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Entra nel vivo la battaglia anti-Ogm- Non ci sono solo le leggi d'iniziativa popolare presentate da Beppe Grillo a movimentare l'orizzonte politico. Da una settimana è partito infatti un altro grande tentativo di "democrazia dal basso", altrettanto importante e ambizioso, anche se per il momento meno pubblicizzato. E' quello contro gli Ogm.
"Gli Ogm in Italia non li vuole nessuno, ormai dovrebbe essere chiaro, ma invece non lo è: per questo vogliamo nuovamente chiedere ai cittadini cosa ne pensano". Vincenzo Tassinari, presidente di Coop Italia, sintetizza così l'adesione della maggiore catena italiana di grande distribuzione alimentare a "Liberi da Ogm", la mobilitazione coordinata dalla Fondazione diritti genetici di Mario Capanna e sostenuta da una coalizione di associazioni senza precedenti che va dagli ambientalisti ai consumatori, dalla Coldiretti alle Acli, dalle Coop alle associazioni della piccola e media impresa, dai Verdi ai donatori di sangue dell'Avis. In tutto una trentina di sigle che in questi giorni si stanno dando da fare per raccogliere tre milioni di adesioni. Una campagna uguale in tutto e per tutto a una mobilitazione referendaria, con tanto di quesito da sottoporre ai cittadini, anche se alla fine non ci sarà un vero voto. Nessuna legge italiana regolamenta infatti in pochi articoli la coltivazione e la commercializzazione dei prodotti geneticamente modificati. Impossibile quindi indire una consultazione popolare "tradizionale" per bandire dai campi, dai supermercati e dalle tavole degli italiani il cibo Ogm. Ma l'obiettivo resta comunque questo. E della questione saranno investiti i cittadini che sino al 15 novembre parteciperanno a manifestazioni, convegni e incontri organizzati in tutta Italia. "Vuoi che l'agroalimentare, il cibo e la sua genuinità siano il cuore dello sviluppo, fatto di persone e territori, salute e qualità, sostenibile e innovativo, fondato sulla biodiversità, libero da Ogm?". Il quesito sul quale si chiede agli italiani di esprimersi è questo e per farlo ci si può collegare anche al sito www.liberidaogm.it. Una domanda alla quale nelle speranze dei promotori dovrebbe arrivare una valanga di "sì", spingendo il mondo politico ad abbracciare un diverso modello di sviluppo agroalimentare, basato su tipicità e qualità, sgombrando il campo da qualsiasi incertezza sugli eventuali rischi ambientali legati alla contaminazione delle colture tradizionali. Dure critiche all'iniziativa partita dalla Fondazione diritti genetici arrivano però dal mondo accademico. "La ricerca scientifica pubblica italiana - afferma Roberto De Fez, dell'Istituto di Genetica e Biofisica del Cnr di Napoli - con due documenti sottoscritti da diecimila scienziati è unita nel dire che non ci sono rischi né per la salute né per l'ambiente dall'uso di piante Gm, anzi, queste si sono dimostrate più sicure delle piante coltivate tradizionalmente. L'interesse che tiene insieme la coalizione di Capanna è quello di giustificare l'innalzamento dei prezzi dei prodotti alimentari che già ora subiscono i consumatori". di VALERIO GUALERZI Tratto da: http://www.repubblica.it/2007/06/sezioni/ambiente/ogm-prodotti-bio/sondaggio-ogm/sondaggio-ogm.html
Per votare e saperne di più: http://www.liberidaogm.org/liberi/voto.php Daniele Luttazzi Vs Beppe GrilloIl cosa e il come
Daniele LuttazziSu Beppe Grillo ho tutta una serie di riserve che riguardano il cosa e il come. Spunti per una riflessione, niente di più: Grillo è ormai un tesoro nazionale come ( fatevi da soli il paragone: è la "democrazia dal basso" ) e a caval donato non si guarda in bocca. Certo non mi auguro che finisca come Benigni, a declamare Dante in braccio a Mastella. ( Il Benigni di vent'anni fa si sarebbe fatto prendere in braccio da Mastella solo per pisciargli addosso. E una volta l'ha fatto! Bei tempi. )AVVERTENZA AI FIGLI DI BUONA DONNAI figli di buona donna che allignano nei bassifondi della repubblica mediatica saranno tentati di strumentalizzare questo post ( " LUTTAZZI CONTRO GRILLO " ) per dare addosso in modo becero a Beppe, come hanno già fatto inventandosi l'insulto a Marco Biagi durante il V-day. L'alternativa è che me ne stia zitto per evitare l'ennesimo circo: ma dovete ammettere che il tema è troppo interessante; e tacere sarebbe, in fondo, come subire il ricatto dei figli di buona donna. Ho aspettato tre giorni, così almeno ho evitato il rendez-vous immediato. ( L'informazione all'italiana prevede infatti: giorno uno, la notizia; giorno due, la polemica; giorno tre, i commenti sulla polemica; giorno quattro: parlare d'altro. E invece eccomi qua. ) Se questa precauzione non dovesse bastare, vorrà dire che chi ne approfitterà finirà dritto dritto in uno speciale elenco dei bastardi che mi stanno sulle palle. ( Sul quaderno apposito ho già scritto " volume uno ". )IL COSA
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Stavolta alzare i toni dell'allarmismo è toccato a Fulvio Conti, amministratore delegato di Enel: "Rischiamo ancora di rimanere al freddo e al buio. Siamo ancora più fragili di due anni fa, quando scoppiò la crisi dei rifornimenti del gas." Di regola, alle persone non dovrebbe piacere il farsi prendere in giro, ma a quanto pare l'Italia intera gradisce spesso lasciarsi prendere in giro. In caso contrario, le falsità contenute nelle dichiarazioni che Conti ha rilasciato durante un seminario a Frascati sarebbero state evidenziate tutte, sia dal mondo politico sia dalla stampa. Invece, a rispondere immediatamente a Conti è stato solo il ministro dell’ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, ma non sulla questione di fondo, sul rischio di restare al buio. Alla dichiarazione di Conti - "sono aumentati i consumi ma sono stati ridotti gli stoccaggi, anche a causa di una errata interpretazione del ministero dell’Ambiente" - il Ministro ha risposto: "Se il dottor Conti si riferisce al sito di stoccaggio di gas naturale di Settala, in provincia di Milano, è bene chiarire quanto segue: nessuna errata interpretazione né tanto meno alcun atto che abbia ridotto la capacità di stoccaggio di gas nel nostro paese è stato assunto dal Ministero dell’Ambiente". Ma non è affatto a questo, che Conti si riferisce.
Le parole dell’Ad di’Enel significano invece tre cose molto precise, strategiche, nelle quali la riduzione degli stoccaggi di gas hanno un ruolo centrale e sulle quali occorrerebbe riflettere. Prima di tutto dal black-out nazionale del 28 settembre 2003 poco è stato fatto e ben due governi, quello Berlusconi prima e quello Prodi poi, hanno fallito nell'aumentare la quantità di gas nell’insieme di combustibile usato in Italia per la produzione di energia.
In seconda battuta, Conti ci ricorda che l’efficienza energetica e il risparmio sono ancora un miraggio e lo saranno ancora per molto. Infine, sta mettendo in campo la vera strategia dell’Enel che ha come primario obiettivo quello di aumentare la quantità di carbone da bruciare nelle sue centrali. Infatti, il manager ha avvertito: "Il gas costerà sempre di più e sarà sempre legato al prezzo del petrolio. Anche con i rigassificatori - ha continuato - il prezzo non scenderà: non sta scendendo in Francia dove se ne stanno realizzando quattro, né in Spagna dove se ne stanno facendo sette."
La politica, a parte la piccata reazione del ministero dell'Ambiente sugli stoccaggi, non ha dato risposte. A dare risposte è stata Coldiretti, che ha lanciato la proposta della promozione di riscaldamenti alternativi al gas: a legna, o a granoturco. Tutto da guadagnarci secondo gli agricoltori: si riduce il rischio di rimanere al buio e al freddo, si risparmia in bolletta e non si inquina. Per un appartamento di 100 mq, utilizzando una caldaia a granoturco, le tasche degli utenti potrebbero risparmiare dal 50 al 60% rispetto al gasolio o al metano. Ma sono proposte, ancora lontane dal diventare soluzioni, che ad un colosso come Enel non interessano.
L'obiettivo dell'azienda energetica italiana è oramai chiaro da mesi e trapela da ogni dichiarazione dei suoi dirigenti: è il carbone. Conti soffia sul fuoco dei timori collettivi a fine estate, in vista dell'autunno, quando proporrà la soluzione al problema, che indicherà come inevitabile: quello che Enel si ostina a chiamare demagogicamente e retoricamente "carbone pulito". Che non esiste. Perfino il petrolio è più “pulito” del carbone.
Una cosa però, Conti si guarda bene dallo spiegare, anzi è molto attento ad evitare di parlarne. Per quale motivo, se davvero abbiamo tutta questa carenza di rifornimenti, Enel esporta energia? Per quale motivo si continua a sottolineare che l'Italia importa energia da Francia e Svizzera, prodotta via nucleare, e si tace delle esportazioni? Per quale motivo Enel continua ad investire all’estero, soprattutto in Europa dell’est?
Il potenziale di energia elettrica installata è di oltre 80 mila MW, più di quella che si consuma nel nostro paese. Quindi, se Enel vende energia, e quella in sovrappiù la esporta, il prezzo della stessa sale, la necessità di aumentare il potenziale energetico del paese rimane e, verosimilmente, aumentano i guadagni di Enel. Con il carbone.
In questo quadro, lanciare allarmi artificiosi su un inverno che potrebbe vederci al freddo e al buio, è una strategia vergognosa. Ma anche stavolta l'Italia intera ci cascherà, governo in testa, come dimostra la preoccupazione subito espressa dal ministro dello sviluppo economico Pierluigi Bersani, che non nasconde la fragilità del sistema: "Non siamo riusciti a tener dietro con investimenti e infrastrutture. Siamo ancora abbastanza nei guai dal punto di vista di sicurezza del sistema energetico".
C'è del vero e del falso nelle parole di Bersani. E' vero che gli investimenti non ci sono stati, mentre di infrastrutture ne abbiamo anche troppe. Troppe e mal organizzate: la liberalizzazione nel settore dell'energia ha dato vita ad un sistema troppo frammentato e fortemente scoordinato. Questa forte frammentazione tra produttori e distributori rende la sicurezza del sistema energetico italiano qualcosa di ridicolo rispetto al resto d'Europa. Ma non saranno altre centrali a carbone a risolvere il problema. Il carbone poco pulito è solo quel che conviene di più alle finanze di Enel.
Tratto da http://www.altrenotizie.org/
Per saperne di più: http://www.noalcarbone.it/
http://www.greenpeace.it/portotolle/content.htm
http://www.ecoblog.it/post/2462/gonfia-un-pallone-sulla-centrale-a-carbone
http://montebelloionico.blogspot.com/2007/09/saline-mozione-contro-la-centrale.html
| di Pino Masciari | |
| martedì 11 settembre 2007 | |
Sono un imprenditore edile calabrese sottoposto a programma speciale di protezione da parte del Ministero dell’Interno dal 18 ottobre 1997, unitamente a mia moglie e i miei due bambini, perché ho denunciato la criminalità organizzata la “ ’ndrangheta ” e le sue collusioni nella sfera Politica-Istituzionale. Da tali denunce sono scaturiti diversi processi e numerose condanne tra le quali anche contro qualche Magistrato. Tale scelta ha sconvolto l’esistenza di un’intera famiglia, perché siamo dovuti fuggire dalla nostra terra per salvarci la vita.Ciò mi ha portato all’esilio, alla perdita delle mie imprese di costruzioni edili e mia moglie ha dovuto rinunciare alla sua professione di medico odontoiatra.
Ebbene, dopo le intimidazioni e le minacce al Presidente dell’ANCE di Catania, Andrea Vecchio, e al Presidente della Camera di Commercio di Caltanisetta, Marco Venturi, l’Associazione degli Industriali Siciliani ha stabilito una norma che sarà inserita anche da Confindustria a livello nazionale : “ gli imprenditori che non si ribellano al racket delle estorsioni pagando il pizzo e in qualunque forma collaboreranno con la mafia saranno espulsi da Confindustria”. Solidarietà è stata espressa dal nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal mondo Politico- Istituzionale. E’ giusto! Via gli imprenditori che pagano il pizzo, via chi paga le tangenti e via anche i politici che prendono le tangenti, via ogni forma di illegalità! Io da imprenditore mi sono ribellato denunciando all’ Autorità Giudiziaria il sistema che mi rendeva vittima, in un periodo, più di dieci anni fa, quando di ‘ndrangheta non se ne parlava o se ne parlava poco. Sono stato ossequioso delle leggi dello Stato e mi sono affidato ad Esso e mi chiedo perché in questi lunghi anni non ho avuto sostegno e sono stato dimenticato? Io rientro nella categoria dei testimoni di giustizia, ho visto passare davanti a me diverse legislature e solo da pochi mesi ho riscontrato una certa sensibilità da parte delle Istituzioni. Per cui chiedo al Presidente della Repubblica, Al Primo Ministro e al suo Governo, alle Associazioni di categoria, alla Società Civile, se è giusto per un imprenditore, che ha inteso fare solo il proprio dovere mettendo a rischio la vita dell’intera famiglia, ritornare ad appropriarsi della sua dignità di Cittadino Italiano e dell’esercizio della sua attività imprenditoriale; se è giusto che il rischio di vita cui è esposto diventi motivo di effettiva protezione da parte dello Stato e non limitazione alla propria libertà. Io ho fatto la mia parte, lo Stato faccia la sua per dare risposte positive ad un padre di famiglia, imprenditore e cittadino onesto.
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A questo inappuntabile ragionamento, però, sfuggono due piccoli dettagli.
Primo: che l’Italia è un paese sovrano, una Repubblica europea che agisce in ambito NATO e ONU, che come tale è tenuta a non permettere a aziende o società che operano nei suoi territori nazionali di fornire armi o elementi distruttivi non approvati dalle più recenti risoluzioni ONU (come le micidiali mine antiuomo italiane, distrutte, come previsto dalla Convenzione di Ottawa, nel 2003), e soprattutto che è tenuta a non far pervenire o vendere mai e in nessun modo queste armi a potenze o nazioni che agiscano in netto contrasto ai regolamenti ONU e alle direttive NATO,
Secondo: che ogni azienda, Italiana o straniera, quando vende qualsiasi tipo di bene, specie armi da guerra, è tenuta a documentare tale attività e a seguire la regolamentazione internazionali vigenti, segnalando numero di armi, quantitativi, tipologia e numero di serie di ogni singola arma venduta, allo scopo di poter tracciare un quadro preciso degli spostamenti delle armi in modo tale da poter risalire facilmente alla azienda produttrice.
Questi due elementi sembrerebbero così ovvi da sembrare scontati, in fondo se un paese occidentale in ambito ONU crea delle armi, sembrerebbe ovvio che lo faccia in primis per armare le patrie difese, anche perché a tal merito, nel settembre 2002 l’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi ebbe a dire proprio al congresso dell’ONU: «Abbiamo il diritto di difenderci. La barbarie dei terroristi ha unito le democrazie, reagiremo contro la sfida del regime iracheno. Quando l'attacco terroristico e l'insidia alla pace sono portati da reti o regimi che mirano a distruggere il nostro modo di vita e le nostre democrazie liberali, le democrazie hanno non solo il diritto, ma anche il dovere di difendersi».
Discorso sacrosanto, ma la situazione non è poi così chiara: con una situazione che fa tornare in mente una pubblicità pèr i preservativi di qualche anno fa, con un professore che ne sventolava uno tra i banchi domandando “di chi è questo?”, alcuni articoli apparsi (per poi venire inghiottiti misteriosamente nel nulla) nel maggio del 2005 parlavano, guarda caso, di una insolita serie di ritrovamenti avvenuti in Iraq all’indomani dell’inizio della Seconda Guerra del Golfo. Alcune agenzie ANSA l’anno scorso riportarono al riguardo inizialmente solo poche righe sparute: “La Procura di Brescia indaga fin dal 2004 sul ritrovamento di pistole Beretta senza numero di matricola in Iraq.”
Fonte della notizia fu il Corriere della Sera, e manco a dirlo in tempo zero la redazione in questione venne invasa dalle forze dell’ordine alla ricerca di materiale d’indagine, con tanto di sequestro di ‘bozze di articoli’ a scopo di ricerca.
Scoppia il finimondo, tutti cercano di capire come sia stato possibile che gli iracheni che sostenevano Saddam fossero così ben muniti di pistole italiche, e non poche. La Giornalista Nunzia Vallini del Corriere della Sera ci informa come la stragrande maggioranza degli «ostili» in Iraq erano armati Beretta, si parla addirittura di 10.000 pistole.
“Gli uomini della guerriglia dispongono di molte pistole italiane, tutte degli ultimi modelli e - particolare ancora più inquietante - con matricola illeggibile o inesistente”, afferma la Vallini. “Armi «fantasma» che sembrano prodotte in tempi recenti e difficilmente sembrano conciliabili con le forniture «lecite» risalenti ai primi anni ’80. Dai servizi statunitensi attraverso i nostri 007, il dossier è arrivato alla Procura di Brescia. Che ha deciso di scoprire da dove provengono quelle pistole. Un’inchiesta aperta nell’autunno 2004 e proseguita finora nel massimo silenzio. […] A Gardone Valtrompia, sede storica dell'azienda che produce armi dal 1526, sostengono di essere all’oscuro dell’indagine: «Non ne sappiamo assolutamente nulla». I documenti riguardano le esportazioni legali effettuate dalla Beretta negli ultimi anni. Il tutto forse per cercare di capire attraverso quali canali le pistole siano finite in mano alla «resistenza irachena». Le notizie raccolte dai militari statunitensi sono molto dettagliate: hanno schedato tutte le armi recuperate ai miliziani di Al Qaeda e ai guerriglieri filo-Saddam dall’inizio delle operazioni in Iraq. Con alcuni arsenali impressionanti: a Bagdad, in uno dei palazzi del raìs, vennero scoperte quattromila calibro nove italiane ancora imballate. L’azienda di Gardone Val Trompia alla fine degli anni ’70 fece un accordo con le autorità di Bagdad: venne ceduta la licenza per produrre le vecchie pistole serie 70 e 51. Le pistole ritrovate dagli americani invece sono le modernissime 92, in dotazione anche alle forze armate Usa. Proprio dopo la vincita del contratto Usa, la fabbrica bresciana è stata sottoposta a controlli ferrei da parte dell’intelligence americana. Ma quelle armi vengono prodotte anche altrove, negli Usa e in Brasile, mentre da tempo si vocifera addirittura di un clone cinese. […] La particolarità poi sono quelle matricole cancellate. Più che abrase, sembrano uscite dalla catena di montaggio senza numeri di serie o con le indicazioni fatte sparire attraverso metodi industriali. Una prassi che fa pensare più a pistole destinate a operazioni di servizi segreti o nuclei terroristici dotati di un forte appoggio governativo.”
Ecco quindi che, a sorpresa, tra le teorie degli inquirenti, vi è addirittura quella che le armi italiane sarebbero state create – e contraffatte – dai cinesi! Ma come, dopo le borse di Fendi e gli abiti di Ferré, i geniali figli dell’oriente avrebbero dato vita persino a false pistole Beretta? E i numeri di matricola, erano davvero inesistenti, o esistevano e sono stati cancellati? Ma perché, se le armi non provenivano davvero dalle industrie Beretta? E ancora: se esistono fabbriche di Beretta in remoti angoli del terzo mondo, davvero gli industriali di Gardone Valtrompia non ne sono coinvolti in nessun modo? Diecimila pistole di ultimo tipo con tutte le più moderne modifiche tecnologiche, create in Cina o in Brasile, è una storia che potrebbe anche essere vera. Ma non probabile.
Secondo il rapporto Sipri la spesa militare, che corrisponde al 2,5% del Prodotto Nazionale Lordo mondiale e ad un importo pro capite di 173 dollari, è notevolmente cresciuta rispetto al passato - più 3,4% in termini reali rispetto al 2004 e ben il 34% in più rispetto a dieci anni fa. I principali responsabili dell’aumento sarebbero gli Stati Uniti, sulla scia della lotta al terrorismo, in Iraq ed Afghanistan. Infatti, circa la metà della spesa mondiale, oltre 500 miliardi di dollari è degli USA. La ‘superiorità’ degli americani è data anche dalla spesa pro capite che supera i 1.600 dollari - quasi dieci volte l’importo medio mondiale -. Dopo gli Stati Uniti seguono, in ordine d’importanza, Regno Unito, Francia Giappone e Cina con una spesa del 4-5% ciascuno. La spesa di questi 5 paesi rappresenta i 2/3 dell’intera spesa mondiale. Seguono poi nella classifica Germania e Italia, che è al settimo posto assoluto con 25,1 miliardi di euro - erano 27,5 nel 2004. La spesa è in diminuzione non tanto per una scelta politica bensì a causa delle difficoltà della finanza pubblica italiana. Se ai citati 7 paesi aggiungiamo Arabia Saudita, Russia, India, Corea del Sud, Canada, Australia Spagna ed Israele arriviamo all’84% del totale del pianeta. La spesa dei paesi europei è in calo, dell’1,7% e quelli che registrano la maggiore riduzione sono Regno Unito ed Italia.
La tendenza è cambiata con Berlusconi: Durante il suo quinquennio le autorizzazioni all’esportazione di armi rilasciate dal Governo sono balzate dai 904 milioni del 2000 agli oltre 1.361 milioni del 2005, dopo aver toccato un picco di 1.631 milioni di euro nel 2004. Nel contempo sono aumentate anche le consegne che sono passate dai 554 milioni di euro del 2001 agli oltre 897 milioni del 2005, segno evidente che gli ordinativi promossi dal commesso viaggiatore non sono restati sulla carta ma stanno andando a “buon” fine. Esportazioni che, per il 45% vanno a finire nei Paesi del Sud del mondo e nelle aree calde del pianeta: l’ultima Relazione sull’export di armi ci informa, infatti, che tra i primi dieci acquirenti di sistemi militari “made in Italy” ben sette stanno tra Medioriente e Asia: Turchia (116 milioni di euro), India (104 milioni), Singapore (88 milioni), Egitto (77 milioni), Oman (55 milioni), Emirati arabi (54 milioni) e Pakistan (49 milioni) e solo questi fanno più del 45% degli ordinativi. Ma Berlusconi, da imprenditore, ha capito che non si trattava soltanto di piazzare prodotti, bensì di creare alleanze strategiche. Così nel suo quinquennio ha ratificato tutta una serie di “Accordi per la cooperazione nel campo della Difesa” che, tra l’altro, prevedono acquisizioni e produzioni congiunte di armamenti come “bombe, mine, razzi, siluri, carri, esplosivi ed equipaggiamenti per la guerra elettronica”. Tra questi spiccano quelli con Lituania (2002), Romania (2003), Bulgaria, Croazia e Egitto (2003), Uzbekistan (2003), Gibuti (2003), Giordania (2004), Indonesia (2004), Algeria e Israele (2005), Georgia e Kuwait (2005).
Sembra assurdo, ma oggi grazie a internet anche l’acquisto di armi è diventato più facile. In un articolo apparso su Mediamente, si rendeva noto il caso di un tredicenne di New York che aveva acquistato delle armi ondine con la carta di credito del padre. Ma non è un caso isolato, o un fenomeno unicamente a stelle e strisce.
Sul sito tutto italiano Armishop.it, ad esempio, è possibile acquistare quasi di tutto: non veri fucili, certo, ma tutto il resto sì.
Certo, non tutti vendono o comprano armi pesanti, alcuni vendono coltelli da collezione o cartucce. Ma solo gli annunci per i fucili sono 2204, quelli per le pistole 1075, e il database sono aggiornati regolarmente. Quante di queste transazioni sono regolari e notificate alle autorità?
Diversa è invece la detenzione (di arma da sparo), che differisce dal porto in quanto in questo caso l'arma è detenuta presso l'abitazione ma non può essere portata al di fuori di essa (altrimenti sarebbe porto). In base alla legge, il cittadino italiano che, munito dei necessari requisiti, voglia acquistare un'arma allo scopo di detenerla presso la sua abitazione, può farlo, dietro presentazione di istanza indirizzata alla Questura della provincia di residenza, specificando in essa i motivi. L'arma dovrà poi essere denunciata presso l'ufficio della Polizia di Stato o Comando dei Carabinieri competente. Di norma, l'autorizzazione all'acquisto di un'arma al fine di detenerla presso l'abitazione è concessa più facilmente rispetto all'autorizzazione del porto d'arma ai fini della difesa personale, ma anche in questo caso, le valutazioni saranno a cura della Questura.
Nel frattempo, è dello scorso aprile la notizia che presto i carri armati italiani potrebbero sfoggiare dei loghi pubblicitari, proprio come le auto di Formula 1 a Maranello.
«METTI UNO SPONSOR SUL CARRO ARMATO
Ansa, 20 aprile 2006
Esercito: Mancano i soldi, largo agli sponsor. “Niente carro armato targato Coca Cola, questo no. Ma in tempo di vacche magre – dice il capo di Stato maggiore dell'Esercito, Filiberto Cecchi – bisogna guardare le cose in termini innovativi.” E dunque largo agli sponsor.
Che per le spese militari si sia in tempi di vacche magre, come vedremo, ce ne corre, certo però che di sponsor le gloriose Forze Armate della Repubblica nata dalla Resistenza ne trovano, a quanto pare, fin che vogliono: già 14 infatti sono le imprese, le banche, le società di assicurazioni, pubbliche o private, che investiranno una parte dei loro equivoci utili per finanziare la manifestazione che il 4 maggio celebrerà il 145° anniversario dell'Esercito.»
E in effetti, non sono poche le aziende coinvolte con la difesa e con gli armamenti. Da un’analisi compiuta nel 2003 da Il Manifesto, emerge che la classifica delle aziende italiane esportatrici di armi, formulata sul valore delle commesse autorizzate, è guidata dal consorzio Fiat Iveco-Oto Melara, con ordinativi per 220 milioni di euro, relativi soprattutto alla vendita alla Spagna di 61 autoblindo. Seguono la Oerlikon-Contraves (104,4 milioni, con una crescita di sette volte del fatturato rispetto al 2001), la Oto Melara (92,5 milioni), la Meteor Costruzioni Aeronautiche ed Elettroniche (64,9 milioni), la Galileo Avionica (60,8 milioni - l'azienda si e segnalata per la vendita di sofisticati sistemi di puntamento per carri armato alla Siria, uno dei paesi dell'"Asse del male"), la Alenia Marconi Systems (41,9 milioni) la Whitehead Alenia Sistemi Subaquei (39,1 milioni), Fiat Iveco (34,7 milioni), Fiar (33,3 milioni), Fiat Avio (25,4 milioni). Tra le aziende esportatrici di armi c'e anche Finmeccanica, società in cui lo Stato e azionista di riferimento. Quanto alle autorizzazioni bancarie al traffico di armi, nel 2002 ne sono state rilasciate 675 (+15,6% rispetto al 2001), per complessivi 774,7 milioni di euro (+18% rispetto al 2001). Tra gli istituti di credito interessati svetta il Banco Bilbao Vizcaya (al primo posto con il 29,4% delle transazioni complessive autorizzate), seguito da numerose banche italiane, tra cui la Bnl (18,7%) la Banca di Roma (13,4%), il San Paolo-Imi (11%), Intesa Bci (7,4%) Credito Italiano e Unicredit (6,8% ciascuno).
Insomma, gli italiani si sconvolgono ogni volta che a finire ferito è un nostro militare, mentre per qualche strano motivo sembrano ignorare o essere indifferenti al fatto che gran parte dei conflitti nel mondo sono combattuti con armi Made in Italy. In fondo, è cosa che non ci riguarda. La colpa non è nostra, meglio non pensarci, basta solo girare lo sguardo dall’altra parte. E convincerci che probabilmente è tutta roba fatta dai cinesi.
di PABLO AYO
Per leggere l'intero articolo: http://www.strangedays.it/
Per saperne di più:
http://www.volint.it/scuolevis/commercio%20armi/armamenti.htm
| A Mosca viene sostituito il procuratore a capo dell'inchiesta sull'omicidio di Anna Politkovskaja. Si sospetta l'intenzione di insabbiare le indagini |
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Piotr Gabrijan, procuratore a capo dell inchiesta penale sull'omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja, è stato rimosso dal suo incarico. I familiari della giornalista e gli ex colleghi del quotidiano 'Novaja Gazeta' si dichiarano sicuri che dietro questa mossa ci sia l'intento, nemmeno troppo mascherato, del potere moscovita d'insabbiare le indagini prima che arrivino troppo in alto, magari fino allo stesso Cremlino. Segnali premonitori. E sull'andazzo delle inchieste sull'omicidio Politkovskaja si erano ricevute da Mosca parecchie notizie inquietanti già nelle passate settimane. Mercoledì 29 agosto sono stati annunciati una decina di arresti, ma di pochi indagati è stata rivelata l'identità: il procuratore capo della Repubblica russa Yuri Chaika ha attribuito questo omicidio eseguito in stile Chicago anni '30, a un ''gruppo criminale in cui comandano alcuni funzionari di polizia, che mirava a minare la reputazione della Russia all'estero, per poter indebolire la presidenza Putin". Il personaggio di spicco tra gli indagati sarebbe il tenente dei servizi segreti (Fsb) Pavel Ryaguzov, secondo qaunto pubblicato dal quotidiano 'Tvoi Den'. Il suo arresto è stato confermato martedì 4 settembre dalla Corte marziale, distretto moscovita. Uno dei sospettati consegnati alla magistratura sarebbe un cittadino d'origine cecena, Dzhabrail Makhmudov, ma rimangono forti dubbi sulla sua volontà di collaborare alla riuscita delle indagini. Il suo legale, Murad Musayev, è comparso all'edizione serale dei tg moscoviti per dire che Makhmudov "ha le reni in pezzi per i pestaggi che ha dovuto subire". |
La Giornata ha per tema quest'anno “Suicide Prevention across the Life Span”, la prevenzione del suicidio nell'arco della vita. I dati dell'Oms, sono eloquenti: il suicidio rappresenta circa il 3 per cento fra le cause di morte. Negli adolescenti sotto i 15 anni il suicidio è la prima causa di morte in alcuni Paesi: Cina, Svezia, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda. Il suicidio è la prima causa di morte per le persone dai 15 ai 24 anni in moltissimi Paesi e lo è pressoché in tutto il mondo per gli adulti tra i 25 e i 55 anni: per questa categoria il numero di morti per suicidio è maggiore - in numeri assoluti - dei morti per le guerre e gli omicidi messi insieme. Benché il suo “peso” percentuale sia minore, in numeri assoluti i suicidi aumentano quasi ovunque in età avanzata.In Italia si valutano ogni anno tra 3.500 e 4mila i suicidi ogni anno. I dati epidemiologici sui suicidi e i tentativi di suicidio provengono dall'Autorità giudiziaria (verbali e rapporti di Polizia e Carabinieri) o da quella Sanitaria (secondo i dati elaborati dall'Istituto di statistica sanitaria tratti dai certificati di morte), sono unanimemente ritenuti sottostimati e aggiornati con un ritardo di 2-3 anni. Nel 2004, ultimo aggiornamento, i suicidi “ufficiali” sono stati 3.265 (758 donne e 2.507 uomini), con un tasso di 5,6 su 100.000 persone, con un alto numero di casi del Nord Est e valori molto più bassi nell'Italia Meridionale. La regione che appare con il più alto tasso è il Friuli Venezia Giulia, con il 9,8 e la più bassa la Campania con il 2,6. In luoghi di forte disagio - carcere, ospedali, case di riposo - i suicidi sono molto più frequenti.
Per leggere l'articolo: http://www.vita.it/articolo/index.php3?NEWSID=83986
Per un aiuto concreto: www.telefonoamico.it
http://tuttoperilsuicidio.8m.com/bismain.htm
Per saperne di più: http://italiasalute.leonardo.it/News.asp?ID=6849
http://www.statistiche-oggi.it/archives/0002146.html
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