutti vedono che le coalizioni che prendono vita alle spalle del Parlamento, che i governi che non vogliono e non sanno governare con e attraverso il Parlamento, che sono il prodotto di questi meccanismi e di questi metodi consunti, e divenuti anche pericolosi, non sono coalizioni realmente solidali ed efficienti. I partiti delle maggioranze delimitate che compongono quelle coalizioni stanno insieme al governo spalleggiandosi per poter conservare il loro potere sulle istituzioni e sulla società, ma ciascuno è dominato dalla paura che un altro lo scavalchi. E allora si va alle ben note «verifiche», dopo le quali, tuttavia, quelle coalizioni restano egualmente divise, continuano a covare contrasti, dai quali possono venire o oscillazioni, incertezze e paralisi dei governi, ovvero polemiche e lacerazioni: queste ultime, però, esplodono per lo più fuori del Parlamento (negli organi cli partito, nei convegni, sulla stampa). Nel Parlamento esse o vengono artatamente coperte e dissimulate o si manifestano nella forma patologica dei «franchi tiratori». Si corre, allora, ai ripari; ma, ancora una volta, i rimedi a cui si pensa vanno prevalentemente in direzione di un indebolimento dei poteri del Parlamento.
Sicché la profonda esigenza di restituire alle istituzioni la funzionalità e il ruolo che spetta loro in una Repubblica democratica a base parlamentare viene distorta e tradita. Attraverso alcune delle «riforme» di cui si sente oggi parlare si punta a piegare le istituzioni, e perciò anche il Parlamento, al calcolo di assicurare una stabilità e una durata a governi che non riescono a garantirsele per capacità e forza politica propria. Ecco la sostanza e la rilevanza politica e istituzionale della «questione morale» che noi comunisti abbiamo posto con tanta decisione.
Anche la irrisolta questione morale ha dato luogo non solo a quella che, con un eufemismo non privo di ipocrÌsia, viene chiamata la Costituzione materiale, cioè quel complesso di usi e di abusi che contraddicono la Costituzione scritta, ma ha aperto anche la strada al formarsi e al dilagare di poteri occulti eversivi - la mafia, la camorra, la P2 - che hanno inquinato e condizionano tuttora i poteri costituiti e legittimi fino a minare concretamente l'esistenza stessa della nostra Repubblica.
Di fronte a questo stato di cose, di fronte a tali e tanti guasti che hanno una precisa radice politica, non si può pensare di conferire nuovo prestigio, efficienza e pienezza democratica alle istituzioni con l'introduzione di congegni e di meccanismi tecnici di dubbia democraticità o con accorgimenti che romperebbero anche formalmente l'equilibrio, la distinzione e l'autonomia (voluti e garantiti dalla Costituzione) tra Legislativo, Esecutivo e Giudiziario, e accentuerebbero il prepotere dei partiti sulle istituzioni.
Riforme delle istituzioni volte a ridare efficienza e snellezza alloro funzionamento sono certo necessarie. Ma esse a poco servirebbero se i partiti rimangono quello che sono oggi, se seguitano ad agire e a comportarsi come agiscono e si comportano oggi, se non si risanano, se non si rigenerano, riacquistando l'autenticità e la pienezza della loro autonoma funzione verso la società e verso le istituzioni.
Altrimenti, a che cosa si va incontro è assai facile prevederlo oggi, più di quanto non lo prevedesse già venti anni fa Togliatti, nel suo ultimo discorso alla Camera, due settimane prima di morire. In quell'occasione, riferendosi all'Italia e all'Europa, egli constatava «la tendenza alla limitazione progressiva delle istituzioni democratiche e all'autoritarismo». I partiti sono diventati macchine di potere I partiti non fanno più politica. Politica si faceva nel ' 45, nel ' 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c'era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c'era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato. La passione è finita? La stima reciproca è caduta? Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora... Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana. È quello che io penso. Per quale motivo? I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle. E secondo lei non corrisponde alla situazione? Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo. La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive. In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità. Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura? Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani? Veniamo alla seconda diversità. Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata. Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti. Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi. Non voi soltanto. È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee? Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico. Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate. Dunque, siete un partito socialista serio... ...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo... Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società? No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese. Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no? Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e senza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta. Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché? La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.
Le cause politiche che hanno provocato questo sfascio morale: me ne dica una. Le dico quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi.
Non le sembra eccessivo Signor Segretario? Tutto nasce dal fatto che non siete stati ammessi al governo del Paese? Vorrei essere capito bene. Non dico che tutto nasca dal fatto che noi non siamo stati ammessi nel governo, quasi che, col nostro ingresso, di colpo si entrerebbe nell'Età dell' Oro . (...) Dico che col nostro ingresso si pone fine ad una stortura e una amputazione della nostra democrazia, della vita dello Stato; dico che verrebbe a cessare il fatto che per trentacinque anni un terzo degli italiani è stato discriminato per ragioni politiche, che non è mai stato rappresentato nel governo, che il sistema politico è stato bloccato, che non c' è stato alcun ricambio della classe dirigente, alcuna alternativa di metodi e di programmi. Il gioco è stato artificialmente ristretto al 60 per cento degli elettori; ma è chiaro che, con un gioco limitato al 60 per cento della rappresentanza parlamentare, i socialisti si vengono a trovare in una posizione chiave' .
Questo le dispiace? Mi sembra un gioco truccato, oltre al fatto che bisogna vedere come il Psi sta usando questa posizione chiave di cui gode anche grazie alla nostra esclusione. Per esempio, potrebbe usarla proprio per rimuovere la pregiudiziale contro di noi. (...) Oppure i socialisti possono seguitare a usare la loro posizione per accrescere il potere del loro partito nella spartizione e nella lottizzazione dello Stato. E allora la situazione italiana non può che degradare sempre di più .
Dica la verità, signor segretario: lei ritiene che i socialisti stiano seguendo piuttosto questa seconda via, non la prima. Ebbene, non sono io che la penso così, sono i fatti a dircelo. (...) Nell' 80, poi, hanno addirittura capovolto la loro linea e, da una timida richiesta di far cadere le pregiudiziali anticomuniste, sono passati all' alleanza con la destra democristiana, quella del ' preambolo' cioè della più ottusa discriminazione contro di noi e della divisione del movimento operaio. I socialisti pensano di crescere in fretta al riparo di una linea come quella del "preambolo". Io non credo che sarà così. Ma poi quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude. Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere? Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili. Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito... Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati. E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare? Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
Eugenio Scalfari «La Repubblica», 28 luglio 1981 Torno a casa mia: io testimone di giustizia abbandonata dallo stato“ Loro vivono liberi e possono circolare per il paese e noi siamo come animali chiusi dentro casa”. Loro sono gli ‘ndranghetisti e gli affiliati condannati nel processo giunto a conclusione grazie alla collaborazione dei testimoni di giustizia. ‘Noi’ è la famiglia di Paola, nome di fantasia, che ha contribuito a processare e arrestare uomini della mala calabrese. Paola e la sua famiglia, terminato il programma di protezione, hanno ricevuto l’ennesimo foglio di sfratto, devono abbandonare la casa dove vivevano a Roma sotto falso nome. “ Le abbiamo provate tutte – racconta - ma non abbiamo avuto risposte né dal ministro Roberto Maroni né dal sottosegretario competente Alfredo Mantovano”. Il silenzio delle istituzioni, quel decreto di sfratto, una laurea e un futuro demoliti per aiutare lo stato. Paola e sua sorella hanno deciso di arrivare ad una soluzione estrema. “ Domani mia sorella torna a Strongoli a casa nostra dopo 17 anni. Aprirà nuovamente la nostra abitazione, se lo stato ci abbandona noi torniamo nel nostro paese”. La storia recente insegna l’importanza di tutelare i testimoni e, come proposto nella relazione approvata dall’antimafia, sia importante dare un futuro e accompagnare chi ha sacrificato la normalità della sua vita per aiutare la Giustiza. Il caso di Domenico Noviello è emblematico, ucciso dalla camorra casertana a distanza di anni dalla conclusione del programma di protezione. Ora Paola aspetta un incontro con lo stato che ha la faccia di Maroni e Mantovano perché possa ripetere con più convinzione quello che dice con un filo di voce: “ Noi torniamo a casa anche per dire: nonostante tutto rifaremmo questa scelta per la giustizia e per il futuro della nostra terra”. di Nello Trocchia ( Econews) www.articolo21.info Mafia: Radicali, revoca protezione a Cordopatri è segnale inquietante
''La decisione con la quale il sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, ha disposto la revoca dello speciale programma di protezione di cui alla legge numero 45/01, nonche' della scorta, nei confronti della testimone di giustizia Maria Giuseppina Cordopatri, lancia un segnale grave ed inquietante verso tutti quei cittadini che, per sensibilita' istituzionale e dovere civico, hanno deciso, nonostante i dubbi e le paure, di non rimanere in silenzio di fronte alle illegalita', piccole o grandi che siano, della criminalita' organizzata, con cio' esponendo se stessi e la propria famiglia alle intimidazioni di pericolosi delinquenti''. Lo afferma Rita Bernardini, parlamentare radicale eletta nelle liste del Pd e membro della Commissione Giustizia della Camera. ''Oggi, grazie a questa irresponsabile decisione del governo, la signora Cordopatri e' costretta a vivere barricata in casa, senza energia elettrica, con una assistenza economica e per le spese di giustizia del tutto carente e con una tutela dei suoi diritti talmente insufficiente da non consentirle di affrontare le piu' elementari esigenze della vita quotidiana con adeguati margini di sicurezza. Peraltro -continua Bernardini- tutto cio' avviene mentre, paradossalmente, sono ancora in corso importanti inchieste e convocazioni della stessa testimone di giustizia da parte della Dda di Catanzaro e di quella di Reggio Calabria''. Bernardini si rivolge ''al Ministro dell'Interno, Roberto Maroni, affinche' intervenga al piu' presto per ripristinare lo speciale programma di protezione nei confronti della signora Cordopatri o, quantomeno, per disporre, in attesa delle decisioni che sul punto verranno prese dalla giustizia amministrativa, le indispensabili misure di tutela della incolumita' della testimone dal pericolo di vita e dalla minaccia della rappresaglia mafiosa. Penso sia dovere del governo fare tutto il possibile affinche' tragedie come quelle di Domenico Coviello, testimone di giustizia ucciso a Castel Volturno dopo che lo Stato gli aveva revocato la protezione, non abbiano piu' a ripetersi''. Adnkronos Camorra: Ipotesi investigative sulla famiglia Letizia.A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell'ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell'attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l'altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale. Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle "regole". E pagare. Ma chi e' veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Però a Enrico Fierro, inviato dell'Unità, qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove è in servizio) più che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel '93 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti è un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di società dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? «Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi "puliti", o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni». A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica "excusatio non petita", sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti piu' ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. È firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papà di Noemi, lo affermano «gli inquirenti che operano nel casertano». Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perché rifarsi ad un termine generico come "gli inquirenti", senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela. Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella "vicenda Papi", spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perché, se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verità. Scrive Fierro sull'Unità del 22 maggio: «La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attività); Portici, la città-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti». In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora piu' realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio "riservato" - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi. IL POTERE DI GOMORRA Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma "mmiez 'e palle"; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovrà essere "incaprettato", legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa più grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Così anche la presenza fisica di una personalità, in certi luoghi ed occasioni, vale più di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava già da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro "segnale". La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti. Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) è autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, 'Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei contimenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo "dare conto" ai clan italiani. Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non è una novità. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, è pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed è così che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti già nelle lore stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini più stretti. MARONI ALLA CARICA Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? «Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sarà presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui è stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende è ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi è partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia». L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capirà in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, già ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. «Secondo il pentito Oreste Spagnuolo - scriverà Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziche' buttarle. Quando il suo capo chiese perche' perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe». 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto 'o schizzato. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando e' zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sarà tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e più rilevante cattura forse è già nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti. Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. «Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa è stata sempre una fra le più lucrose attività. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo». Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia è anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista "Liberamente", sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane. IL MILAN? ALL'OLIMPIA Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza "curiosi" che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle più desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia. L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori più densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attività. Leader della famiglia è Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991. Ecco i passaggi chiave. «I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita' economiche e patrimoniali». «La cointeressenza in attività economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative "La Paola" e "Raggio di Sole", addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa "Raggio di Sole" è socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi». Ancora: «Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorità Giudiziaria in ordine a molteplici attività estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato». Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo "gemello" politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perché se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attività imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto 'e mezzanotte. IL BOOMERANG Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere». 23 maggio. È appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: «riferirò alla Camera sulla vicenda Mills». Perché, allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette "col cuore in mano" prima dal papà di Noemi («il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto»), poi dalla mamma Anna Palumbo: «non chiedetecelo, non possiamo dire di più...». Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanità, meglio. È partita cosi' la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. È stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: «pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi». La ricostruzione potrebbe essere già pronta: «Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perché così si mostrano per quello che sono. E sarà un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perché in questa vicenda tutto è più che pulito». di Rosita Praga www.lavocedellevoci.it E allora non chiamatela DemocraziaLo scorso venerdì mattina a Lecco, durante la festa dell’Arma dei Carabinieri, il neo-ministro Michela Vittoria Brambilla ha “salutato” l’Inno di Mameli con il saluto romano. (foto Repubblica)
Ho deciso di scrivere questa lettera aperta per uscire da un silenzio sempre più appiccicoso. Sarò stringato e, spero, quanto più oggettivo possibile. Prima di cominciare, però, esigo metter a fuoco due punti chiave. Primo: rispetto le Forze dell'ordine, il loro mestiere ed i morti che tra le loro fila hanno offerto la propria vita per questo Paese. Secondo: rispetto, come direbbe Voltaire, l'opinione altrui e darei la vita perché questa riesca a trovar espressione; alla condizione però che chi avesse argomentazioni documentate possa criticarla (pacificamente). Altrimenti è regime fascista.
Premesso questo, mi sento in dovere di denunciare un fatto gravissimo, accaduto a Lecco, che mina alle fondamenta la credibilità dei diritti sanciti dalla Costituzione italiana. Venerdì 22 maggio, a Lecco, è giunto il Ministro della Difesa Ignazio La Russa per la campagna elettorale in favore della destra cittadina candidata alla presidenza della Provincia di Lecco. Lo slogan del pomeriggio recitava più o meno così: “Entra solo chi rispetta le regole”. Personalmente ho ritenuto, e ritengo pure adesso, che quelle parole altro non fossero che una distorsione deliberata della realtà; organizzare sapientemente campagne discriminatorie e xenofobe a danni di chi non poteva nemmeno difendersi, come i migranti, ho pensato fosse uno scandalo e, come tale, fosse dovere di ogni cittadino (non suddito) alzare la testa e contestarne la strumentalità. Ho deciso quindi di organizzare una contro manifestazione. Lo slogan che mi ha ispirato è questo: “Predicate Sicurezza celebrando l'Impunità”. Messaggio chiaro rivolto agli ipocriti uomini di potere: forti con i deboli e deboli con i forti. Dal momento che ho un profondo rispetto per le regole e che sino a quel punto avevo (quasi) sempre avuto un rapporto civile con le Forze dell'ordine, mi sono recato in Questura per fare autorizzare la manifestazione di protesta (come da prassi). Dove? Nella stessa piazza dove era attesa la venuta del Ministro La Russa e, ovviamente, alla stessa ora: dalle 17 sino alle 18.30 (orario d'arrivo del Ministro). Altrimenti non avrebbe avuto alcun senso. Il giorno dopo la richiesta d'autorizzazione – giovedì 21 maggio – sono giunte le prescrizioni della Pubblica Autorità. La piazza non poteva esser la stessa: “c'è pericolo che tra discordi s'arrivi alle mani”. Questa la spiegazione. Quindi: la contro manifestazione deve restare fuori dal “cono visivo” del Ministro. Meglio nell'adiacente piazza XX settembre. Personalmente ho valutato quelle prescrizioni come una forma di censura preventiva, di protezione indebita verso un uomo di Governo che, come tale, ha il diritto e dovere di sentirsi fischiare, contestare nel merito e sbugiardare pubblicamente. Certo, se riteniamo l'Articolo 21 della Costituzione un principio cui rifarsi, altrimenti buona notte. Il pomeriggio di venerdì 22 maggio, mi sono ritrovato con alcuni amici presso la piazza Garibaldi, quella destinata alla massa plaudente dell'uomo di Governo. Ho informato gli amici presenti che a parer mio la manifestazione in altra piazza non avrebbe avuto alcun senso, anzi. Dopo poco abbiamo deciso di annullarla. Una manifestazione di protesta trasformata in sussurra “perbene” e “toni pacati” è svilita nel suo democratico significato. Detto questo abbiamo convenuto che fosse meglio attendere il Ministro direttamente in piazza. Niente volantini o megafono. Nulla di tutto questo. Ciascuno, qualora l'avesse ritenuto utile, avrebbe potuto esercitare l'individuale diritto di critica sancito dalla Costituzione stessa. Individualmente, sottolineo. La manifestazione era venuta meno poco prima. Annullata. Qualche minuto prima dell'arrivo del Ministro La Russa un cordone di poliziotti in divisa ha circondato il gruppo di “pericolosi contestatori” (noi), impedendo in questo modo la facoltà di formulare pacate domande all'uomo di Governo – prassi praticata da me in tutti gli appuntamenti precedenti con ministri o onorevoli di turno. Il cordone era posto tra un furgone della polizia municipale e l'edicola della piazza Garibaldi. Una sorta di gabbia costruita per controllare meglio il manipolo di cittadini non sudditi. Quel che è successo è riassunto in questo video. Non una parola di più, non una parola di meno. (il video è in fondo alla lettera) L'unica cosa che manca, la più importante, è l'aggressione deliberata riservatami ad opera del Vice Questore e di altri poliziotti in divisa. Le immagini dell'aggressione, avvenuta in prossimità del passaggio del Ministro presso la zona in cui stavo esclamando “evviva l'impunità”, non sono state registrate. Purtroppo. I testimoni sono diversi. Il Vice Questore che sbraita “zitto, ti denuncio”. Il Vice Questore stesso che tenta di tapparmi fisicamente la bocca. Fisicamente. E poi gli spintoni, le gomitate e ancora gli strattoni contro il furgone della municipale. Il motivo: non ero stato zitto all'arrivo del Ministro La Russa. Nel video succitato si vede chiaramente come l'ordine del trattamento “duro” sia provenuto direttamente dal Ministro La Russa (incompetente sulla Polizia di Stato, ndr). In un Paese serio ci sarebbe un'indignazione generale per un simile abuso di potere. In Italia e a Lecco viene punito il cittadino non suddito, non il Sultano. Precisazione doverosa: il Ministro non stava tenendo alcun comizio, si stava concedendo a privilegiati “giornalisti” poco distante dal suo corteo di auto di scorta. L'accusa di aver impedito a qualcuno di esprimersi durante comizio elettorale casca quindi nel nulla. Dopo l'aggressione, il pomeriggio è terminato all'insegna della calma apparente. Io e gli altri amici presenti – rimasti in silenzio durante la contestazione (e qui cade l'ipotetica manifestazione non autorizzata) - siamo stati allontanati per “motivi di sicurezza” dalla piazza Garibaldi. In data lunedì 1 giugno sono stato informato del fatto che la Questura – ad opera del Vice Questore di Lecco - mi ha denunciato per violazione degli articoli 650 e 654 del Codice Penale. Art. 650: Inosservanza dei provvedimenti dell'Autorità. Quali provvedimenti? Non era più una manifestazione, era una critica individuale espressa aspramente ma entro i limiti costituzionalmente previsti. Era una contestazione individuale documentata. L'ordine del Vice Questore – presente il pomeriggio del 22 maggio – è stato di ben altro stampo: “stai zitto o ti portiamo via”. E grazie, allora non obbedisco. Denunciatemi pure: puntualmente non si sono smentiti. Il 654: Grida e manifestazioni sediziose. Sedizioso è un cittadino che contesta mettendoci la faccia? Devo essermi perso qualcosa. Evidentemente la Questura s'è sentita in dovere di punire chi, quel pomeriggio, non si è spellato le mani per gli applausi scroscianti a chi, pochi giorni prima, aveva definito “meno importante di un fico secco” l'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Onu. Per l'inosservanza (art. 650) è previsto l'arresto fino a tre mesi o in alternativa un'ammenda fino a 206 euro; la sanzione prevista per le grida sediziose (art. 654) è amministrativa pecuniaria consistente in euro 103 fino a euro 619 in luogo del precedente arresto fino a un anno. Il tutto per non aver fatto altro che esercitare un diritto sancito dalla Costituzione. Quello che chiedo quindi è un aiuto, simbolico. Un aiuto, non una pacca sulla spalla o un “in bocca al lupo” retorico. Un aiuto che si possa tradurre in un gesto concreto, di democrazia, di libertà, di eguaglianza. Un aiuto civile, pacifico ma consapevole della gravità della situazione. Un aiuto, si badi bene, non diretto a Duccio Facchini singolarmente. No: un gesto unanime a difesa del diritto di critica e della libertà d'espressione. Diritto di tutti, non solo di Duccio Facchini da Lecco o chissà chi altro singolo. Proprio perché “oggi a me domani a te”. E' possibile in Italia, in Lombardia, a Lecco, esprimere liberamente il proprio dissenso in questo periodo? La risposta la conosciamo, e non possiamo tacere. Il silenzio degli spettatori non è altro che l'ossigeno dei prevaricatori. Per questo t'invito a Lecco, nella piazza del fattaccio (piazza Garibaldi) sabato 27 giugno dalle ore 18 per una manifestazione unanime di sdegno e di pacifica protesta. In questa sede ci si confronterà sul tema del Diritto di critica e della Libertà d'espressione in questo Paese. “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l'indifferenza alla politica”. Piero Calamandrei, 1955. Duccio Facchini www.quileccolibera.net Milano: l'Expo 2015. I rischi e le difficoltà del rilancio.Milano: perché l'Expo non potrà salvarla
Di là le facciate signorili di piazzale Lavayer, via Morgagni; di qua i più crucciati palazzi del Lazzaretto – quartiere del frullato multietnico; in mezzo, corso Buenos Aires: massima arteria commerciale della città – con oltre 350 punti vendita di varie tipologie di merce, principalmente abbigliamento prêt a porter- una delle più note e importanti in Europa (Wikipedia). Percorrerla è opprimente, ma sempre educativo, perché ti rendi conto che dalle scomposizioni, decomposizioni, ricomposizioni, di classi e ceti della metropoli, è emerso, infine, un solo ordine duraturo: quello, caotico, delle merci. Sono loro a configurare ormai il tessuto urbano (non solo quello milanese). A tenerne insieme – ma separati – gli abitanti: “Corso Buenos Aires in una domenica d’estate sembra la spiaggia della speranza del lusso di massa (…) Le insegne coi nomi stranieri attraggono più delle altre i gruppetti di extracomunitari col naso ai vetri come in un vecchio film di De Sica, I bambini ci guardano” scrive Corrado Stajano nell’ultimo libro La città degli untori (Garzanti). Flǎnerie etico-politica tra le rovine di una città malfamata, offesa e spersa. Vagabondaggio archeologico in un presente opaca, distante, geroglifico. E viaggio epigrafico sul filo di lapidi, insegne commerciali, targhe stradali e tutte quelle scritture che stratificano la metropoli come un maxi-testo, ne scandiscono le memorie e ne ovattano le amnesie. Dal mito della città illuminista alla Garofano City di Craxi, dal proletariato all’”operaismo” leghista, da piazzale Loreto a piazza Fontana, dalle Cinque Giornate a Mani Pulite, dagli eroi borghesi (Guido Galli, Giorgio Amrbosoli, Giulio Aloni) ai sicari delle Br (ora “guardati con rispetto, ascoltati, riveriti nel Paese del Perono”), dai seviziatori di untori agli aguzzini fascisti della Banda Koch ai neoapologeti della tortura come deterrente antiterrorismo islamico…Il libro di Stajano procede per libere oscillazioni temporali. E dopo aver pencolato, sui calcinacci di morte stagioni, incubi e utopie cittadine, si arresta davanti all’ultimo grande sogno milanese di palingenesi: l’Expo 2015. Fantasmagoria economica-civica, scommessa controversa che lascia lo scrittore scettico a dir poco: “Sarà la rivincita del mattone d’oro. Sebbene ce la presentino come una chance per ripopolare la città, farvi tornare le migliaia di persone che sono fuggite per colpa del costo della vita. Come sperano di riportarle indietro con questi prezzi? E, del resto, di case vuote ce n’è già abbastanza: le strade son tappezzate di cartelli Vendesi e Affittasi” dice nella penombra dell’abitazione in zona Cadorna. L’Expo è dogma dell’ottimismo progressista. Chiunque critichi, sollevi riserve, denunci i rischi di un nuovo sacco speculativo è un disfattista, un nuovo untore: rema a favore del declino. “Basta al partito del no esorta o meglio ordina la sindachessa. E soprattutto sorridete un po’ di più, non è vero che tutto è brutto, tutto in declino”. Quando, scrive Stajano, “nel febbraio 2008 i delegati arrivarono per valutare se la città era adatta ad ospitare l’Expo, i galoppini cancellarono disciplinati le scritte dei writers, le coprirono fino a due metri di altezza. I delegati, chiusi nelle macchine, condotti come bambini a visitare di gran carriera le bellezze della città, non potevano vedere al di sopra del loro naso”. Accorgersi né del traffico (“la circolazione era stata proibita nei quartieri dove passava la giuria mobile”) né dell’inquinamento (le polveri sottili “le avranno scambiate per la nebbia dei film di Olmi e Visconti”). Non è la prima volta che il tentato rilancio di Milano passa attraverso la sua vetrinizzazione: “La Fiera di Milano non dev’essere limitata alla zona in cui sono eretti stando e padiglioni ma in quei giorni tutta la città deve assumere un aspetto particolare, pulsante di ritmo veloce, scintillante di luce, agitata da un fremito che dia al visitatore una impressione incancellabile di grandiosità, movimento, attività febbrile” si leggeva sul giornale mussoliniano L’Ambrosiano il 12 dicembre 1922, anno primo dell’era fascista. Milano era “dura, ma anche affettuosa, ironica, partecipe” ora è “una città incattivita, priva di umani abbandoni”, che “subisce tutto, anche perché ormai priva di opinione pubblica”. Spappolata la vecchia classe operaia, “quella nuova apprezza la Lega se non altro perché la vede presente nella quotidianità del lavoro”. Quanto alla borghesia “si è chiusa in casa, ha dimesso qualsiasi funzione pubblica”. È evaporata così quell’incontro tra le élites “meno cieche” e le classi lavoratrici “che spesso riuscì a comporre conflitti aspri e a sbarrare la strada agli oltranzismi e ai fascismi”. La sola personalità di spicca “resta il cardinal Tettamanzi”. Che parla di una Milano dove l’individualismo mina la solidarietà; e si chiede “se esiste ancora la borghesia dei decenni scorsi”. Meritandosi, perciò la correzione del sindaco Moratti: “Milano è ancora generosa, non ha perso l’anima”. Anche la Chiesa, insomma, tra i pifferai del declino? “Ma non c’è da avere nostalgie. Anche perché molto del passato non merita ammirazione” dice Stajano. Non è d’accordo con chi, come l’amico Enrico Deraglio, fa coincidere la perdita dell’innocenza di Milano con la bomba del ’69 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura: “Questa città, l’innocenza l’aveva persa molto prima”. Basti ricordare la parabola “esemplare” di Felice Riva, bancarottiere del Cotonifici Val di Susa, patron del Milan di Altarini e Rivera: “Decalcomania del giovane ricco: auto veloci, barche, mondanità. Voleva essere l’Agnelli milanese. Mandò sul lastrico migliaia di operai, In pieno boom, prefigurava già l’andazzo di manager più recenti”. La corruzione? “Lubrificò anche l’Italia del Miracolo. Ma all’epoca la politica era meno insolente, invadente”. Pubblico ministero nel processo che condannò “Felicino” Riva che nel marzo dell’80 venne ammazzato dalle Br alla Statale. Insieme al liberale scomodo Giulio Aloni (epurato dal Corriere fascista e poi pure da quello postfascista) è è fra gli eroi fantasmatici di un libro che, tra passato e presente, si rimette alla “ricerca di quegli uomini e quelle donne che in u questa città sono vissuti con onore (…) e di quelli, invece, che hanno oppresso gli altri in nome di una falsa giustizia”. Dal 700 la riflessione sulla giustizia fa parte del Dna culturale di Milano. Un filo spezzato. Tra elegiache fierezze civiche e rigurgiti di quel patriotisme d’antichambre, quello sciovinismo provinciale di cui Stendhal notava che “una delle sue forme è l’odio inesorabile per tutto quanto è straniero””. Fra le iscrizioni meneghine che punteggiano i cupi vagabondaggi di Stajano non c’è ancora il cartello: Posti riservati ai milanesi, sui vagoni del metrò. Perché era una battuta da cabaret leghista. Di quelle che fanno ridere solo certi padani con cravatta verde. E ingrossano l’umore nero di Milano.
di Marco Cicala per Il Venerdì
Inchiesta segreta sull'Expo di MilanoDi fronte alla pioggia di miliardi dell'Expo, la 'ndrangheta già si prepara ad allargare le mani.
Le cosche calabresi stanno silenziosamente assediando decine di imprese lombarde di tutti i settori, dall'edilizia ai trasporti, interessati alle grandi opere in cantiere per Milano 2015. Il nuovo assalto criminale all'economia del Nord è aggravato dalla crisi che strangola le aziende sane. I capibastone della 'ndrangheta possono usare le armi e la violenza, ma anche investire masse di capitali sporchi in totale segretezza. Nell'uno e nell'altro caso, sono liberi di far figurare come imprenditori ancora i vecchi proprietari in realtà ricattati o ridotti a prestanome. "Qua tra un po' i padroni diventeranno garzoni", riassume un boss calabrese, intercettato in un cantiere milanese dell'alta velocità. A svelare le manovre segrete della 'ndrangheta sull'Expo è una maxi-inchiesta coordinata da tre pm di Milano, di cui nei giorni scorsi è emersa solo la punta dell'iceberg: i primi 21 arresti per infiltrazioni mafiose nei subappalti della Tav e della quarta corsia dell'autostrada A4. In un'ordinanza di 410 pagine, il gip Caterina Interlandi riassume l'intera portata delle indagini spiegando che, per le grandi opere, almeno a Milano è provata l'esistenza di "un'unica regia criminale": "È la gestione centralizzata degli appalti a fornire la chiave di lettura dei rapporti tra 'ndrangheta e mondo imprenditoriale... Dal momento in cui l'attività delle cosche diventa 'sistema', qualsiasi inadempimento degli accordi e delle logiche di spartizione degli affari si traduce automaticamente in una mancanza nei confronti dei vertici della 'ndrangheta". Anche in Lombardia, in altre parole, la mafia calabrese ha creato una sorta di cupola degli affari, che ha il potere di "decidere per chiamata diretta quale impresa far lavorare e quale no". Oggi per la Tav o le autostrade, domani per l'Expo. A rivelare questo "sistema" nelle intercettazioni ambientali sono gli stessi imprenditori-boss. Gli arrestati appartengono al clan guidato da Marcello Paparo, un uomo d'affari che da Cologno Monzese manda mitra e bazooka ai familiari in guerra di mafia a Isola Capo Rizzuto. Tra Segrate e la Brianza le sue ditte terrorizzano i concorrenti (due tentati omicidi), mentre sua figlia ventenne va in vacanza con 8 mila euro estorti a "uno che ha sgarrato" e che finisce per suicidarsi. Eppure lo stesso boss obbedisce a ordini superiori: "Sull'alta velocità mi ha chiamato il compare Pasquale Barbaro", confida ai complici. E se ne vanta, perché quel nome è storia della 'ndrangheta: i Barbaro di Platì (ramo 'u Castanu') guidano un potentissimo gruppo di famiglie come Papalia, Sergi, Perre e Trimboli. Trapiantati in Lombardia da tre generazioni, hanno creato un "consorzio di cosche del Nord" che "egemonizza l'edilizia pubblica e privata". Tra le imprese del Nord, le indagini documentano reazioni opposte. C'è chi (come Esselunga, Fs e Coop) rifiuta i ricatti. Altri si piegano: subappaltano in nero, pagano e non denunciano. Ma non mancano ditte "conniventi", che "falsificano contratti per aiutare le cosche a eludere leggi antimafia". E manager "complici" che chiedono ai mafiosi di "spaccare la testa a un sindacalista". di Paolo Biondani
Il sindaco di Milano Letizia Moratti
Il tesoro di Vito Ciancimino arriva fino alla Commissione Antimafia.Busta con tre proiettili per Massimo Ciancimino e due pm
Nuove minacce per Massimo Ciancimino, il figlio dell'ex sindaco Vito, che ha deposto al processo Mercadante. Dieci giorni fa, gli è stata recapitata una lettera che conteneva tre proiettili e delle foto: quella sua, e dei pm Di Matteo e Ingroia. Ciancimino junior svela che il padre mediò per evitare una punizione esemplare, chiesta dal boss Cannella a Provenzano, all'amante della moglie di Mercadante
Massimo Ciancimino depone per la prima volta in aula nella sua nuova veste di grande accusatore: parla per quattro ore contro l´ex deputato regionale di Forza Italia Giovanni Mercadante. Ma non a Palermo: la seconda sezione del Tribunale si è spostata ieri a Milano, per motivi di sicurezza. «Ho ricevuto diverse minacce - precisa Ciancimino - l´ultima dieci giorni fa. Nella città in cui mi trovo ho ricevuto una lettera anonima con tre proiettili e la foto mia, quelle dei pm Di Matteo e Ingroia. C´era pure un biglietto - spiega Ciancimino junior - diceva che mi sto mettendo tutti contro, magistrati, imputati e istituzioni. E pure che non avrei avuto molta strada e che avrei incontrato altro tipo di proiettili».
Il giovane Ciancimino risponde alle domande del pm Nino Di Matteo. Spiega di aver saputo dal padre di un incarico ricevuto da Provenzano, negli anni Ottanta, per mediare su una questione delicata: la relazione fra la moglie di Mercadante e l´imprenditore Enzo D´Amico. Il boss Tommaso Cannella, parente di Mercadante, chiedeva una punizione esemplare per D´Amico. Che però è nipote di un altro boss nel cuore di Provenzano, Pino Lipari. Così Ciancimino decise: «L´amante vada via da Palermo per tre anni. Poi, con un "indultino", dopo un anno venne fatto rientrare». Di questa vicenda Ciancimino junior dice di aver saputo anche dalla figlia di Mercadante, con la quale fu fidanzato. Il racconto dell´accusatore ripercorre poi periodi più recenti. «Almeno tre volte, fra il 1999 e il 2002, ho visto Provenzano nella casa romana dove mio padre era ai domiciliari, vicino a piazza di Spagna. Mio padre era certo che ci fosse uno pseudo-accordo in base al quale Provenzano si poteva muovere tranquillamente, in Italia e all´estero». A Palermo l´ex sindaco aveva quattro linee telefoniche, spiega il figlio: «Su una riceveva le chiamate solo di quattro persone. Una era l´ingegnere Lo Verde, Provenzano». di Salvo Palazzolo
Massimo Ciancimino
Ciancimino jr, nuove accuse ai politici
Massimo Ciancimino svela chi erano i politici e gli imprenditori legati a sua padre, «don» Vito. Al processo per riciclaggio che si sta svolgendo a Bologna ha ribadito che il senatore Carlo Vizzini "era nella compagine della società del gas con o senza quote ufficiali"
«Carlo Vizzini era nella compagine della società del gas con o senza quote ufficiali, ed altri soci erano Salvo Lima Calogero Pumilia, Enzo Zanghì, Pino Blanda ed Enzo Cirà mentre le azioni di mio padre erano nella quota riferita alla famiglia Brancato». Esordisce così, prima e durante l´udienza che si è celebrata ieri a Bologna, Massimo Ciancimino, figlio del defunto «don» Vito, nel processo d´appello per riciclaggio dove è imputato anche il professor Giovanni Lapis. Lapis è considerato dall´accusa prestanome di Vito Ciancimino, ma negli ultimi interrogatori resi ai pm di Palermo, che hanno avviato un´altra indagine sulle nuove dichiarazioni di Massimo Ciancimino (rapporti tra mafia, politica, sulla «trattativa» tra lo Stato e la mafia ed il pagamento di tangenti a magistrati, politici e imprenditori), i due imputati hanno raccontato fatti nuovi che hanno allargato l´inchiesta, accendendo i riflettori su alcuni personaggi eccellenti, tra cui appunto Vizzini e Saverio Romano. Ciancimino ha infatti detto che i 4 milioni e 700 mila euro che aveva incassato dalla vendita della Sirco all´azienda spagnola, Gas Natural, erano la quota spettante a suo padre che era «rappresentato dalla famiglia Brancato», Maria e la figlia Monia, che hanno a loro volta denunciato Lapis e Ciancimino per estorsione. Monia Brancato, che era sposata con Antonello Sciacchitano (figlio del sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia, Giusto Sciacchitano) era uscita indenne dalla prima inchiesta. Una versione che è stata contestata sia da Lapis sia da Massimo Ciancimino. Ieri è stato depositato anche un recente interrogatorio di Lapis e di Giovanna Livreri, ex difensore della famiglia Brancato. Lapis conferma che quei 4 milioni e 700 mila euro prelevati dal conto «Mignon» dov´erano confluiti gli oltre 112 milioni di euro della vendita agli spagnoli, erano la parte dovuta dai Brancato a Vito Ciancimino. Anche l´avvocatessa Livreri (che a Caltanissetta ha denunciato i magistrati che indagavano su Ciancimino e Lapis e anche Giusto Sciacchitano) avrebbe confermato questa versione. Anche lei sostiene che Vizzini era socio di Lapis e che Giusto Sciacchitano si sarebbe adoperato per «proteggere» la famiglia Brancato dall´inchiesta «grazie anche al suo ruolo istituzionale e alle sue personali relazioni e conoscenze all´interno della Procura di Palermo». 12 giugno: Giornata internazionale contro il lavoro minorile.
![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() A cura di Elena Perla Simonetti Per saperne di più: http://www.volint.it/scuolevis/lavorominorile/lavminorile.htm |
|
|