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    Quello che il governo non ha detto sui dati OCSE

    I dati pubblicati dall’Ocse il 6 novembre dipingono un’immagine apparentemente molto positiva dello stato dell’economia italiana a questo punto della crisi. I dati si riferiscono al composite leading indicator (Cli), un indicatore costruito per anticipare i punti di svolta del ciclo economico. I punti di svolta sono stimati con riferimento all’output gap, cioè alla deviazione del livello dell’attività economica dal livello consistente con il pieno impiego. L’indicatore pubblicato il 6 novembre si riferisce al mese di settembre.
    Il dato per l’Italia mostra un ampio miglioramento su base annua, settembre 2009 rispetto a settembre 2008: +17 punti, superiore a quello delle maggiori economie dell’Ocse con Germania +12, Francia +3, Stati Uniti + 2, Gran Bretagna 0.

    NOI E LA GERMANIA

    Una prima osservazione è che l’entità di una ripresa non è indipendente dall’entità della caduta iniziale. Fra settembre 2008 e la primavera del 2009 l'indicatore era caduto di 32 punti in Italia e Germania, ma di soli 14 punti in Francia, 12 negli Stati Uniti, 10 in Gran Bretagna. Ciò significa che nella fase più acuta della crisi l’output gap, o almeno la stima calcolata dall’Ocse, si era allargato di oltre il doppio in Germania e in Italia rispetto agli altri tre paesi. Non è sorprendente che dopo una caduta tanto pronunciata, la ripresa sia ora più ampia. Rimane il fatto che il livello dell’output gap continua a essere più grande in Italia e Germania (rispettivamente -15 da noi e -20 per i tedeschi) rispetto al livello delle altre tre economie: -10 in Gran Bretagna e Stati Uniti, -11 in Francia.
    Il dato per la Germania suggerisce due osservazioni. Innanzitutto, conferma la forte correlazione fra l’economia italiana e quella tedesca. Ma proprio per questo motivo il fatto che la stima dell’output gap tedesco sia ancora tanto elevata è una cattiva notizia per noi.

    PUNTI DI SVOLTA

    Ma questa interpretazione dell’indicatore Ocse, già diversa dal modo in cui i dati sono stati presentati dalla stampa italiana, è solo parzialmente corretta. Abbiamo detto che l’indicatore mostra-i punti di svolta del ciclo stimati con riferimento all’output gap. Ciò significa che l’indicatore può migliorare vuoi perché l’output gap si è chiuso a parità di output potenziale, vuoi perché la stima dell’output potenziale si è ridotta. In altre parole, l’indicatore può migliorare semplicemente perché è peggiorata la stima degli effetti della crisi sulla crescita di medio periodo dell’economia. Ad esempio, se si stima che il tasso di disoccupazione di medio periodo dopo la crisi sarà più elevato di quanto non si stimasse prima, questo è sufficiente a far migliorare l’indicatore. Ciò significa che un suo miglioramento non è necessariamente una buona notizia. Paradossalmente, potrebbe indicare una cattiva notizia, cioè un aumento della stima degli effetti delle crisi sulla disoccupazione nei prossimi anni.
    L’Ocse non rivela quanto del miglioramento registrato nel mese di settembre dipenda da una chiusura dell’output gap perché effettivamente lo stato dell’economia è migliorato, e quanto invece dipenda da un peggioramento delle previsioni sulla disoccupazione di medio periodo. È tuttavia ragionevole pensare che dipenda un po’ da entrambi i fattori, e per l’Italia relativamente di più da un peggioramento della stima del tasso di crescita potenziale.
    Infatti nell’Economic Outlook no. 85, pubblicato nel giugno scorso, l’Ocse misura (Tavola 4.1, p. 224) la differenza fra il tasso di crescita potenziale del prodotto interno lordo per il 2010 stimato a dicembre 2008 (Economic Outlook no. 84) e quello stimato a giugno 2009. La stima della caduta del tasso di crescita potenziale nel 2010 è (in percentuale):

    Italia                    - 1,7
    Spagna                - 1,4
    Germania            - 1,1
    Stati Uniti            - 0,9
    Francia                - 0,7
    Giappone             - 0,6

    La revisione per l’Italia è più ampia che nei maggiori paesi Ocse e il doppio che in Francia. Questa revisione spiega quindi in parte, sebbene non sia possibile calcolare in che misura, il miglioramento dell’indice italiano. Cioè la spiegazione del miglioramento dell’indice è (almeno in parte) una chiusura dell’output gap non perché sia migliorata la stima del livello di produzione, ma perché si è ridotta la stima del livello potenziale. Il miglioramento dell’indicatore è quindi (almeno in parte) una cattiva notizia, non una buonaI dati pubblicati dall'Ocse dipingono un'immagine apparentemente molto positiva dello stato dell'economia italiana a questo punto della crisi. Ma l'indicatore mostra i punti di svolta del ciclo stimati con riferimento all'output gap, cioè alla deviazione del livello dell'attività economica dal livello consistente con il pieno impiego. Dunque, può migliorare semplicemente perché è peggiorata la stima degli effetti della crisi sulla crescita di medio periodo. E per l'Italia la caduta del tasso di crescita potenziale nel 2010 è più ampia rispetto ad altri paesi.

    di Francesco Giavazzi  Lavoce.info

    La sede dell'OCSE

     

    Le banche mondiali continuano a speculare con i finanziamenti delle Banche Centrali.

    Ma com’è possibile che le Borse stiano correndo da oltre sette mesi, le emissioni di obbligazioni statali e private vadano a ruba, i famigerati “derivati” siano tornati ai livelli record del 2008, l’oro abbia il vento in poppa e, intanto, l’economia reale continui a boccheggiare e la gente non fa altro che parlare di aziende che chiudono o licenziano dipendenti? A un anno di distanza dal grande crac, mentre i messaggi sulla fine della caduta si fanno sempre più tiepidi e si avverte una sempre più eclatante divaricazione tra finanza e vita quotidiana, cresce il partito dei pessimisti, di quelli che prevedono una crisi a “W”, con un nuovo, fatale scivolone nel prossimo futuro.

    Le bolle, di solito, esplodono dopo i boom: in Borsa è successo con le azioni dopo la voltata della new economy, così come dopo la galoppata delle cosiddette Tigri asiatiche. E la tempesta che si è abbattuta sul globo a cominciare dalla seconda metà del 2007 s’è scatenata perché i prezzi delle case in America erano impazziti insieme alla concessione dei prestiti facili. Adesso succede che, in numero crescente, banchieri centrali e ministri del Tesoro, opinionisti e autorevoli economisti invocano prudenza e dicono: “Occhio alla prossima bolla”.

    Le banche hanno già ripreso a macinare utili e a distribuire superbonus, sebbene secondo il Fondo monetario internazionale  abbiano ancora in pancia titoli tossici per ben 1.500 miliardi di dollari a livello globale. Grazie ai colossali aiuti pubblici e soprattutto senza che, ancora, le cospicue inondazioni di denaro statale abbiano dato una mano ai bilanci famigliari e delle imprese industriali e commerciali. Nella prima metà del 2009, scrive il “Wall Street Journal”, nelle 23 principali banche d’investimento, hedge fund, finanziarie e società di trading, si è guadagnato di più che nello stesso periodo del 2007, anno di picco dei listini azionari. Non basta: trader e manager di Wall Street porteranno a casa per l’intero 2009 la bellezza di 140 miliardi di dollari, il miglior “incasso” di sempre. Il gigante Goldman Sachs, per esempio, è pronto a sganciare 16,7 miliardi di dollari di premi ai propri manager: oltre il 46 per cento in più rispetto al 2008. Allibite, magari pure un po’ arrabbiate, le persone comuni sono così passate in pochi mesi dalla paura che istituti di credito grandi e piccoli fallissero a raffica, trascinandosi all’inferno risparmi di una vita (ricordate gli impauriti correntisti in fila davanti alle filiali della britannica Northern Rock, che evocarono gli spettri della Grande Depressione?) alla sorprendente scoperta che le banche, magari guidate dalle stesse persone, godono oggi di eccellente salute. Per Mario Draghi, che è il governatore della Banca d’Italia ma pure il presidente del Financial Stability Board, sarebbe assai opportuno che gli istituti di credito, sostenuti da banche centrali, governi e autorità internazionali, s’impegnassero a rafforzare il proprio capitale piuttosto che studiare gratifiche d’oro per i manager e i ghiotti dividendi per gli azionisti.

    Il contrasto tra gli eccessi della finanza e la vita di ogni giorno delle persone normali è stridente. Specie in Europa, il rilancio dell’Economia stenta, l’occupazione cala e il prodotto interno lordo langue mentre le Borse si sono rimesse in carreggiata in grande stile. A lanciare appassionate grida d’allarme non sono le incallite cassandre, i pessimisti di professione. Paul Volcker, ex presidente della Federla Riserve (la Banca centrale degli Stati Uniti), ascoltato consigliere economico del presidente Baraci Obama, ha detto di essere assai preoccupato. “La crisi non è finita e c’è un sacco di gente che fa i soldi con la finanza”. E “Il Sole 24 Ore”, non “il Manifesto”, ha scritto, con tono nient’affatto compiaciuto: “Le banche mondiali assomigliano oggi più a fondi che a istituzioni creditizie: più che finanziare imprese e famiglie, speculano sui mercati”.

    A supporto di una presa di posizione piuttosto drastica, il quotidiano della Confindustria sottolinea come, dall’analisi dei dati delle prime 12 banche ruopee e statunitensi, emerge che nel secondo trimestre del 2009, il 59 per cento dei ricavi sono arrivati da attività di trading, da dividendi e da commissioni.

    Kenneth Feinberg, il cosiddetto zar dei bonus, l’uomo che per conto di Obama deve limare i compensi dei dirigenti delle società finanziate che hanno ricevuto aiuti pubblici nell’inverno scorso, ha elaborato un piano che potrebbe ridurre fino al 90 per cento i premi dei top manager di big come Citigroup, Bank of America e Aig. Una riduzione che vale solo per gli ultimi mesi di quest’anno e che ha sollevato parecchie critiche, lasciando l’amaro in bocca a un’opinione pubblica sempre più irritata dalla lentezza con cui avanzano le attese riforme in campo finanziario. A giorni è atteso anche il progetto di legge che consentirà al governo degli Stati Uniti di intervenire – cacciando i dirigenti, rivedendo i termini dei prestiti, commissariando la società in tempi rapidi – sui grandi gruppi finanziari. Anche in questo caso non sono mancati rilievi per un approccio che sarebbe comunque troppo morbido.

    Dal fallimento della Lehman Brothers e alla nazionalizzazione della Royal Bank of Scotland è passato ormai parecchio tempo e la sensazione condivisa sulle due sponde dell’Atlantico è che si sia fatto troppo poco. Prendiamo il caso dei derivati, quegli strumenti finanziari divenuti tristemente celebri dopo lo scoppio della crisi. Non tutti gli usi dei derivati sono diabolici, ci mancherebbe. In parecchie situazione si tratta di “costruzioni” finanziarie utili alla copertura contro i rischi di sbalzi nei costi delle materie prime. E quindi sono funzionali all’attività di molte aziende. Però la finanza creativa assatanata aveva finito per impacchettare prodotti sempre più complicati e con dentro di tutto, trasparenti come muri di cemento. Era logico prevedere che, essendo stati alla base del crollo globale avviato nel 2007, i derivati sarebbero finiti alla svelta nel mirino dei regolatori. Non è andata così, almeno per ora. Gli sforzi per introdurre nuove regole sul tema, rendendo obbligatori gli scambi sui mercati regolamentati, e costringendo chi li impiega ad aumentare le garanzie patrimoniali a copertura dei rischi, si sono scontrati, perdendo, con le resistente delle lobby interessate a mantenere lo status quo. Aumentando gli accantonamenti necessari per operare sul mercato dei derivati, spiega un articolo di “Business Week”, diminuiranno i quattrini da destinare agli investimenti. Secondo il settimanale, società quotate come la tedesca Siemens dovrebbero destinare a riserve un miliardo di dollari in più all’anno. E potrebbero essere danneggiati pure i piccoli investitori, visto che la società ha meno soldi per il proprio business. Ecco come si tagliano le unghie alle riforme che, all’apparenza, piacciono a tutti. Intanto, la vituperata industria del derviato ha il vento il poppa: forse il 2009 non sarà da primato come l’anno scorso, quando il valore nominale di tutti i derivati aveva sfiorato il milione di miliardi di dollari, però già nella prima metà dell’anno eravamo a quota 445 mila miliardi, secondo l’International swaps and derivates association.

    Per Riccardo Bellofiore, docente di politica monetaria dell’Università di Bergamo, il rischio di una nuova bolla finanziaria esiste per due motivi apparentemente semplici e sotto gli occhi di tutti: “Primo, la salute delle banche americane non è buona come appare, perché grazie alle garanzie pubbliche del piano Geithner sui titoli tossici, questi non sono iscritti al bilancio al  loro effettivo valore di mercato; secondo perché la ripresa delle economie occidentali è stata sovradimensionata e si basa soprattutto sugli aiuti pubblici, cosicché molti soldi prestati a tassi molto bassi alle banche vengono usati per investimenti finanziari di tipo speculativo”.

    A favorire le performance dei listini azionari, dunque, non è stata solo l’aspettativa di una ripresa economica, peraltro ancora difficile da pronosticare, specie in Europa: a pompare i rally che hanno fatto schizzare le quotazioni ha sicuramente contribuito la straordinaria dose di liquidità iniettata nel sistema dai governi e dalle banche centrali. E si può ben immaginare che una buona parte di questi sussidi siano alla base di un’altra euforica categoria, quella dei prestiti obbligazionari, gli ormai famosi corporate bond. A ogni emissione, le richieste fioccano. A emettere sono società solide ma sull’esaltato mercato ci sono già almeno 114 miliardi di obbligazioni ad alto rendimento e a basso rating, e dunque piuttosto rischiose. Ed è preoccupante la coincidenza  del boom di emissioni di corporate bond proprio nell’anno in cui il tasso d’insolvenza cresce al galoppo. Secondo l’agenzia di rating Moody’s, nel primo trimestre del 2010 l’incapacità di restituire il debito potrebbe schizzare al 12 per cento. L’anno scorso era solo allo 0,7 per cento. Numeri da tenere d’occhio, e che intanto ingrossano le fila del partito degli allarmisti.

    di Marzio Maggi e Stefano Vergine “L’Espresso”
     

    Il credito alla imprese: perchè il piatto piange

    La Sede del Fondo Monetario a Washington - IMF ©

    Il credito al settore produttivo   è una risorsa assai scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha vere alternative ai canali tradizionali. Ma il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l'attuale abisso di convenienza fra l'attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito. Più si aspetta a vararle, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.  

    Il credito al settore produttivo è divenuto una risorsa terribilmente scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha altre vere alternative rispetto ai canali tradizionali. Invocare, come fa qualcuno, lo sviluppo di nuove forme di finanziamento (normalmente basate sul mercato di borsa) è una fuga in avanti, perché simili innovazioni strutturali richiedono tempi che non sono compatibili con l’urgenza dei problemi: non è molto diverso dal suggerimento di Maria Antonietta di dare brioches al popolo affamato. Ancora più pericolosa, è la deriva verso forme di controllo amministrativo che ci riporterebbero al concetto di “credito come pubblico servizio” che ha determinato danni incalcolabili in Italia, a cominciare dal dissesto dell’intero sistema bancario meridionale negli anni Novanta.

    LA STRETTA CONTINUA

    Il problema è comunque grave, si presenta in tutti i principali paesi ed è destinato a perdurare almeno fino al 2010. Ce lo dice in modo molto chiaro l’ultimo Global Financial Stability Report del Fondo monetario internazionale.
    Il rapporto mette in evidenza che la contrazione del credito alle imprese a livello mondiale è violenta (assai meno in Italia, come vedremo) ma in paesi come il Regno Unito ha raggiunto addirittura il -7,9 per cento. L’"asfissia finanziaria" di cui aveva parlato Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali di fine maggio, in alcuni paesi non solo è drammatica, ma non si sta affatto allentando. Il rapporto contiene anche un interessante esercizio econometrico, che stima la domanda futura di credito delle imprese e l’offerta relativa, in base alle condizioni attuali delle banche. Il risultato per il 2009 è un financing gap (cioè un eccesso di domanda rispetto all’offerta) di 460 miliardi di dollari per l’area dell’euro (grosso modo uguale a quello stimato per gli Stati Uniti) cui va aggiunto un impressionante 150 miliardi per il Regno Unito. Per il 2010 le stime non sono migliori: 240 miliardi per l’area dell’euro, ancora 150 per il Regno Unito e 90 miliardi per gli Stati Uniti. Rispetto al Pil, si tratta di cifre notevoli: per il biennio 2009-2010, 3 per cento per Eurolandia; 2,4 per gli Stati Uniti e addirittura 15 per cento per il Regno Unito. Naturalmente, si tratta di un dato ex ante, frutto di un puro esercizio econometrico, ma è più che sufficiente per indicare che il credit crunch è un problema ancora presente e che rischia di protrarsi nel tempo ben più del temuto.Secondo il Fondo, la causa fondamentale della carenza di offerta di credito va individuata nelle condizioni patrimoniali delle banche. In sintesi, si osserva che c’è stato un significativo rafforzamento del capitale (prima con aiuti pubblici, poi con operazioni di mercato), ma sui bilanci bancari incombono non una, bensì due spade di Damocle: le perdite non ancora registrate dei titoli “tossici” e le perdite sui crediti che diventeranno inesigibili per effetto della crisi. Le perdite totali sono stimate in circa 2.800 miliardi di dollari, su livelli analoghi alla stima di aprile, mentre quella complessiva si contrae da 4.000 miliardi a 3.400. Questa differenza dimostra che la componente relativa ai crediti normali sta crescendo in modo significativo e che il problema delle banche oggi non è più solo quello di smaltire gli eccessi della finanza speculativa, ma di fronteggiare il deterioramento del portafoglio crediti tradizionali dovuto alla grave caduta dell’attività produttiva e, in alcuni comparti come l’immobiliare commerciale, allo sgonfiamento della bolla del passato.
    Il risultato netto è che a livello mondiale, i pur elevati profitti bancari previsti per i prossimi diciotto mesi risultano significativamente inferiori alle perdite che dovrebbero emergere: il capitale verrà quindi intaccato per 110 miliardi di dollari negli Stati Uniti (più o meno la cifra raccolta da quelle banche dopo il famoso stress test); per altrettanti in Eurolandia; per 30 nel Regno Unito e per 60 nei paesi scandinavi, di cui si parla meno ma che non navigano in buone acque.
    Come afferma testualmente il rapporto, le banche di tutti i paesi hanno sì raggiunto un apprezzabile livello di stabilità (e, va aggiunto, ci mancherebbe altro, con tutti i sussidi a vario titolo che hanno ricevuto), ma “abbiamo di fronte ulteriori pressioni”, “dovrà proseguire il processo di ricostituzione del capitale” e “le banche con dotazione di capitale più forti e strutture di raccolta più stabili saranno in grado di offrire prestiti quando comincerà la ripresa dell’attività produttiva”.
    La situazione in Italia è, si è detto, migliore rispetto ad altri paesi dell’area dell’euro, ma ciò non giustifica un ottimismo incondizionato. La caduta del credito è certo meno grave: a luglio si registrava ancora un +4,1 per cento rispetto a luglio 2008, ma allora il credito cresceva ancora a un tasso annuale del 17,3 per cento. La frenata è dunque molto forte rispetto allo scenario precedente e non c’è da stupirsi che in certi settori e per certe categorie di imprese, il credit crunch possa assumere contorni non migliori di quelli che si registrano in altri paesi europei.

    LA LINEA DA NON SUPERARE

    Il paradosso è che, da un punto di vista strettamente imprenditoriale (l’unico che conta nella logica di mercato con cui vogliamo continuare a ragionare) è razionale che le banche siano più prudenti di prima nel concedere credito o che lo facciano a tassi superiori: si badi che sul mercato internazionale lo spread dei titoli emessi dalle imprese sono doppi rispetto al periodo pre-crisi e qui le “perfide e avide” banche non c’entrano. Ed è razionale, ma assai fastidioso, che tutta la liquidità immessa nel sistema finisca per alimentare le operazioni finanziarie: il portafoglio titoli è cresciuto in Italia del 44 per cento, mentre le grandi banche mondiali hanno ripreso alla grande le operazioni sulla finanza speculativa.
    È dunque comprensibile che ovunque si stiano cercando strumenti, anche eccezionali, per assicurare a famiglie e imprese le risorse necessarie: dagli impegni assunti dalle banche che hanno ricevuto sussidi statali a non far diminuire la consistenza del credito a famiglie e imprese, ai “protocolli di intenti” firmati dalle banche, alle iniziative di vario tipo previste dal governo italiano, come gli osservatori dei prefetti; la moratoria dei crediti; gli impegni collegati ai Tremonti bond.
    C’è tuttavia una linea di principio che non deve essere varcata: quello dell’ingerenza amministrativa nell’allocazione del credito, che è e deve rimanere esclusiva competenza, e responsabilità, della libertà imprenditoriale della banca. È stata una grande conquista della riforma conclusasi nel 1993 con l’emanazione del Testo unico bancario e neppure la crisi finanziaria può offrire motivi sufficienti per tornare indietro.
    Come ha affermato Mario Draghi (nella foto) fin dal marzo scorso in un’audizione parlamentare “è essenziale che l’analisi delle condizioni del credito a livello locale non sconfini in un ruolo di pressione sulle banche che spinga ad allentare il rispetto di criteri di sana e prudente gestione nella selezione della clientela. Ritengo che debbano essere evitate interferenze politico-amministrative nelle valutazioni del merito di credito di singoli casi. Il credito è e deve restare attività imprenditoriale, basata su un prudente apprezzamento professionale della validità dei progetti aziendali”.(1)
    Draghi ha anche indicato la possibilità di usare le garanzie pubbliche come misura di policy utile a risolvere il problema del credit crunch. La proposta appare oltre che interessante sul piano tecnico, anche equa dal punto di vista politico. Come il sistema bancario mondiale è stato salvato dal disastro perché i governi sono prontamente intervenuti con ogni possibile forma di sostegno, compreso garanzie in bianco alle passività delle banche, così oggi è opportuno adottare misure a sostegno dell’attività produttiva.
    È possibile, come suggerito dal governatore e dal presidente di Confindustria pensare a garanzie pubbliche che servano a far partire una securitisation “virtuosa” a favore delle piccole e medie imprese. Le banche dovrebbero ovviamente tenere nei loro portafogli una quota mantenendo così l’incentivo a selezionare prenditori meritevoli e fornendo una garanzia implicita al mercato. 
    Sui titoli senior, cioè quelli con il rating più alto, potrebbe essere prevista una garanzia pubblica (per questa, nella proposta di Draghi la banca dovrebbe corrispondere una remunerazione commisurata alla qualità dei crediti sottostanti). Limitando la garanzia pubblica alla quota meno rischiosa del pool dei prestiti cartolarizzati si evita – ribadisce Draghi – di addossare allo Stato un ruolo inappropriato nella valutazione del merito di credito. Se le banche sono in grado di collocare parte dei propri crediti su un mercato secondario attivo e liquido, possono utilizzare la liquidità ottenuta per riattivare l’offerta di credito.
    Insomma, il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l’abisso di convenienza che adesso esiste fra l’attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito alle imprese e fintanto che le ferite profonde del sistema bancario internazionale non saranno rimarginate. Più si aspetta a varare queste regole, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica.
    Tutti i politici hanno usato nei giorni scorsi parole di fuoco nei confronti dei banchieri, accusandoli di un’autentica degenerazione verso la speculazione. Ma questa degenerazione è un frutto di un quadro normativo che deve essere cambiato. Timothy Geithner ha affermato che le regole le scrivono i politici, non i banchieri. È ora di passare dalle parole ai fatti. Altrimenti i politici fanno la figura di Woody Allen in questo dialogo di “La dea dell’amore”: “Papà, chi comanda fra te e la mamma?” “Chi comanda? E me lo devi chiedere? Io comando. La mamma prende solo le decisioni. C’è una grande differenza: lei dice quello che dobbiamo fare, ma io ho il telecomando quando guardiamo la Tv”. (2)

    di Marco Onado Lavoce.info


    (1) Mario Draghi. Audizione alla VI Commissione della Camera dei Deputati (Indagine conoscitiva sulle tematiche relative al sistema bancario e finanziario), Roma 17 marzo 2009.
    (2) Mia traduzione del dialogo originale di “Mighty Aphrodite”, 1988.

    La Guardia di Finanza irrompe nelle banche accusate di frodi fiscali con i derivati.

     

     

    Chi si è recato alla Popolare di Milano, alla Dresdner Bank e in Banca Aletti per “scudare” un po’ di capitali esteri, ieri ha rischiato l’infarto. Fin dal primo mattino tutte e tre le sedi milanesi di queste banche hanno ricevuto la visita improvvisa di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate. Cercavano le prove cartacee e informatiche del cosiddetto “tax trading”, ovvero quella massa di derivati con i quali le banche italiane hanno abbattuto l’imponibile fiscale tra il 2001 e il 2007. Un giro di transazioni internazionali attraverso le quali, secondo l’ipotesi  degli inquirenti, sarebbero stati sottratti al Fisco oltre tre miliardi di euro con un’attenta attività di pianificazione fiscale. Mentre secondo le banche italiane (almeno una dozzina quelle coinvolte) si tratterebbe di normale attività di “trading”, senz’alcuna finalità né di evasione né di elusione.

    In piazza Meda, sede della Pop Milano, i finanzieri si sono presentati sventolando un ordine di esibizione documenti – il passo appena più galante di una perquisizione – firmato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Ne sono usciti a tarda sera con un bel pacco di contratti, email e corrispondenza interna. Stessa scena è avvenuta negli uffici di Piazza Affari della Dresdner, dove sono stati esaminati i computer e chiese le carte del “tax trade”. In via Santo Spirito, invece, ci sono gli uffici di Banca Aletti, la banca d’affari del Banco Popolare italiano. Qui si sono materializzati gli ispettori dell’Agenzia guidata da Attilio Befera, chiedendo lo stesso tipo di documentazione. Le due inchieste sono infatti concomitanti e vertono sullo stesso ricco mercato che solo la crisi internazionale delle banche d’affari, iniziata nel 2008, ha stroncato. Più che altro per scomparsa utili e per lo smantellamento degli uffici che facevano i lavori più “border line”: non sarebbe stato bello, mentre si incassavano aiuti pubblici, farsi beccare con le furbate fiscali negli uffici.

    Questi derivati sequestrati ieri sono complesse operazioni attraverso le quali banche inglesi, tedesche e italiane, si sono scambiate dei contratti altamente speculativi per importi singoli che potevano variare dai 100 milioni al miliardo di euro. Dal punto di vista fiscale, erano molto vantaggiosi perché giocavano sul divieto di doppia imposizione nell’area Ue, in modo che la banca di diritto italiano poteva dire al proprio Fisco di aver già pagato una ritenuta alla fonte (inferiore anche della metà rispetto alla tassazione italiana) a Londra, a Francoforte o in Lussemburgo. Secondo quanto ipotizza il pm Alfredo Robledo, massimo esperto italiano di inchieste sui derivati (sua anche quella sui derivati che hanno scavato una voragine nei conti del comune di Milano, della regione Liguria e della Calabria), queste complesse operazioni avrebbero il solo fine di pagare meno tasse. E dall’analisi della prima tranche di documentazione già sequestrata in Barclays Capital, Commerzbank Italia (poi sciolta in Dresdner), Intesa-San Paolo e Unicredit, sarebbe abbastanza evidente che i contratti non presentassero alcun profilo di rischio. In sostanza, si tratta di derivati su obbligazioni che staccavano delle cedole prefissate e dal rendimento insensibile perfino ai rischi di cambio. Per questa ragione, la Procura milanese procede per truffa aggravata ai danni dello Stato e dichiarazioni fiscalmente infedeli. L’indagine è delicatissima perché coinvolge tutte le principali banche italiane, a cominciare da Intesa-San Paolo, Unicredit, Antonveneta, Carige, Montepaschi, Popolare di Milano, Banco Popolare e Popolare Vicentina. A metà agosto, quando sono state perquisite, Intesa-San Paolo e Unicredit hanno fatto sapere di aver offerto “piena collaborazione agli inquirenti” e di non aver violato alcuna legge. L’indagine sembrava ferma. Poi, ieri, la nuova e improvvisa accelerazione.

    di Francesco Bonazzi

    Nell'Economia mondiale tutto uguale a prima

    Ue, sostenere le banche potrebbe costare ai governi 814 miliardi di euro
    In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi)

    I governo dell’Unione europea dovranno probabilmente affrontare, nel 2009, una decisa crescita dei propri debiti, che potrebbero raggiungere la cifra record di 814,23 miliardi di euro (1.221 miliardi di dollari). A spingere in rosso i bilanci statali sono stati soprattutto gli sforzi prodotti da numerose amministrazioni del Vecchio Continente per sostenere i sistemi finanziari e, in particolare, quelli bancari. A riferirlo è stata, ieri, l’agenzia statistica dell’Unione europea, Eurostat, che oltre ad aver pubblicato i dati ufficiali relativi al 2008, ha ipotizzato quelli che potrebbero registrarsi nell’anno in corso.

    In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi). Alla fine del 2008, infatti, l’esecutivo di Dublino ha accettato di avviare un piano di garanzia governativa su depositi e prestiti. Mentre l’amministrazione di Londra aveva già accumulato alla fine del 2008 debiti per 66 miliardi di euro.

    I debiti totali contratti lo scorso anno dai governi dell’Euro-zona per sostenere gli istituti di credito, prosegue l’agenzia europea, sono stati pari a 174 miliardi di euro, che salgono a 242 miliardi se si considerano anche i Paesi che non adottano la moneta unica. Contemporaneamente, però, gli esecutivi hanno anche acquisito asset per un valore complessivo di 172 miliardi.

    New Jersey, debiti e finanza creativa. Così Goldman guadagna su obbligazioni inesistenti 

     La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici...

    I contribuenti del New Jersey sborsano quasi 1 milione di dollari al mese in favore di Goldman Sachs per sostenere i costi dei derivati che accompagnano le obbligazioni statali. Una spesa nient’affatto indifferente ma anche particolarmente beffarda. Le obbligazioni sulla quali sono stati costruiti i derivati infatti… non esistono più.

    La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici. Un rapporto, quello tra i governi locali e i prodotti strutturati, risoltosi spesso male per i primi negli Usa come in Italia dove i comuni che hanno sottoscritto derivati sono oltre 700 e il loro debito complessivo ha già sfondato quota 27 miliardi. Questa, in estrema sintesi, la tragicomica storia del New Jersey. Nel 2003 l’allora governatore James E. McGreevey promuove la vendita di 345 milioni di dollari di obbligazioni da parte del New Jersey’s Transportation Trust Fund Authority, l’agenzia che finanzia i progetti di viabilità. Siccome i bond sono a tasso variabile e i rischi di un aumento degli interessi sono evidenti, l’amministrazione decide di cautelarsi sottoscrivendo un derivato di tipo swap per la conversione, de facto, dello schema di pagamento: da variabile a fisso. Nel 2008, in piena crisi finanziaria, il New Jersey attua una sorta di concambio, sostituendo i titoli emessi con nuove obbligazioni a tasso fisso. Ma i derivati originari sono destinati a scadere solo nel 2019 e così i contribuenti del Jersey si trovano di fronte a un obbligo imprevisto: retribuire Goldman Sachs per un derivato costruito ormai sul nulla sostenendo i costi di obbligazioni che, semplicemente, non esistono più…

    Si calcola che dalla scomparsa delle vecchie obbligazioni ad oggi il New Jersey abbia versato 11,4 milioni nelle casse di Goldman. Secondo i termini dell’intesa stipulata con la Goldman Sachs Mitsui Marine Derivative Products L.P., partnership tra la banca d’affari Usa e la giapponese Mitsui Sumitomo Insurance Group Holdings, il New Jersey potrà sganciarsi dal “sistema” soltanto nel 2011. Prima di quella data l’uscita comporterebbe una penale da oltre 37 milioni di dollari.

     

    Fondi speculativi Ue: anche la Bce contro il giro di vite
     
    Secondo l'istituto centrale, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale

    Le proposte di regolamentazione del settore degli hedge funds e dei fondi di private equity nell’Unione Europea continuano a dividere gli Stati membri. Ma dopo mesi di aspre polemiche con la controparte, i sostenitori della linea morbida potrebbero aver trovato un nuovo e fondamentale alleato: la Banca Centrale Europea (Bce).

    L’istituto centrale, riferisce il Financial Times, ha espresso le sue perplessità circa i piani di regolamentazione che mirano a limitare l’azione degli hedge e le pratiche speculative in genere paventando il rischio di una perdita di competitività sui mercati finanziari da parte dell’Unione. La Bce, in altri termini, si sarebbe allineata con la posizione delle “colombe” del continente rappresentate in primis dal Regno Unito e dalla Svezia, presidente di turno dell’Ue. In contrasto con Francia e Germania, Londra e Stoccolma ritengono che un eccessiva stretta regolamentare possa indurre i grandi gestori a emigrare verso mercati più liberi danneggiando così il sistema finanziario europeo, già di per sé in crisi di fiducia e di liquidità. Secondo la Bce, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale. Bruxelles attende di conoscere il testo definitivo della proposta di riforma per sottoporlo al vaglio del parlamento. Il voto non dovrebbe arrivare prima dell’estate 2010.

     

    GB, bonus nel settore finanziario in crescita del 50% nel 2009

    I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno...

    I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno. Si tratterebbe, qualora la previsione fosse confermata, di un incremento di oltre il 50% rispetto al 2008, sebbene ancora lontano dal picco registrato nel 2007.

    Ad ipotizzarlo è - riferisce il Wall Street Journal - un rapporto del Centre for Economics and Business Research inglese, che spiega come la netta differenza con il totale dei bonus riconosciuti due anni fa (che fu pari a 10,2 miliardi di sterline) è spiegata, da un lato, dalle cattive performance registrate da molte aziende nella prima parte dell’anno in corso. In secondo luogo, dal fatto che nel settore finanziario inglese l’emorragia occupazionale è stata tale da incidere sul monte-bonus complessivo. Rispetto al picco del 2007, infatti, il numero di lavoratori che gravitano attorno alla City londinese è sceso di 49 mila unità.

    La ricerca, inoltre, costituisce una revisione di uno studio simile effettuato nello scorso mese di aprile. All’epoca, sulla base dei dati allora in possesso del CEBR, la previsione era ben più cauta: si stimavano bonus totali non superiori ai 4,1 miliardi di sterline. Le performance del secondo e terzo trimestre sono state infatti al di sopra delle aspettative.

     

    Tratto da Valori - Mensile di Economia Sociale e Finanza Etica

     

    A Ostrom e Williamson il Nobel per l’Economia 2009

    Squarci nel buio oltre la siepe del mercato

    Nata nel 1933 a Los Angeles, l’americana Elinor Ostrom dell’Università dell’Indiana è la prima donna ad aver conquistato il premio Nobel per l’Economia [1]. Il riconoscimento le viene assegnato in coabitazione con il connazionale Oliver Williamson, nato a Superior nel 1932 e docente presso l’Università di Berkeley. In apparenza siamo al cospetto di due studiosi molto lontani tra loro. Williamson è un teorico dell’impresa particolarmente innovativo, che tuttavia è rimasto sempre con i piedi ben piantati nel filone tradizionale neoclassico fondato sulla ipotesi di agenti economici egoisti e razionali. Ostrom ha seguito invece un itinerario di ricerca atipico, scandito da pubblicazioni sulla prestigiosa Science e su riviste politologiche più spesso che economiche, e costellato da ricerche empiriche tese a evidenziare quei tipici aspetti “comunitari” del comportamento umano che smaccatamente travalicano gli angusti confini ortodossi dell’homo oeconomicus. Tuttavia, come nota l’Accademia delle scienze di Svezia, entrambi gli studiosi hanno fornito contributi decisivi per «l’analisi delle transazioni economiche che si verificano al di fuori del mercato».

    Il principale apporto di Ostrom, al riguardo, consiste in una inedita interpretazione dei meccanismi che governano lo sfruttamento di beni comuni come i laghi, i pascoli, i boschi, e in generale le risorse naturali condivise. Gli studi passati erano dominati da una concezione che va sotto il nome di “tragedia delle proprietà comuni”: per impedire lo sfruttamento indiscriminato e il depauperamento di queste risorse occorrerebbe necessariamente privatizzarle, oppure al limite bisognerebbe sottoporle al controllo del governo. Ostrom contesta questo tipo di conclusioni, ritenendole viziate da una rozza teoria individualista dell’azione umana. In effetti i dati empirici che raccoglie nel corso delle sue ricerche sembrano in varie circostanze darle ragione: soprattutto nelle aree rurali, situate ai margini dello sviluppo capitalistico, può accadere che una gestione comune delle risorse - basata su regole condivise dagli abitanti del luogo e sedimentate nel tempo - risulti più efficiente delle gestioni fondate sulla rigida assegnazione di specifici diritti di proprietà e di controllo a favore dei privati oppure dello Stato. E’ il caso questo dei terreni della Mongolia coltivati in comune, decisamente più produttivi di quelli confinanti della Cina e della Russia, sottoposti a inefficienti sistemi di gestione prima statale e successivamente privata. Ed è anche il caso dei sistemi di irrigazione del Nepal, la cui efficienza sembra esser crollata dopo l’abbandono della gestione in comune da parte degli abitanti, verificatasi a seguito di massicci interventi di ammodernamento da parte del governo in joint venture con alcuni finanziatori esteri. Gli esempi di questo tenore riportati da Ostrom e dai suoi collaboratori sono numerosi. Essi tuttavia non stanno ad indicare che la proprietà comune delle risorse sia sempre preferibile alle gestioni private o statali. Esaminando questi casi la politologa americana ha voluto piuttosto mostrare che in genere la proprietà comune rappresenta l’esito di un plurisecolare processo di evoluzione e di consolidamento di un insieme di regole condivise da una popolazione. Ed è proprio questa lentissima sedimentazione delle norme e delle procedure che sembra garantirne la corretta applicazione e quindi il successo. Alcuni economisti hanno in questo senso provato a interpretare teoricamente i risultati empirici di Ostrom nei termini di quello che viene in gergo definito un “gioco ripetuto”, che da conflittuale diviene col tempo cooperativo. In base a questa visione gli individui sarebbero naturalmente egoisti, ma dopo aver compreso che le loro azioni opportunistiche conducono a risultati fallimentari per tutti, si vedono a lungo andare costretti a cooperare con gli altri. Ostrom però ha fortemente criticato questa chiave di lettura, considerandola un tentativo del mainstream di rinchiudere le sue analisi nei vecchi canoni dell’individualismo neoclassico. Non è un caso che le sue più recenti verifiche di laboratorio siano state centrate sull’obiettivo di mostrare che molte persone sembrano disposte ad accollarsi individualmente elevati costi di monitoraggio pur di garantire che le regole comuni siano applicate e che i trasgressori siano puniti. Un esito, questo, di fronte al quale i costruttori dei tipici modelli neoclassici di comportamento egoistico e massimizzante esprimono un comprensibile imbarazzo.

    Le ricerche di Williamson si concentrano invece sui motivi per i quali le imprese nascono e si espandono. L’idea di partenza è che in un ipotetico sistema di pura concorrenza, del tutto privo di imperfezioni e asimmetrie, non vi sarebbe alcun bisogno di costituire un’impresa: la produzione potrebbe avvenire attraverso contratti di volta in volta stipulati tra i vari agenti economici, siano essi capitalisti, manager o lavoratori. Come ha ironicamente affermato Paul Samuelson, in un simile idealtipico scenario «non avrebbe proprio nessuna importanza chi assume chi: al limite potremmo anche immaginare che il lavoro assuma il capitale» [2]. Se tuttavia si ammettono costi di transazione, incompletezza dei contratti e incertezza sul futuro, i meri scambi di mercato possono rivelarsi inadeguati alla risoluzione delle controversie tra gli agenti. Ecco allora che sorge la necessità di costituire un’impresa, vale a dire una organizzazione basata non più sul libero scambio ma sulla gerarchia. Naturalmente, precisa Williamson, anche i rapporti gerarchici possono dar luogo a inefficienze, determinate da una gestione arbitraria delle risorse da parte di chi comanda. Tuttavia, ogni volta che i costi degli scambi risultino superiori ai costi derivanti dal controllo gerarchico, il rapporto di potere interno all’impresa tenderà a sostituirsi al rapporto di mercato tra soggetti formalmente indipendenti. Una spinosa implicazione di politica economica di questa visione è che

    anche le fusioni e le acquisizioni tra imprese dovrebbero esser considerate una conseguenza naturale dell’obiettivo di minimizzare i costi di transazione. La grande impresa cioè decide di fagocitare le altre anziché trattare con loro semplicemente perché mira a superare le incertezze e le inefficienze tipiche degli scambi di mercato. Sulla base di questa teoria, Williamson è dunque giunto alla conclusione che le imprese di grandi dimensioni esistono perché sono efficienti, e possono quindi garantire un maggior benessere per tutti, capitalisti, lavoratori e consumatori. Egli in effetti ammette che l’enorme centralizzazione di capitale che le caratterizza può consentir loro di

    esercitare pressioni lobbistiche per controllare i mercati ed eliminare qualsiasi concorrenza. A suo parere tuttavia tali “distorsioni” andrebbero semplicemente regolate, mentre bisognerebbe assolutamente evitare un ritorno alle vecchie politiche anti-trust che imponevano limiti secchi alla crescita dimensionale delle corporations [3]

    Sebbene non vi sia unanime consenso sulla loro piena validità empirica [4], gli studi di Williamson hanno indubbiamente contribuito a una più accurata comprensione dei processi di espansione delle imprese, e più in generale della centralizzazione dei capitali. Così come le ricerche di Ostrom hanno senz’altro fornito importanti elementi di conoscenza per una gestione sostenibile dei beni comuni, e in particolare delle risorse ambientali. Se tuttavia si guardano tali apporti nell’ottica di un aggiornato materialismo storico, non si può fare a meno di rilevare in essi alcune fragilità di fondo. Riguardo ad Ostrom, c’è da dire che fin dall’epoca degli studi di Marx sui terribili effetti delle enclosures, il problema per i materialisti storici non è mai stato quello di esaminare i danni prodotti dalla distruzione delle proprietà comuni, ma è stato invece di comprendere quali immani forze riuscissero inesorabilmente a disintegrare le forme primitive di organizzazione comunitaria delle risorse, del tutto indipendentemente dalle devastazioni economiche e sociali che quelle stesse forze provocavano. In effetti negli ultimi tempi Ostrom sembra aver preso coscienza del rischio di una interpretazione per così dire “conservatrice” e “nostalgica” delle sue analisi, e si è quindi impegnata ad effettuare ricerche sulla gestione dei beni comuni non più soltanto nei vecchi contesti rurali e pre-capitalistici, ma anche in settori estremamente avanzati, come ad esempio quello della produzione di conoscenza. In questo nuovo ambito tuttavia le sue conclusioni sono per forza di cose divenute più articolate e controverse. E’ chiaro infatti che il campo della conoscenza scientifica e tecnologica è attraversato più di ogni altro da continue innovazioni che sconvolgono il quadro delle relazioni economiche e sociali, e che rendono quindi molto improbabile il verificarsi di quei lunghi processi di sedimentazione delle regole che sono indispensabili per la costituzione “dal basso” di

    forme di gestione “comune” delle risorse. Ecco perché, contro tutte le apparenze, il nucleo dell’analisi di Ostrom sferra implicitamente un duro colpo a quei teorici delle moltitudini che proprio nell’ambito della produzione di conoscenza vorrebbero addirittura poter individuare i semi dello sviluppo spontaneo di nuove forme di comunismo. Riguardo poi alle analisi di Williamson sulle modalità di costituzione e di sviluppo dell’impresa, suscita molte perplessità l’idea che queste siano governate da un criterio di scelta ottimizzante tra scambio di mercato e gerarchia interna alla struttura aziendale. In realtà sia lo scambio che l’impresa ineriscono al medesimo rapporto di dominio: quello del capitale sul lavoro, che potrà poi esprimersi nell’una o nell’altra forma a seconda delle diverse contingenze e convenienze (non è un caso che le centralizzazioni del capitale avvengano spesso in concomitanza con poderosi processi di esternalizzazione di alcune parti dell’attività produttiva) [5]. Tali critiche naturalmente non possono gettare nell’ombra le importanti novità contenute nelle ricerche dei Nobel 2009 per l’Economia. Ad Ostrom e Williamson va senza dubbio riconosciuto il merito di aver aperto squarci nel buio oltre la siepe del mercato, che i vecchi teorici dell’equilibrio generale neoclassico non osavano invece mai scavalcare. Bisogna però al tempo stesso riconoscere che anche quest’anno rimaniamo alquanto lontani dai tempi in cui l’aria di Stoccolma veniva infiammata dal vento della critica della teoria economica. È questo un dato incoraggiante per una disciplina dalla quale molti si attendevano nientemeno che una via d’uscita dalla Grande Crisi? Osiamo francamente dubitare.

    di Emiliano Brancaccio

    (Napoli, 1971) è ricercatore in Economia politica e docente di Macroeconomia e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Nel 1998 ha conseguito la laurea in Scienze politiche e nel 2003 il dottorato in Economia e politica dello sviluppo, presso l’Università Federico II di Napoli. Nel 1999 ha conseguito il Master in Economics presso il CORIPE Piemonte di Torino. Nel medesimo anno è risultato vincitore della borsa di studio BNL ‘Guido Carli’ e tra il 1999 e il 2000 ha trascorso un periodo di formazione presso la SOAS, University of London. Nel 2004 è risultato vincitore del premio AISPE ‘Bresciani Turroni’. In ambito accademico è autore di vari saggi dedicati a una proposta di sintesi tra due dei principali filoni di critica della teoria e della politica economica: l’approccio del ”surplus” e l’approccio del “circuito monetario” . I suoi interessi di ricerca vertono anche su sistemi bancari, mercati finanziari e speculazione, politica economica italiana ed europea, epistemologia. Nel 2002 è stato relatore della proposta di legge di iniziativa popolare dell’associazione ATTAC per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie sul modello della Tobin tax. Nel 2003 è stato responsabile economico del Comitato promotore del Referendum per l’estensione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Nel 2006 è stato tra i promotori dell’appello di 100 economisti contro l’abbattimento del debito pubblico e per un indirizzo alternativo di politica economica. Nel medesimo anno è stato nominato consigliere di amministrazione di Banca Toscana, gruppo MPS. Nel 2007 ha fatto parte del Comitato Industria 2015, istituito presso il Ministero dello Sviluppo economico. E’ stato editorialista di Liberazione e ha commentato i premi Nobel per l’economia sul manifesto. E’ membro della consulta economica della FIOM-CGIL. In qualità di commentatore dei principali avvenimenti economici è stato ospite di varie trasmissioni televisive, tra le quali Omnibus e Otto e mezzo su La7 e TG24 Economia su Sky. www.emilianobrancaccio.it  

    * Questo articolo è stato pubblicato anche su www.economiaepolitica.it e in versione ridotta sul manifesto del 13 ottobre 2009 (con il titolo “Il vento della critica non soffia a Stoccolma”).

    [1] Dal 1901 al 2009, escludendo i riconoscimenti conferiti a organizzazioni, i premi Nobel sono stati assegnati a 802 persone, tra le quali soltanto 41 donne (il 5,1%). Il Nobel per la Pace è stato assegnato a 12 donne su 97 premiati (il 12,3%). Il Nobel per la Letteratura è stato conferito a 12 donne su 106 premiati (l’11,3%). Il Nobel per la Medicina è stato assegnato a 195 persone, tra cui 10 donne ( il 5,1%). Il Nobel per la Chimica è stato attribuito a 4 donne su 156 (il 2,5%). Il Nobel per la Fisica è stato assegnato a 2 donne su 186 premiati (appena l’1%). Con la vittoria di Ostrom, il Nobel per l’Economia – assegnato solo a partire dal 1969 - passa da zero donne a una donna su 64 premiati, corrispondente all’1,5%.

    [2] Paul Samuelson (1957), “Wage and interest: a modern dissection of Marxian economic models”,

    American Economic Review, 47.

    [3] Questa almeno è l’interpretazione degli indirizzi di politica per la concorrenza di Williamson che ci viene offerta dai membri dell’Accademia delle scienze di Svezia (“Economic governance”, compiled by the Economic Sciences Prize Committe of the Royal Swedish Academy of Sciences; scaricabile dal sito www.nobel.se), e che in effetti scaturisce dalla grande maggioranza dei contributi dell’economista di Berkeley. Tuttavia, in un commento a caldo sull’assegnazione dei Nobel 2009, Robert Solow ha suggerito una pressoché opposta chiave di lettura della vittoria di Williamson. Solow – a sua volta premiato nel 1987 - ha infatti dichiarato che “potremmo e dovremmo interpretare il lavoro di Ollie Williamson come un criterio per esaminare in che modo le grandi banche di investimento operano e come esse ci abbiano portato a quel che in retrospettiva sembra un comportamento molto stupido e rischioso” (intervista rilasciata a Janina Pfalzer e Rich Miller di www.bloomberg.com). Resta da vedere se Williamson sia o meno d’accordo con questa peculiare interpretazione della sua opera.

    [4] Il documento dell’Accademia delle scienze di Svezia (cit.) fornisce numerosi riferimenti alle ricerche

    La richiesta di incentivi usati come una spada di Damocle

    L'AD di Fiat e Chrysler Sergio Marchionne

    FIAT batte cassa. Un film già visto.

    La politica europea sugli aiuti di Stato è ricca di ipocrisie: ancora oggi sono quasi trenta i canali attraverso i quali i governi possono finanziare le imprese nazionali. Tra l'altro, le rottamazioni per l'auto sono considerate aiuti ai consumatori e quindi non conteggiate. Quanto alla Fiat, ha già ricevuto oltre 300 milioni di aiuti di Stato ufficiali proprio per gli stabilimenti del Sud che ora minaccia di chiudere. Dovrebbe perciò cercare sul mercato le risorse per superare le difficoltà dovute alla crisi. Ed elaborare un piano industriale di rilancio delle produzioni italiane.

    Ci risiamo con gli interventi a favore dell’auto. E ci si chiede per quanto ancora dovremo usare fondi pubblici per questo settore, e perché.

    Le solite ipocrisie europee: dalla proclamata castità...

    La politica europea sugli aiuti di Stato è piena di ipocrisie. Da anni l’Europa ha enunciato l’obiettivo di evitare aiuti “verticali”, mirati a specifici settori, per favorire eventualmente aiuti “orizzontali”, rivolti a obiettivi generali, come lo sviluppo regionale, l’ambiente, la ricerca e così via. L’idea è che gli aiuti specifici spostano risorse da settori “sani” a quelli malati, distorcendo quindi il modo in cui dovrebbero essere distribuite nell’economia: date le risorse del paese, se favorisco un settore, questo finisce per danneggiare gli altri. D’altra parte, gli aiuti “orizzontali” sarebbero invece meno distorsivi: magari può essere discutibile che lo Stato spenda denaro per quei fini, ma comunque c’è maggiore trasparenza. E soprattutto lo Stato non creerebbe “vincitori e vinti”.
    Infatti, il commissario Kroes afferma il principio secondo il quale si possono aiutare solo le banche, sia per il carattere di sostegno all’intera economia, sia per la fondamentale differenza tra le banche e gli altri settori. In breve, l’idea è che, mentre una crisi bancaria rischia di avere effetti a catena, indebolendo gli altri istituti  di credito, la crisi di un mobilificio semplicemente lascia più spazio per gli altri produttori di mobili. E NeelieKroes aggiunge che invece agli altri settori non si dovranno fare concessioni speciali.

    … a una vita privata discutibile

    Purtroppo, la pratica è tutt’altra cosa. Dalla fine del 2008 il regime normale degli aiuti di Stato è stato sospeso. Esistono oggi quasi trenta canali attraverso i quali i governi possono finanziare le imprese senza che la Commissione venga neppure informata di chi riceve quanto e perché. E questo consente a diversi paesi di aiutare i propri campioni nazionali alla faccia della retorica ufficiale. Soprattutto nel settore auto.
    Vale per aiuti “di modesta entità”, ma anche per alcuni interventi enormi. Vi erano dei programmi, ad esempio, francesi che inizialmente erano stati rivolti al settore auto e che per non incorrere nelle ire degli altri paesi sono stati trasformati formalmente in programmi generali, rivolti a tutti i settori. Ma tutti sanno che lo Stato francese gestisce ora quei fondi per aiutare esattamente quelle imprese che voleva aiutare inizialmente. E la partita degli aiuti di Stato tedeschi alla Opel è ancora aperta, anche qui con potenziali conflitti tra la Germania che difende i suoi impianti e altri paesi che ospitano stabilimenti Opel che invece rischiano di chiudere. Assisteremo a una escalation di aiuti?
    Senza poi contare altri canali che non rientrano formalmente negli aiuti di Stato, quali i finanziamenti straordinari della Bei, la Banca europea per gli investimenti, al settore automobilistico, che sono stati programmati e anche attuati su mandato politico. E poi si noti che i famosi incentivi (alla rottamazione, alle auto “ecologiche”, eccetera), sono aiuti di Stato secondo il buon senso e secondo l’opinione pubblica, ma formalmente sono aiuti ai consumatori e quindi neppure conteggiati. Quanto meno, sotto il profilo della concorrenza questi aiuti non sono “troppo” selettivi, nel senso che prescindono abbastanza, anche se non perfettamente, dalla marca delle auto che si acquistano.

    E la FIAT?

    In tutto questo panorama, la Fiat era finora emersa come una delle poche case automobilistiche occidentali capace di approfittare della crisi per fare addirittura operazioni di acquisizioni. Perché ora si chiedono nuovi aiuti ?
    Rinviando all'articolo di Fabiano Schivardi (qui sotto)
    per una fotografia dell’intero settore, si noti che, nonostante le acquisizioni, di problemi in casa Fiat ne esistevano prima e pare ne siano rimasti. Alcuni impianti, soprattutto nel Mezzogiorno, producono modelli che si fatica a vendere, ma la chiusura di questi stabilimenti avrebbe un impatto occupazionale su certe aree che probabilmente i nostri politici ritengono inaccettabile. La richiesta di incentivi al governo italiano è proprio legata al fatto che quei modelli si vendono soprattutto in Italia; la crescita di Fiat all’estero aiuta la società, ma non cambia il fatto che quegli impianti sono in difficoltà.
    Questo giustifica nuovi incentivi? Lo dubito. Èvero che gli incentivi sono più facilmente vendibili all’opinione pubblica di un semplice sussidio, ma i costi sono comunque elevati e i benefici solo in parte ricadono sulla Fiat: anche se sono progettati in modo “astuto”, altre marche ne beneficiano. Difficile sapere quanto costano queste operazioni, il cui peso dipende comunque da come vengono effettivamente disegnate. Èperò utile ricordare, giusto per dare un punto di riferimento, come recenti stime riferite al piano di incentivi del 2007 misurino i costi a carico dello Stato in un importo superiore a 300 milioni di euro. (1)
    Fiat deve decidere se crede in quegli impianti, oppure no, ma ritengo che l’unica risposta sensata sia il “sì”. Si pensi che negli ultimi anni Fiat ha già ricevuto come ufficiali “aiuti di Stato” proprio per quegli stessi impianti oltre 300 milioni di euro. Oltre ai piani di incentivo alla rottamazione, che non erano solo per la Fiat, ma di cui Fiat ha ampiamente beneficiato. Ma allora sarebbe molto più corretto che la casa torinese, accanto a un piano industriale di rilancio di quelle produzioni, cercasse sul mercato le risorse per far passare questo momento.
    Se si trovano i soldi per rilanciarsi sui mercati internazionali, è discutibile che, dopo avere ricevuto centinaia di milioni di aiuti pubblici, se ne chiedano altri per non chiudere gli impianti. Per favore, fateci vedere che Fiat è veramente cambiata e che il periodo del “profitto privato, perdite pubbliche” è finito.

    di  Carlo Scarpa

    (1) Si rinvia al lavoro di S. Ercolano e G. L. Gaeta “Gli incentivi alla rottamazione degli autoveicoli: una valutazione economica” pubblicato sulla rivista Economia dei servizi, 2009. Il calcolo comprende sia l’esborso diretto dello Stato, sia le variazioni (stimate) sui gettiti di Iva e tassa di circolazione.

    Auto rottamata, auto salvata. Ma dopo?

    Il problema fondamentale del settore automobilistico è la capacità produttiva in eccesso. L'effetto degli incentivi è semplicemente di rinviare la resa dei conti fra i produttori europei. Almeno, negli Stati Uniti gli aiuti sono stati condizionati a un piano draconiano di ristrutturazione del settore che apparisse sostenibile nel medio periodo. In Europa invece le rottamazioni sono state decise dai singoli governi, senza forme di coordinamento esplicito. Il rischio è che i costi sociali saranno molto più alti e concentrati geograficamente quando il gioco al rinvio non sarà più possibile.

    Ci risiamo. La Fiat batte cassa. L’amministratore delegato Sergio Marchionne ha dichiarato “Sono scelte del governo, faccia quello che deve fare: se non si continua con gli incentivi, la domanda scenderà, perdiamo volumi, non vendiamo vetture, chiudiamo gli stabilimenti”. La logica del discorso è ferrea. Ma come, meno di sei mesi fa scrissi che era difficile nascondere la sorpresa e l’orgoglio per l’exploit americano di Fiat, ora è altrettanto difficile nascondere un senso di delusione. La ricreazione è finita. Come ai vecchi tempi, si torna a chiedere soldi paventando licenziamenti.

    Incentivi d'America

    Il problema fondamentale del settore automobilistico è la capacità produttiva in eccesso. L’effetto degli incentivi è semplicemente di rinviare la resa dei conti fra i produttori automobilistici europei. È come se un malato che necessita di un’operazione chirurgia venisse curato con antidolorifici. Quanto più lunga la somministrazione di incentivi, tanto più doloroso rischia di essere l’intervento quando non sarà più rinviabile. Con la disoccupazione in crescita ovunque, un mercato automobilistico americano sovvenzionato e una situazione già fortemente condizionata dall’intervento pubblico in Europa, soluzioni puramente di mercato non sembrano alla portata. La concessione di incentivi non stupisce. Quello che lascia sconcertati nella gestione degli aiuti in Europa è la mancanza di un progetto organico per gestire lo smaltimento dell’eccesso di capacità produttiva. Gli americani non hanno esitato a intervenire pesantemente a sostegno della loro industria automobilistica, con buona pace per il libero mercato. Accanto alla bombola di ossigeno del “Cash for Clunker”, con 3 miliardi di dollari di incentivi alla rottamazione, e ad altre forme di aiuti diretti, l’amministrazione Obama ha però richiesto un piano draconiano di ristrutturazione del settore che apparisse sostenibile nel medio periodo. Il piano si basa su una ripartizione dei costi della ristrutturazione fra gli azionisti, gli obbligazionisti e i lavoratori. Anche se la situazione è difficile e non è ovvio che il piano abbia successo, la logica è chiara: soldi pubblici solo se accompagnati da progetti di ristrutturazione che dovrebbero riportare il settore a camminare sulle proprie gambe nel giro di pochi anni; inoltre, ogni attore coinvolto si accolla una parte dei costi.

    E incentivi d'Europa

    E in Europa? Niente di tutto ciò. I programmi di incentivo alla rottamazione sono stati assunti dai singoli governi, senza forme di coordinamento esplicito e senza accompagnarli a piani di ristrutturazione. Anzi, anche quando il mercato sembrava prospettare soluzioni in quella direzione, le scelte sono andate da tutt’altra parte. La cessione di Opel in Germania rappresentava un’opportunità di creazione di un polo europeo, che avrebbe reso più naturale il coordinamento delle azioni a sostegno della ristrutturazione del settore: la proposta di Fiat puntava a questo. Purtroppo, il processo di cessione ha ricordato da vicino quello di Alitalia: gestita da politici in piena campagna elettorale, con sindacati che privilegiano assicurazioni sui livello occupazionali nell’immediato rispetto a piani industriali più credibili nel medio periodo, e imprenditori che trattano con il governo su più piani. E come nel caso Alitalia, il risultato è un progetto già in crisi prima di nascere: con promesse occupazionali subito messe in discussione e accuse ai tedeschi da parte della Commissione Europea e degli altri governi di voler scaricare sugli stabilimenti fuori dalla Germania gran parte dei tagli occupazionali del gruppo.
    Se non si cambia rotta, questa sarà la cornice nella quale si determinerà il processo di ristrutturazione del settore nei prossimi anni. Difficile pensare a uno scenario peggiore. L’inevitabile riduzione della capacità produttiva costituirà motivo di scontro fra i governi europei, secondo la logica del cerino acceso: quali imprese soccomberanno? Dove sono localizzati i loro impianti? Poiché la posta in gioco sono decine di migliaia di posti di lavoro, si assisterà a un rincorrersi di aiuti pubblici, rimandando la ristrutturazione e spendendo migliaia di miliardi per costruire e vendere automobili in eccesso rispetto a quelle che i cittadini europei vorrebbero acquistare senza gli incentivi. I rischi sono più grossi per i paesi con situazioni di bilancio pubblico più problematiche, in quanto per loro sarà più difficile continuare a sostenere il settore. E, quanto a difficoltà di bilancio, l’Italia parte in pole position. Alla fine, la selezione potrebbe avvenire non sulla base di criteri di efficienza, di capacità di innovare e produrre buone automobili a basso costo, ma sulla capacità dei governi dei singoli paesi di mantenere artificialmente alta la domanda.

    Guardare al medio periodo

    Un’alternativa è possibile, anche se difficile da percorrere. Richiede una visione di medio periodo del settore in Europa, che parta dalla constatazione che un certo numero di posti di lavoro andranno persi. La ristrutturazione deve anche passare per una fase di consolidamento: oltre che troppa capacità produttiva, in Europa ci sono anche troppi produttori. Imprese più grandi ed efficienti potrebbero meglio competere sui mercati internazionali, limitando i danni in termini occupazionali. Inoltre, un settore consolidato sarebbe meglio in grado di distribuire tagli occupazionali secondo criteri di efficienza ma anche tenendo conto di un’equa distribuzione dei sacrifici fra paesi produttori. L’intervento pubblico si dovrebbe concentrare su ammortizzatori sociali che rendano meno dolorosi i tagli, possibilmente coordinando a livello europeo,o almeno a livello di paesi produttori, forme di compensazione per i paesi più colpiti dalla ristrutturazione. In quest’ottica, un prolungamento degli incentivi, con l’obbiettivo di accompagnare la ristrutturazione e posticipare almeno in parte a una fase ciclica più favorevole i tagli occupazionali, sarebbe meno indigesto. Purtroppo, tutti (politici, azionisti, sindacati) sembrano privilegiare una visione di breve periodo: rinnoviamo gli aiuti un altro anno, poi si vedrà. Procedere con incentivi non coordinati e senza un piano di risistemazione del settore non farà altro che caricare ulteriormente una molla già molto tesa. Il rischio è che i costi sociali, quando la molla salterà, saranno molto più alti e concentrati geograficamente nelle aree in cui operano i produttori che soccomberanno in questo gioco al rinvio.

    di Fabiano Schivardi 

    Lavoce.info

    Ripresa cinese, affermata da tutti ma non confermata nei fatti

    Le autorità cinesi celebrano la rapida ripresa dell’economia, trainata dai finanziamenti statali e dall’aumento delle esportazioni. Ma fonti locali indicano che la disoccupazione permane elevata e che i prezzi salgono di nuovo. Il parere di esperti.

    Dall’estate Pechino afferma che sono riprese le esportazioni e la crescita economica, soprattutto grazie al finanziamento per 4mila miliardi di yuan (oltre 400 miliardi di euro) erogato dal governo. Ieri la Banca asiatica per lo sviluppo (Adb) ha previsto per la Cina una crescita dell’8,2% per il 2009 e ancora maggiore per il 2010.

    Le autorità locali parlano addirittura di penuria di mano d’opera. A Shenzhen dicono che rimangono non coperti oltre 120mila posti di lavoro. La statale China Central Television ha parlato ieri di scarsità di forza-lavoro nel Guangdong e nel Zhejiang (250mila posti scoperti nel solo Zhejiang).

    Ma fonti locali e industriali hanno prospettato al South China Morning Post una situazione ben differente. Chai Kwongwah, presidente della Hong Kong Small and Medium Enterprises General Association, ricorda che tra il 2008 e i primi mesi del 2009 hanno chiuso migliaia di fabbriche e ogni ditta ha licenziato centinaia o migliaia di lavoratori. E’ vero che ora in alcuni settori vi sono nuove assunzioni e più ordini dall’estero, “ma sono solo stagionali e per il Natale”. Chai spiega che è elevato il rischio che le esportazioni scendano poi di nuovo.

    Il dottor Liu Zhenjie dell’Accademia  delle Scienze sociali dell’Henan osserva che la minor domanda di lavoro nelle regioni costiere dipende dal forte aumento del costo della vita nella zona, così che molti operai licenziati hanno preferito tornare a casa o cercare lavoro nelle regioni centrali e occidentali, dove c’è stata forte richiesta di mano d’opera proprio per le opere finanziate dal governo.

    Gli fa eco Robert Wihtol, direttore per la Cina della stessa Adb, il quale indica che “c’è un limite all’investimento pubblico e all’espansione monetaria” e che milioni di migranti disoccupati possono cadere in povertà per la mancanza di sussidi pubblici.

    Fonti locali confermano ad AsiaNews che nel Paese sono in forte aumento i prezzi al consumo, nonostante i dati ufficiali sull’inflazione che prevedono, all’opposto, un lieve declino dello 0,5% dei prezzi nel 2009.

    La previsione di una diminuzione dei prezzi “solo” dello 0,5% è in apparente contrasto con i dati ufficiali, che affermano che i prezzi al consumo sono in discesa da mesi. Tutti gli esperti però concordano che in Cina nei prossimi mesi aumenterà l’inflazione  in modo indipendente dalla crescita economica . Essa sarebbe conseguenza dell’attuale politica finanziaria e delle robuste immissioni di capitale nel mercato tramite la concessione indiscriminata di prestiti bancari, peraltro in gran parte usati per operazioni di pura speculazione.

    Yolanda Fernandez Lommen, esperta finanziaria a Pechino, osserva che in tutti i maggiori Paesi “i tassi di interesse [bancario] sono vicini allo zero, mentre in Cina sono sopra il 5%”.

    Zhou Xiaochuan, governatore della centrale Banca di Cina, ha spiegato che i Paesi in via di sviluppo possono sopportare un tasso di inflazione superiore al 2%, senza però spiegare quale sia il limite accettabile e senza indicare previsioni.

    Forte dei dati ufficiali, la Cina si appresta all’incontro dei G20 a Pittsburgh, iniziato oggi, come Paese che può trainare l’economia mondiale al di fuori della crisi e del rischio di recessione, che tuttora attanaglia Stati Uniti ed Europa. Zhou osserva oggi che il suo Paese, grazie alla forte ripresa, avrà maggior peso nel sistema finanziario internazionale, anche quale “voce di tutti i Paesi emergenti”. Questo si traduce nella richiesta di maggior potere negli organismi finanziari mondiali, come il Fondo monetario internazionale, per il quale gli Usa hanno proposto di dare un potere di voto del 5% ai Paesi emergenti, mentre la Cina e gli altri chiedono non meno del 7%.

    www.laogai.it

    VII Forum "L'impresa di un'economia diversa"

     
     
     
     
     
     
     
     
     
    Uscire dalla crisi con un nuovo modello di sviluppo

    Cernobbio, 5 settembre 2009

    Quest'anno il Forum di Sbilanciamoci! – L'impresa di un'economia diversa – arriva a Cernobbio in una edizione speciale di una sola giornata, il 5 settembre, dedicata tutta alla crisi economica e finanziaria globale e ai suoi riflessi in Italia.

    La crisi economica e finanziaria ha già prodotto pesanti conseguenze sociali, ma nuovi effetti gravissimi arriveranno nei prossimi mesi e nel 2010, con la perdita di altri centinaia di migliaia di posti di lavoro, l'aumento della povertà, la chiusura di fabbriche e la riduzione del volume delle attività produttive. Si tratta della crisi più grave dal dopoguerra, alla quale la comunità internazionale ha dato sin qui una risposta insufficiente.

    Il governo italiano si è contraddistinto per una ancora maggiore assenza di strategia e di interventi significativi e incisivi. La gran parte delle misure messe in campo sino ad ora sono simboliche, modeste e senza effetti sul corso di una crisi che, anche in Italia, nei prossimi mesi si preannuncia pesantissima.

    Ecco perché, mentre i nostri ministri andranno al workshop dello Studio Ambrosetti ad illustrare e a rivendicare i "meriti" dell'azione di governo, Sbilanciamoci!, a poche centinaia di metri dal forum ufficiale, organizza un contro-forum di una giornata in cui spiegherà con documenti e analisi circostanziate il bluff delle misure del governo contro la crisi, molte ancora da attuare e altre con impatto modesto o addirittura inesistente, altre ancora completamente negative.

    Nello stesso tempo metteremo in campo le nostre 10 proposte per uscire dalla crisi, per orientare l'economia verso un nuovo modello di sviluppo che sia sostenibile, equo e di qualità: presenteremo le nostre alternative per un modello fondato sulla riconversione ecologica dell'economia, la qualità sociale e collettiva dei consumi, il ruolo positivo dell'intervento pubblico, i diritti e la dignità del lavoro.

    Al Forum parteciperanno rappresentanti ed esponenti della società civile, delle associazioni, del sindacato, ricercatori ed esperti, ospiti internazionali.

    Tra le prime conferme: Mario Agostinelli (Un'Altra Lombardia), Andrea Baranes (Fondazione Banca Etica), Paolo Beni (Presidente ARCI), Monica Di Sisto (Fair), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Alfonso Gianni (Economista), Sergio Giovagnoli (Responsabile Politiche Sociali ARCI), Maurizio Gubbiotti (Segreteria nazionale di Legambiente), Stefano Lenzi (Responsabile Relazioni istituzionali del WWF), Mattia Lolli (Comitato 3 e 32 Abruzzo), Giulio Marcon (Portavoce Sbilanciamoci!), Alessandra Mecozzi (Responsabile Etseri FIOM- CGIL), Mario Pianta (Università di Urbino), Guglielmo Ragozzino (il manifesto), Gianni Rinaldini (Segretario della FIOM-CGIL),  Roberto Romano (Sbilanciamoci.info),  Alessandro Santoro (Università Bicocca Milano), Pierluigi Sullo (Direttore di Carta), Antonio Tricarico (Presidente della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale), Alberto Zoratti (Fair).

    Il Forum di Sbilanciamoci! quest'anno è completamente autofinanziato. La campagna chiede a tutti, al momento dell'iscrizione, di effettuare una donazione (non obbligatoria): 10 euro per studenti e disoccupati, 20 euro per i lavoratori, 50/100 euro per i sostenitori e i gruppi organizzati. La prenotazione per la partecipazione è obbligatoria e, per motivi logistici e di capienza delle sale, il numero di posti è limitato.

    Il Forum si svolgerà a Cernobbio, presso lo spazio “Cernobbioshed” via Manzoni 1 – 22012 Cernobbio (CO) –
    http://www.cernobbioshed.com/

    Media partner dell'iniziativa: Altreconomia, Articolo 1 – Radio Web della CGIL, Carta, Il manifesto, Metamorfosi, Sbilanciamoci.info, Terra

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    La precarietà come freno alla crescita

    La crisi del pensiero liberista si manifesta, al momento, come riconoscimento della necessità di un maggior intervento pubblico in economia, quanto più possibile temporaneo, e preferibilmente limitato alla sola regolamentazione dei mercati finanziari. Nulla si dice sulla deregolamentazione del mercato del lavoro, ben poco se ne dibatte, e si stenta a riconoscere che, nella gran parte dei casi, si è trattato di un clamoroso fallimento per gli obiettivi espliciti che si proponeva: così che la ‘flessibilità’ del lavoro resta, anche in regime di crisi, un totem. È opportuno premettere che, ad oggi, in Italia, non si dispone di una stima esatta del numero di lavoratori precari: il che, in larga misura, riflette le numerose tipologie contrattuali previste dalla legge 30, alcune delle quali censibili come forme di lavoro autonomo. L’Istat individua 3 milioni e 400 mila posizioni di lavoro precarie, a fronte dei 4 milioni di lavoratori precari censiti dall’Isfol[1].
    Gli apologeti della flessibilità prevedevano, già dagli anni ottanta, che la rimozione dei vincoli posti alle imprese dallo Statuto dei lavoratori in ordine alla libertà di assunzione e licenziamento avrebbe accresciuto l’occupazione, e dato impulso a una maggiore mobilità sociale, tale da portare anche alla crescita delle retribuzioni medie. Dal 2003, anno di entrata in vigore della legge 30 (la cosiddetta Legge Biagi), che ha impresso la più significativa accelerazione alla destrutturazione del mercato del lavoro in Italia, il tasso di occupazione in Italia non è aumentato, e nei tempi più recenti è aumentata semmai la disoccupazione, anche al netto della crisi in atto. Può essere sufficiente ricordare che, come certificato dall’Istat, nel 2008, il tasso di disoccupazione è passato al 6,7%, dal 6,1% dell’anno precedente[2]. Per quanto riguarda i salari, nel rapporto OCSE del maggio 2009 si legge che con un salario netto di 21.374 dollari, l’Italia si colloca al ventitreesimo posto della classifica dei 30 Paesi più industrializzati, e che – nel corso dell’ultimo decennio – è il Paese che ha dato maggiore impulso alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro[3].
    Vi sono due ordini di ragioni per le quali le politiche di flessibilità riducono l’occupazione e i salari:
    1) La precarietà disincentiva le innovazioni. Ciò accade perché se un’impresa può ottenere profitti mediante l’uso ‘flessibile’ della forza-lavoro, e, dunque, comprimendo i salari e i costi connessi alla tutela dei diritti dei lavoratori, non ha alcuna convenienza a utilizzare risorse per finanziare attività di ricerca e sviluppo. Le quali, peraltro, danno risultati di lungo periodo, difficilmente compatibili con ritmi di competizione – su scala globale – sempre più accelerati. La compressione delle innovazioni riduce il tasso di crescita e, di conseguenza, l’ammontare di prodotto sociale destinabile al lavoro dipendente[4].
    2) La precarietà riduce la propensione al consumo. La somministrazione di contratti a tempo determinato accresce, infatti, l’incertezza dei lavoratori in ordine al reddito futuro. Al fine di mantenere un profilo di consumi nel tempo quanto più possibile inalterato – ovvero al fine di non impoverirsi nel caso di mancato rinnovo del contratto – è ragionevole attendersi un aumento dei risparmi oggi per far fronte all’eventualità di dover consumare domani senza reddito da lavoro. Contestualmente, per l’operare di ciò che viene definito ‘effetto di disciplina’, la minaccia di licenziamento accresce l’intensità del lavoro. Il corollario è duplice: da un lato, le imprese fronteggiano una domanda di beni di consumo in calo; dall’altro, possono produrre quantità maggiori di beni e servizi con un numero inferiore di lavoratori. L’esito inevitabile è il licenziamento o la non assunzione[5].
    A ciò si può aggiungere un’ulteriore considerazione. La compressione della domanda, conseguente alla riduzione dei salari e dunque dei consumi derivante dalle politiche di precarizzazione, incentiva le imprese a ridurre gli investimenti produttivi – dal momento che la produzione di merci non troverebbe sbocchi - e a dirottare quote crescenti del proprio capitale monetario in attività finanziarie[6]. Si tratta di un fenomeno noto come “divenire rendita del profitto”, che è alla base dei recenti processi di ‘finanziarizzazione’, e che è accentuato dall’accelerazione dei tempi necessari di produzione e vendita per far fronte alla concorrenza su scala globale. Si calcola, a riguardo, e con riferimento agli Stati Uniti (e l’economia italiana non ne è esente), che l’emissione netta di azioni da parte delle imprese non agricole e non finanziarie è diventata permanentemente negativa nel periodo compreso fra il 1994 e il 2007[7]. Ciò significa che l’acquisizione di profitti mediante la speculazione nei mercati finanziari è stata la strategia prevalente negli ultimi dieci anni, e preferita dalla gran parte delle imprese (soprattutto di grandi dimensioni) rispetto alla produzione “reale”, ovvero nella produzione di beni e servizi. Il processo ha dato luogo progressivamente a effetti di retroazione: la precarizzazione del lavoro, comprimendo la domanda, ha indotto le imprese a usare le proprie risorse in usi improduttivi, ovvero nella finanza ultra-speculativa, che dà rendimenti elevati e in tempi rapidi mediante il solo scambio di moneta contro moneta. Il che ha determinato un’ulteriore compressione della produzione e, dunque, dell’occupazione e dei salari. Letta in quest’ottica, la precarizzazione è stata - ed è - causa e, al tempo stesso, effetto della finanziarizzazione. Essa ha contribuito al venir meno di quel “patto implicito” sul quale, secondo Keynes, poteva reggersi la riproduzione capitalistica: consentire ai capitalisti di appropriarsi della “parte migliore della torta”, ma solo a condizione di farne investimenti produttivi per farla diventare più grande[8].
    di Guglielmo Forges Davanzati

    GFD: nato a Napoli il 6.12.1967, si è laureato in Scienze Politiche – indirizzo economico nel 1991. Ha conseguito il Dottorato di ricerca in Economia presso la Facoltà di Economia dell’Università di Napoli “Federico II”, con specializzazione presso l’Università di Cambridge (UK). E’ attualmente professore associato confermato di Storia del pensiero economico nell’Università del Salento di Lecce e titolare dell’insegnamento di Economia Politica presso la medesima sede. Ha scritto su temi di economia del lavoro e di teoria Post Keynesiana. Ha collaborato alla stesura del documento tecnico sull’”Alta qualità del lavoro” per la Regione Campania ed è componente del comitato scientifico sull’economia sommersa della Regione Puglia.

    Note:
    [1] Con la precisazione – non irrilevante - che la precarietà riguarda prevalentemente le donne, che già costituiscono il segmento dell’offerta di lavoro meno presente nel mercato del lavoro italiano.
    [2] Va considerato che nel periodo che intercorre fra il c.d. pacchetto Treu e il 2006 si è registrato, in Italia, un aumento dell’occupazione, imputato in ambito neoliberista, proprio alle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro. Tuttavia, come mostrato in particolare da Antonella Stirati, la crescita dell’occupazione si è avuta nei settori nei quali sono meno diffusi i contratti atipici, così che la crescita dell’occupazione nel periodo considerato deve essere attribuita ad altre variabili. Si veda A.Stirati, La flessibilità del mercato del lavoro e il mito del conflitto tra generazioni, in P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà. Roma: Manifestolibri 2008, pp.181-191.�
    [3] Le premesse ideologiche di queste politiche sono state efficacemente individuate da Angelo Salento, su questa rivista. Per un’analisi degli aspetti economico-giuridici delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro si rinvia all’intervento di Luigi Cavallaio del 9 dicembre 2008 su questa rivista.
    [4] Si rinvia, su questi aspetti, a G. Forges Davanzati and A. Pacella, Minimum wage, credit rationing and unemployment in a monetary economy, “European Journal of Economic and Social System”, 2009, vol.XXII, n.1. Per un inquadramento più generale del problema, sotto il profilo teorico ed empirico, si veda anche P.Leon e R.Realfonzo (a cura di), L’economia della precarietà, Roma: Manifestolibri, 2008.
    [5] Per una trattazione analitica di questa tesi, si veda G. Forges Davanzati and R. Realfonzo, Labour market deregulation and unemployment in a monetary economy, in R. Arena and N. Salvadori (eds.), Money, credit and the role of the State, Aldershot: Ashgate, 2004, pp.65-74.
    [6] In tal senso, risulta non recepibile la tesi secondo la quale la ‘finanziarizzazione’ dipenderebbe da una modifica delle preferenze degli operatori finanziari, che avrebbero assunto maggiore propensione al rischio. Sul tema, v. A.Graziani, La teoria monetaria della produzione, Arezzo: Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, 1994, pp.155-156.�
    [7] Si veda K.H. Roth, Crisi globale, proletarizzazione globale, contro-prospettive. Prime ipotesi di ricerca, in A. Fumagalli e S.Mezzadra (a cura di),  Crisi dell’economia globale, Verona: Ombrecorte 2009, pp.175-208.
    [8] Si può incidentalmente osservare che ciò che può sembrare, in prima battuta, un luogo comune - i precari non possono permettersi di fare figli - è, a ben vedere, assolutamente vero. L’Eurispes registra che la scelta della maternità è strettamente legata alle condizioni economico-sociali delle donne e, in particolare, alla precarietà lavorativa. Circa i due terzi degli intervistati si dichiara impossibilitato a progettare un ampliamento del proprio nucleo familiare, imputando questa scelta alla ‘flessibilità’ del proprio contratto di lavoro. L’Istat certifica che, al 2008, l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di natalità, con una media di 1,30 figli per donna, il che innanzitutto non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”, e il tasso di natalità degli italiani è in costante calo da almeno un decennio. Si può indurre che gran parte del fenomeno – che ovviamente attiene anche a modificazioni di ordine sociale e culturale – è imputabile alla straordinaria diffusione di contratti a termine, e ha un risvolto di lungo termine (etico ed economico) che è totalmente trascurato, se non altro perché la riduzione del tasso di natalità - al netto delle immigrazioni - implica una futura riduzione dell’offerta di lavoro e del PIL potenziale futuro.

    archeologi-italiani.it

    134 miliardi di dollari di bonds sono falsi?

    foto bonds sequestrati 

    Nella foto i bonds sequestrati.

    Un fantasma si aggira per i felpatissimi corridoi dei palazzi della finanza mondiale.

    Si tratta, l'avrete capito dal titolo, di quella che ho chiamato la "stangata del millennio".

    Fin dall'inizio della storia, infatti, era evidente che, veri o falsi che fossero, i 249 bonds erano parte di un gioco enorme dove qualcuno avrebbe fatto, in un modo o nell'altro, la figura del frolloccone.

    Intanto stiamo ai fatti.

    L'istinto ed il buon senso avrebbero preteso che i titoli fossero falsi.

    Tuttavia detenere titoli falsi, nel nostro paese, è un reato punibile con l'arresto, a maggior ragione se c'era, come in questo caso, la seria possibilità di fuga dei due misteriosi "spalloni", sedicenti giapponesi.

    Invece, come espressamente dichiarato dal Colonnello della Guardia di Finanza che aveva effettuato l'arresto, i due "uomini d'affari giapponesi" sono stati immediatamente rilasciati, dopo aver trattenuto, ovviamente, i titoli.

    Quindi, tanto per cominciare vi sono due possibilità:

    1) I titoli sono stati ritenuti, almeno in prima istanza, veri e i due "giapponesi" non potevano quindi essere trattenuti.

    2) I titoli sono stati ritenuti probabilmente falsi, almeno in parte MA sono arrivati ordini ben precisi DALL'ALTO, che hanno imposto al povero colonnello, ob torto collo e forse anche extra-Lege ( o almeno super-lege, per gli amanti del legulese) di lasciare andare i due figuri, per superiori motivi di stato.

    Cosa ne sappiamo PER CERTO, sull'originalità dei titoli, a distanza di due settimane?

    Sinceramente, niente di sicuro.

    In effetti numerosi quotidiani hanno riportato la dichiarazione di un funzionario della Federal Reserve, che affermava che i bonds in questione, da lui visti solo a partire da una immagine inviatagli, non solo erano falsi ma che non poteva essere altrimenti, visto che il residuo circolante cartaceo ( i bonds sono emessi solo in forma digitale da decenni) è largamente inferiore alla cifra sequestrata.

    Questa dichiarazione, come credo risulti evidente, invece non prova nulla.

    Intanto perchè, per quel che posso capire, potrebbero esservi bond che, pur emessi non risultano tra il "circolante" in quanto, ad esempio emessi a garanzia di un prestito tra banche centrali.

    Inoltre, anche se qui scendiamo sul complottismo, non sarebbe la prima volta che banche centrali, messe alle strette, emettono bond in duplice copia, gli uni ufficiali e con una debita copertura finanziaria, essendo stati messi "a bilancio" gli altri non "coperti", ceduti in forma riservata all'interno di rapporti tra banche centrali, contando sul fatto che, per la loro taglia e/o caratteristiche e/o rendimento tali bonds siano tenuti come investimento dallo sfortunato sottoscrittore, che così non si renderà conto di avere tra le mani solo "carta straccia", difficilmente onorabile in caso di richiesta di liquidazione, in tempi di crisi.

    Insomma: un funzionario della Federal Reserve, tale Stephen Meyerhard vede una FOTO dei bonds e dice che sono falsi, mentre un funzionario della Guardia di Finanza che ha già avuto a che fare con casi simili ed in ogni caso è sicuramente più che competente, vede questi titoli in "carne ed ossa" ed è così poco convinto che si tratti di falsi da rilasciare i due presunti giapponesi?

    Vedete bene che la cosa non torna.

    Infatti il caso NON è affatto ufficialmente chiuso, qui in Italia, nonostante i sospironi di sollievo di molta stampa americana, terrorizzata per i contraccolpi sul dollaro di questa vicenda di cui si è parlato, parrebbe anche al g-8 finanziario tenutosi alcuni giorni fa.

    Oviamente si rincorrono le notizie, con tanto di dichiarazioni di Pm, etc etc.

    Resta il fatto che una nota UFFICIALE che attesti, nero su bianco, che i documenti sono falsi, ancora non c'è. 

    Ma c'e' di piu'.

    Asia News, un sito italo-asiatico di informazione collegato al PIME, Pontificio Isituto per le Missioni Estere, è stato il principale altro sito di informazione italico oltre a questo blog ad aver riportato per tempo la notizia ed a cercare ulteriori notizie e spunti di "indagine giornalistica."

    Essendo un sito multilingue è ai suoi articoli che hanno fatto riferimento la maggior parte dei media internazionali e, di riflesso, anche nostrani.

    Il sito è gestito da Padre Bernardo Cervellera che non è un oscuro missionario, ma l'ex Direttore di Agenzia Fides, la prestigiosissima agenzia di stampa del vaticano.

    Una persona, quindi estremamente competente, sicuramente NOn avventata nei suoi articoli.

    Bene.

    In un recentissimo articolo, Padre Cervellera ricostruisce, in stretta analogia con quanto più volte scritto qui, i motivi per i quali  i famosi bonds potrebbero essere autentici, ribadendo che, anche in caso siano falsi, deve necessariamente esservi un intrigo internazionale di grande dimensioni alla base della storia, come dimostrerebbe il mancato arresto degli spalloni.

    Ma c'è di più.

    Padre Cervellera dichiara che "Da fonti riservate, la cui attendibilità AsiaNews non può verificare, si afferma che uno dei due giapponesi fermati a Chiasso e poi rilasciati sarebbe Tuneo Yamauchi, cognato di Toshiro Muto, fino a poco fa vice-governatore della Banca del Giappone".

    Non credo che debba dirvi come le fonti di cui può disporre l'agenzia di notizie del vaticano non debbano che essere buone.

    Quindi, ricapitolo PARREBBE che il cognato del vicegovernatore della banca del Giappone, insieme ad un compare, stesse cercando di contrabbandare titoli, autentici o falsi che fossero, in Svizzera, con l'evidente scopo di usarli per accedere a qualcosa ad essi preferibile.

    Capite bene che liberarsi di centinaia di miliardi di dollari di bonds americani di nascosto può avere, nel caso di persone evidentemente ben informate, una SOLA spiegazione.

    Una necessità assoluta di recuperare almeno una parte del valore "di facciata" prima che sia troppo tardi.

    Anche se fosse una "stangata" è evidente che può essere stata messa in atto solo da qualcuno con NOTEVOLE credibilità, vista le cifre in gioco e solo in un contesto in cui operazioni di questo genere stanno avvenendo in misura almeno comparabile.

    Vediamo se sono più chiaro: quel che ci dice questa storia, al minimo, è che c'è una sotterranea quanto imponente fuga dal dollaro. Questo a sua volta può implicare una sola cosa.

    Che, non ai livelli di noialtri poveri miseri bloggers ma a quello degli istituti centrali si sta scappando, il più velocemente e silenziosamente possibile da un chiaro rischio valutario legato al dollaro.

    Questo significa, sostanzialmente che il meltdown, il default, l'iperinflazione, quel che volete, non è più una teoria ma una fatto previsto e ritenuto altamente probabile.

    A questo punto, da complottardi, sarebbe da chiedersi perchè un giornalista stimato, una persona con una certa posizione e una importante carriera, possa mettere tutto a repentaglio diramando notizie così esplosive.

    Credo che non dipenda dal caso,

    Credo che, in qualche modo, il Vaticano o magari alcuni suoi autorevoli esponenti, come Padre Cervellara, abbiano deciso che la misura è colma e che non hanno voglia di coprire ulteriormente i torbidi giochi della finanza.

    Forse si tratta di cercare di dividere, in tempo utile, i propri destini da quelli del grande capitalismo, storicamente non esattamente un nemico, basterà ricordare il caso del Banco Ambrosiano, millenni fa.

    Forse la Chiesa comincia a ricordarsi, dopo tutto, quali sono gli interessi che dovrebbe cercare di difendere.

    Forse, semplicemente, abbiamo a che fare con un giornalista che fa il suo mestiere ed il suo dovere e cerca di informare.

    In ogni caso, manco a dirlo, in Italia, a distanza di 24 ore dallo scoop di Padre Cervellara, non se ne è ancora accorto nessuno, mentre, a livello mondiale, la faccenda sta esplodendo.

     di Pietro Cambi   crisis.blogosfere.it

    L'edificio della Federal Reserve.

    Lobbying: Come spendere il nostro denaro per non avere regole.

    Nel corso dell’ultimo decennio i 25 principali emittenti di titoli subprime hanno speso 370 milioni di dollari in attività di lobbying...

    Nel corso dell'ultimo decennio i 25 principali emittenti di titoli subprime hanno speso 370 milioni di dollari in attività di lobbying allo scopo di tenere alla larga qualsiasi provvedimento di regolamentazione del settore. Lo ha rivelato il Financial Times citando uno studio condotto dal Center for Public Integrity (CPI), un'organizzazione no profit attiva nel giornalismo d'inchiesta.

    La vicenda assume contorni ancora più inquietanti di fronte alla scoperta dei nomi delle grandi eminenze grigie della situazione. Le 25 società in questione, oggi quasi tutte fallite, appartenevano o erano largamente finanziate dalle maggiori banche del Paese: Citigroup, Goldman Sachs, Wells Fargo, JPMorgan e Bank of America. L'aspetto più inquietante, ovviamente, risiede nel fatto che queste ultime sono oggi le principali beneficiarie del pacchetto di fondi statali (leggasi dei contribuenti) da 700 miliardi di dollari.

    “Sono stati i loro contributi sfrenati e la loro massiccia attività di lobbying a creare quella mancanza di regolamentazione e di supervisione che ha portato alla crisi” ha affermato il direttore dell'indagine di CPI Bill Buzenberg. Si calcola che nel triennio 2005-07 le top 25 abbiano emesso da sole circa 1 trilione di dollari di titoli subprime, più o meno il 75% del totale.

    In cima alla lista dei 25 c'è Countrywide Financial, che ha messo in circolo 97 miliardi di dollari in titoli subprime, e oggi controllata da Bank of America. Con 11 milioni di dollari di donazioni tra il 1998 e il 2008, Countrywide è stata una delle società più attive nel lobbismo e nei contributi elettorali. Non bisogna dimenticare, nota il Financial Times, che nell'ultimo decennio l'intera industria finanziaria americana ha elargito 2,2 miliardi di dollari ai candidati presidenziali. Tra i principali beneficiari George W. Bush e Barack Obama che ha intascato 14 milioni di contributi proprio dagli operatori di Wall Street.

    Ecco la tabella con i contributi elettorali degli ultimi dieci anni. 

     

    www.valori.it

     

    La discarica che si chiama Bad Bank

    Torna di moda l'idea originaria del piano Paulson: far acquistare dallo Stato i titoli tossici detenuti dalle banche. Senz'altro può aiutare il sistema bancario a ripulire ulteriormente i bilanci e a ritornare più rapidamente alla normalità. Ma la realtà dei titoli tossici è molto complessa ed è evidente il pericolo di attribuire al pubblico compratore una enorme discrezionalità, con effetti distorsivi sui meccanismi di trasparenza dei salvataggi. Servono criteri chiari per definire bene i confini tra Stato proprietario e Stato regolatore.

    Anche le crisi hanno le loro mode. Quando l’allora ministro del Tesoro americano Paulson presentò il piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari l’idea era quella di comprare dalle banche i titoli “tossici” in modo che queste, liberate dalla zavorra, potessero ricominciare a fare credito o almeno smetterla di guardarsi l’un l’altra con enorme diffidenza e riportare a una situazione di normalità il mercato interbancario. Il piano, al centro di feroci polemiche, prese, però, una strada completamente diversa adattandosi all’ispirazione dei cugini inglesi, che invece avevano scelto di comprarsi non i titoli, ma direttamente le azioni delle banche. E in effetti la moda “Gordon Brown” ha avuto indubbio successo, cambiando completamente gli assetti del sistema bancario, ora saldamente ancorato alla mano pubblica.
    Probabilmente se Paulson fosse ancora ministro potrebbe togliersi più di un sassolino dalle scarpe perché la sua idea, allora tanto criticata e bistrattata, è improvvisamente tornata al centro dell’attenzione con il nuovo marchio bad bank

    Salvataggi e prestiti

    Il ritorno di fiamma si deve anche al fatto che le speranze riposte nelle massicce iniezioni di capitale fresco nelle banche sono andate in parte deluse, ma più che speranze erano illusioni. La ricapitalizzatone pubblica non può mettere immediatamente il turbo ai prestiti alle imprese, ma serve alle banche per ritrovare il loro equilibrio e tornare al loro antico mestiere, il cui abbandono non a caso è all’origine della crisi dei subprime e di tutte le nostre attuali sofferenze: valutare il merito di credito. Ed è inevitabile che, in un periodo di grande fragilità dei mercati e degli intermediari, i criteri di selezione dei prenditori siano più severi. Questa è la cruda verità che i politici fanno fatica a trasmettere ai contribuenti alquanto arrabbiati per il fiume di denaro pubblico destinato alle banche. Per salvare il sistema, si devono certo introdurre adeguati strumenti di governance, vincoli prudenziali e severe regole a presidio della correttezza dell’attività creditizia, ma non si può pretendere di imporre una sorta di “obbligo al credito”, altrimenti si rischia, fra qualche anno, di ritrovarci tutti quanti a dire che la lezione della crisi del 2008 non è servita a niente.
    La bad bank sicuramente può aiutare le banche a ripulire ulteriormente i bilanci e quindi a ritrovare più rapidamente la strada per un ritorno alla normalità, ma anche in questo caso occorre tenere i piedi per terra ed evitare facili e illusori messaggi nei confronti di chi (ancora i poveri taxpayers) deve tirare fuori i soldi.

    I pericoli della Bad Bank

    Già la prima versione del piano Paulson aveva incontrato molti ostacoli. Non è ben chiaro cosa la bad bank debba comprare, la realtà dei titoli tossici è infatti molto complessa e non facilmente definibile, e soprattutto non è affatto chiaro a quanto debba comprare: la valutazione dei titoli tossici è un autentico puzzle che finora anche i più fervidi sostenitori di questa ipotesi non sono riusciti a comporre. In questo regime di incertezza è evidente il pericolo di attribuire al pubblico compratore una enorme discrezionalità con effetti distorsivi sui necessari meccanismi di trasparenza dei salvataggi, e non è un caso che le prime verifiche parlamentari sull’esecuzione del piano statunitense Tarp abbiano messo il dito nella piaga dicendo a chiare lettere che il Department of Treasury non può utilizzare i soldi dei contribuenti a suo piacimento. Tutti adesso seguono con ansia le scelte del nuovo ministro Geithnerper il rafforzamento del piano, pochi si sono accorti del fatto che il suo primo impegno è garantire quella trasparenza e accountability che ancora manca e che sta suscitando non pochi e giustificati malumori. (1) 
    C’è poi l’obiezione “etica” di fondo, ripresa da un recente intervento di Luigi Zingales: perché il già bastonato taxpayer deve nuovamente metter mano al portafoglio facendo un favore agli azionisti delle banche? (2) Ed è obiezione sensata, anche perché la collettività non ha niente da guadagnare da una gigantesca trasformazione di debito privato in debito pubblico, che potrà essere certo recuperato, ma non si sa come e in quali tempi.
    Zingales propone che siano le banche stesse a farsi la loro bad bank, ma anche in questo caso sarebbe comunque necessaria una attenta disciplina su cosa si possa mettere nella spazzatura e con quali metodi. Inoltre, una simile operazione, visto che i titoli tossici sono ormai dappertutto, per essere efficace dovrebbe coinvolgere tutti i mercati, e quindi presupporre un coordinamento internazionale difficilmente attuabile in tempi brevi.

    I vestiti dello Stato

    Insomma, la bad bank è un terreno sul quale avventurarsi con attenzione e prudenza e comunque poco adatto ai messaggi a effetto tanto cari, in questo periodo, ai politici. Piuttosto, la politica dovrebbe occuparsi di risolvere il vero, spinoso problema, che sta dietro a tutte queste ipotesi, talmente spinoso che nessuno ne parla. Lo Stato che entra nel capitale delle banche, o che si compra parte delle loro attività, deve ora convivere con lo Stato che detta le regole e non è facile cambiarsi rapidamente il vestito, la tentazione è quella di usare sempre lo stesso abito. Detto fuori di metafora, c’è bisogno di criteri chiari che definiscano bene i confini tra il proprietario e il regolatore, perché solo così si possono realizzare interventi, indubbiamente dolorosi per la collettività, che abbiano tempi certi, garanzie di trasparenza e di tutela del mercato e degli interessi pubblici. In queste condizioni di eccezionalità è un equilibrio difficile da raggiungere, ma necessario: usando un paradosso potremmo dire che gli stati oltre alle banche devono regolamentare bene se stessi. Ci riusciranno?

    di Francesco Vella

     

     

    Quanto costa agli italiani la disinflazione.

    L'attuale fase di rallentamento dei prezzi potrebbe portare paradossalmente alcune conseguenze negative per le imprese italiane, aggravando gli effetti di una delle peggiori crisi del dopoguerra. I prezzi italiani, infatti, tendono a crescere meno di quelli europei solo quando l'inflazione accelera. Appena le tensioni rientrano, i nostri prezzi scendono meno della media, compromettendo la competitività del paese. Il settore più critico è quello dei servizi, dove ormai è indispensabile smantellare posizioni di rendita ed inefficienze.

    Mentre in Europa l’inflazione scende rapidamente grazie al crollo del greggio e la crisi dei consumi, in Italia il rallentamento dei prezzi è relativamente più modesto. In meno di un anno, il nostro paese è così passato da un tasso di inflazione inferiore rispetto alla media europea a uno superiore di quasi mezzo punto percentuale. L'inversione di tendenza potrebbe rivelarsi molto pericolosa per la competitività italiana, proprio in un momento in cui il contributo della domanda estera sarebbe prezioso.

    SERVIZI, IL PUNTO DEBOLE

    Gli ultimi dati non fanno che confermare una delle tante peculiarità del sistema Italia: quando i prezzi crescono molto, generalmente sotto la spinta di qualche shock esogeno, la nostra inflazione riesce a mantenere il passo di quella europea, ma appena le tensioni rientrano, i nostri prezzi tornano a crescere più della media. Se si guarda al differenziale di inflazione tra l’Italia e la zona euro, si osserva un restringimento sistematico nelle fasi di forti rincari e un successivo allargamento in quelle di riassorbimento delle tensioni (vedi figura 1). In media, dal 1996 a oggi, ogni riduzione di un punto percentuale dell’inflazione europea ha fatto aumentare il differenziale italiano di circa 3 decimi di punto (vedi tabella 1). Èpossibile stimare che l’attuale differenziale di mezzo punto percentuale potrebbe essere azzerato solo se l’inflazione europea superasse nuovamente il 3 per cento l’anno, un ritmo chiaramente incompatibile con gli obiettivi di stabilità monetaria perseguiti tenacemente dalla Bce.
    Non tutti i prodotti seguono questa tendenza. Ad esempio, i prezzi dei beni industriali italiani (esclusi i prodotti raffinati) crescono sostanzialmente in linea con quelli europei sia nelle fasi di accelerazione, quando perdono meno di un decimo per ogni punto di inflazione europea, sia in quelle di decelerazione, quando guadagnano appena 4 decimi a punto. Molto diverso è il caso dei servizi (vedi figura 2): quando i prezzi accelerano, anche quelli dei servizi italiani vanno più piano di quelli europei, mediamente di 2 decimi per ogni punto di inflazione in più, ma poi recuperano rapidamente quando in Europa i rincari si esauriscono, guadagnando 4 decimi per ogni punto in meno di inflazione europea. Dopo un ciclo di rincari, i consumatori italiani si trovano così a pagare per i servizi lo 0,2 per cento in più per ogni punto di aumento iniziale dell’inflazione. Alla fine dell’ultimo shock petrolifero, che ha portato la crescita dei prezzi dal 2 al 4 per cento circa, il conto per le famiglie potrebbe dunque sfiorare gli 1,7 miliardi di euro l’anno, che corrispondono a quasi 70 euro a famiglia, ovvero a un paio di mesi di ricarica di una social card.
    La scarsa produttività dei servizi italiani non è sufficiente a spiegare, da sola, simili asimmetrie. Infatti l’accumulo di un differenziale di prezzo così ampio è possibile solo grazie allo scudo offerto da un mercato scarsamente concorrenziale, con forti barriere all’entrata di nuovi operatori e con margini di profitto che garantiscono comunque la sopravvivenza anche delle imprese meno efficienti. Le politiche anticicliche, pur avendo il compito di sostenere l’intera l’economia, non dovrebbero assecondare queste tendenze, ma, da questo punto di vista, i recenti provvedimenti del governo sono piuttosto contraddittori. Da un lato, la “rottamazione” delle imprese commerciali e turistiche meno efficienti, prevista dal decreto anticrisi, sembra un primo passo nella direzione di una “pulizia” del mercato. Vanno nella stessa direzione anche il price cap asimmetrico, ovvero applicabile solo sugli aumenti, sulle tariffe pubbliche e i vincoli all’attività delle aziende municipalizzate, regionali, e così via, i limiti alla commissione di massimo scoperto e la riduzione dei compensi per le società di riscossione. Tuttavia, i crediti d'imposta su assunzioni e investimenti restano sostanzialmente a pioggia, senza alcun discrimine tra settori e imprese più o meno efficienti e concorrenziali, e aumentano gli aiuti a un settore sostanzialmente monopolistico come le ferrovie. Soprattutto, non si parla più delle politiche di liberalizzazione, timidamente intraprese negli anni scorsi. Anzi, il salvataggio dell’Alitalia rischia di assestare un altro duro colpo all’assetto competitivo del trasporto aereo in Italia, come ricordato anche di
    recente da Andrea Boitani. In queste condizioni, è probabile che i ritardi nell’adeguamento dei prezzi italiani ai ritmi europei restino strutturali e che consumatori e imprese efficienti continuino a essere paradossalmente penalizzati da un rallentamento dell’inflazione.

    di Enrico D'Elia   lavoce.info

    L'andamento dell'inflazione in Italia e in Europa:

    Fonte: elaborazioni su dati ISTAT

    Tab. 1 - Variazione del differenziale italiano per ogni punto in più di inflazione europea (*)

    Settori 1997-2008 Fasi di accelerazione Fasi di rallentamento
    In complesso -0,312 -0,283 -0,311
    Beni industriali (non energetici) -0,057 -0,084 -0,035
    Servizi -0,325 -0,196 -0,429

    (*) Stime OLS del parametro b nel modello: (differenziale italiano) = a + b (inflazione europea)

    «L'economia va regolata a livello globale lo Stato-nazione non supererà la crisi»

    salvadanaio
    Nell'introdurre Il caos prossimo venturo. Il capitalismo contemporaneo e la crisi delle nazioni (Neri Pozza) lo storico inglese Eric Hobsbawm parla di un «libro straordinariamente intelligente, lucido e problematico», di «una lettura fondamentale per la prima decade di questo millennio». L'autore del libro che ha suscitato l'entusiasmo di Hobsbawm è l'economista indiano Prem Shankar Jha, già collaboratore delle Nazioni Unite a New York, del primo ministro indiano V. P. Singh ed editorialista tra i più conosciuti del subcontinente indiano, che in questo suo ambizioso lavoro spiega «la nascita di un'epoca economica del tutto nuova», quella del capitalismo globale, collocandola «nella cornice storica dei precedenti cicli di espansione capitalistica», e riconduce ad essa anche il rimodellamento delle relazioni internazionali avvenuto negli ultimi anni, quando l'amministrazione Bush ha cercato di sovvertire l'ordine westfaliano. Abbiamo incontrato Prem Shankar Jha a Riva del Garda, durante il convegno internazionale organizzato da Manitese sul tema "Gli equilibri della fame. La cooperazione è la risposta?". Con lui abbiamo discusso del suo libro e della crisi finanziaria. 
    Dovremmo interpretare la crisi finanziaria che sta investendo le nostre economie soltanto come il prodotto degli eccessi o del "malfunzionamento" del sistema finanziario o piuttosto, secondo una prospettiva più ampia - e più allarmante -, come uno dei sintomi di quello che lei definisce "caos sistemico"? 
    Si tratta senz'altro di una manifestazione del caos sistemico. Secondo la definizione di Giovanni Arrighi, c'è caos sistemico quando un sistema economico perde improvvisamente la capacità di rispondere con risposte equilibratrici agli shock esterni, che non possono più essere assorbiti e producono un caos sempre maggiore. L'attuale crisi finanziaria è il risultato della sempre minore capacità di regolamentazione del settore finanziario, causata da una deregulation talmente veloce da rendere l'intero settore vulnerabile ai suoi stessi eccessi. Oggi non si è più in grado di trovare soluzioni al collasso del sistema bancario nel suo insieme, ed è lo stato a dover intervenire per impedirne il collasso definitivo. Si tratta di un chiaro esempio di quali siano gli effetti della rimozione delle regole del vecchio capitalismo nazionale. Sin dal suo primo ciclo di espansione, il capitalismo infatti è stato sempre circondato da una rete di regole, politiche ed economiche, che ne costituivano il "contenitore". Nell'attuale fase di espansione, che corrisponde all'esplosione del "contenitore" dello Stato-nazione, quelle regole vengono meno e non c'è ancora niente che le sostituisca. Il caos nasce dal fatto che ci troviamo in una fase di mezzo, in-between, ed è talmente grave da aver sollecitato la risposta combinata e senza precedenti delle banche europee e dei governi, che pronunciano parole altrimenti impronunciabili come "nazionalizzazione" tentando di tornare, grazie alle regole, a un ordine, per quanto precario.
    Ne "Il caos prossimo venturo" lei scrive che la descrizione della potente rete di banchieri internazionali dell'haute finance, proposta da Karl Polanyi ne "La Grande Trasformazione", sia «assolutamente attuale». Ritiene che il quadro concettuale elaborato da Polanyi, seppure riferito a un sistema molto diverso da quello attuale, possa aiutarci a comprendere le ragioni della crisi? 
    Non credo: la rete di banchieri internazionali di cui parla Polanyi era costituita da persone che politicamente non avevano interesse nella guerra, e che ritenevano piuttosto che i conflitti tra i paesi appartenenti al sistema capitalistico avrebbero prodotto soltanto delle perdite, in primo luogo per loro stessi. Oggi invece le cose stanno diversamente. Credo che dell'analisi di Polanyi vada piuttosto sottolineato un altro aspetto, quello dell'"utopia perversa". Tutte le principali strutture di regolamentazione create dal capitalismo legato allo Stato-nazione (il welfare state, le leggi relative ai salari e alle condizioni di lavoro, l'accettazione dello statuto legale dei sindacati come parte integrante del sistema capitalistico nel suo complesso) sono state realizzate per impedire che gli uomini finissero nell'utopia perversa che si verifica quando l'individuo, solo e isolato, è costretto ad affrontare individualmente il potere del datore di lavoro. L'attuale fase di espansione del capitalismo globale è volta a rendere il lavoratore più vulnerabile, e ci riporta verso l'utopia perversa di Polanyi. Assistiamo però anche alle prime forme di ribellione nei confronti di questo ritorno al passato. 
    Se la crisi è espressione del caos sistemico che segna il passaggio dal capitalismo nazionale a quello globale diventa più urgente che mai la creazione di un nuovo "contenitore" politico capace di regolare la transizione. Lei per esempio suggerisce la creazione di un'autorità sovranazionale sul modello del Commonwealth. Cosa intende? 
    L'idea del Commonwealth è quella di un'associazione di stati sovrani, che riconoscono la necessità di cedere parte della propria sovranità - in misura uguale per ciascuno Stato - a un'entità sovranazionale, che non si oppone al processo di integrazione globale ma piuttosto lo regola, attraverso il consenso tra gli stati, che dovranno decidere proprio con quale ordine e quando cedere le proprie prerogative. Si tratta di un processo comunque necessario, perché in un mondo inevitabilmente interdipendente emergeranno ad ogni modo dei problemi la cui soluzione rimarrà impossibile a livello individuale o singolo. Il processo di costituzione dell'Unione Europea, pur con tutte le sue debolezze, potrebbe funzionare da modello per costruire un'istituzione di natura globale. 
    Nonostante la crisi finanziaria abbia reso meno aggressiva l'ideologia neoliberista, l'idea - che lei riporta criticamente - che alla lunga «il capitalismo porti benessere, che il benessere promuova la democrazia e che la diffusione della democrazia conduca alla pace» sembra avere ancora molti sostenitori. Lei sostiene invece che il capitalismo produce sempre nuovi conflitti, nuovi perdenti e nuovi vincitori. Ci spiega perché ritiene che il capitalismo sia «intrinsecamente asimmetrico»? 
    Qual è il principio fondamentale del capitalismo? La competizione, e competizione significa che può sopravvivere solo chi non viene sconfitto. Nel paradigma competitivo, chiunque siano i vincitori, ci sarà sempre qualche perdente, o, in termini economici, qualcuno che va in bancarotta o perde il lavoro, e l'asimmetria sta nel fatto che i profitti di alcuni corrispondono alla bancarotta di altri. E' dunque inevitabile che ci sia chi perde e chi vince: il capitalismo si basa sulla competizione, che promuove il progresso tecnologico, e questo a sua volta riduce il bisogno di lavoro e la necessità di affidarsi agli esseri umani, che non riescono a capitalizzare la crescente produttività che invece rimane in mano ai capitalisti. Tutto questo crea una profonda insicurezza tra quanti garantiscono la manodopera e rende più vulnerabili i proletari. Ma l'obiettivo del capitalismo odierno è proprio quello di togliere sempre più potere ai proletari, minando alle fondamenta o rendendo inefficaci le istituzioni attraverso le quali in passato questi hanno conquistato potere nel sistema politico. Distruggendo quelle istituzioni, è però inevitabile che l'espansione del capitalismo generi conflitti locali e internazionali. Il capitalismo non è una questione esclusivamente economica, ma anche politica: è il tentativo di creare un'area di sicurezza sempre più ampia all'interno della quale possa funzionare il capitalismo come sistema economico; la sicurezza è richiesta dagli investitori, e quando gli investimenti crescono anche l'area di sicurezza deve crescere in ampiezza, fino a includere l'intero globo, o larga parte di esso, come succede oggi. Oggi dunque al "pericolo marxista" si è sostituito il pericolo nazionalista. Non è un caso che negli ultimi anni i paesi colpiti o minacciati dall'attuale potenza egemonica, gli Stati Uniti, siano quelli fortemente nazionalisti: Iraq, Iran e Corea. 
    Il capitalismo sarà pure asimmetrico, potrebbero risponderle i neoliberisti, ma l'economia di mercato globalizzata ha promosso la crescita economica in molti paesi. Lei è solito rispondere a quest'obiezione distinguendo tra globalizzazione e industrializzazione. Ci vuole spiegare meglio? 
    Dov'è la prova che la globalizzazione ha reso più povero il mondo? Questo è ciò che obiettano i sostenitori della globalizzazione. Secondo loro, infatti, la globalizzazione avrebbe prodotto una crescita economica in tutti i paesi, compresi quelli in via di sviluppo, che hanno deciso di aprire le loro economie al commercio e agli investimenti internazionali. Quel che sostengo io, invece, è che la crescita a cui si riferiscono i sostenitori della globalizzazione è stata prodotta dall'industrializzazione, non dalla globalizzazione. I benefici di cui si parla non possono dunque essere ascritti alla globalizzazione. Piuttosto, se esaminiamo l'impatto della globalizzazione sulle differenze di reddito tra gli stati, mettendo a confronto - come fa Manuel Castells in una tabella che riporto nel mio libro - i tassi di convergenza del Pil pro capite di 55 paesi con quello degli Stati Uniti in due periodi distinti, risulta che su 22 dei 34 paesi in via di sviluppo presi in esame la differenza di reddito con gli Stati Uniti cresce fortemente dopo l'avvento della globalizzazione, nel periodo tra il 1973 e il 1992, a differenza di quanto avveniva nel periodo precedente, tra il 1950 e il 1973, quando i redditi tendevano a convergere con quello degli Stati Uniti.
     
    di Giuliano Battiston per Liberazione
    economia2
     

    La grande rapina

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    «Il governo Bush sta saccheggiando le casse dello stato». Appello del cineasta attivista contro il piano anti-crisi:

    Cari amici, permettetemi di andare subito al sodo. Mentre leggete queste righe, è in corso la più grande rapina della storia di questo paese. Anche se non sono servite le armi da fuoco, 300 milioni di persone sono state prese in ostaggio e fatte prigioniere. Potete giurarci: dopo aver rubato 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni per riempire le tasche dei loro sostenitori che fanno profitti grazie alla guerra, dopo avere riempito le tasche dei loro amici petrolieri al ritmo di più di cento miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, Bush e i suoi compari - che presto dovranno traslocare dalla Casa Bianca - stanno saccheggiando le casse dello stato arraffando ogni dollaro su cui riescono a mettere le grinfie. Stanno rubando tutta l'argenteria prima di accomodarsi alla porta. Qualunque cosa dicano, qualunque discorso usino per terrorizzare la gente, si stanno dedicando ai loro vecchi trucchi: creare paura e confusione per continuare ad arricchirsi e ad arricchiare quell'uno% che è già schifosamente ricco. Leggete soltanto le prime quattro frasi del servizio di apertura apparso sul New York Times di lunedì 22 settembre e potrete constatare qual è la vera posta in gioco: «Mentre i policy makers mettevano a punto i dettagli di un'operazione di salvataggio dell'industria finanziaria da 700 miliardi di dollari, Wall Street ha cominciato a cercare il modo di guadagnarci sopra. Le società finanziarie hanno fatto pressione per ottenere la copertura di ogni tipo di investimento traballante, e non solo di quelli collegati ai mutui ipotecari... Nessuno vuole essere tagliato fuori dalla proposta del Tesoro di comprare i bad asset delle istituzioni finanziarie». Incredibile. Wall Street e i suoi sostenitori hanno combinato questo disastro e ora si stanno preparando a fare un sacco di soldi, come dei banditi. Persino Rudy Giuliani sta facendo pressione perché la sua società sia incaricata (e pagata) per fornire «consulenza» nell'operazione di salvataggio. Il problema è che nessuno è veramente in grado di quantificare questo «crollo». Anche il ministro del tesoro Paulson ha ammesso di non sapere quale sia esattamente l'ammontare necessario (la cifra di 700 miliardi di dollari è una sua invenzione!). Il capo dell'ufficio del bilancio al Congresso ha detto che non è in grado di calcolarlo né di spiegarlo a nessuno. Eppure, eccoli lì a strepitare su quanto la fine è vicina! Panico! Recessione! La Grande Depressione! Il baco del millennio! L'influenza aviaria! Le api assassine! Dobbiamo approvare la manovra oggi stesso!! Casca il mondo! Casca la terra! Cascare da cosa? Niente in questa operazione di «salvataggio» abbasserà il prezzo del carburante che dovete mettere nella vostra macchina per andare al lavoro. Niente in questa proposta di legge vi proteggerà dal rischio di perdere la vostra casa. Niente in questa manovra vi darà l'assicurazione sanitaria. Assicurazione sanitaria? Mike, perché la tiri in ballo? Che c'entra con il crollo di Wall Street? C'entra e come. Questo cosiddetto «crollo» è stato scatenato dall'enorme quantità di persone impossibilitate a pagare il mutuo di casa, e dai conseguenti pignoramenti. Sapete perché così tanti americani stanno perdendo la propria abitazione? A sentire i repubblicani, perché troppi idioti della working class hanno contratto dei mutui che in realtà non si potevano permettere di pagare. Ecco la verità: la Causa Numero Uno per cui la gente dichiara bancarotta sono le spese mediche . Ve lo dico in modo semplice: se avessimo avuto tutti l'assistenza sanitaria universale, questa «crisi» dei mutui non ci sarebbe mai stata. La missione di questa manovra di salvataggio è proteggere l'oscena quantità di ricchezza che si è accumulata negli ultimi otto anni. Serve a proteggere i grandi azionisti che possiedono e controllano le corporations americane. Serve a garantire che i loro yacht, le loro tenute, il loro «stile di vita» non siano intaccati mentre il resto dell'America soffre e lotta per pagare le bollette. Che per una volta siano i ricchi a soffrire. Che ci pensino loro a pagare la manovra. Stiamo spendendo 400 milioni di dollari al giorno per la guerra in Iraq. Che la fermino immediatamente, facendo risparmiare a tutti noi altri 500 miliardi di dollari! Devo smetterla di scrivere queste cose e voi dovete smetterla di leggerle. Stamattina nel nostro paese stanno mettendo a segno un golpe finanziario. Sperano che i membri del Congresso si sbrighino, prima di fermarsi a pensare, prima che noi riusciamo a fermarli. Perciò smettete di leggere qui e fate qualcosa... adesso! Ecco cosa potete fare immediatamente: 1. Chiamate il Senatore Obama o mandategli una mail. Ditegli che non c'è bisogno che se ne stia seduto là a sostenere Bush e Cheney e il disastro che hanno combinato. Ditegli che sappiamo che è abbastanza in gamba da fermare questa cosa per poi decidere qual è la strada migliore da prendere. Ditegli che i ricchi devono pagare per qualunque aiuto venga loro offerto. Usate la leva che abbiamo per pretendere una moratoria dei pignoramenti delle abitazioni, per insistere nella richiesta dell'assistenza sanitaria, e ditegli che noi, il popolo, dobbiamo avere voce in capitolo nelle decisioni economiche che riguardano la nostra vita, e non i baroni di Wall Street. 2. Scendete in piazza. Partecipate a una delle centinaia di dimostrazioni convocate in fretta e furia e che si stanno svolgendo in tutto il paese (specialmente quelle vicino Wall Street e Washington). 3. Chiamate il vostro rappresentante al Congresso e i vostri Senatori. Ditegli quello che avete detto al Senatore Obama. Quando nella vita abbiamo incasinato tutto, ci aspettano un bel po' di guai. Ognuno di voi conosce questa lezione fondamentale e presto o tardi ha pagato le conseguenze delle sue azioni. In questa grande democrazia non possiamo permettere che ci siano delle regole per la stragrande maggioranza dei cittadini che lavorano sodo, e delle regole diverse per le élite che, quando combinano un disastro, si vedono offrire l'ennesimo regalo su un piatto d'argento. Ora basta!

    di Michael Moore (Traduzione Marina Impallomeni) www.articolo11.itbush2ec5

     

    Milton Friedman all'italiana, neoliberismo e tax-payers.

    Pennac

    Il decreto finanziario è un  "mix di populismo neoliberista e di decisionismo compassionevole ha di mira il welfare, il lavoro e i servizi pubblici, per i quali saranno nefasti la deregulation, i tagli selvaggi ai Comuni e alle Regioni, il definanziamento della sanità, le privatizzazioni.

    Giorgio Ruffolo ha individuato nelle mancate risposte al dilagare di edonismo, egoismo e consumismo la ragione fondamentale per cui il centrosinistra perde le elezioni. Il suo ragionamento è così riassumibile. Il capitalismo, grazie al progresso tecnologico, riduce lo sfruttamento sistematico del lavoro - anche se questo davvero non scompare e non solo nel Sud del mondo - e, al tempo stesso, produce masse enormi di beni di consumo, il che da una parte sposta quote di sfruttamento sulla natura, dilapidata e saccheggiata in modi senza precedenti, dall'altra, con la stimolazione dell'edonismo materialistico e dell'«incontinenza consumistica», fa emergere nuove contraddizioni, soprattutto culturali, ecologiche, morali, prima fra tutte l'incapacità di risolvere, a fronte dell'accumulazione di grandi profitti e grandi ricchezze, il problema della fame nel mondo. Sono queste le contraddizioni che il centrosinistra non riesce a mettere a fuoco, attardato com’è «nell'inseguire una rispettabilità politica basata sull'imitazione di un modo di produzione irresponsabile e di un modo di consumo immorale».

    Sviluppare questa linea di ragionamento implica prendere molto sul serio non solo la questione del consumismo ma anche quella del «consumatore», figura ambigua ma sempre più spesso evocata in economia e in sociologia senza fare i conti con tutte le implicazioni che la sua generalizzazione ha sull'agenda politica, sulle istituzioni della responsabilità collettiva, sulla sfera pubblica. Come quella del contribuente la figura del consumatore è un'invenzione, secondo la quale il consumatore conosce perfettamente il proprio volere, fa scelte razionali e si aspetta che i produttori vi corrispondano. Eppure, nella retorica tipica del neoliberismo populista è l'identità collettiva dei cittadini che viene spezzata in tre differenziate figure: il contribuente, l'utente, il consumatore. Spezzare l'unità del cittadino rende possibile attribuire alle figure così differenziate interessi distinti e spesso divergenti. L'interesse del cittadino contribuente viene isolato dall'interesse del cittadino utente e questo dall'interesse del cittadino consumatore. In particolare, gli interessi dei cittadini contribuenti sono uguagliati ad avere servizi poco costosi con pratiche business like e questa equazione è posta alla base di progetti che sono un mix di decisionismo interventista (ma non di orientamento al bene comune) e di privatizzazione: fanno testo i propositi del centrodestra italiano in materia di Alitalia, di assetto delle Università, di trasformazione in spa degli ospedali pubblici. Non si tiene alcun conto del fatto che gli interessi del cittadino utente e quelli del cittadino consumatore potrebbero essere meno angusti e più convergenti, nè che i cittadini potrebbero nutrire aspirazioni a servizi di qualità complessa, incorporante adeguato spirito relazionale e interattivo. Un'equivalenza ideologizzata taglia fuori ogni altro orientamento sociale e politico verso il pubblico e le istituzioni collettive. La costruzione ideologico-discorsiva è duplice: un calcolo economico per la valutazione dei servizi pubblici è naturalizzato e la sconnessione tra tasse e servizi è approfondita. Anche la figura del consumatore viene costruita mediante visualizzazione ideologica delle attitudini del singolo verso il pubblico, esaltando il suo presunto attivismo - a fronte della passività che sarebbe sempre indotta dall'iniziativa dell'operatore pubblico - e il suo desiderio di scelta libera, a fronte del paternalismo supposto tipico dell'azione pubblica volta a promuovere il bene comune.

    Contribuenti, utenti, consumatori vengono ad essere astrattizzati da ogni alto ruolo e posizione sociale. Così, però, vengono registrate diversità - nel consumo ciascuno manifesta differenti volontà - senza che si sia messi in grado di riconoscere le disuguaglianze connesse alla differenziazione sociale. E l'interesse pubblico viene smarrito entro una suddivisione «seriale», letteralmente una serie di scambi particolari e individualizzati, nella quale ciascun consumatore consuma una frazione di servizio, mentre il consumo collettivo dei servizi diventa invisibile e con esso la relazione tra «consumatori» e «produttori» . La sfera pubblica è frantumata perchè immaginata come un «campo di diversità» serializzate, irriflesse, giustapposte: contribuenti, utenti, consumatori, produttori, ma anche diverse comunità, diverse culture, diversi gruppi sociodemografici, tutti con interessi distinti. Il sociologo Clarke si chiede: «l'interesse pubblico può essere generato dalla sommatoria di campioni della popolazione per età, etnia, genere, orientamento sessuale o altre categorizzazioni sociodemografiche? Un pubblico così frammentato può essere adeguatamente consultato e rappresentato?».

    Esattamente come la società per la Thatcher, l'«interesse pubblic» non esiste, se non come «serialità». L'individualismo atomistico porta da un lato a considerare con molto sospetto un interesse pubblico considerato inafferrabile, dall'altro ad attribuire importanza solo alla scelte private per i beni di mercato (o da ricondurre al mercato). Il rafforzamento del consumatore, e della sua facoltà di scelta, viene rappresentato come la via con cui contrastare il Leviathan dell'autorità statale e delle istituzioni pubbliche, il paternalismo, le burocrazie, lo strapotere di gruppi organizzati, tra cui gli odiatissimi sindacati. Le conseguenze sono chiare. Innanzitutto la natura di chi che viene scambiato e fornito passa del tutto in secondo piano, così come vengono oscurate le relazioni tra soggetti nel processo e il «contesto sociale» di tale fornitura. Inoltre il meccanismo della trasformazione sociale diventa l'exit, non la voice, ne la loyalty, vale a dire l'esternalizzazione viene esaltata a detrimento della partecipazione e dell'azione collettiva così come dell'interdipendenza e del senso di cittadinanza. La fondazione teorica è data da quella che Supiot definisce una «antropologa grossolana»: la società, ridotta alla somma delle utilità individuali, non ha più nè spessore nè architettura normativa, rimanendo in campo prevalentemente il diritto privato, strettamente necessario al rafforzamento di contratti privati, i quali diventano l’unica forma regolativa.

    Si spiega perchè in questa prospettiva si erga a cifra dominante la privatizzazione di funzioni e servizi in precedenza pubblici. Un'avversione drastica e totale alla nozione di pubblico e di responsabilità collettiva fa della privatizzazione un totem al quale sacrificare ogni altra istanza. Nell'assunzione che il privato funzioni sempre più efficientemente del settore pubblico e offra più vaste possibilità di scelta al consumatore, il privato va sistematicamente favorito, magari foraggiato dal pubblico come quando, mediante l'acquisto di contratti di servizio, lo stato finanzia un'offerta privata di beni sociali e servizi. L'approccio privatizzatore oltranzistico crea le condizioni per uno slittamento anche della natura di chi che viene offerto: poichè si punta a far esercitare ai cittadini la cosiddetta sovranità del consumatore consentendo loro di trarre maggiore guadagno dall'agire delle forze competitive del mercato, i trasferimenti di benessere sociale avvengono nella forma cash e mediante voucher piuttosto che nella forma in-kind tipica del servizio pubblico. Voucher e trasferimenti cash (sotto forma monetaria diretta o sotto forma indiretta di sgravi fiscali nei quali si traduce anche il quoziente familiare) sono considerati sostenere la scelta del consumatore e stimolare la competizione nel mercato, rendendo disponibili beni e servizi che il governo non deve più fornire direttamente ma acquistare attraverso contralti. L'estensione del contrattualismo bilaterale privatistico invece dell'esercizio della terzietà della mediazione delle istituzioni pubbliche si configura così come l'altra faccia di quel processo di commodification (mercificazione) che è la vera base della generalizzazione della figura del «consumatore». "
     
    Deregulation

    Microcredito e turismo responsabile.

    Il dossier sul turismo responsabile di recente pubblicazione ha messo in luce come, sia nei paesi in via di sviluppo, primo bacino di espansione di questa modalità di turismo, sia in Italia, nei vari esempi che sono stati riportati, la realtà intorno a cui il turismo responsabile ruota è la comunità. Comunità indigena, che un viaggio in America Latina o in Africa può permettere di avvicinare; comunità di piccolo paese, di borgo, che in Italia viene valorizzata tramite nuove forme di soggiorno e iniziative eno-gastronomiche. Il microcredito, anch’esso declinato a seconda del territorio e del luogo, segue lo stesso principio: nel primo caso, nei paesi in via di sviluppo, si innesta direttamente nella comunità locale, per la natura aggregativa intrinseca di questi posti; nel secondo caso, in Italia, sembra avere, tra i molteplici scopi, anche quello di tentare di ricreare o far rivivere un concetto di comunità di auto aiuto e collaborazione reciproca.

    LE ORIGINI DEL MICROCREDITO

    microcredito2Il microcredito è quello strumento finanziario grazie al quale vengono erogati prestiti solitamente di piccola entità a persone considerate “non bancabili”, ossia non solvibili e quindi impossibilitate ad accedere ai servizi delle banche tradizionali, non avendo modo di offrire garanzie economiche sufficienti e di far fronte a tassi di interesse spesso troppo elevati. Il paradosso è lampante: coloro che avrebbero maggiormente bisogno di un aiuto finanziario non hanno accesso al credito, che viene invece concesso a chi di denaro già ne ha e ne chiede ancora per aumentarlo. Ad andare controcorrente e sfidare questo meccanismo è stato Yunus Muhammad, professore di Economia all’Università di Chittagong (Bangladesh), che ha fondato la Grameen Bank nel 1977, dimostrando come i poveri, e soprattutto le donne, cioè le più povere tra i poveri, una volta ottenuto un prestito, ne sanno far buon uso, investendolo in un’attività generatrice di reddito e quindi poi restituendolo. Quest’approccio ha rivoluzionato il modo di pensare l’aiuto allo sviluppo nei programmi di cooperazione internazionale, perché l’aiuto non viene più regalato ma “prestato” e le persone passano dal ruolo di “pazienti” a quello di agenti. L’esperienza di microcredito della Grameen Bank, dato il successo riscosso, ha trovato una facile ed immediata via di diffusione in molti altri paesi in via di sviluppo, ed è divenuto uno strumento adottato dalle Organizzazioni Non Governative, che in questi paesi prestano la loro opera.

    IL MICROCREDITO NEI PAESI IN VIA DI SVILUPPO

    microcreditoSi parlava all’inizio di turismo responsabile, perché esso può essere una delle fonti del microcredito, creando così una sinergia tra operatori turistici e ONG. Prendiamo un caso concreto: Viaggi Solidali, uno degli operatori turistici con più larga esperienza in ambito di turismo responsabile, e CELIM, ONG di Milano attiva in Africa, nei Balcani e in Medio Oriente, cooperano con il fine comune di contribuire al progresso e al benessere delle comunità locali.
    In sostanza, i tour di conoscenza organizzati da Viaggi Solidali per esempio in Mozambico o in Zambia prevedono la possibilità per noi viaggiatori di entrare in contatto con comunità indigene nelle quali opera CELIM con programmi di microcredito, che vengono finanziati attraverso una parte della quota di partecipazione (chiamata “quota di solidarietà”) del viaggio responsabile. Queste quote vanno a costituire il
    Fondo per lo sviluppo, rivolto a sostenere progetti concreti in tutti quei luoghi in cui Viaggi Solidali è presente.
    Insomma, fa sicuramente piacere sapere che il mio
    viaggio in Zambia, non ha solo dato modo a me di scoprire una realtà così diversa, ma ha anche contribuito alla distribuzione da parte di CELIM di più di 300 crediti che hanno dato la possibilità agli abitanti del distretto di Siavonga di avviare piccole attività produttive, generatrici di reddito e tali da permettere la restituzione del prestito al 90%.
    Il microcredito nei paesi del terzo mondo è tendenzialmente concesso non a singoli individui ma a gruppi di persone, chiamati solidarity group nel modello della Grameen Bank, o più semplicemente gruppi o comitati; il principio è quello di creare una pressione e un aiuto reciproco tra i membri, in quanto ciascun membro del gruppo risponde vicendevolmente del prestito ricevuto e l’insolvenza anche di uno soltanto determina l’esclusione di tutti dal credito. Il microcredito, quindi, ha l’effetto di agire sulla comunità rendendola ancora più coesa e inspirando un senso di solidarietà diffusa; infatti, sebbene siano singoli gruppi a gestire il prestito, è la comunità tutta che partecipa alle attività produttive e ne trae benefici.

    IL MICROCREDITO IN ITALIA

    microMa oggigiorno il microcredito è uno strumento di aiuto che funziona non solo nei paesi del Sud del mondo, ma anche in quei paesi che fanno parte della metà del mondo cosiddetta ricca e progredita.
    In Italia, per esempio, il numero dei “non bancabili” è altissimo, il potere di acquisto della moneta continua a perdere terreno, e questo determina un paese industrializzato con l’11% della popolazione (più di 7 milioni di cittadini) rappresentato da lavoratori poveri, da precari, a cui è impedita la partecipazione al mercato del lavoro e quindi a rischio di esclusione sociale. Anche in Italia quindi hanno iniziato a sorgere enti ed organizzazioni che si occupano di microcredito. E sono ormai numerosi; da Banca Etica, prima istituzione bancaria di finanza etica in Italia, che offre crediti non solo a coloro che si collocano tra le fasce deboli della popolazione, ma anche a quelle organizzazioni che si occupano di turismo sociale, di promozione culturale e artistica nelle aree di maggior degrado sociale; a Micro.Bo, associazione onlus di microfinanza operante a Bologna e Provincia, che offre servizi di microcredito a lavoratori atipici, disoccupati, persone fuoriuscite dal mercato del lavoro che desiderano avviare un’attività autonoma; alle sei MAG (Mutua di risparmio AutoGestito) di Milano, Torino, Verona, Reggio Emilia, Venezia e Roma.
    Il tratto che differenzia il microcredito in Italia da quello nei paesi in via di sviluppo è che, considerato il forte spirito individualista occidentale, difficilmente è possibile applicare il modello dei prestiti di gruppo; il credito è quindi concesso in prevalenza a singoli individui per attivare imprese autonome. Ma quello che emerge è che anche nei paesi industrializzati il microcredito cambia per una volta prospettiva e raggio d’azione spostando l’attenzione dal “grande” al “piccolo”, dal capitale alla persona, dal patrimonio all’idea. Quello che si tenta di ricreare attraverso il microcredito è la ricostruzione di un tessuto sociale del territorio, di una comunità più compatta, solidale, in cui ci si viene incontro per permettere una qualità di vita migliore per tutti.
    E con il microcredito è stato possibile per esempio aprire un esercizio di vendita di prodotti locali pugliesi, un negozio di frutta e verdura biologica, o di commercio equo e solidale, riagganciandosi in un certo modo alla tendenza a riavvicinarsi ad un tipo di attività più naturale, sostenibile, diretta, etica.

    Lara Moro per http://www.yeslife.it/

    Microcre

    C'è rapporto tra etica e finanza

    Aristotele

    Epidermicamente, leggendo due parole come “etica” e “finanza”, saremmo portati a definirli termini lontani fra loro. Eppure, ad una più attenta riflessione, procedendo ad una sorta di anatomia della parola grazie all’etimologia, ci accorgiamo che non è così. Etica trae origine dal termine greco ethiké, che significa ciò che è relativo al costume, alla condotta dell’uomo, mentre finanza proviene dal tardo latino finalis, traslato poi nel francese finance, finale di un’operazione di transazione. Se le transazioni sono operazioni compiute dagli uomini, allora l’elemento che accomuna etica e finanza è appunto la persona: l’uomo.

    Ma, come tutte le azioni umane, anche etica e finanza devono avere un loro fine. Riesumiamo i pensatori greci per

    una prima analisi. Nell’Etica Nicomachea di Aristotele, Eutidemo pone una domanda apparentemente banale. Eutidemo chiede a Clinia: “Non è vero che, in quanto uomini, noi tutti vogliamo star bene?”

    La risposta di Clinia è: “Certo che sì”. Eutidemo allora insiste: “Ma se vogliamo la felicità, come possiamo?” Rispondere alla domanda di Eutidemo non è affatto facile o, almeno, si può rispondere in molti modi. Alcune risposte appaiono, però, di tipo egoistico, che altro non è se non l’amore vizioso di sé. L’impresa che a parole si vanta di essere socialmente responsabile e che poi considera come centrale solo uno dei suoi stake holder, l’azionista, non tende al benessere collettivo.

    I lavoratori di queste società egoistiche assurgono al ruolo di soci solo nel caso in cui l’impresa conosca un trend negativo, per precipitare nuovamente al ruolo di salariati quando tutto va bene.

    L’aristocrazia finanziaria che si autoalimenta distribuisce reddito solo a se stessa, non considerando le esigenze né dei lavoratori, né – tanto meno – del paese.

    La spremitura della forza lavoro genera peraltro tutta una serie di problemi di tipo anche psicologico, e di conseguenza fisico, che la società civile non dovrebbe affatto minimizzare. Fenomeni come il burnout, perdita di identità, così intensi nelle aziende che subiscono profonde trasformazioni e fusioni, si accoppiano con il cosiddetto hidden cost of reward, che comporta un ridotto controllo delle proprie azioni, perdita di autostima e limitazioni ad esprimere motivazioni estrinseche.

    Tutti problemi, questi ultimi, davvero complessi, ma che l’egoismo vizioso impedisce di affrontare per risolvere e

    che privano molte persone di quel benessere al quale pure vorrebbero tendere. Seguendo un’altra teoria filosofica del tutto condivisibile, quella di Kant, possiamo affermare che l’impresa dovrebbe essere una comunità morale e che lo stake holder lavoratore dovrebbe a pieno titolo partecipare alla determinazione delle regole organizzative.

    Purtroppo questo tema, quello della partecipazione, è stato sovente minimizzato, preferendo seguire la logica del conflitto, ovviamente sindacale o sociale. Sono certo che i numerosi conflitti succedutisi nel tempo, seppure forieri di apprezzabili conquiste, non hanno prodotto felicità, né hanno profondamente modificato le regole della convivenza fra le parti.

    Il moderno feudalesimo dell’aristocrazia finanziaria e la sua lontananza dalla società reale ci inducono, infatti, ad attente riflessioni ed a cercare di fornire per il futuro risposte diverse.

    Cercando, infine, di rispondere alla domanda di Eutidemo– come possiamo star bene– per la parte  del sindacato, credo che potremmo, realizzando contratti che siano lettera viva e non elenchi di norme superate.

    Ossia, contratti che tutelino realmente i lavoratori, non costringendoli a forme di negoziazione individuale, che sono sempre fenomeni negativi rappresentando forme deboli di presunta autotutela.

    L’etica non è un fatto soggettivo, come teorizzava assai bene Lèvitas, bensì responsabilità per l’altro.

    Se i lavoratori sono responsabili del loro lavoro verso l’impresa e verso la collettività, i manager lo devono essere verso la forza lavoro e verso il paese. L’etica della co-responsabilità appare, invece, quasi sconosciuta e purtroppo non solo nella finanza, ma spesso anche nella politica, che dovrebbe sovrintendere ai fenomeni sociali.

    Se la politica non risponde sempre al suo compito, e neppure lo fa l’impresa, è dunque possibile realizzare un mondo diverso tendente al conseguimento del bene collettivo?

    La risposta personale è sì, purché si accetti di uscire dagli schemi consueti, abbandonando la deprecabile furbizia e l’egoismo vizioso. In fondo, in questi tempi così confusi, si va affermando il concetto ed il termine, peraltro deprecato dalla cultura anglosassone, del compromesso come vero bene.

    Il compromesso equivale un po’ al Purgatorio teorizzato dai medioevalisti, un luogo dove non si sta né troppo male né troppo bene. Un luogo dove la felicità è da qualche parte ed arriverà solo con il tempo, un tempo però eterno,

    perché delle anime. Accettare il compromesso ed i principi del compromesso, che si poggiano sulla mediocrità, è come rispondere “no” alla domanda di Eutidemo se gli uomini vogliano la felicità, non sapendo che lo stesso, nel porla, aggiunge che solo gli stupidi non risponderebbero “sì”.
     
    di Enrico Gavarini tratto da www.fabi.it
     
    Purgatorio

    La globalizzazione liberista? Qualche giorno con le gambe guarite, tutta la vita con le braccia mozzate!

    hungrymouselg0
    Potremmo limitarci a disperate proteste contro il caro benzina come fatto dai pescatori, dai camionisti e dagli agricoltori di Parigi, dai tassisti di Madrid, dai motociclisti di Manchester, dagli allevatori in Germania, Olanda e Svizzera, dai pescatori ad Ancona e Bruxelles, dagli allevatori a Cremona. Da noi per fortuna non è ancora giunto il tempo di scendere in rivolta per le strade per il caro cibo come avvenuto già in oltre 40 nazioni. I media oscurano tali fatti ma il fallimento della globalizzazione liberista è sempre più sotto i nostri occhi.
    Invece, è preferibile riflettere sulla natura della tragedia dovuta al globalizzarsi della truffa del liberismo, nonchè sulle soluzioni da attivare per ridare un futuro all’umanità.

    L’ideologia liberista attraverso il metodo delle liberalizzazioni tratta l’economia allo stesso modo del medico che nell’immediato guarisce le gambe malconce (il disavanzo finanziario) del paziente, ma per farlo necessita di tagliargli gli arti superiori (i settori produttivi dell’economia reale, attraverso i tagli indiscriminati di bilancio, dalle infrastrutture, alla ricerca, alla sanità, all’istruzione, alla previdenza, impoverendo così l’intero settore produttivo). Così il paziente in un primo momento pare avere le gambe pronte all’uso, ma non ha più le braccia. Adesso come si nutrirà?

    Si pensi ai continui tagli di bilancio in Italia, Francia e Germania (le locomotive dell’euro): di anno in anno qualcuno si è illuso, attraverso l’abbassamento della spesa pubblica, di essere sulla retta via per lo sviluppo economico e dunque per il risanamento finanziario, invece non è stato raggiunto né l’uno né l’altro obiettivo; l’indebitamento complessivo (in rapporto al pil) dei tre paesi è passato dal 1992 al 2008 dal 98% al 104%[1] per l’Italia, dal 40,31% al 67,54%[2] per la Germania e dal 35,28% al 64,19% per la Francia.

    Di anno in anno l’illusione è stata che tenendo sotto il 3% il rapporto deficit/pil, le cose sarebbero migliorate. Invece l’indebitamento complessivo è andato sempre più peggiorando.

    E con la ratifica del Trattato di Lisbona verremo ad avere la radicalizzazione ulteriore di questo distruttivo processo.

    La politica dei tagli ha comportato per l’Italia il risultato di ridurre di circa il 70% la crescita della produzione industriale (passata da una media del +1,5% del 1991 a quella attuale del +0,5%); nel 2007 è stato registrato il record di mortalità imprenditoriale dal 2000, record tanto più negativo se non vi fosse stato l’apporto degli unici che ancora riescono a fare imprenditoria in Italia: cinesi, tunisini ed albanesi. Se è da vedere positivamente il fatto che questi cittadini extracomunitari si integrano nella nostra comunità attraverso l’iniziativa economica, è invece preoccupante il fatto che soltanto le loro condizioni lavorative ed i loro più bassi tenori di vita, consentono di ritenere meritevoli i bassi margini che il fare impresa in Italia oramai consente. In particolare la mortalità ha riguardato la piccola imprenditoria italiana. Ora, in presenza di una costante delocalizzazione e chiusura di fabbriche, quegli ex piccoli imprenditori cosa andranno a fare?

    L’ideologia liberista e le liberalizzazioni che anche in sede di Conferenza FAO i paesi più forti si sono ostinati a voler richiedere, sono una truffa; i malconci lavoratori del mondo occidentale, così come i poveri affamati dei paesi in via di sviluppo, lo hanno capito da tempo. Mentre gli yes men, politici od intellettuali che siano, si ostinano a richiedere mercati sempre più liberi, la gente comune pare avere compreso il “giochetto”: i processi di liberalizzazione aprono i mercati ad una concorrenza sfrenata; da essa ne esce vincitore chi è finanziariamente più forte, chi può permettersi di sopportare fasi di bassi guadagni; gli altri spariscono. Non è un caso che alla recente Conferenza FAO i paesi ricchi volessero liberalizzare i mercati agricoli, mentre i paesi più poveri si siano opposti imponendo che dalla dichiarazione finale fosse tolto il divieto di adozione di politiche protezionistiche.

    Vi sono poi quei settori di megaoligopolio dove di concorrenza non si è mai sentito parlare: banche, petrolio, sementi. Di fronte all’esplosione del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, provocato dalle politiche speculative rafforzate dalle banche centrali, gli yes men continuano spudoratamente a chiedere la concorrenza per i promotori finanziari, per i benzinai o per gli agricoltori (cosa diversa rispetto a Mr. Morgan, Mr. Shell, o Mr. Monsanto). Sarebbe comunque fumo negl’occhi parlare di concorrenza in questi settori; è da ripetere: le liberalizzazioni in un’economia finanziarizzata agevolano i concentramenti di settore nelle mani del più forte.

    Le politiche economiche liberiste, così come imposte dal Fondo Monetario Internazionale o dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), o dal Trattato di Maastricht attraverso i parametri del “patto di stabilità”, sono l’applicazione in economia dell’ideologia del liberismo.

    Si crede di risolvere i problemi economici creando una sfrenata concorrenza in settori del terziario tipo quello commerciale o quello dei servizi di trasporto. Torte che già erano in fase d’impoverimento a causa del costante aumento dei costi di gestione, si pretende che vengano spartite tra un nuovo indeterminato numero di operatori, la cui quantità la decide il “libero” mercato, piuttosto che una valutazione intelligente degli organi preposti al perseguimento ed alla tutela del bene comune con primo riguardo al lavoro, così come sancito dall’art. 1 della nostra Costituzione: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

    Lo sviluppo economico non lo si crea spartendo torte tra un sempre maggior numero di operatori, ma aumentando il numero delle torte dove impiegare la nuova forza lavoro. Per farlo è necessario tornare a politiche economiche dirette dallo Stato e non dal “libero” mercato. Solo con il ruolo propulsivo statale nel campo infrastrutturale, dell’industria e della ricerca è possibile avere un tessuto imprenditoriale privato in constante sviluppo e la creazione di posti di lavoro dignitosi.

    La stessa questione dell’evasione fiscale, oltre alla demagogia, mostra tutta la distruttività delle liberalizzazioni. La mortalità imprenditoriale registrata dimostra che il livello di concorrenzialità radicale creato ha trasformato l’evasione nell’unico modo per sopravvivere (non per arricchirsi!). Se si colpisce quella, il piccolo imprenditore chiude! Per esempio in una città turistica come Firenze, nel 2006 vi è stato un saldo negativo delle attività di commercio al dettaglio di -253, e nel 2007 questo dato si è aggravato con -521 unità! La tanto declamata lotta all’evasione mette fuori dal mondo del lavoro i piccoli, mentre nel frattempo si prevedono forme di defiscalizzazione per i megaprofitti delle banche!

    L’Eurosistema introdotto col Trattato di Maastricht ha cementato il sistema economico del “doppio standard” avviato nel ’71 con l’abbattimento degli accordi di Bretton Woods: concorrenzialità estrema nei settori ad alto tasso di piccola imprenditoria; protezione di fatto per le megaconcentrazioni oligopolistiche.

    Nel settore dei taxi le influenze liberiste stanno verificandosi nel seguente modo: a cospetto di una riduzione del lavoro (-9% annuale in maggio) e di un aumento iperinflazionistico del prezzo del diesel del 30,8% su base annuale, le amministrazioni più irresponsabili hanno provveduto ad emettere licenze di noleggio con conducente in modo indiscriminato, e non in base alle effettive esigenze. (E l’Anci o le Regioni invece di coordinare che fanno?). Mancando il lavoro, stiamo assistendo a fenomeni di illegalità costante da parte dei noleggiatori. Il fenomeno oltre che sui lavoratori si ripercuote sui consumatori a cui, proprio a causa della carenza di lavoro, vengono praticati prezzi arbitrari con ricarichi anche di oltre il 300% (!) sulle tariffe ufficiali. Chi dovrebbe essere preposto a controllare, a fronte di un fenomeno che sta dilagando, può fare ben poco vista la carenza di personale. D’altra parte assumere nuovi agenti di polizia amministrativa non si può, perché la spesa pubblica non può essere incrementata (!).

    Questa nefasta idea per cui i processi relazionali umani siano guidati dalla sola libertà e dai suoi derivati (liberismo, liberalizzazioni, libertarismo, ecc.) è in realtà l’apologia dell’arbitrio del più forte; in economia come in altri settori della vita. Lo stesso problema sicurezza è conseguenza del medesimo approccio liberticida ai flussi migratori, a cui si affianca l’ispirazione liberista degli Accordi di Schengen. Maree di cittadini extracomunitari e non, in cerca di lavoro, si spostano dove vi è domanda di lavoro. E visto il deficit demografico dei paesi industrializzati l’immigrazione rappresenta una risorsa, ma se controllata in funzione delle opportunità lavorative che possiamo offrire. Senza controllo alcuno però la grande impresa trae vantaggio dall’enorme offerta di manodopera che si crea, per assumere alle condizioni che più gli aggrada. Coloro che non trovano lavoro “devono” dedicarsi all’illegalità. Anche per questa gente in difficoltà nelle loro terre, la soluzione non passa per un approccio liberista alla questione, quanto per autentici accordi internazionali che mirino al bene comune.

    Se ci rifacciamo al dettato della nostra Costituzione, ed all’approccio che fu del grande presidente americano Franklin Roosevelt, abbandonando immediatamente l’ideologia liberista che rimette alla “legge del mercato” piuttosto che all’ingegno umano la risoluzione dei problemi dell’umanità, possiamo risolvere il problema di fondo della dittatura della speculazione su tutta la società, dell’iperinflazione su alimenti ed energia, della carenza di lavoro dignitoso.

    Abbiamo dunque bisogno che il Governo si adoperi per:

    1. lo scioglimento dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) che attraverso la sola legge del libero commercio prevarica i diritti della persona umana;
    2. la celere convocazione di una “conferenza finanziaria mondiale” (o Nuova Bretton Woods così come ideata e proposta da quasi vent’anni dall’economista americano Lyndon LaRouche) per un nuovo sistema monetario e finanziario ed il ripristino dei sistemi di banca nazionale che si riapproprino della funzione sovrana del credito pubblico, attraverso cui porre la base per lo sviluppo economico di tutti i popoli del pianeta;
    3. il rigetto del ratificando Trattato di Lisbona;
    4. il raddoppio della produzione agricola globale;
    5. il riavvio delle politiche energetiche alternative compatibili con l'ambiente per superare i diktat “della legge del mercato fatta dai petrolieri” e risolvere il problema energetico globale;
    6. il lancio di progetti infrastrutturali al più alto livello tecnologico-scientifico compatibili con l'ambiente nei settori delle vie di comunicazione, dell’agricoltura, della sanità, dell’istruzione, affinché intorno ad essi possa riprendere vita l’iniziativa economica.

    Tutto ciò vorrebbe dire risanare dalle fondamenta l’attuale modello economico imperiale (l’impero dei controllori della finanza, l’impero dei controllori dell’energia), e reinstaurare una comunità di popoli dediti alla sempre più efficiente produzione di beni, al fine di poter ridare spazio alla vera natura umana che è quella che ci inclina alla conoscenza ed alla creazione.

    di Claudio Giudici per http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it

    [1] Per quanto riguarda l’Italia 8 punti percentuali di riduzione del debito complessivo sono derivati dagli introiti ottenuti dagli smobilizzi e privatizzazioni del periodo 1992-2000, di perle dell’imprenditoria pubblica come Eni, Enel, Telecom, Imi, Credit, Comit, piuttosto che dal complessivo aumento della produttività nazionale. Quel debito sarebbe altrimenti di almeno il 113%!

    [2] I dati di Germania e Francia si riferiscono al 2006.

    Neolib