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    La mafia, la P2, lo Stato, Forza Italia e i servizi deviati.

     

    In questo modo Cosa Nostra è diventata Stato

    Nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio sono stati disintegrati i due principali simboli della lotta alla mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, attraverso l’utilizzo di esplosivi bellici che hanno provocato un massacro barbaro e destabilizzato gli equilibri politici.

    Cosa Nostra dopo l’inaffidabilità “contrattuale” evidenziata dai tradizionali referenti politici con il mancato aggiustamento del maxiprocesso in Cassazione ha mutato strategia politica. La tenacia e le capacità del pool dei magistrati di Palermo e dei lavoro svolto da Falcone per togliere al giudice Carnevale e ai suoi amici il monopolio delle sentenze sul crimine organizzato, hanno sancito il fallimento del rapporto tra la corrente andreottiana, in particolare, e Cosa Nostra. L’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima segna la rottura definitiva del patto scellerato delle convergenze parallele tra pezzi della politica e la mafia. La strage di Capaci preclude il Quirinale a Giulio Andreotti (ritenuto mafioso con sentenza caduta in prescrizione). Le mafie. Cosa Nostra e ‘ndrangheta in particolare, stanno consolidando sempre più una potenza economica-finanziaria soprattutto a seguito del controllo dei più imponenti traffici internazionali di droga. Non si vogliono più limitare ad avere singoli referenti politici che non sono più in grado di arginare magistratura e forze dell’ordine sempre più determinate nel contrasto al crimine organizzato.

    È il momento del salto di qualità. La mafia decide di farsi Stato e lo fa con due strumenti tipici dei conflitti: bombe e dialogo, stragi e trattativa. La strage di Capaci produce dirompenti effetti politici, mina le fondamenta della prima repubblica già colpita dagli albori di tangentopoli.

    La mafia cambia strategia politica e inizia i primi contatti strutturali con esponenti della politica e delle istituzioni.

    Il comando del fronte antimafia viene, di fatto, preso da Paolo Borsellino, il quale indaga ed intravede il cuore del potere mafioso: i collegamenti con la politica, l’imprenditoria e le istituzioni (magistratura compresa). Non è un caso che dopo la strage di Capaci, in un emozionante dibattito organizzato da micromega, sostiene che, nella magistratura, forse, vanno trovati taluni responsabili della morte del suo caro amico e collega Giovanni Falcone. Credo che Borsellino abbia anche potuto intuire della trattativa e del ruolo che stavano avendo quelle settimane settori deviati delle istituzioni.

    La strage di via D’Amelio è una strage politica, si può ipotizzare che ambienti non organici a Cosa Nostra siano stati determinanti nel movente, nella dinamica e nell’occultamento delle prove della strage.

    A questo punto la mafia ha inferto il colpo più duro che si potesse dare alla magistratura impegnata in prima linea, rassicurando i collusi e gettando nel panico tutti coloro i quali erano stati interlocutori politici di Cosa Nostra.

    La trattativa entra nel vivo e operano, con spregiudicatezza al limite dell’eversione, pezzi deviati delle istituzioni: all’interno dei servizi (il ruolo di Contrada Sisde) ed esponenti in primo piano del Ros (trattativa infame, mancata perquisizione al covo di Riina e il favoreggiamento alla latitanza di Provengano).

    Cosa Nostra tratta attraverso il papello e continua con la strategia del terrore per mettere in ginocchio il Paese. Le condizioni per la pax mafiosa sono dure ed ecco le bombe di Roma, Firenze, Milano. Il Paese è ad un bivio.

    Chi conduce la trattativa? Uomini in divisa con autonome velleità da nuovi piduisti, oppure braccia operative di ambienti politici che intendono aprire una nuova stagione nei rapporti con Cosa Nostra e favorirne la metamorfosi attraverso la mimetizzazione nello Stato e la ‘confusione’ nel bilancio dell’economia reale?

    La trattativa va in porto. Cosa Nostra, dal 1993, interrompe il conflitto armato con le Istituzioni e comincia il suo fluido percorso di penetrazione nello Stato e nell’economia.

    La sua forza si consolida con il controllo della spesa pubblica e dei finanziamenti pubblici, con il condizionamento del mercato del lavoro ed il controllo del voto.

    La nascita di Forza Italia si colloca nel periodo in cui termina la strategia militare ed inizia la penetrazione in tutte le articolazioni istituzionali e si consolida la sua presenza nei meandri dei circuiti economico-finanziari.

    Il processo al sen. Dell’Utri, ideologo di Forza Italia, con la sua condanna in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è uno spaccato illuminante del baratro in cui siamo piombati.

    Il percorso  della criminalità organizzata che diviene Stato viene anche favorito da pezzi deviati delle istituzioni che dovrebbero rappresentarle. DA settori opachi della magistratura i quali hanno operato con analogie sorprendenti tra quegli anni – penso anche alla lucida analisi del dr.Alfonso Sabella sulle pagine de Il Fatto Quotidiano a proposito delle prime indagini sulle stragi della procura di Caltanissetta e al ruolo e alla contestuale strategia e successiva carriera dl dr.Giovanni Tenebra – e le volte che indagini molto delicate sono penetrate nel cuore del sistema mafioso: come le indagini Why not e Poseidone e le indagini della procura di Salerno sulla cosiddetta nuova P2.

    Dalle deviazioni di pezzi della polizia giudiziaria: dalle trattative di servizi piduisti (come nel caso Cirillo) a Bruno Contrada, sino al ruolo inquietante che sembra caratterizzare esponenti del Ros.

    Denso di significati il racconto del giudice Sabella circa il ruolo – determinante nell’affossamento di inchieste e nella distruzione di servitori dello Stato – del Consiglio superiore della magistratura, con una continuità impressionante dal 1992 ad oggi simbolicamente rappresentata dalla presenza di Nicola Mancino.

    Vi è stato un ruolo criminale e scellerato di taluni esponenti delle forze dell’ordine mentre altre donne e uomini della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza morivano e rischia(va)no la vita nel contrasto al crimine organizzato?

    Ogni qualvolta si è indagato in questa direzione ambienti occulti e criminali hanno operato per evitare che si raggiungesse la verità. Alcuni spunti. La trattativa che sarebbe stata condotta da uomini del Ros con Cosa Nostra mentre ancora si sentiva l’acre odore della cenere di magistrati e poliziotti assassinati. Le dichiarazioni di Giovanni Brusca su via D’Amelio. Le dichiarazioni del colonnello dei carabinieri Riccio nei processi in corso a Palermo sulla trattativa (dove si è fatto anche il nome, a proposito dei rapporti tra magistrati e mafia, del dr.Dolcino Favi, procuratore generale che avocò l’inchiesta Why not proprio mentre ricostruivo i rapporti tra criminalità organizzata, massoneria deviata, pezzi della magistratura, della politica, dei servizi e delle istituzioni).

    La mancata perquisizione del covo di Riina ed il favoreggiamento alla latitanza di Provengano. Il ruolo che sarebbe stato condotto da magistrati, politici e carabinieri per favorire la dissociazione dei boss con l’obiettivo di stroncare il pentitismo e rafforzarne la penetrazione di Cosa Nostra nel tessuto politico-istituzionale. I misteri che ruotano intorno alla morte del maresciallo Lombardo. Le informative del Ros che ritrovai nell’inchiesta Poseidone – acquisite dalla procura di Roma – che dovetti rivedere in profondità in quanto marcatamente superficiali (vi erano i nomi di politici molto importanti, ambienti massonici e dei servizi, criminalità organizzata).

    L’indagine che un magistrato della procura di Catanzaro – poi indagato e perquisito dalla procura di Salerno per reati gravi – delegava al Ros (pur non essendoci alcun profilo di criminalità organizzata) che mirava a coinvolgermi in vicende per le quali ero totalmente estraneo. La creazione ad arte di tracce di reato, ossia il metodo della calunnia e del depistaggio. La delega che il dr.Favi dava al Ros nelle indagini della procura  generale di Catanzaro che avocando l’inchiesta Why not ha prodotto una sua sostanziale disintegrazione. In questi giorni la procura di Crotone indaga un ufficiale dei carabinieri che doveva essere un mio collaboratore mentre pare abbia fatto altro, di penalmente rilevante. Le inchieste della procura di Salerno, proprio lì la chiave di volta per mettere insieme, in un filo criminale, vecchi e nuovi piduisti. Per questo tanti magistrati dovevano saltare, assassinati professionalmente.

    I legami con la politica: dal generale Mori consulente di Formigoni, ai figli del generale Subranni (tra Angelino Alfano e servizi).

    Il piduismo sta operando, tra servizi deviati e massonerie, tra mafia e politica. Va alzata la vigilanza democratica confidando in quei magistrati che ancora non hanno piegato la schiena.

    di Luigi de Magistris Il Fatto Quotidiano

    L'europarlamentare Luigi De Magistris

     

    E se Graviano comincia a parlare?

    Parla Filippo Graviano, boss stragista del ’93 indicato dai pentiti come uno dei protagonisti della trattativa tra Cosa Nostra e il nuovo partito in via di costituzione, Forza Italia. Dice di avere fatto in carcere una “scelta di legalità”, anche se continua a negare ogni coinvolgimento nelle stragi. E arriva il giorno di Gaspare Spatuzza: sarà sentito in  aula a Torino, il 4 dicembre prossimo, dai giudici di appello che stanno processando Marcello dell’Utri, condannato a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Dalle carte trasmese a Palermo dalla procura di Firenze emerge più chiaramente il contesto delle accuse che lambiscono Silvio Berlusconi e Marcello dell’Utri, che avrebbero costituito, secondo le nuove rivelazioni di Spatuzza, le coperture politiche chieste ed ottenute dai frateli Graviano all’inizio del 1994, quando progettarono l’attentato al pullman dei carabinieri parcheggiato nei pressi dello stadio Olimpico, Un attentato, lascia intendere oggi Spatuzza riferendo le parole di Giuseppe Graviano, che avrebbe ottenuto un autorevole avallo da quelle forze che si stavano apprestando ad entrare in politica. Si tratta di due ladoni con oltre 500 pagine depositate ieri nel processo dell’Utri sui quali si è concentrata l’attenzione investigativa della direzione distrettuale antimafia di Palermo, che ieri, sempre nell’ambito della trattativa mafia-Stato ha interrogato nuovamente Massimo Ciancimino, che, nei giorni scorsi, aveva annunciato il possesso di alcuni nastri registrati con le conversazioni del padre con gli ufficiali del Ros nel corso dei colloqui nella sua casa di piazza di Spagna, a Roma. Ma è su Filippo Graviano, e sulla sua insolita “apertura alla legalità” che si è concentrata l’attenzione dei magistrati antimafia. Il boss dice di aver compiuto in carcere questa scelta, si è iscritto alla Bocconi di Milano e ha già dato dieci esami, nel suo futuro di ergastolano c’è l’obiettivo di rafforzare la sua cultura, ma nelle stragi, “mi dispiace deludervi, ma non ho avuto alcun ruolo”. In carcere, nel 2004 aveva detto a Gaspare Spatuzza, allora suo fedelissimo, oggi pentito, che “se non arriva niente da dove deve arrivare è bene che anche noi cominciamo a parlare con i magistrati”. E Graviano davanti ai magistrati di Firenze che lo hanno interrogato nei giorni scorsi non si è tirato indietro, aprendo un minuscolo varco impensabile, fino ad  ora, per un capomafia del suo calibro e annunciando una decisione inedita che lascia aperti tutti gli interrogativi su una sua futura collaborazione.

    In che cosa si concretizzi la scelta di legalità, ancora non si sa, visto che il capomafia subito dopo ha negato di avere commesso qualsiasi reato. E messo a confronto con Spatuzza, non lo ha trattato da infame perché pentito, ma ha addirittura tracciato un parallelo tra le loro due decisioni: “tu hai compiuto una scelta religiosa – ha detto Graviano, alludendo alle lettere inviate da Spatuzza ad un vescovo – io arricchisco la mia cultura”. Diverso, infine, l’atteggiamento del fratello Giuseppe, che, messo a confronto anch’egli con Spatuzza, non lo ha neppure preso in considerazione. Nell’udienza di ieri, infine, il pg Nino Gatto ha chiesto alla corte di sentire Salvatore Grigoli, che in un verbale depositato agli atti del processo ha detto che le stragi di mafia del ’92 e del ’93 erano state fatte “per costringere lo Stato a scendere a patti”. E sul senatore imputato ha detto: “Mangano (Nino, ndr) mi disse che i Graviano avevano un canale diretto con dell’Utri. IN effetti ricordo che all’epoca vi fu la vicenda del movimento politico che volevamo costituire, denominato “Sicilia Libera”. La questione di “Sicilia Libera”, a un certo punto, non fu più portata avanti perché noi tutti fummo orientati verso il nascente movimento Forza Italia”.

    E conclude: “Dopo le elezioni tutti confidavamo in Berlusconi e si diceva che solo lui ci poteva salvare”.

     

    di Giuseppe Lo Bianco Il Fatto Quotidiano

    Il senatore di Forza Italia Marcello dell'Utri

    Malitalia, la mafia che non spara

    Davanti al piccolo ingresso, tra i fichi in lontananza e il profumo d’Africa, il cimitero sembra qualcosa d’altro. Il luogo di un riposo più lieve di un’eterna sosta, un filare di viti sotto il quale riprendere forza, riflettere scossi dal vento, attendere in quiete il succedersi delle stagioni.

    Leonardo Sciascia se ne andò vent’anni fa. Il 20 novembre, dopo aver discusso con i nipoti di Stevenson e Allan Poe, lasciando spazio e vittoria alla malattia, osservando la pioggia obliqua scendere per l’ultima volta prima di chiudere gli occhi.

    Sulla lapide, a Racalmuto (foto sopra), la frase di un aristocratico francese: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. A futura memoria, a patto che, come ricordava Sciascia stesso, la memoria (e non era scontato) possedesse davvero un orizzonte. Con Malitalia (Rubbettino, 15 euro, libro più dvd) Laura Aprati ed Enrico Fierro non si concedono il lusso di dubitare e scendono con occhi, voce e curiosità, alle radici evolutive di una mafia che Sciascia, nonostante intuito e lungimiranza gli fossero amici non meno della scrittura, non aveva fatto in tempo a prevedere. Una criminalità dove come spiega con tono lontano dall’enfasi, un potenziale eroe sciasciano, un letterato con pistola e distintivo, il capo della squadra mobile di Trapani Giuseppe Linares: “Ogni raro spargimento di sangue, negli ultimi anni, è stato mirato”. Sparare non serve più. La storia sembra più semplice, ma in realtà si complica, con l’abbandono della ormai rassicurante e ingannevole iconografia coppola e lupara.

    A ciascuno il suo e ai nuovi padroni, un controllo del territorio cui per esercitarsi non serve il piombo. In doppio petto, come un iguana pronto alla mimesi e all’evoluzione (anche tecnologica ) davanti al nemico, il mafioso del nuovo millennio manda i figli all’università e penetra nella falda della società in modo invisibile. Giorno dopo giorno, stando ben attenti a terrorizzare senza abbaiare alla luna. Andando dritti alla radice del dominio, vivendo alternativamente da uomini d’onore e topi pronti a nascondersi in tane sotto terra, bunker che puntellano l’Aspromonte, nascosti dall’impenetrabile vegetazione, come nell’Albania a sinistra della Cina di Enver Hoxha.

    Per poter trionfare tra istituzioni sonnolente: “O vicine a una conclamata negligenza non distante dal dolo” come sottolinea Alberto Cisterna, magistrato della Direzione distrettuale antimafia, i nuovi mafiosi viaggiano, stringono alleanze, cercano sponde politiche, brandendo il potere economico come una clava e l’estorsione, “Il principale serbatoio di Camorra, Mafie e‘Ndrangheta” come afferma al di là di ogni ragionevole supposizione Rodolfo Ruperti, dirigente della mobile di Caserta, al pari di un ricatto costante che rade al suolo esistenze in gabbia, società malformate senza spazi di redenzione, comunità in ostaggio permanente. Il pizzo crea investimenti e il circolo poco virtuoso, nella terra shakespeariana dei Bidognetti e degli Schiavone, quasi non conosce interruzioni.

    E’ un documentario prezioso, Malitalia. Gemma non verbosa, movimento nell’azione, odore della paura e dell’impunità tra i rovi inestricabili di un paese in decadenza e i nodi gordiani di una nazione che da Gobetti a oggi, si è inutilmente arrovellata su una coesione improbabile. Ci sono volti e urla, donne di boss pronte ad aggredire operatori e giornalisti, soldati straniati che cresciuti con la televisione non capiscono dialetti, nessi e circostanze di una tradizione arcaica che mantiene origini e patti di sangue dalla notte dei tempi, pentiti e collaboratori di giustizia emarginati, impavidi “no” che si pagano con l’esclusione e la vendetta.

    C’è soprattutto il mestiere di giornalista capace di tornare alle motivazioni nobili, sfrondato da orpelli, vaniloqui e vanità, l’odore del pistard che fiuta il filone giusto e ci si butta senza calcoli, al riparo di macchine sporche, piene di cartoni di cibo rubato al mestiere, rese irrespirabili dai chilometri e dal fumo. Siani, Nozza, Fierro. Figli sparsi per il mondo come pezzi di carta, pacchetti con dromedari da decrittare come compagni di viaggio, centinaia di sigarette, barba incolta, impermeabili da noir, occhiali da sole, battuta fulminante, cinismo per proteggersi dalle emozioni e cuore grande, da far pulsare fuori dal taschino, all’occorrenza, perché dietro gli specchi, la vita è dura. In trent’anni a contatto col malaffare, dalla Campania di Cutolo al presente non meno fosco, Fierro ha raccontato l’Italia. Quella stanziale e quella agognata dai disperati in esilio verso le coste pugliesi. Il terremoto irpino e quello abruzzese, la politica, i ministri compromessi e la caduta di un sistema abile e svelto nel cancellare la palingenesi e riformarsi indossando fogge nuove di taglio antico. Dalla lezione superba di don Ciotti mutuata da Rosario Livatino: “Non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili”, alle parole di Dacia Maraini e dei tanti cacciatori con la divisa, in costante battuta contro indifferenza e silenzio, “Malitalia” accompagna (con una musica adeguata a scandirne la progressiva discesa negli inferi), lo spettatore oltre i lustrini di un’epoca narcotizzata.

    Tra i tassi di usura al dieci per cento mensile, “il monolite indissolubile” (sempre Linares) perpetua se stesso. Lega per sempre destini e disperazioni, offre protezione pelosa, minaccia. Non diversamente dall’immortale epopea mafiosa, da Ellis Island a Corleone, perché in fondo, al di là del linguaggio frammentato utilizzato per non farsi intercettare, Calabria, Sicilia e Campania, soffrono di un’affezione dalle ascendenzeprimordiali.Undoloreche non si lava, anche se i figli crescono e le mamme imbiancano.

    Di un’ortodossia che legando uomini di malavita e borghesi, nuovi ricchi e apparati della macchina amministrativa, proclama una resa fittizia e intanto continua a fare affari. Sempre più ricchi, sempre più “raffinati”. Nascono nuovi sottoinsiemi e poteri rimodellati, figure venerate dai piccoli boss di provincia, come quella impalpabile del presunto neo capo di “Cosa Nostra”, il trapanese Matteo Messina Denaro, “l’ultimo”, come scritto da un ammirato writer sui muri della città siciliana, e politiche neokeynesiane in cui i soldi devono esserci e fluttuare al riparo da lacci e restrizioni, a prescindere dalla provenienza, senza alcuno scrupolo morale sull’inquinamento complessivo di un sistema drogato alla nascita.

    Così, mentre si piange Fortugno e i ragazzi di Locri e dei 42 comuni della zona, impegnati a chiedere una prospettiva diversa, “non vengono fatti lavorare”, gli sforzi e il desiderio di riemergere della parte sana della comunità, somigliano a una “gurfata”. Sbuffi di vento incapaci di far crollare le connivenze. Chi nel potere politico prova a ribellarsi, sa dopo l’omicidio di Francesco il medico, che la regola d’ingaggio è cambiata.

    Chi si mette in mezzo muore e forse, nella constatazione laconica, il ritorno al passato è più evidente di qualunque immagine.
     
    di Malcom Pagani Il Fatto Quotidiano
     

    La Santa Mafia di cui nemmeno i tedeschi vogliono sentir parlare

    Petra Reski, Santa Mafia, Edizioni Nuovi Mondi, Modena 2009

    Tra lei e la mafia -si fa per dire- è stato amore a prima vista. Petra Reski già prima di essere una giornalista era andata a Corleone, una giovane studentessa tedesca con in testa la saga del Padrino. Ma già allora la Sicilia la spiazzò e le si manifestò priva di quel connotato romantico con cui l’aveva coltivata nel suo immaginario; le si rivelò sbiadita e desolata nel suo composto squallore di terra saccheggiata dentro e fuori,  coperta da quella coltre di silenziosa tensione che sovrasta le cose e le persone nei luoghi senza libertà. Da allora è passato molto tempo e Petra, storica inviata per l’Italia del settimanale tedesco Die Zeit, ha imparato a conoscere e riconoscere la mafia siciliana, la ‘ndrangheta, la camorra.

    Il suo Santa Mafia è una specie di taccuino degli appunti di un’inviata di guerra, più di 300 pagine a metà tra il reportage e il diario personale. Pubblicato in Italia da Nuovi Mondi, è stato un caso alla sua uscita in Germania, poiché l’autorità giudiziaria tedesca ha preteso la censura di alcune parti del racconto, come evidenziato dalle strisce nere che coprono simbolicamente alcune righe e non rimosse definitivamente per volontà dell’editore italiano. I passaggi che nessuno deve leggere sono quelli in cui si rivelano affari e connivenze tra mafiosi italiani e uomini d’affari tedeschi. I giudici ne hanno imposto l’omissione  su richiesta di alcuni dei personaggi citati nel libro, peraltro già ben segnalati nei documenti giudiziari e nelle informative di polizia. “Ogni volta che passo le dita sopra quegli omissis, mi aspetto che restino macchiate di nero”, confida l’autrice nell’introduzione all’edizione italiana.

    Il procuratore nazionale antimafia, Vincenzo Macrì, calabrese, deve aver provato un senso di sollievo dopo aver letto quello che Bartels, viaggiatore amburghese di un paio di secoli fa, scriveva sui suoi compaesani di allora: “I calabresi sono esseri umani come noi”. In debito con i tedeschi per questa promozione nella scala evolutiva e nella convinzione che “i colti viaggiatori stranieri riuscivano a vedere ciò che gli storici italiani ignoravano”, il magistrato si fa carico della prefazione del libro della Reski, la quale “con altrettanta curiosità unita a un’acuta conoscenza di uomini e cose, rinnova l’itinerario dei suoi predecessori”, i viaggiatori stranieri del XIII e XIX secolo. Petra è sulle tracce delle mafie da più di vent’anni e sa che le cosche non sono più quel folklorico fenomeno di alcune arretrate regioni meridionali d’Europa, come viene tuttora immaginato nel resto d’Europa, e che esse invece muovono miliardi di euro, indossano la camicia bianca, studiano nelle migliori università, investono quantità impressionanti di denaro in tutto il continente e hanno la capacità di movimento e di accentramento propria delle holding finanziarie. Lei è stata più volte nei luoghi fisici della ‘ndrangheta, della mafia siciliana e della camorra, osservando, indagando, incontrando e intervistando la gente del posto, i personaggi del malaffare e i loro antagonisti nella lotta per la legalità. La giornalista è testimone, lungo gli anni della sua indagine, della metamorfosi delle cosche in multinazionali di successo, che non risparmiano nessun contesto geografico e sociale. Da tempo -già prima della strage del 2007 a Duisburg, nel nord della Germania, frutto di una faida tra famiglie calabresi- la giornalista aveva denunciato, spesso inascoltata dai connazionali, le infiltrazioni diffuse e gli affari colossali in territorio tedesco del crimine organizzato italiano, alla vorace ricerca di nuovi territori per gli investimenti e per il “lavaggio” del denaro sporco. Dopo Duisburg tutti hanno dovuto svegliarsi, anche i tedeschi, che si pensavano immuni. Infatti la ‘ndrangheta, in una delle sue involuzioni periodiche all’età della pietra, aveva smesso i vestiti buoni ed era tornata al naturale, sparando all’impazzata, minacciando e spaventando persino questa tranquilla cittadina e con essa la Germania tutta. Impossibile non riconoscerla. “Se andiamo avanti così, in pochi anni la ‘ndrangheta si mangia la Germania” aveva detto spesso prima di allora la Reski dalle pagine della sua testata e tutti l’avevano guardata con sarcastico sospetto. Come si guarda chi dice di avere avvistato un UFO atterrare sopra il tetto di casa. Da quella strage di ferragosto 2007 a Duisburg in poi,  Petra la “romantica”  -per anni inutile profetessa in patria, trattata con sufficienza per il presunto allarmismo da esaltata- ad un tratto è stata innalzata sul podio dell’esperta tedesca per eccellenza di criminalità organizzata. Questo non è bastato, però, a fermare la censura.

    L’autrice si muove, lungo le pagine, in un percorso a tappe segnato da personaggi e luoghi, in una specie di slalom tra i feudi della mafia e i fortini sempre più assediati dell’anti-mafia, a disegnare un tracciato che parte da Corleone, Palermo, San Luca e porta fino a Duisburg, facendo perno su Roma, sul suo cuore politico, il parlamento e le sedi istituzionali di governo. Se Alemanno, un paio di settimane fa, portando il suo saluto istituzionale da Sindaco della capitale a CONTROMAFIE 09 -una specie di meeting dell’impegno civile, giudiziario e politico contro le cosche e l’illegalità, organizzato da Libera di don Ciotti- si disse sgomento nell’aver appreso al risveglio e dai giornali, appena qualche giorno prima, che i clan erano sbarcati a Roma con i loro affari, Petra lo sapeva già. E lo racconta dettagliatamente, ad esempio nel capitolo dedicato a Dell’Utri e a Berlusconi. Ad Alemanno, ennesimo esempio di beata innocenza dei nostri amministratori, sarebbe bastato dare un’occhiata agli atti d’inchiesta degli svariati processi contro la criminalità organizzata, come ha attentamente fatto Petra, per saperne di più e prima. Dunque, delle due l’una: o una buona maggioranza della nostra classe dirigente è appena sbarcata sulla penisola con provenienza dalla Luna, oppure ha ragione Giancarlo Caselli, attualmente procuratore capo a Torino, quando dice che da parte degli uomini del potere politico non c’è volontà di “far luce sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.

    E se la collusione tra mafie e partiti è uno degli argomenti centrali dell’esplorazione umanamente coinvolta della Reski, il vero piatto forte -ancora largamente evitato o dimenticato dagli intellettuali italiani della coscienza civile contro il malaffare organizzato- è la contiguità tra istituzione religiosa e cosche; suggestivamente evocata dalla “santità” che il titolo attribuisce all’istituzione criminale, questa tacita alleanza tra le realtà mafiose locali e la Chiesa, dalla cui bocca ufficiale -come lo stesso don Ciotti ripete spesso- non sono venute ancora parole abbastanza chiare contro i boss, riguarda più i livelli di base, come parroci, curie locali, confraternite e fedeli, più che i piani alti delle gerarchie, le quali non hanno comunque mai messo mano ad un documento ufficiale di condanna del fenomeno mafioso. Spiegava Petra, in un’intervista rilasciatami a ottobre, che in un paese dove l’istituzione religiosa è così radicata, potente e pervasiva, una realtà come la mafia non potrebbe sussistere senza il suo appoggio, diretto o silenzioso.

    Se suona credibile che “la mafia vuole essere invisibile, vuole essere parte della società”, allora quella di Petra con il suo libro è una pubblicità non richiesta dalle cosche che può violare il silenzio monacale che i boss, quasi sempre latitanti e spesso autoreclusi a vita nei loro scantinati e rifugi segreti, impongono a sé e al mondo circostante; quelle pagine vorrebbero fare breccia nell’impaurità omertà di tutti i cittadini vicini al fenomeno e incunearsi nella colpevole indifferenza dei geograficamente, ma non antropologicamente, lontani dalla cultura mafiosa. Poiché, scopre la Reski, la mafia “ha sempre puntato sul rifiuto degli italiani nei confronti dello stato” ed è, quindi, più forte e performante laddove è sostrato culturale di un intero popolo, nessuno escluso, neppure i romani e i lombardi. Perché essa è interiorizzata dentro di noi, irradiata dai nostri stili di vita. Il quotidiano è il campo di battaglia su cui combattere. L’unico da cui cominciare se si vuole provare a vincere.

    di Giampaolo Paticchio www.gennarocarotenuto.it

     

    "Un abbraccio all'amico Nicola"

    Sugli ottimi rapporti fra Salvatore Capacchione, fratello della giornalista del Mattino Rosaria, e il sottosegretario Cosentino (sopra con Berlusconi e sotto a destra), sotto accusa per concorso esterno in associazione camorristica, ecco l'articolo pubblicato in esclusiva sulla Voce di novembre.

    Qual era, quella fatidica serata del 26 aprile 2009, nel locale di Casoria dove si festeggiava il compleanno di Noemi Letizia, il terzo “argomento” del quale era stato chiamato a discutere il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi? Pur dopo mesi di polveroni mediatici, l'assoluto silenzio - ne' una lettera, un fax e nemmeno una mail di smentita - seguito alle rivelazioni di giugno della Voce (riprese poi dall'Unita' e da Micromega), sui reali motivi di quella strana “discesa di Casoria”, suona ormai come una definitiva conferma. Berlusconi fu costretto ad andare “a trattare” con quella parte del suo elettorato campano che non ragiona con le chiacchiere. E che non bisogna assolutamente “fare arrabbiare”.
    Tre, secondo alcune attendibili ricostruzioni, i piatti forti di quella sera. In primis, la conferma dell'appoggio incondizionato a Luigi Cesaro (sotto al centro), il candidato del Pdl alla Provincia di Napoli che si accingeva a vincere le elezioni del 7 giugno, benche' cominciasse a trapelare la notizia delle indagini della Dda a suo carico scaturite dalle pesanti rivelazioni di un pentito del settore rifiuti del calibro di Gaetano Vassallo.
    Secondo punto doveva essere quel “maledetto” inceneritore di Acerra: da poco entrato in funzione, avrebbe sottratto alle “imprese” finora sul campo (con gli effetti che abbiamo avuto tutti sotto gli occhi) business da centinaia di milioni di euro l'anno.
    Sia detto per inciso: inaugurato in pompa magna il 25 marzo personalmente da Berlusconi, l'impianto da allora funziona con una sola linea su 3 e fino al 31 agosto aveva inghiottito in tutto appena 1.290 tonnellate di rifiuti, contro le 2.000 al giorno previste.
    Terza, non meno scottante questione, le nomination per la corsa al vertice della Regione. Con una serie di scalmanati “fan” gia' in pista per sostenere le sorti di Nicola Cosentino. Un candidato, anche lui come l'amico Cesaro, al centro delle rivelazioni di pentiti e indagato dall'antimafia partenopea, oltre che imparentato con un uomo dei clan. Tutti dettagli che non avevano impedito al premier di insediare Cosentino nella posizione chiave di sottosegretario all'Economia. Vuoi vedere che possano causargli qualche mal di pancia proprio ora, che sono in gioco le sorti della Campania?
    Tra i piu' fedeli ed antichi supporter del sottosegretario c'e' lui, Salvatore Capacchione. E della circostanza si trovano tracce anche nell'ambito del processo in corso all'undicesima sezione penale del Tribunale di Napoli (vedi l'inchiesta "Sistema Fallimentare"). Piu' volte Capacchione parla al telefono dell'amico Nicola con un avvocato di sua fiducia, Roberto Landolfi (co-imputato con Capacchione e definito dagli investigatori come personaggio «direttamente coinvolto nelle prassi corruttive per far conseguire al sodalizio indebiti vantaggi»). A proposito del business immobiliare nella zona di Ponticelli, al centro delle accuse nelle aule di dibattimento, Landolfi riferisce a Capacchione che «Nicola non vuole essere lasciato fuori dall'affare, chiede un ritorno in termini di posti di lavoro».
    Qualche nuvola sembra profilarsi all'orizzonte quando Landolfi riceve una telefonata e ne racconta il contenuto a Capacchione. A chiamarlo era stato Pasquale Vitale, un burocrate di Via XX settembre, il quale gli aveva riferito che «Nicola e' contrariato per un articolo scritto da tua sorella Rosaria».
    Resta solido, comunque, il legame fra i tre. Ne fa fede un'altra telefonata in cui Salvatore chiede a Landolfi un appuntamento con Cosentino «per un abbraccio». «La prossima settimana - lo rassicura l'amico avvocato - ti prometto che andiamo tutti e tre a mangiarci una cosa insieme».
    di Furio Lo Forte lavocedellevoci.it

    Un regalo del governo alle mafie

     

    Il governo fa cassa con i beni confiscati alla mafia. Un emendamento alla Finanziaria prevede che possano essere venduti gli immobili di cui non sia effettuata la destinazione entro i novanta giorni imposti dalla legge. Ma complessità delle procedure e carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione rendono molto difficile rispettare questi termini. Dunque, la norma abolisce di fatto l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, rischia di restituirli alle organizzazioni criminali, già pronte a riacquistarli dallo Stato.

     

    La settimana scorsa il Senato ha approvato un emendamento alla Finanziaria che consente la vendita dei beni confiscati alle mafie. Don Ciotti ha subito lanciato un appello a tutte le forze politiche perché la proposta, “che rischia di tradursi in un ulteriore regalo alle mafie, venga abolita nel passaggio alla Camera”.

    IMPOVERIRE LE MAFIE ATTRAVERSO LA CONFISCA

    Impoverire le mafie attraverso la confisca dei loro patrimoni è una strategia che aveva già capito bene più di venti anni fa, Pio La Torre, parlamentare ucciso a Palermo nel 1982. Non a caso, la legge che introduce la confisca dei beni mafiosi porta il suo nome, insieme a quello dell'allora ministro dell'Interno, Virginio Rognoni. (1)
    Successivamente, le norme introdotte nel 1996, con la legge 109 di iniziativa popolare, sostenuta dalla raccolta di oltre un milione di firme, e nel 2007 con la Finanziaria, prevedono la destinazione a finalità istituzionali o sociali dei beni confiscati.
    L’utilizzo a fini sociali di tali patrimoni ha un valore rilevante e insostituibile: in primo luogo di riaffermazione dell’autorità dello Stato, che restituisce alle comunità locali i beni illecitamente sottratti dalle organizzazioni criminali. E in secondo luogo di promozione di iniziative sociali (educative, culturali, di lotta all’emarginazione, di sostegno alla legalità, eccetera) volte a ricostruire parte di quel tessuto sociale depauperato
    dalla criminalità.

     

    CHE COSA PREVEDONO LE NORME IN VIGORE

    La legge attuale prevede che i beni e le aziende dei quali sia stata accertata la proprietà da parte di soggetti appartenenti a organizzazioni mafiose vengano confiscati, cioè sottratti definitivamente ai proprietari, e possano essere destinati a finalità di carattere sociale.
    Ciò si realizza attraverso l’assegnazione dei beni immobili confiscati a comuni, province, regioni, associazioni di volontariato, cooperative sociali, e cos via per realizzare scuole, comunità di recupero, case per anziani, centri per rifugiati politici, e altro ancora. Frequenti sono anche i casi di terreni destinati a cooperative sociali di giovani, che hanno così modo di avviare una attività lavorativa, di produzione di prodotti agricoli, in territori dove la prossimità fra disoccupazione e criminalità è fattore di rischio per le giovani generazioni.
    I beni mobili e le aziende confiscate vengono per lo più trasformati in denaro contante e il ricavato viene versato nel
    Fondo unico per la giustizia.

    Beni confiscati - beni immobili

    CHE COSA È STATO FATTO FINO AD OGGI

    Grazie all’attività del commissario straordinario per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alla mafia, reintrodotto dal governo Prodi nel 2007 dopo che il governo Berlusconi l’aveva soppresso nel 2003, è possibile oggi avere un quadro sufficientemente chiaro delle dimensioni del fenomeno. I dati sono aggiornati al 30 giugno 2009.
    Il valore economico dei beni confiscati è molto elevato. Complessivamente, si stima che siano stati destinati beni per un valore di 725 milioni di euro, di cui ben 225 negli ultimi diciotto mesi, grazie all’attività del commissario straordinario, e solo 500 nei dodici anni precedenti.
    I beni immobili confiscati sono 8.933, di cui ben 46 per cento in Sicilia, 15 per cento in Campania e 15 per cento in Calabria. Di tutti i beni immobili confiscati, il 60 per cento ha già trovato una destinazione: la maggior parte è stata consegnata agli enti locali per finalità sociali, il restante è stato mantenuto allo Stato per fini istituzionali.
    Le aziende confiscate alla criminalità sono 1.185, di cui 38 per cento in Sicilia, 19 per cento in Campania e 14 per cento in Lombardia. Operano principalmente nel settore delle costruzioni, della ristorazione e del turismo. Di tutte le aziende confiscate, solo il 33 per cento ha trovato una destinazione: attraverso la vendita o l’affitto e, più frequentemente, attraverso la liquidazione (una azienda su tre risulta infatti già in liquidazione prima della confisca definitiva).
    I dati indicano la difficoltà a procedere alladestinazione dei beni confiscati, difficoltà particolarmente rilevanti fino al 2007, mentre in epoca successiva l’azione di coordinamento del commissario straordinario di governo ha notevolmente accelerato laconsegna agli enti locali degli immobili confiscati (vedi grafico).I problemi sono, ancora oggi, legati alla complessità delle procedure(per esempio, inagibilità, ipoteche o procedure giudiziarie in corso, occupazioni, contenziosi causati dalle impugnazioni delle ordinanze di sgombero) e alla carenza di risorse finanziarie per la ristrutturazione dei beni. Al superamento di tali ostacoli dovrebbero in primo luogo essere orientate
    le azioni del governo. Ma l’emendamento va nella direzione opposta.

     

    LA NORMA INSERITA IN FINANZIARIA

    L’emendamento appena approvato dal Senato prevede che possano essere venduti i beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro i termini previsti dalla legge, cioè entro novanta giorni dalla proposta dell’Agenzia del demanio, che possono diventare centottanta in casi particolarmente complessi.
    Viste le difficoltà a portare a termine le procedure di destinazione, la norma abolisce di fatto l'uso sociale dei beni confiscati e ne impedisce la restituzione alle collettività. Anzi, la prevista vendita rischia di favorire la restituzione del patrimonio “alle organizzazioni criminali, capaci di mettere in campo ingegnosi sistemi di intermediari e prestanome e già pronte per riacquistarli, come risulta da molteplici segnali arrivati dai territori più esposti all’
    influenza dei clan”.
    In sintesi, l’emendamento ignora, anzi penalizza, gli sforzi messi in atto negli ultimi anni per accelerare l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati e apre la strada alla vendita alle organizzazioni criminali dei beni a loro sottratti.

    di Nerina Dirindin Lavoce.info

    (1) La legge 13 settembre 1982, cosiddetta Rognoni–La Torre, integrando la legge 31 maggio 1965 n. 575 “Disposizioni contro la mafia”, introduce accanto alle misure di prevenzione di carattere personale quelle di carattere patrimoniale del sequestro e della confisca dei beni.

    Per saperne di più:

    http://www.camera.it/_bicamerali/leg15/commbicantimafia/documentazionetematica/24/schedabase.asp

    http://www.beniconfiscati.gov.it/dati-sui-beni-confiscati/dati-e-statistiche/andamento-destinazioni.aspx

    http://www.iloveagrigento.it/beni-confiscati-alla-mafia-e-utilizzati-a-fini-sociali/

     

    Beni confiscati - finalità sociali

    Beni confiscati - fini sociali

    Tra gladio e mafia: Alcamo, la strage dei carabinieri del 1976.

    casermetta aclcamo marina
    La casermetta di Alcamo luogo della strage
     
    Un «furgone» che attraversa la strada di Alcamo Marina, due carabinieri che danno l'alt, vogliono vedere cosa trasporta, e scoprono che dentro ci sono strane casse. Armi. La loro casermetta è a pochi metri, portano gli uomini trovati a bordo di quel furgone dentro la caserma per il verbale. L'indomani i due carabinieri verranno trovati morti ammazzati. Una pattuglia di Polizia che scorta il leader Msi Almirante passa da quel luogo e nota cancello e porta aperta. Nessuno degli agenti entra, tocca ai carabinieri di Alcamo fare la scoperta dei due colleghi uccisi. Si chiamavano Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo.

    È quella che dal 26 gennaio 1976, data dell'eccidio, è conosciuta come la strage della «casermetta» dei carabinieri di «Alcamar» (Alcamo Marina, provincia di Trapan). Le indagini sulla strage sono state riaperte da quando un ex brigadiere dell'Arma, Renato Olino, ha raccontato e confermato ai magistrati della Procura di Trapani che i condannati per quella strage con quei morti non c'entravano nulla, e l'inchiesta ripartita ha riportato i magistrati sulle tracce di «Gladio». La presenza di Gladio a Trapani è certificata nei primi anni '90, il centro "Scorpione", in ultimo affidato alla guida di un maresciallo del Sismi, Vincenzo Li Causi, morto durante uno strano conflitto a fuoco nel novembre 1993 in Somalia. 

    L'indagine sulla strage della casermetta induce a ritenere che Gladio a Trapani ci fosse già da molto tempo prima. Alcamo Marina, 26 gennaio 1976: su quel furgone fermato dai carabinieri Falcetta e Apuzzo c'erano «gladiatori», appartenenti alla struttura creata per fronteggiare il pericolo comunista ma che in più casi si scopre essere stata usata per altro, strategia della tensione, rapporti con organizzazioni eversive, traffici di armi, forse anche la mafia. C'è un rapporto del dicembre 1976 dell'allora capo della Squadra Mobile di Trapani Giuseppe Peri mandato a diverse Procura d'Italia ma rimasto "non trattato". Il vice questore Peri aveva raccolto elementi di contatti tra la mafia e settori dell'eversione di destra a proposito della strage della casermetta, e dei sequestri degli imprenditori e possidenti Campisi e Corleo.

    La traccia è quella che porta anche a possibili campi di addestramento di neo fascisti alle pendici della montagna di Erice. La pista è quella che negli anni a seguire è quella che vede possibili contatti tra esponenti del terrorismo di destra e uomini della mafia.

     Oggi c'è un altro poliziotto in questa storia, che è stato sentito come teste in Procura su richiesta della difesa (avv. Maurizio Lo Presti) di due degli imputati condannati per la strage di Alcamo Marina (Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo): il quadro emerso per quel gennaio del 1976 è quello di un traffico di armi «compiuto da settori istituzionali deviati» (il virgolettato appartiene ad una carta della Procura di Trapani). Quel poliziotto ha ammesso che una «fonte» gli riferì la «vera storia» di quella strage.

    Il furgone fermato portava armi di Gladio, nella casermetta fu organizzata una messainscena, forse i carabinieri furono portati altrove e poi riportati morti all'interno. L'indomani di buon mattino, il 27 gennaio 1976 la scoperta di quei due poveracci uccisi, uno nella sua branda, l'altro nel corridoio. Dagli armadi erano spariti divise, armi e forse qualcosìaltro. 'Per la morte dei due carabinieri furono incolpati soggetti che non c'entravano nulla: uno morto suicida pochi mesi dopo l'arresto per quella strage, Giuseppe Vesco, un altro deceduto negli anni a seguire di morte naturale, il «bottaio» di Partinico Giovanni Mandalà, due scappati in Brasile, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, e infine l'unico finito in carcere, condannato alla pena più pesante, l'ergastolo, Giuseppe Gulotta. Vesco si era autoaccusato e aveva fatto i loro nomi, indicandoli come complici. Loro si erano anche autoaccusati. Poi erano giunte le ritrattazioni, raccontarono di torture subite. Raccontarono che furono interrogati con metodi a base di acqua e sale e scariche elettriche sui genitali.

    In primo grado furono assolti ma al processo davanti la Corte di Assise di Trapani Giuseppe Vesco non ci arrivò, morì prima, venne trovato suicida in carcere, impiccato ad una finestra della sua cella, ci riuscì nonostante fosse monco di una mano. Un paio di settimane dopo quella strage il 12 febbraio 1976 Vesco fu il primo ad essere fermato, ad un posto di blocco fu trovato con un'arma matricola abrasa una di quelle risultata sottratta dalla caserma di Alcamo Marina, Vesco sostenne che un tizio gliela aveva data perchè lui facesse da «postino» per consegnarla ad altro soggetto, ma sulla sua strada trovò quel posto di blocco dei carabinieri.  

    Sono tre le indagini che ruotano attorno alla strage dei carabinieri di Alcamo Marina. Una è già andata in archivio ed è quella relativa alle torture subite dai giovani poi arrestati e condannati, almeno quelli sopravvissuti e cioè Vincenzo Ferrantelli, Gaetano Santangelo e Giuseppe Gulotta. Le rivelazioni dell'ex brigadiere Olino che all'epoca faceva parte dei gruppi antiterrorismo dei Carabinieri di Napoli, venuti apposta ad Alcamo per indagare sulla strage, hanno portato sotto inchiesta i componenti di quel «gruppo»: Elio Di Bona, Giovanni Provenzano, Giuseppe Scibilia, Fiorino Pignatella. Chiamati a rispondere davanti al pm nonostante la conclamata prescrizione si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, avrebbero potuto chiarire, spiegare cosa era accaduto. Da loro nè conferme nè smentite.

    Le «voci» a conferma sono state altre, quelle dei loro familiari che intercettati in questi mesi di indagini riaperte sono stati ascoltati commentare la convocazione in Procura dei loro congiunti ricostruendo la storia che conoscevano molto bene di quei poveri disgraziati fatti autoaccusare della strage. I familiari sapevano e si sono dimostrati a conoscenza anche dell'escamotage usato dai loro congiunti per far risultare come non veri i racconti sulle torture: arrivarono a cambiare l'arredamento delle stanze di una caserma dove gli arrestati erano stati sottoposti agli interrogatori "parecchio pesanti", e così quando si fecero i sopralluoghi la collocazione di camere e uffici risultò diversa da quella descritta dagli impuatti che sostenevano la loro non colpevolezza.

    Indagine sulle torture comunque in archivio. Ma servita a far ripartire un processo di revisione, quello a favore di Giuseppe Gulotta che tornerà sotto processo davanti la Corte di Assise di Reggio Calabria. Oggi è un ergastolano in semi libertà, i suoi avvocati Pardo Cellini e Baldassare Lauria hanno chiesto la sua scarcerazione, la sospensione della pena dell'ergastolo, perchè da libero possa seguire il dibattimento. La Corte di Assise dovrà decidere alla prima udienza, il procuratore generale di Reggio Calabria ha già dato parere favorevole. Restano in Brasile Ferrantelli e Santangelo, per loro ancora non c'è alcuna richiesta di revisione del processo.

    C'è poi l'inchiesta su chi ha davvero ucciso i due carabinieri. È per adesso contro ignoti. In questo procedimento è stata raccolta la testimonianza di quel poliziotto che negli anni '90 ebbe raccontato da una «fonte» quello che era successo in realtà quel 26 gennaio del 1976. Una «fonte» attendibile che all'epoca dei loro contatti, 1993, gli fece fare altre scoperte, come il super arsenale trovato in un garage di una villetta appena fuori Alcamo, le cui chiavi erano tenute da due carabinieri, La Colla e Bertotto: una polveriera ben fornita che si sospettò essere uno dei depositi di «Gladio» che all'epoca era diventata una struttua conosciuta e non più segreta. Apuzzo e Falcetta il 26 gennaio 1976 fermarono un furgone che non doveva essere bloccato. E per questo furono uccisi perchè non venisse svelata «Gladio» che per vent'anni ancora sarebbe rimasta segreta, ma forse anche per non far svelare qualcos'altro che all'epoca stava accadendo.

    Il pentito di mafia Leonardo Messina ha parlato dell'uccisione dei due carabinieri inserendo la strage in contesti ancora più clamorosi, l'esistenza di un patto tra mafia, eversione e servizi deviati che avrebbe dovuto alzare il tono alla strategia della tensione. Alcamo in questi scenari ha semrpe un ruolo, anni prima c'erano anche i mafiosi della famiglia Rimi di Alcamo col principe Borghese per quel colpo di Stato fermato in tutta fretta quando proprio i mafiosi siciliani erano già entrati al ministero dell'Interno. C'è un altro pentito che parla della strage della casermetta, ed è Peppe Ferro, lui si limita a dire che quelli arrestati non c'entravano nulla e la mafia alcamese lo sapeva molto bene.
     
    La terza indagine è una faccenda riesumata di questi tempi. Riguarda la storia di un cadavere trovato negli anni 90 quasi mummificato nelle campagne di Alcamo. Un corpo senza testa. E anche qui c'è un colpo di scena che però ancora non ha preso del tutto forma. Si vocifera di possibili traffici di armi continuati nel tempo, della presenza di «polveriere» segrete tra Alcamo, Alcamo Marina e Castellammare del Golfo. Quel corpo senza testa apparterrebbe alla vittima di un conflitto a fuoco avvenuto durante uno scambio di armi.

    La zona è quella di Calatubo campagne tra Alcamo e Castellammare del Golfo, dove sarebbe esistita una pista segreta dalle parti di un viadotto dell'Autostrada A 29 Trapani-Palermo, da dove potevano atterrare e decollare veivoli super leggeri, che agevolmente potevano passare sotto quegli alti piloni.  La storia purtroppo non si ferma qui. C'è un investigatore che ha indagato su questi traffici di armi all'ombra di «Gladio» che oggi combatte con un tumore. Il medico che lo ha in cura ha sostenuto che questo genere di cancro può essere contratto in particolari condizioni, con contatti diretti che quel poliziotto mai può avere avuto.

    Lui ha raccontato che un giorno si trovò due strane «barre» tra le mani in un nascondiglio trovato sempre nell'alcamese dove quando ci tornò con i colleghi non c'era più nulla.
     
    di Rino Giacalone liberainformazione.org

    Cosentino e i legami con i casalesi: un primo punto sull'indagine iniziata oltre un anno fa che ha portato alla richiesta di provvedimento cautelare di questi giorni.

    Un provvedimento cautelare, sulla cui esecuzione dovrà pronunciarsi la Camera dei deputati, è stato emesso nei confronti del sottosegretario all’Economia e coordinatore del Pdl in Campania (foto sopra). La notizia sul coinvolgimento del parlamentare casertano - finora tra i più accreditati per la candidatura del centrodestra alla presidenza della Regione Campania - in una inchiesta della Dda su presunti rapporti con il clan dei Casalesi circolava da tempo, ma solo nel tardo pomeriggio di oggi sono giunte le indiscrezioni secondo le quali il gip Raffaele Piccirillo aveva da poco firmato una misura cautelare.

    Una indiscrezione trapelata nonostante tutti i magistrati titolari delle indagini si siano rifiutati di confermarla. Tanto che non è stato ancora possibile capire se Cosentino sia destinatario di una ordinanza di custodia in carcere, o agli arresti domiciliari, oppure di una misura interdittiva. Gli inquirenti avrebbero formulato nei suoi confronti una ipotesi di concorso esterno in associazione camorristica. Le posizioni di altri indagati - destinatari anch’essi di richieste di provvedimenti restrittivi da parte della procura di Napoli - sarebbero state stralciate e occorrerà pertanto attendere alcuni giorni per conoscere nei dettagli gli sviluppi dell’indagine condotta dai pm Alessandro Milita e Giuseppe Narducci. Da quanto si è appreso, la misura cautelare dovrebbe pervenire domani alla Camera per poter essere esaminata, in prima istanza, dalla giunta per le autorizzazioni a procedere. «Alla presidenza della Camera non risulta pervenuta, allo stato, alcuna richiesta da parte dell’autorità giudiziaria di Napoli», ha sottolineato in serata Fabrizio Alfano, portavoce del presidente della Camera.

    L’inchiesta sui presunti legami con i Casalesi

    L'indagine della Dda di Napoli è scaturita dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Nel corso di quest’anno più volte organi di stampa avevano diffuso dichiarazioni di pentiti che chiamavano in causa Cosentino. Tra gli ultimi verbali noti, quello con le rivelazioni di Gaetano Vassallo, imprenditore ritenuto contiguo ai Casalesi, che da tempo sta collaborando con la giustizia. L’imprenditore avrebbe, tra l’altro, fatto riferimento a comunanze di interessi dei Casalesi e di Cosentino per la realizzazione dell’inceneritore di Santa Maria La Fossa, accuse dalle quali Cosentino si è difeso sostenendo di essersi sempre opposto all’impianto. Il parlamentare, a proposito della diffusione delle accuse dei pentiti, ha denunciato nei giorni scorsi l’esistenza di una «macelleria mediatica». L’avvocato Stefano Montone, uno dei legali del sottosegretario, si è recato oggi dal procuratore Giovandomenico Lepore e dal gip Piccirillo. Il penalista negli ultimi tempi aveva informato i magistrati che Cosentino era disponibile a presentarsi per dichiarazioni spontanee o per rendere interrogatorio, ma gli inquirenti, ha spiegato il legale, non hanno ritenuto di dover accogliere tali richieste.

    LaStampa.it

    Sistema Cosentino

     

    Quattro pentiti accusano: il sottosegretario era al servizio dei boss casalesi. Ecco tutti gli affari del politico di Casal di Principe. Con una holding di famiglia a cui avevano negato il certificato antimafia.

    E ora sono quattro. Un poker di pentiti di camorra accusa il sottosegretario all'Economia Nicola Cosentino, nato a Casal di Principe, di avere intessuto un rapporto organico con il clan più pericoloso d'Italia: i casalesi.

    L'ultimo verbale è stato depositato il 30 settembre scorso in occasione dell'operazione 'Spartacus 3' della Procura di Napoli, una retata che ha raccolto il plauso del capo dello Stato. Il pentito Domenico Frascogna ha raccontato ai pm che Cosentino è stato il postino dei messaggi del boss Francesco Schiavone, detto Sandokan per una vaga somiglianza con l'eroe salgariano. L'attuale sottosegretario avrebbe trasmesso gli ordini del capoclan, poi condannato a tre ergastoli e decine di anni di galera per reati gravissimi che vanno dall'omicidio all'associazione camorristica.

    Pizza e pizzino I fatti narrati si svolgono tra la fine del 1995 e l'inizio del 1996. In quel periodo il boss, che ora è chiuso nel regime di isolamento più duro, è latitante. Cosentino è stato eletto consigliere regionale per Forza Italia con una valanga di voti (in provincia di Caserta una preferenza su tre è sua) e forte di questo bottino sta preparando l'approdo in Parlamento, che gli riuscirà nel 1996. A Casal di Principe Sandokan regna incontrastato e segue gli affari del clan nei rifiuti e nel calcestruzzo grazie a una rete di fiancheggiatori. Secondo il racconto di Frascogna, quando Sandokan vuol far sapere qualcosa ai suoi, si rivolge a Mario Natale, un avvocato proprietario di decine di immobili che circola su una Ferrari 550 Maranello e che è stato arrestato il 30 settembre scorso con l'accusa di essere il cassiere dei casalesi. Frascogna avrebbe visto Cosentino e Natale che andavano a casa di Nicola Panaro (un boss legato a Schiavone arrestato nell'ultimo blitz) per consegnare la lettera del capo. Non basta: il pentito racconta di avere assistito a un incontro a quattro nella sua pizzeria con Cosentino e l'avvocato Natale che consegnavano la solita lettera ai boss Raffaele Diana e Vincenzo Zagaria. Le accuse di Frascogna sono state rilasciate in tempi non sospetti, nel lontano 1998. La Procura le ha ritenute credibili e le ha allegate all'ordinanza di arresto contro i casalesi, ma non si sa ancora se le userà anche nel fascicolo segreto che vede indagato Cosentino.

    In realtà il pentito non pronuncia mai il suo nome, ma solo il soprannome di famiglia, ereditato dal padre: 'o Americano'. Forse per questo nessun quotidiano nazionale ha valorizzato la notizia del sottosegretario postino del boss. Eppure i quattro verbali dei collaboratori di giustizia che 'L'espresso' pubblica a pagina 65 disegnano un puzzle davvero inquietante. Vediamo: per l'imprenditore di camorra Gaetano Vassallo (vedi 'L'espresso' n. 37 'Così ho avvelenato Napoli'), Cosentino controlla il consorzio per la raccolta dei rifiuti infiltrato dalla camorra, l'Eco 4, e gestisce la costruzione degli inceneritori in accordo con Sandokan. Per Michele Froncillo, un altro pentito citato nell'ultima indagine, anche il boss legato a Sandokan, Raffaele Letizia, ha rapporti con Cosentino per ottenere appalti. Mentre secondo quello che raccontava già nel 2000 il cugino di Sandokan, Carmine Schiavone, i primi patti elettorali tra i casalesi e Cosentino risalgono alle elezioni amministrative del 1982, quando Nicola Cosentino militava nel Partito socialdemocratico. Le accuse dei collaboratori di giustizia, anche quando sono concordanti, hanno valore solo se riscontrate, ma indubbiamente imporrebbero una riflessione. Invece sul caso è calato il silenzio. Nessuno sembra interessato davvero a capire chi è questo sottosegretario all'Economia di Casal di Principe che dispone di deleghe delicate sul Cipe, sul dipartimento del Tesoro e sulle frequenze radio e tv. Per comprendere meglio il fenomeno Cosentino, 'L'espresso' ha consultato informative prefettizie, visure camerali e catastali che riportano fatti certi, non parole di pentiti. A partire da un atto dal quale risulta che Nicola Cosentino ha comprato un terreno dal boss Mario Schiavone, arrestato nel blitz del 30 settembre scorso.

    Schiavone vende Cosentino compra È il 9 ottobre del 1993, a Santa Maria Capua Vetere davanti al notaio Raffaele Orsi siedono Nicola Cosentino e i suoi cinque fratelli. Entra Mario Schiavone, il cugino e cognato di Sandokan è accompagnato dalla sua signora: Clelia Nappa (sorella della moglie di Sandokan, oggi in cella). Schiavone è lì per vendere un terreno di famiglia ai Cosentino. È un rettangolo di due ettari al confine tra il comune di Casale e quello di Villa di Briano. Il prezzo dichiarato è di 40 milioni di lire. La società della famiglia Cosentino quell'anno fattura già 20 miliardi, ma si presenta al gran completo per chiudere questo piccolo affare un po' insolito. Nel 1993 Mario Schiavone invece è ancora un cittadino incensurato, ma su di lui già si addensano nuvole giudiziarie. Nel 1990 'o Maittone' ha subito un procedimento di prevenzione insieme al boss Francesco Schiavone che si è concluso con il sequestro delle terre di Ferrandelle (dove poi è sorta la discarica). Tira una brutta aria per lui.

    Nel maggio 1993 uno dei capi del clan, Carmine Schiavone, altro cugino di Sandokan, ha cominciato a cantare. Il 26 agosto del 1993 racconta ai pm gli acquisti immobiliari fatti da Mario Schiavone per nascondere dietro un prestanome i soldi del padrino. Poi parla del suo ruolo logistico: "La sua abitazione è uno dei nostri rifugi". Pochi mesi dopo quel verbale, Schiavone vende a Cosentino il terreno. Nulla di illecito. Solo nel luglio 1998, la Dia arresterà il capo dei casalesi in un bunker pieno di armi con il cugino Mario.

    Resta il mistero di questo atto. Cosa se ne dovevano fare i Cosentino di un suolo agricolo confinante con un allevamento di bufale che sorge, secondo quello che dicono in zona, su terreni degli Schiavone? Se l'obiettivo dei Cosentino era un'operazione edilizia, non è riuscita. Il suolo, 15 anni dopo, si presenta ancora come un normalissimo campo appena arato. Lì vicino sorge il Santuario della Madonna di Briano, cara alla popolazione per i suoi miracoli. L'assistente del parroco conosce tutto e tutti, ma non ha mai sentito dire che il terreno in questione è stato comprato dal politico Cosentino e dai suoi fratelli. In compenso tutti sanno che a ridosso del Santuario ci sono i suoli degli Schiavone. E quando pronunciano quel nome abbassano la voce.

    Affari di famiglia Alla stipula dell'atto Nicola arriva con i fratelli. Una famiglia molto unita e potente. Se chiedete a chi abita da queste parti quale sia il simbolo del potere dei Cosentino, vi indicheranno il tribunale civile di Santa Maria Capua Vetere. Lì avvocati e giudici pieni di pratiche sono costretti a lavorare in un condominio con balconi, stanze, bagni e muri concepiti per ospitare famiglie e non computer e fascicoli. Eppure proprio quell'immobile, appartenente alla famiglia Cosentino, è stato preferito agli altri per ospitare il tribunale.

    Il vero monumento al conflitto di interessi familiare è però la centrale elettrica di Sparanise, in provincia di Caserta, un mostro da 800 megawatt osteggiato dalla popolazione ed entrato in funzione nel 2007. Quando l'allora ministro Antonio Marzano scese a Sparanise per confermare che la centrale, nonostante le proteste, si sarebbe fatta, al suo fianco c'era Nicola Cosentino. Come dargli torto: quella centrale rappresenta una gallina dalle uova d'oro per la sua famiglia. Alla fine di un complesso giro societario (vedi box a pag. 68) la Scr, legata a Giovanni Cosentino, ha guadagnato 10 milioni di euro in un sol colpo con la vendita dei terreni dell'area e si è garantita un flusso di un milione di euro all'anno. Il tutto grazie alla scelta del Comune di Sparanise di far sorgere lì la centrale. E indovinate chi è il sindaco di Sparanise? Antonio Merola, un fedelissimo del sottosegretario.

    Se l'energia è la nuova frontiera della famiglia, il core business da 35 anni resta il gasolio. Il gruppo di aziende che si occupa di carburanti e che fa capo a tre fratelli, Giovanni, Mario e Antonio, fattura 100 milioni di euro contro i 30 del 2003. Una serie di accordi intervenuti tra il 2002 e il 2003 con l'Eni e l'Agip hanno permesso ai Cosentino di espandere la rete con l'acquisto di 150 distributori. Al governo c'era Berlusconi, ma nessuno ha sollevato accuse di conflitto di interessi. Nicola è fuori dall'azionariato e così il gruppo può crescere parallelamente alla sua statura politica senza dare nell'occhio. Nemmeno quando inciampa in storie di boss e colletti bianchi.

    L'impero Cosentino Il gruppo è composto da Aversana gas, Aversana Petroli (ingrosso); Ip Service (distributori di benzina); Immobiliare 6C e Agripont, che ha comprato una fattoria di 180 ettari a Pontinia, in provincia di Latina. Ma la società centrale è la Aversana Petroli, 80 milioni di euro di fatturato, fondata nel 1975 da papà Silvio 'o Americano', come lo chiamavano tutti per i rapporti di affari con gli Alleati nel primo dopoguerra. Per cinque anni la società tenta inutilmente di avere la licenza per distribuire il carburante che arriva solo nel 1980. Nicola intanto ha scelto la politica: entra in consiglio comunale a 19 anni nelle file del Psdi e a 21 è già consigliere alla Provincia di Caserta. Nel 1983 agguanta la poltrona di assessore, prima ai Servizi sociali e poi alla Pubblica istruzione. Qualche voce maligna mette in relazione l'aumento delle forniture di gasolio alle scuole con il suo incarico. Ma secondo i libri aziendali è la "forte capacità di penetrazione nel territorio" il segreto del successo. In una terra in cui è facile incappare nel racket, la facilità di penetrazione non è poca cosa. Anche se talvolta ci vuole un po' di elasticità nella scelta dei partner. A Sparanise la pompa di benzina più vicina alla centrale fino al settembre 2007 era dei Cosentino, ma la gestiva il nipote di un boss, quel Giuseppe Papa condannato per omicidio. Due settimane fa l'impresa che gestiva la pompa dei Cosentino è stata sequestrata dalla Procura. Cose che accadono. In compenso i cantieri della centrale non hanno mai avuto problemi di criminalità. Proprio grazie alla sua capacità di penetrazione, la Aversana cresce lentamente fino ai 26 miliardi di lire del 1992. Lo stop che rischia di bloccare tutto arriva nel 1997, quando la Prefettura di Caserta nega il certificato antimafia per un appalto pubblico. Il motivo? Rischio di infiltrazione mafiosa.

    Boss all'altare In Prefettura analizzano i matrimoni dei fratelli di Nicola Cosentino e saltano sulla sedia: Giovanni Cosentino, 64 anni, è sposato con la figlia del boss Costantino Diana, poi deceduto. Mario, 43 anni, è sposato con Mirella Russo sorella di Giuseppe Russo, alias 'Peppe 'u Padrino', condannato all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. Quando non sono le mogli, ci si mettono gli amici: un terzo fratello, Antonio Cosentino, 39 anni, è stato controllato nel 2005 in compagnia di un soggetto con precedenti di polizia per tentato omicidio, associazione mafiosa e tentata estorsione. La Prefettura nega così la certificazione anche nel 1998. Per i Cosentino si profila una catastrofe. Rischiano di saltare tutti gli appalti. Aversana Petroli ricorre al Tar e al Consiglio di Stato, ma perde, perché i legami parentali "rappresentano elementi, univoci e non contestati, da cui ragionevolmente può dedursi che sussisteva il pericolo di infiltrazione mafiosa". La sentenza è un macigno sulle aziende e rischia di danneggiare anche Nicola. In fondo le considerazioni sui 'rischi di infiltrazione' possono estendersi per analogia al politico. Nicola Cosentino ha ammesso di essere intervenuto in favore di qualche imprenditore per fargli ottenere la certificazione antimafia.
    Nessuno sa se lo abbia fatto anche per la società di famiglia. Una cosa però è certa: la Prefettura cambia idea. Nonostante le sentenze dei giudici, il nuovo prefetto Maria Elena Stasi sollecita il comitato per l'ordine e la sicurezza a riconsiderare il caso. Una procedura che "si usa di rado" conferma il prefetto Stasi. Alla fine la Aversana Petroli supera lo scoglio dell'antimafia e alle ultime elezioni la Stasi è eletta in posizione blindata alla Camera con il Pdl. Il suo grande sponsor è stato Nicola Cosentino. Anche questo succede di rado.

    di Marco Lillo
    ha collaborato Claudio Pappaianni

    Lo stalliere del PD

    Domenica abbiamo domandato in prima pagina al “nuovo” Pd di Bersani se “discuterà della moralità dei candidati”. Il “nuovo” Pd di Bersani ha subito raccolto l’appello. Infatti, nella “nuova”Direzione, fa il suo trionfale ingresso il senatore Nino Papania (foto sotto)  da Alcamo (Trapani), ex Margherita. Lo stesso a cui hanno appena arrestato l’autista-giardiniere-factotum per mafia. Lo stesso che nel 2002 ha patteggiato a Palermo 2 mesi e 20 giorni di reclusione per abuso d’ufficio: era indagato per aver sistemato in posti pubblici diversi disoccupati privi dei titoli di legge, in un giro di assunzioni facili per cui sindacalisti senza scrupoli prendevano tangenti. Nel 2008 Dario Franceschini annunciò: “Non presenteremo candidati con procedimenti in corso né con sentenze passate in giudicato”. Strano: Papania fu ricandidato dopo il patteggiamento e rieletto per la terza volta senatore (diversamente da Nando Dalla Chiesa, colpevolmente incensurato). Scelta lungimirante: il 4 novembre la Dda di Palermo ha arrestato il suo braccio destro Filippo Di Maria, considerato l’autista, il cassiere e l’uomo di fiducia del boss di Alcamo, Nicolò Melodia detto “il macellaio”, catturato nel 2007 assieme al capomafia Salvatore Lo Piccolo. Nei giorni pari Di Maria scarrozzava il boss Melodia, in quelli dispari il senatore Papania. Arrotondava. “Emerge – annota la Mobile di Trapani – da numerose conversazioni che Di Maria svolgeva attività di factotum presso la villa di Scodello del predetto Papania, movendosi incessantemente per procurarsi posti di lavoro ad amici e conoscenti grazie anche al diretto interessamento di collaboratori e personale di segreteria del senatore”. Ed era attivissimo “in occasione di alcune competizioni elettorali” e “per il candidato alla presidenza della Regione Sicilia” (contro Rita Borsellino e per Ferdinando Latteri). “Lo staff del sen.Papania – scrive il gip – e altri politici locali contattavano ripetutamente il Di Maria al fine di indurlo a sostenere le iniziative politiche sopra indicate e invitandolo a fare altrettanto con tutte le persone di sua conoscenza”. Il Giornale gongola: “Anche il Pd ha il suo ‘stalliere’ mafioso. Ma naturalmente chi fosse Di Maria non lo sapeva nessuno. Infatti la nuova Direzione del Pd non ha trovato un posto per due simboli dell’antimafia come Rosario Crocetta e Beppe Lumia (la Borsellino non è iscritta). Ma Papania sì, in quota Franceschini. E questa sarebbe l0pposizione. Poi c’è il centrodestra con i suoi Berlusconi, Dell’Utri e Casentino. È la famosa alternanza.

    di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

    Lezioni di Mafia

    Che cos'è la mafia, chiede il bambino a suo papà. E questi gli risponde che la mafia è quando uno, dopo aver subito un torto, non va da polizia e carabinieri ma si fa giustizia da solo. Che la mafia è quando uno che ha problemi non va dalle istituzioni ma si rivolge agli uomini d'onore. Che c'è la mafia degli uomini d'onore e la mafia brutta della droga e delle cose ancora più brutte. Questa è la lezione di mafia che un papà di Fondi (in provincia di Latina) fa a suo figlio e di cui si è venuti a conoscenza con una intercettazione ambientale. È stata mostrata nella puntata di Annozero di ieri 5 novembre 2009. In essa si è discusso delle infiltrazioni mafiose nel comune di Fondi dove era iniziata una procedura di commissariamento per mafia poi sospesa.
    Che cos'è la mafia oggi allora? La mafia è di sicuro quell'anti-stato che si aggiudica i lavori pubblici senza gare di appalto o pilotando questi ultimi. È l'organizzazione criminale che gestisce traffici illeciti e che ricicla il denaro sporco, magari con l'aiuto dello scudo fiscale. E' quel gruppo di boss, affiliati, fiancheggiatori, politici, faccendieri che fa speculazioni edilizie persino in aree protette come il
    lago di Sabaudia, ad esempio. Ma la mafia è anche qualcos'altro. La mafia ha imparato a parlar male di se stessa, pur di avere consenso sociale. La mafia da tempo ha imparato persino ad adottare provvedimenti contro se stessa. E questo è evidente sin dai tempi di Giulio Andreotti i cui rapporti con Cosa Nostra sono accertati, salvo la prescrizione di questo suo reato. Andreotti che ha favorito la mafia si vantava e si vanta ancora di aver adottato numerosi provvedimenti contro la mafia.
    La vicenda del comune di Fondi ci insegna che la mafia è aldilà persino dei procedimenti per il commissariamento: il senatore del PDL
    Claudio Fazzone, di Fondi, è riuscito a fermare il ministro Maroni e tutto il Consiglio dei Ministri e ora è partito in un violento attacco contro il prefetto. Chi ha visto la puntata di ieri sera di Annozero ha visto che il senatore Claudio Fazzone, non inquisito sia chiaro, si scagliava contro la mafia da una parte ma dall'altra lanciava violenti strali contro il prefetto e contestava con arroganza e brutalità il ministro Maroni. Curioso che Il Giornale nella sua recensione della puntata dica che Santoro abbia voluto parlar male di Maroni quando ad attaccarlo è stato invece un suo alleato come Fazzone, salvo la richiesta di Luigi De Magistris (ospite in trasmissione) di sue dimissioni per non aver portato a termine la procedura di commissariamento.
    Ma voglio tornare da dove sono partito: i bambini di Fondi. Sanno quando stanno mangiando una banana o una mela o una pera del mercato ortofrutticolo di Fondi, oggetto delle infiltrazioni, stanno mangiando un frutto della mafia? Quando i loro insegnanti ne parlano in classe e poi fanno domande ai loro genitori a casa riescono a comprendere perché gli insegnanti dicono una cosa e i genitori il suo opposto? Crescendo si affrancheranno da questa cultura mafiosa? No se tutto resta insabbiato e confuso come ora. Si se i cittadini onesti di Fondi e lo stato e le forze dell'ordine e la scuola agiranno insieme e in modo determinato, chiaro e trasparente. Nessuno si senta fuori da questa storia.

    www.giuseppevitale.it

     

    Contromafia 2009. L'Antimafia sono i giovani.

    “Stati Generali dell’Antimafia” è un’espressione altisonante e fa venire in mente strutture gerarchiche e ufficiali, motivo per cui suona quasi ironica e irriverente accostata all’esperienza che descrive in questo caso, che è stata declinata invece secondo le modalità orizzontali e informali proprie del movimento.

    Proprio così, infatti, si autodefinisce CONTROMAFIE 2009, la variopinta e partecipatissima assemblea generale -svoltasi a Roma tra il 23 e il 25 ottobre 2009- di tutte le associazioni e le realtà di base presenti quotidianamente e concretamente sul campo, nel segno della costruzione di un’alternativa sociale alle mafie, alla corruzione, al business criminale e al potere colluso.

    Una partecipazione confortata dalla presenza di alcune istituzioni: soprattutto di quella parte di magistratura che, della lotta alla criminalità organizzata ha fatto una questione di vita o di morte; per giunta in una situazione in cui -come avvertiva Giovanni Falcone già negli anni ‘80- molti, nel mondo politico, impediscono che si faccia luce “sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa, per evitare di rimanervi coinvolti”. In tanti hanno risposto alla chiamata di LIBERA, che si descrive con l’espressione “associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e funziona da vero e proprio coordinamento di tutti coloro che, singolarmente o collettivamente, si battono per una cultura della legalità e per una pratica reale della giustizia sociale nel paese. E probabile che l’età media dei partecipanti si fermasse al di sotto dei 30/35 anni; giovani uomini e donne provenienti da contesti geografici e sociali molto differenti, eppure unanimi nell’aderire alle sfide lanciate da don Luigi Ciotti e da Giancarlo Caselli, applauditissimi per le loro provocazioni più coraggiose. Dunque era una società civile visibilmente molto fresca e vitale quella che ha dato sostanza a CONTROMAFIE, una risposta eloquente alla vecchiaia congenita e arrogante della classe dirigente e politica italiana, una rivendicazione generazionale di democrazia e di partecipazione. Non mancavano, inoltre, le presenze internazionali, stimolate dal coinvolgimento nella 3 giorni di FLARE, il primo network internazionale per il contrasto alle mafie transnazionali.

    Mentre i familiari delle vittime e i testimoni di giustizia, accolti dai partecipanti con l’attenzione riservata ai simboli, erano la prova più eloquente del fatto, sottolineato da Caselli, che “la legalità non si insegna ma si testimonia”. Secondo il sindaco di Roma Alemanno, che ha portato il suo saluto istituzionale in apertura del meeting, la mafia è sbarcata nella capitale con i suoi affari solo qualche giorno prima e lui l’aveva appreso con sommo stupore da giornali e telegiornali, al risveglio di una mattina che avrebbe segnato per la città l’inizio di una nuova consapevolezza. Molti nell’auditorium si saranno chiesti su quale pianeta avesse vissuto sino a quel momento il sindaco. Dal momento che da decenni i magistrati fanno avanti e indietro, nelle loro indagini, tra le periferie siciliane, calabresi, campane, dominate dalle cosche e i palazzi della politica romana. Molto probabilmente se lo sarà chiesto anche Pietro Grasso, procuratore nazionale Antimafia, che citando Gramsci ha detto che “l’indifferenza è il peso morto della storia”. All’indifferenza Manuela Mareso contrappone, sul numero monografico di Narcomafie dedicato a quest’appuntamento, il cosiddetto effetto farfalla: “Per consolidare e difendere le buone prassi dell’antimafia e inventarsi strade nuove, guizzi di fantasia (…). Per scatenare quello che i matematici chiamano l’effetto farfalla(…): una farfalla sbatte le ali in Australia e si scatena una tempesta in Europa. Educare un bambino a Casal di Principe, assistere un imprenditore che non vuole pagare il pizzo a Palermo, (…) migliorare l’informazione e la sensibilizzazione culturale possono sembrare solo battiti d’ala insignificanti. I mafiosi sanno che non è così (…). Loro intuiscono che dietro ogni quartiere risanato, dietro ogni cittadino consapevole, dietro ogni atto di giustizia è in arrivo la tempesta.”

    Eppure alcune volte ci sfiora il sospetto che vigorose forze, più umane che naturali, rendano difficile il liberarsi di questa sorta di reazione a catena virtuosa. Il presidente di Libera, don Ciotti, aprendo i lavori e riferendosi alla prima edizione di CONTROMAFIE, nel 2006, ha immediatamente chiesto: “Abbiamo rispettato gli impegni?”. Alla fine di quella prima esperienza infatti era stato varato un Manifesto, in cui si prendevano degli impegni in quanto società civile e si presentavano richieste chiare e legittime alla politica e alle istituzioni, sia in termini di contrasto alla criminalità e alla corruzione, sia in termini di promozione della legalità. Il primo degli obiettivi dell’appuntamento di quest’anno era infatti quello di una verifica degli esiti di quegli impegni e di quelle richieste. Così se da un lato le realtà di base legate ai progetti di formazione, di animazione, di informazione libera, di messa a frutto dei beni confiscati alle cosche, sono certamente cresciute e iniziano ad essere visibili ed incisive nella loro azione, soprattutto rispetto alle realtà locali, dall’altro lato la politica deve ancora dare molte risposte. Ad esempio? La lista è lunga: non c’è stata una riforma delle norme sui testimoni di giustizia, non si sono inseriti nel codice penale i delitti contro l’ambiente, non esiste ancora un’agenzia sui beni confiscati ai mafiosi, non si è messa mano a un testo unico sulle norme antimafia e soprattutto lo Stato non si è ancora attrezzato seriamente contro le infiltrazioni mafiose e talvolta non lo vuole fare, emblematico è il caso del comune di Fondi. In più lo Stato non fa ancora vero contrasto all’abusivismo edilizio, che spesso sembra addirittura godere di una sorta di tacito incoraggiamento, e non fa lotta al riciclo dei capitali sporchi, ma anzi li protegge, come nel caso dello Scudo Fiscale, che arriva a configurarsi come un vero e proprio favoreggiamento legale. In più si assiste a uno sganciamento dell’idea di sicurezza dal diritto, come le nuove norme sull’immigrazione dimostrano.

    Il nuovo Manifesto, questa “enciclica” dell’antimafia frutto dei vari laboratori a cui i partecipanti hanno aderito, oltre a confermare un’ulteriore assunzione di responsabilità civili da parte di chi liberamente sceglie di partecipare alla sfida come cittadino, ripropone al Parlamento e al Governo le richieste disattese e anzi ne aggiunge di nuove. Ma la tentazione è di non sperarci più, soprattutto di fronte agli indizi sempre più evidenti di una mafia che non ha più bisogno di concordare “papelli” con la politica ma piuttosto accede ad essa molto più direttamente, in maniera organica; così come essa risulta organica nel sistema economico-finanziario globale. Lo stesso Ciotti, citando il filosofo Norberto Bobbio, dice che  la differenza fra la nostra generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti e invece noi dobbiamo essere democratici sempre in allarme. Tant’è che molti, nel corso della 3 giorni, hanno invocato la crescita e l’insediamento di una nuova classe dirigente come presupposto indispensabile a un nuovo rilancio della lotta all’illegalità. Come dire che della maggior parte degli uomini nelle cui mani risiede il potere economico e politico del paese non è più possibile fidarsi.

    La forza delle mafie risiede tuttora nelle possenti complicità politiche ed economiche di cui essa gode; per rimuovere le quali bisogna radicalmente cambiare i partiti, le istituzioni e non solo in senso simbolico; ma cambiando gli uomini stessi. Uomini e donne cresciuti alla scuola e nella pratica della legalità. Tra i passaggi del nuovo documento lanciato da CONTROMAFIE si legge: “Noi ci impegniamo a diffondere un sapere di cittadinanza che valorizzi i giovani come protagonisti di un processo di educazione permanente alla legalita’, alla partecipazione e alla responsabilità”. Qualche giorno fa’, un giornalista di solito non prodigo di uscite illuminanti e da anni ben piazzato nel sistema di quei media più al servizio del potere che del cittadino, ha esclamato nel corso di un dibattito televisivo, con vigore inusuale: “ma perché i giovani non fanno la rivoluzione e non ci cacciano via?”. Libera e CONTROMAFIE, realtà ad altissima densità giovanile, sono la dimostrazione più eloquente ed esplicita che i più giovani hanno a cuore le sorti dei loro territori, dell’ambiente, delle generazioni che verranno, molto più dell’apparato di potere, vecchio e degenerato, che domina l’economia, la politica, l’informazione di questo paese. Esso indulge alle mafie come pratica quotidiana e acquisita e anzi dalle mafie talvolta è assorbito come per osmosi. Ecco svelato quale statico agente atmosferico forse ostacola l’effetto farfalla.

    di Giampaolo Paticchio www.gennarocarotenuto.it

    Abruzzo: Il miracolo della ricostruzione mafiosa

     

    Mafia in calcestruzzo

    L’ultima impresa sospetta viene dalla Campania. Ha preso lavori per 44 milioni di euro, a leggere bene è tutto in regola, tutto pulito, certificazioni antimafia compresa. Ma il sospetto, molto fondato, degli investigatori antimafia è che dietro un paravento apparentemente legale si nasconda un tentacolo della camorra spa. Che certo non poteva farsi sfuggire il grande business della ricostruzione dell’Abruzzo. Il 15 ottobre i parlamentari della Commissione antimafia sono rimasti a bocca aperta quando investigatori della Dia e magistrati della procura nazionale hanno illustrato il primo dossier su mafie e ricostruzione. Tre ditte sono state già bloccate (“Fontana costruzioni” di San Cipriano d’Aversa, “Di Marco” di Carsoli e la “Icg” di Gela), ma i nomi sono molti di più.

    L’ultimo blitz nei cantieri del progetto “C.a.s.e.”.,  sabato scorso con l’individuazione di almeno altre quattro imprese diretta emanazione o in collegamento con mafia e camorra. Ma il lavoro è ancora lungo “Perché - spiega un investigatore – non troveremo mai una ditta con dentro gli assetti societari nomi compromessi . Il gioco è più complesso. Si parte da una azienda capofila e si arriva ad un ginepraio di subappaltatori, sigle e nomi che rimandano ad altri nomi. La grossa impresa nazionale che si aggiudica lavori importanti, quando scegli il subappalto bada solo al prezzo basso. Non si pone altri problemi”. Sarebbero almeno una ottantina le ditte “sospette” pronte a spartirsi una torta da 169 milioni di euro, a tanto ammontano i subappalti del dopo terremoto. E i controlli? Scarsi e contradditori. Durante la visita della Commissione antimafia ha fatto scalpore la vicenda di una gara d’appalto per la fornitura di calcestruzzo. Tre lotti vinti da un’impresa insospettabile che per una sub fornitura si è però rivolta alla “Sicabeton”, una società segnalata in una sorta di black list il 20 maggio dalla Direzione nazionale antimafia, un elenco di ditte che hanno avuto problemi di collegamenti con soggetti mafiosi. In una informativa si faceva riferimento a un ex direttore tecnico che negli anni ottanta sarebbe stato legato ad Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ai tempi di Totò Riina. Il 2 giugno la Prefettura de l’Aquila sconsiglia alla Protezione civile l’impiego della “Sicabeton”, salvo poi cambiare idea il 19 giugno. Ora quell’impresa può ricevere l’ordine di sub fornitura. Il 25 agosto nuovo cambio di scena: la “Sicabeton” deve essere tenuta fuori. Una confusione evidente che certo non aiuta la lotta alle infiltrazioni mafiose.

    Ma a favorire l’ingresso di imprese  “in odore” di mafia nel più grande cantiere d’Europa, sono le stesse leggi del governo. All’articolo 2 del decreto per la ricostruzione dell’Abruzzo si affida al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il potere di assegnare appalti con procedra negoziata, senza bando di gara, nonché la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti. Un decreto del capo del governo avrebbe dovuto definire le modalità per la tracciabilità dei flussi finanziari, nonché la costituzione di  un elenco fornitori e prestatori di servizio non a rischio di inquinamento mafioso. “Ma tutto ciò – denuncia il senatore Luigi Li Gotti, di Italia dei valori – non è avvenuto. L’articolo 2 del decreto è stato applicato, il sottosegretario Bertolaso ha proceduto ad affidare appalto con subappalti fino al 50%. Li Gotti ricorda la visita della Commissione parlamentare antimafia. “Il quadro emerso delinea uno scenario preoccupante. La ricostruzione attira le mafie, nascono società, aprono uffici, si formano complessi intrecci, il danaro ha cominciato a scorrere, imprese a rischio mafioso si affacciano e ricevono incarichi di lavoro senza bandi di gara”.

    Un allarme lanciato anche da Vittorio Cogliati Dozza, presidente di Legambiente: “Il fatto che vi siano aziende edili riconducibili alle cosche non solo nei subappalti ma anche titolare degli appalti per i lavori del progetto Case, dimostra che la vigilanza del governo ha fatto fiasco (posto che si volesse davvero farla ndr).

    Ma, accanto alle forze dell’ordine, è importante che ci sia interesse alla legalità e alla trasparenza. È per questo che l’”Osservatorio Ricostruire pulito”, che abbiamo istituito con Libera e Provincia, chiede agli aquilani di segnalare qualsiasi situazione che possa indurre al sospetto”.

    di Enrico Fierro Il Fatto Quotidiano
     

    Le dichiarazioni di Ciancimino, i fogli mancanti del processo e i messaggi mafiosi a Berlusconi…

    Massimo Ciancimino fa ancora parlare di sé e questa volta l’argomento scottante non è la trattativa tra mafia e Stato intercorsa all’epoca delle stragi del 1992, per il quale presto sarà chiamato a rispondere in udienza pubblica. Le sue dichiarazioni stanno irrimediabilmente sollevando un polverone attorno alla Palermo degli affari che negli anni Ottanta e Novanta ha basato il suo punto di forza sul patto economico stretto con la mafia di Riina e Provenzano.
    Sono i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia i depositari delle nuove rivelazioni del figlio di don Vito Ciancimino, condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione, nell’ambito del processo sul tesoro occulto di suo padre. Rivelazioni che hanno già causato l’avvio di nuove indagini per corruzione aggravata a carico dei senatori Carlo Vizzini e Salvatore Cuffaro e degli onorevoli Romano e Cintola. Tutti indagati a vario titolo per aver ricevuto compensi economici (ufficialmente non dovuti) pagati dalla famiglia Ciancimino per agevolare, nell’assunzione delle gare d’appalto, la Gas Spa (Gasdotti Azienda Siciliana). La società in quota al Gruppo Brancato – Lapis venduta il 13 gennaio 2004 alla multinazionale “Gas Natural” per 120 milioni di euro, di cui una percentuale era finita sul conto svizzero Mignon come pagamento spettante a don Vito, in qualità di socio “riservato”.
     
     
    Proprio in seguito a questa vendita Massimo Ciancimino era stato accusato di aver incassato e reinvestito la percentuale destinata a suo padre (all’epoca deceduto). Da qui le manette, i domiciliari e poi il processo in abbreviato, tuttora in corso a Palermo in sede di Appello. Ed è in seguito a questi sviluppi giudiziari che Massimo Ciancimino ha iniziato a parlare: prima alludendo alle responsabilità della famiglia Brancato corresponsabile nella Gas della “gestione Ciancimino”, poi denunciando pubblicamente la sparizione di alcune intercettazioni ambientali che sarebbero dovute essere da tempo depositate agli atti del suo procedimento. I magistrati hanno così aperto un nuovo filone investigativo che ha coinvolto anche l’erede del socio di Lapis, Monia Brancato, rimasta finora estranea ai fatti, secondo Massimo Ciancimino, a causa di uno “strabismo investigativo” che ha inevitabilmente finito per colpire una sola delle due compagini societarie riferibili all’azienda del Gas. Accuse chiaramente tutte da verificare (per questo è stata avviata un’indagine a Catania). Ciononostante le sue dichiarazioni lasciano spazio a dubbi e perplessità sulla conduzione delle prime indagini dopo il ritrovamento di un documento che era stato sequestrato dai carabinieri nel 2005, durante la perquisizione avvenuta nella sua casa prima del suo arresto. Probabilmente ritenuto irrilevante dai pm che detenevano l’incartamento originale del primo grado, il foglio strappato nella sua parte iniziale (così verbalizzavano i carabinieri) è stato ritrovato in questi giorni da Ingroia e Di Matteo in mezzo ad altri 18 faldoni che i magistrati hanno trasmesso ai giudici del processo Ciancimino. Una scoperta di notevole importanza perché, come ha dichiarato il Pg del processo Dell’Utri Antonino Gatto, che ne ha chiesto l’acquisizione insieme all’audizione di Massimo Ciancimino (la Corte si è riservata di decidere il prossimo 17 settembre), il documento potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra lo stesso Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”. Il testo della missiva vergata a mano non è completo (Ciancimino dice che originariamente era intera), ciò che è possibile leggere è la parte finale di una richiesta minacciosa all’attuale Presidente del Consiglio: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”.  Una frase enigmatica che richiama il rapporto Fininvest - Cosa Nostra di cui si trova traccia nelle sentenze sulle stragi del biennio ’92-’93 e nella sentenza di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri. La cosa più interessante è che la lettera, che era indirizzata proprio a Dell’Utri, è stata data a Massimo Ciancimino nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo alla presenza di Provenzano. Una volta nelle sue mani l’erede più piccolo di don Vito l’avrebbe portata a suo padre, all’epoca detenuto, il quale avrebbe poi espresso il proprio parere per farla avere a una terza persona non meglio precisata. In quanto al triste evento Massimo Ciancimino ha ricordato con precisione che si sarebbe trattato dell’omicidio del figlio di Berlusconi. Un fatto che, come emergerebbe dai verbali d’interrogatorio del 30 giugno e del 1 luglio, lo aveva molto impressionato. I due documenti in ogni caso presentano diverse discrasie. Il testimone inizialmente non intendeva rispondere. Poi alle stringenti domande dei pubblici ministeri che lo hanno interrogato dopo il ritrovamento della lettera, ha risposto visibilmente provato: “Sono cose più grandi di me”. Anche perché le comunicazioni che la mafia avrebbe inoltrato a Berlusconi non si esauriscono qui. La richiesta di una televisione in cambio di un appoggio elettorale sarebbe solo l’ultima di tre lettere scritte tra il 1991 e il 1994. Il secondo messaggio Ciancimino junior ha riferito di averlo ricevuto in una busta chiusa da un giovane che nei primi anni Novanta faceva l’autista di Provenzano. In questo caso Vito Ciancimino avrebbe svolto il ruolo di consulente del capo mafia, mentre in un’altra occasione avrebbe fatto da mediatore consegnando copia della missiva a un tale di nome “Franco”.  
     
    Ciò che però qui conta sottolineare è che l’istanza sarebbe alla fine giunta a destinazione, rientrando così nella consueta e vecchia gestione dei contatti tra gli ambienti Fininvest e criminalità organizzata siciliana iniziati già negli anni Settanta. Periodo in cui l’Anonima Sequestri terrorizzava la Milano bene e quindi anche la famiglia del futuro premier. Al quale era corso in aiuto l’amico Marcello Dell’Utri che per proteggerlo si era rivolto, attraverso Tanino Cinà (uomo d’onore posato della famiglia di Malaspina) al capo di Cosa Nostra Stefano Bontade. Sarebbe stato proprio il “Principe di Villagrazia” ad impegnarsi con il promettente imprenditore edile fornendogli una “garanzia” contro il pericolo dei rapimenti. Garanzia che rispondeva al nome di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore implicato in varie inchieste tra cui la famosa “Pizza connection”, condotta da Giovanni Falcone.
    L’incontro tra Berlusconi e Bontade era avvenuto negli uffici della Edilnord, a Milano, alla presenza di Marcello Dell’Utri, Tanino Cinà, Mimmo Teresi (boss di Santa Maria di Gesù) e Francesco Di Carlo (boss di Altofonte).
    Ed è proprio Di Carlo - oggi collaboratore di giustizia, ritenuto perfettamente attendibile dai giudici che hanno condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa – a raccontarlo perché testimone oculare. In quell’occasione, ha spiegato il pentito, era stato Dell’Utri a fare le presentazioni delle quali solo Cinà non aveva bisogno perché Berlusconi già lo conosceva.
    Nel corso del colloquio con l’imprenditore, Bontade, tra le altre cose, gli chiedeva di “venire a costruire a Palermo, in Sicilia”. Cosa alla quale Berlusconi rispondeva con una battuta e “un sorriso sornione”: “Ma come debbo venire proprio in Sicilia? Con i meridionali e i siciliani ho già problemi qui!”. Bontade, però, lo rassicurava: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Prima di dirgli, in riferimento al problema dei sequestri: “Per qualsiasi cosa si rivolga a Marcello”, promettendogli quella garanzia che sarebbe poi stata rappresentata da Vittorio Mangano.
    Dell’Utri, infatti, ricordava ancora Di Carlo era considerato una persona “fidata”. Tanto che in occasione del matrimonio londinese del trafficante di droga Jimmy Fauci, spiegava il pentito, fu Mimmo Teresi a dire allo stesso Di Carlo che Dell’Utri era “un bonu picciottu”. E a dichiarare: “Noi con Stefano abbiamo intenzione di combinarlo”.
    La riunione negli uffici della Edilnord segna quindi l’inizio di un rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra siciliana basato su favori ed estorsioni: l’organizzazione criminale minacciava, chiedeva, offriva. Il Cavaliere rispondeva.
    E così, dopo l’incontro, Mangano si era insediato nella sua villa di Arcore e dal 1974 l’imprenditore aveva iniziato a versare all’organizzazione il suo “contributo” annuale. Poi quando il boss-stalliere era stato costretto ad allontanarsi (un anno e mezzo più tardi), Berlusconi aveva subito il primo attentato nella sua villa di via Rovani. Era il 26 maggio del 1975, ma solo anni dopo si era scoperto che l’autore di quel gesto intimidatorio era stato proprio Mangano. In quello stesso periodo iniziava per Berlusconi una carriera tutta in salita: prima gettava le fondamenta del suo grande impero, dopo entrava nel business delle emittenti televisive. Ad aiutarlo nella grande impresa 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta che tra il 1975 e il 1983 sarebbero affluiti nelle 22 holding Fininvest, che diventeranno poi 37.
    Nel frattempo anche la galassia di Cosa Nostra subiva una grossa trasformazione: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano prendevano il sopravvento sulla mafia di Bontade, il quale veniva ucciso nella guerra di mafia degli anni Ottanta insieme a quasi tutti i suoi rappresentanti. Il nuovo vertice ereditava così il rapporto con l’imprenditore milanese che, dopo una serie di vicissitudini, per ordine di Riina sarebbe passato direttamente nelle mani di Tanino Cinà. Sarebbe stato lui a recarsi due volte all’anno a Milano per ritirare i contributi versati dall’imprenditore. Ma il 28 novembre 1986 la sede Fininvest di via Rovani 2 subiva un secondo attentato da parte della mafia catanese. Riina era pronto a cavalcare (nuovamente?...) l’onda.
    L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica. Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.
    Ma le intimidazioni non sarebbero cessate. Infatti il 17 febbraio del 1988, nel corso di una conversazione intercettata, Berlusconi si era lamentato con l’amico immobiliarista Raniero della Valle di aver ricevuto una serie di intimidazioni e minacce di morte per il figlio Piersilvio.
    Per quanto riguarda l’evoluzione di queste ritorsioni non si mai è riusciti a scoprire molto.
    Ciò che pare invece certo è che gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa.
    Secondo la lettura delle dichiarazioni di alcuni collaboratori, tra cui Angelo Siino, anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti. Ricerca che sarebbe terminata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con la decisione di appoggiare il nascente partito Forza Italia.
    Le missive di cui si parla oggi e in particolare il foglio strappato scoperto tra le carte sequestrate a Massimo Ciancimino potrebbero dimostrare dunque che, anche dopo l’elezione a Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, la mafia siciliana avrebbe proseguito con la tattica di sempre: intimidire per ottenere favori. La domanda allora è semplice: di quali favori si trattava?
    Ed è  possibile ricollegare tali favori agli incontri tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, risalenti alla fine del 1993 e dei quali parlano altri collaboratori di giustizia?
    Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)”. E “infatti, vi era stato un primo tentativo a livello parlamentare che, però, non era riuscito a concretizzarsi. Inoltre, Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose, le quali non avrebbero potuto aiutare la riuscita dei progetti politici favorevoli all’organizzazione mafiosa”.
    Ancora, dopo le elezioni del 1994, Mangano avrebbe assicurato di aver parlato con il Dell’Utri e che lo stesso avrebbe dato “buone speranze”.
    È evidente che siamo di fronte a una questione di estrema rilevanza investigativa nell’ambito dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e tra il premier e la stessa mafia corleonese di cui Vito Ciancimino era portavoce e consigliere essendo come aveva detto Giuffrè “la mente grigia” di Provenzano. Sul piano della questione morale tutto ciò fa impallidire lo scandalo sui festini del Presidente del Consiglio. Per squallidi e disonorevoli che siano i suoi vizietti, sembra assurdo che le ragioni principali del suo declino elettorale da parte degli italiani possa essere dovuto a queste vicende e non ai suoi rapporti con Cosa Nostra.
    Questo forse è il più grande scandalo italiano.
    di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella
    Per saperne di più:

    Lo scambio tra Stato e mafia.

    CODE DI ROS
    «La cattura di Riina e' «dovuta all'attivita' di una sezione del Ros col prezioso supporto dell'Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione è diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell'operazione». L'excusatio non petita è la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993, a poco più di dieci giorni dalla cattura del secolo, quella di Totò Riina. «Siccome non abbiamo la palla di vetro e non siamo supermen ci siamo collegati con l'Arma territoriale a Palermo per scremare tutte le informazioni che ci potevano essere utili. L'operazione poteva durare anche un anno». Peccato che la palla di vetro ci fosse, fornita su assist dei Ciancimino, come Massimo rivela qualche settimana fa.
    Un'abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un'udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell'operazione Riina. Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente “ripulito” dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c'era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.
    A questo punto, la Voce chiede all'avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiamo mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire? “Spontaneamente” Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l'esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo “nelle mani”, oppure “nella disponibilità”di Cosa nostra.
    Il quadro si fa chiaro. Riina è stato “venduto,  e in cambio, oltre ad una “pax” che può consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.
    Forse quella nuova classe dirigente alla quale fa piu' volte riferimento un altro dei pentiti chiave e mafioso di peso, Salvatore Cancemi, che ad esempio parla di Berlusconi e Dell'Utri come di «personaggi che una volta al potere ci avrebbero aiutato»?
    Torniamo ai protagonisti di quei giorni ancora avvolti nel mistero. Tra le pagine degli atti processuali (un'assoluzione “di condanna” per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell'aversano, sua terra d'origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese). Accusato di aver fornito ai cronisti l'ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l'ordine di riferire dove fosse il covo... si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati». Trattattive, patti, e che altro?
    Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni, un militare che è riuscito a far parlare poco di se'. Tranne che in un'occasione (pressocché oscurata dai media). Quando quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordinò le indagini per l'omicidio di Peppino Impastato. Ricorda lo storico ed esperto di mafia e camorra, Thomas Behan, autore di “Defiance” dedicato alla figura del giornalista ammazzato a Cinisi: «Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l'attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante. Il suicidio, perciò, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br». Peccato che una sentenza della Corte d'Appello di Palermo abbia in seguito accertato che il mandante dell'omicidio di Peppino era il boss Gaetano Badalamenti.
    Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio. E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista. Si fa le ossa all'ufficio stampa della Cisl, poi al Giornale di Sicilia, quindi all'ufficio stampa di Forza Italia della Regione. Oggi Danila e' la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
    di Andrea Cinquegrani lavocedellevoci.it

    Trapani: quanto costa criticare il sindaco e quando la burocrazia ferma l'antiracket.

    Fra i tanti modi di intimidire un giornalista per metterlo a tacere ce n'è uno nel quale l'aggressore veste i pani della vittima, un metodo che ha tutti i crismi della legalità: la citazione in Tribunale del cronista per i presunti danni subiti a seguito della pubblicazione di uno o pù suoi articoli ritenuti ingiusti. Si possono chiedere i danni, senza limitazione d'importo, a un giornalista e al suo giornale, senza che l'articolo sia stato giudicato diffamatorio o calunnioso in sede penale. Non è necessario, nel nostro sistema.  Purtroppo c'è un varco che lo permette, nella nostra legislazione. Ci sarà finchè una oculata riforma dei codici se ne farà carico. Intanto si avvale di questa facoltà non solo Silvio Berlusconi per chiedere milioni di risarcimento alla "Repubblica" e a "l'Unità", i giornali che hanno osato fargli con insistenza domande impertinenti o hanno descritto suoi poco commendevoli comportamenti durante i festini ospitati nelle sue residenze. Se ne avvalgono numerosi amministratori pubblici e fra questi il sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, che chiede cinquantamila euro al giornalista Rino Giacalone, corrispondente da Trapani de  “La Sicilia", acuto osservatore della sua terra e autore di pepati quanto documentati articoli su Articolo21, sul mensile di Libera "Narcomafie"e sul sito di Libera Informazione.

    Il processo avrà inizio domani a Trapani con la prima udienza. Giacalone dovrebbe pagare l'ingente somma per aver osato criticare la decisione del primo cittadino di revocare la deliberazione del consiglio comunale di concedere la cittadinanza onoraria per meriti antimafia all'ex prefetto Fulvio Sodano, il quale, a sua volta, nell'imminenza della cerimonia aveva osato criticare alcune prese di posizione dello stesso Fazio, suscitandone l'ira funesta. Giacalone aveva commentato questa vicenda sul sito di Articolo21, senza nascondere di ritenere ingiustificata la revoca dell'onorificenza all'ex prefetto: "Quando vengono scritte cose che al sindaco di Trapani non piacciono, non si è bollati come mafiosi ma come “professionisti dell'antimafia” che  hanno tanti interessi , tranne uno: quello che la mafia venga sconfitta perchè, spiega, si metterebbero in discussione tante carriere e tanti vantaggio. Fazio ha ripetuto ilo suo solito esercizio che è quello delle negazione della realtà, ha ribaltato le cose come in queste stesse ore si è scoperto sta facendo il capo mafia latitante Matteo Messina Denaro. Per carità, non vogliamo dire che ci siano collegamenti, il caso vuole che, in un pizzino diventato conosciuto adesso, Matteo Messina Denaro grida anche lui al complotto, parla di una nuova inquisizione di Torquemada da strapazzo a proposito di chi indaga e dirige la sua ricerca. Si rivolge così ad uomini che tra le mani utilizzano un codice penale mentre lui tra le mani continua a tenere stretto un codice d'onore sporco del sangue di tanti morti ammazzati. Anche del sangue di giornalisti, di quelli che Fazio, alla pari di altri, magistrati compresi, bolla come professionisti dell'antimafia. Forse “ concludeva Giacalone - è ora che il sindaco di Trapani faccia i nomi e indichi i vantaggi conquistati da ognuno di questi".

       Il sindaco se n'è guardato bene. Invece, offeso per l'irrispettoso accostamento all'atteggiamento del boss latitante, ha incaricato il suo avvocato di chiedere una punizione esemplare per quel giornalista che, in un coro di imbarazzati silenzi si ostina a dire ciò che vede con i suoi occhi e pensa con la sua testa: un salasso di 50 mila euro dovrebbe togliergli il vizio, una volta per tutte. Ci sembra difficile che il sindaco Fazio e quanti la pensano come lui possano trovare un giudice che dia loro ragione. La giustizia è una dea bendata, cioè non deve favorire nessun cittadino rispetto a un altro, ma non può avere una mente ottusa, deve distinguere il torto e la ragione al di là dei codicilli da azzeccagarbugli. Dovrà perciò considerare che Giacalone non ha agito a titolo personale, come gratuito avversatore del primo cittadino e delle sue tesi, ma “ piccolo particolare - come giornalista, cioè come rappresentante dell'opinione pubblica e come tale incaricato di raccontare i fatti nella loro completezza, di inquadrarli nel contesto, di sintetizzarli e di interpretarli, per aiutare i cittadini a coglierne il senso effettivo, al di là delle versioni di parte. Se in Italia ci sono giudici disposti a chiudere un occhio e anche l'altro occhio su queste cose, siamo messi proprio male. Una società democratica non può fare a meno della libertà di informazione e di critica sul comportamento dei pubblici amministratori, siano essi sindaci o presidenti del consiglio. A noi piace un paese in cui i personaggi pubblici rispondono alle domande con dichiarazioni esaurienti e convincenti, reagiscono alle critiche cogliendone il lato positivo e confutandone la parte che ritengono ingiusta, lasciano giudicare al giudice penale se una notizia sia calunniosa e diffamatoria, cioè se il cronista o il commentatore abbia agito con dolo. Insomma reagiscano rinunciando all'istinto di mettere a tacere con un colpo di martello i grilli parlanti. Perciò manifestiamo solidarietà a Rino Giacalone e  rivolgiamo un appello affinchè il "caso Giacalone" sia inserito nella piattaforma della manifestazione nazionale del 3 ottobre per la libertà di stampa.  

    Alberto Spampinato direttore di Ossigeno per l'informazione

    Roberto Morrione presidente di Liberainformazione

    Giuseppe Giulietti portavoce Articolo 21 Liberi Di

     

    Due imprenditori che hanno subito la violenza mafiosa, la richiesta estorsiva accompagnata da attentati e danneggiamenti anche gravi. Due tra i pochi imprenditori di quelli che lavorano in provincia di Trapani che hanno deciso di denunciare la pressione mafiosa, e oggi risultano iscritti tra le parti offese di un processo che è prossimo a cominciare. Due imprenditori che dopo la denuncia all'attività giudiziaria e attesi i tempi delle indagini hanno bussato alla porta della prefettura per ottenere l'aiuto, le provvisionali che per legge sono previste a favore di coloro i quali hanno subito la protervia mafiosa, l'estorsione, il fuoco distruttore e l'hanno denunciato. Due imprenditori che però sono in attesa di risposta, che non arriva per causa della stessa norma che è così articolata da finire col tenere legate le mani di chi deve predisporre gli atti. Anzi la risposta c'è stata: la prefettura di Trapani interpellata dal commissario nazionale del Governo per la lotta al racket e all'usura si è detta impossibilitata a dare un parere sulla posizione dei due imprenditori, dopo che la Procura antimafia di Palermo, interpellata a sua volta per iscritto dalla prefettura di Trapani, ha risposto che ci sono indagini in corso e quindi nulla può dirsi.

    Uno degli imprenditori è Vincenzo Parisi il titolare, assieme a Pietro Pipitone, dell'impresa di calcestruzzo Celso di Balata di Baida, frazione di Castellammare del Golfo, che a ferragosto 2007 venne praticamente distrutta. L'altro è Vincenzo Artale un «padroncino» di Alcamo, proprietario di una betoniera con la quale ogni giorno andava a prendere cemento presso una impresa di Borgetto, paese della provincia di Palermo, molto vicino ad Alcamo. Il mezzo fu distrutto da un incendio nel 2006 e poche settimane dopo un'altra intimidazione riguardò la profumeria gestita ad Alcamo dalla moglie di questi. Proprio dall'attentato subito da Artale partirono le indagini che hanno portato la Dda di Palermo a delineare i nuovi scenari mafiosi dell'alcamese. In manette l'anno scorso sono finiti presunti nuovi mafiosi assieme a conclamati uomini d'onore nel frattempo usciti dal carcere e tornati a fare parte dell'organizzazione mafiosa. Una indagine che ha fatto scoprire ancora una volta imposizioni di forniture, di cemento in particolare, come nuovo sistema per condizionare gli appalti pubblici e nella zona di Castellammare ce ne è uno grosso in corso, quello per la costruzione del nuovo porto. Ovvio che le imprese di produzione di calcestruzzo fuori dal cartello e dal controllo mafioso costituivano, e costituiscono “scomodi” concorrenti per l'impresa mafiosa, nel caso specifico della Medicementi dell'imprenditore Liborio “Popò” Pirrone che voleva tutto per se il monopolio del cemento, con una concorrenza fatta di minacce e attentati. Una intercettazione lo ha ascoltato mentre scriveva la lettera anonima diretta agli imprenditori della Celso proprio per minacciarli se loro non si fossero fatti definitivamente indietro dalle commesse. I titolari subirono un attentato e denunciarono ogni cosa. Lo Stato ancora chiede tempo per risarcirli del danno subito.

    «Noi speriamo - dice Vincenzo Lucchese, ispettore di Polizia e presidente dell'associazione antiracket di Alcamo - che adesso le due vicende possano sbloccarsi, ho ottenuto rassicurazioni dal prefetto Trotta che ho incontrato. Immagini quanto possa essere di grande impatto potere scrivere all'entrata di questa azienda che la sua rinascita è stata merito anche dell'azione risarcitoria dello Stato, costituirebbe una iniezione di fiducia per gli altri che ancora non denunciano». 

    Parisi ha presentato l'istanza nel 2007, Artale nel 2008. «Abbiamo ripreso a lavorare - dice Parisi - grazie all'aiuto che ci hanno dato alcune banche, Credito Siciliano e Banco di Sicilia, c'è stata devo dire anche che qualche banca non ci ha trattato bene, ci siamo avvicinati all'antiracket io stesso sono vice presidente di quella costituita a Castellammare, eravamo nel mirino della mafia perchè noi non dovevamo vendere più il nostro cemento, e c'è stato chi è venuto a dirci che il cemento da noi non poteva più comprarlo, nonostante tutto non abbiamo finito di lavorare come i mafiosi volevano, ora però è assurdo che la difficoltà arriva dalla burocrazia statale». «Spesso - aggiunge Lucchese - alcune cose accadono perchè gli uffici e le istituzioni che dovrebbero colloquiare non lo fanno, ma anche su questo ho ricevuto garanzie precise dal prefetto Trotta perchè questo non abbia a ripetersi». 

    La vicenda degli imprenditori Parisi e Artale è una delle poche giunte sul tavolo della prefettura. A Trapani continuano infatti a non essere denunciate le estorsioni, ancora meno gli usurai, chi ne è vittima, dell'una, la mafia, e dell'altro, il «cravattaro», preferisce il silenzio. «Resta l'amaro che spesso lo Stato finisce con il dare risposte diverse da quelle che ci si attende» commenta Lucchese presidente dell'associazione antiracket e antiusura di

    In che senso? «Da un lato si cerca di incoraggiare gli imprenditori, i commercianti a denunciare il racket, l'usuraio, dall'altra parte due righe, del tenore, “ci sono indagini in corso” possono bloccare gli iter per rilasciare gli indennizzi di legge».

    Lei se la prende con una burocrazia che dice innesca esasperazione. «Ritengo che serve una modifica della norma, c'è un ministero nel nostro Governo che si occupa di snellimento di procedure, spero che si interessi a tutte le procedure, anche a quella dell'aiuto a chi è taglieggiato o usurato. Ognuno di questi soggetti che non denuncia purtroppo è un esempio positivo per il crimine mafioso, le cronache giudiziarie ci hanno raccontato quanti di questi sono diventati poi loro stessi esattori del pizzo nei confronti di altri colleghi, è una catena che si deve spezzare». 

    Trapani continua ad essere una provincia dove spesso di fenomeno mafioso si parla per innescare polemiche. Basterebbe invece vedere il numero delle estorsioni denunciate per capire quante non lo saranno mai. Basterebbe sapere delle decine, centinaia di milioni di euro che ogni anno arrivano dalla Comunità europea e poi andare negli uffici di collocamento, nelle agenzie interinali, nei luoghi dove si affolla quell'umanità dolente e rassegnata e capire che qui, nella «Gomorra» di Cosa Nostra, tutto parla di mafia. Tutto è povertà che produce ricchezza che riproduce altra povertà.

    Le associazioni antiracket costituite in provincia qualcosa cercano di fare affianco al lavoro giudiziario ed investigativo, che ha messo a segno tanti positivi risultati, che non hanno trovato sostegno adeguato nella politica e nella pubblica amministrazione, dove c'è stato e c'è chi è impegnato a favorire il rigenerarsi di metodi illegali. Ne esistono cinque, quella di Trapani, Marsala, Mazara, Alcamo, Castellammare del Golfo. Contano pochissimi associati. E questa è sempre la faccia della stessa medaglia, il silenzio sopra ad ogni cosa.

    di Rino Giacalone

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    Somalia Connection: la morte di Ilaria Alpi e i rifiuti tossici.

    “Ho portato di persona rifiuti radioattivi nel Corno d’Africa. Quando arrivavamo al porto di Bosaso i militari italiani si voltavano dall’altra parte. Sono convinto che Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto proprio lì cose che non doveva vedere”. Il racconto al manifesto del pentito Francesco Fonti. E il giallo delle “navi a perdere” diventa internazionale.

    Francesco Fonti – collaboratore di giustizia della ‘ndrangheta – iniziò a raccontare ai magistrati antimafia l’organizzazione dei traffici dei rifiuti nel Mediterraneo e nel Corno d’Africa nel 2005. Partendo dalla sua deposizione la Procura di Paola è riuscita ad individuare il relitto della Cunski, al largo del porto di Cetraro. Fonti, però, non ha raccontato solo i viaggi delle navi a perdere nel Tirreno. Davanti alla commissione d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ha parlato anche di alcuni trasporti di armi e rifiuti verso la Somalia organizzati - -a suo dire – dalla ‘ndrangheta. Il pentito cita in particolare un viaggio che sarebbe avvenuto utilizzando una nave della Schifo, nome di una compagnia strettamente legata alla morte della giornalista e dell’operatore del tg3. Riportiamo l’intervista che ci ha rilasciato così come l’abbiamo trascritta dalla registrazione telefonica.

    Nel suo memoriale e in alcune deposizioni lei ha affermato che alcuni gruppi criminali calabresi avrebbero esportato rifiuti pericolosi verso paesi africani. Cosa ricorda di quel periodo?
    Noi – mi riferisco alla ‘ndrangheta – abbiamo portato migliaia di fusti tossici radioattivi in Somalia. Però nessuno, con tutte le dichiarazioni che ho fatto, con tutto quello che ho presentato ha voluto approfondire.


    Ha fornito elementi concreti?
    Si, anche una mappa della Somalia dove evidenziavo i posti dove erano stati allocati questi bidoni e container, ma tutti hanno negato. Addirittura sono stato convocato quando c’è stata la commissione d’inchiesta presieduta da Taormina, quella sulla morte di Ilaria Alpi. La direzione politica è stata quella di negare, negare, negare che ci fossero stai questi viaggi e questi depositi radioattivi o nocivi in Somalia. In realtà la Somalia era una pattumiera, non agivamo solo noi, venivano da tutte le parti.


    La ‘ndrangheta organizzava i viaggi verso la Somalia?
    Si.

    In che periodo?
    Parliamo sempre prima del ’94. Prima nell’87 e nel ’92.


    Nelle sue deposizioni ha parlato anche della morte di Ilaria Alpi. Perché?
    L’idea che mi son fatto è stata quella che Ilaria Alpi è stata uccisa perché ha visto quello che non doveva vedere nel porto di Bosaso, precisamente lì.


    Ed è importante il luogo?
    Il proto di Bosaso è dove noi abbiamo fato attraccare una nave. Allora il porto di Bosaso era particolare in quanto c’è una barriera corallina. A quei tempi era presidiata dai militari italiani. Quando arrivava qualcosa di illecito da scaricare tipo armi o rifiuti, non vedevano niente perché erano stati istruiti dai loro comandanti a girarsi dall’altra parte. In Somalia arrivavano le armi sia perché Ali Madhi oppure l’altro signore della guerra avevano sempre bisogno di armamenti nuovi. Ma anche perché transitavano per l’Eritrea, per il Kenya e arrivavano quasi tutte tra Mogadiscio e il porto di Bosaso.


    L’organizzazione che gestiva le armi era anche la stessa che portata i rifiuti?
    Le strutture erano sempre le stesse.


    Lei partecipò direttamente all’organizzazione del trasporto?
    Si. Una nave almeno, per quello che posso dire, l’ho mandata io. Organizzai la cosa dall’Italia e questi fusti furono caricati nel porto di Livorno, in uno dei pescherecci della flotta somala che era stata regalata da Craxi, ai somali, la Shifco. C’erano due navi partite contemporaneamente dal porto di Livorno con armi e circa un migliaio di bidoni di rifiuti di varia natura. 


    E quindi Ilaria Alpi, secondo lei, avrebbe visto qualcosa legato a queste navi?
    Io penso più che altro a qualcosa legato a uno scarico particolare. Da qualche nave, qualcosa nello scarico è andato storto. Lei ha voluto, insieme al suo cameraman, filmare questo qualcosa che poi l’ha portata a essere presa di mira…Se non erro mi sembra che alcuni suoi appunti che sono scomparsi nel percorso della salma dalla Somalia all’Italia.

    Nel 1994 vennero uccisi Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Cosa ha pensato di quell’agguato?
    Ho collegato dentro di me questa situazione con i traffici dei rifiuti. Però mi ero ripromesso – anche perché ero stato condizionato da qualche personaggio – di non parlare di storie di rifiuti,ma solamente di stupefacenti.


    All’epoca aveva già iniziato a collaborare…
    Si. Quando ho cominciato a collaborare con il dottor Macrì avevo un pensiero solo: scappare. Poi, conoscendo a fondo il dottor Macrì, la sua umanità, la sua concretezza, mi sono deciso e convinto a proseguire su quella strada lì. Pero all’inizio la mia idea era di farmi portare in un posto e fuggire. Invece non potevo tradire le aspettative e la fiducia che mi aveva dato Macrì. Una carica di umanità che mi ha colpito molto.


    Lei fino al 2005 non ha voluto parlare dei traffici dei rifiuti. Perché?
    Avevo avuto dal ’96 in poi tre infarti, anzi quattro, più un tumore alla vescica. Purtroppo non mi sono curato, ho tralasciato la mia salute, forse anche per una sorta di punizione verso me stesso. Quando poi ho avuto le malattie, ho detto ci lascio le penne, sto morendo. Ero convinto di morire e allora ho detto tanto vale parlare di questo. Ero poi stato di nuovo contattato da un personaggio dei servizi segreti italiani che mi disse di smetterla di parlare di queste cose, lascia stare, lascia stare, diceva. Poi mi sono detto ma che lascio stare, io muoio voglio dire queste cose…E fino adesso ancora non sono morto. Nel frattempo mi sono anche operato, ho avuto un’operazione a cuore aperto…ancora devo fare altri bypass…la mia salute è abbastanza compromessa.


    Che peso ha per la ‘ndrangheta – a livello economico – il traffico dei rifiuti?
    Io le posso dire che negli anni in cui ero organico io, a seconda dei carichi, della pericolosità dei carichi, si andava da una cifra (in lire) di 3-4 miliardi fino anche a 30 miliardi. Cifre importanti.

    di Andrea Palladino Il Manifesto

    La mafia del nord

    Ogni stagione ha la sua strategia di rimozione. La memoria fa male. Negli anni ’60 e ‘70 i processi di mafia si concludevano tutti con assoluzioni, gli avvocati ripetevano ‘ Ma che è sta mafia, che minchia vuol dire’. Il diniego di un fenomeno che teneva insieme potere militare, connivenza politica e affarismo imprenditoriale. Erano gli anni in cui Peppino Impastato già denunciava e irrideva il potere mafioso.

    Di quella strategia riduzionista è rimasta traccia, l’ex ministro Lunardi  ricordava ‘con la mafia bisogna convivere’, come fosse una presenza ammessa, parte del paesaggio. O come Gianfranco Miccichè, sempre Forza Italia, che disse: “ Noi trasmettiamo sempre un messaggio negativo. Ad esempio, se qualcuno, in viaggio per Palermo in aereo, non ricorda che l'immagine della Sicilia è legata alla mafia, noi la evidenziamo subito già con il nome dell'aeroporto...(dedicato a Falcone e Borsellino,ndr)”.

    Oggi la strategia è più raffinata si insinua il dubbio su eroi dell’antimafia come ha fatto Gaetano Pecorella in estate con Don Peppe Diana o si cancellano le targhe, le intitolazioni come fossero cimeli, orpelli, amenità. L’ultima storia arriva da Bergamo, comune di Ponteranica. Il sindaco leghista Cristiano Aldegani rimuove la targa della biblioteca dedicata a Peppino Impastato. ‘Non è un personaggio locale’ dice il primo cittadino.

    Come se la mafia fosse affar del Sud, come se Impastato non fosse un giornalista, un intellettuale, un profeta da ricordare da Lampedusa fino alla Valle D’Aosta. Un profeta. Impastato con l’arma dell’ironia e della documentata denuncia rinnegò la mafia che abitava nella sua casa, svelò l’affarismo collusivo di Cosa Nostra con la politica, la speculazione edilizia, il cemento selvaggio, si schierò con i contadini contro l’esproprio delle proprie terre. 

    Il 19 si deve scendere in piazza anche per tenere viva la memoria, un esercizio ancora una volta utile per la democrazia, utile per spegnere quel ventilatore che schizza fango, pronto a cancellare le storie degli italiani migliori. Il 19 si deve chiedere di mantenere quella targa, un’occasione in più per tornare a parlare di Peppino e raccontare, come lui faceva, i nuovi intrecci su mafia e politica. E non bisogna dimenticare che la commissione antimafia con una relazione a nome del Parlamento italiano ha chiesto scusa alla famiglia Impastato per il depistaggio messo in atto da apparati dello stato. Giovanni Russo Spesa, coordinatore di quella relazione, ricorda: “ 
    di Nello Trocchia www.articolo21.info
    “ I leghisti sono il piedistallo servile del berlusconismo. Questo atto vuole dire che nella Lombardia dove abitava Mangano e dove c’erano connivenze tra mafia e affarismo politico e imprenditoriale, si vuole dire Impastato è un fastidio perfino con la sua memoria. Atto incostituzionale e infame”.
    di Giovanni Russo Spena
     
    Per saperne di più:
     
     

    Carlo Alberto Dalla Chiesa-Emanuela Setti Carraro

    Aforismi di Carlo Alberto Dalla Chiesa:
     
     
     

    Magistrati, sociologi, poliziotti, giuristi sanno benissimo che cosa è l'associazione mafiosa. La definiscono per il codice e sottraggono i giudizi alle opinioni personali.

    La mafia è cauta, lenta, ti misura, ti ascolta, ti verifica alla lontana. Un altro non se ne accorgerebbe, ma io questo mondo lo conosco.

    Non spero certo di catturare gli assassini a un posto di blocco, ma la presenza dello Stato deve essere visibile, l'arroganza mafiosa deve cessare.

    Nel periodo dell'antiterrorismo avevo dietro di me l'opinione pubblica, l'attenzione dell'Italia che conta. I gambizzati erano tanti e quasi tutti negli uffici alti, giornalisti, magistrati, uomini politici. Con la Mafia è diverso, salvo rare eccezioni la Mafia uccide i malavitosi, l'Italia per bene può disinteressarsene. E sbaglia.

    O mi danno i poteri necessari per fronteggiare la più grande industria del crimine della nostra epoca, oppure la mia nomina a prefetto non servirà proprio a nulla.

    Uccidono in pieno giorno, trasportano i cadaveri, li mutilano, ce li posano fra questura e Regione, li bruciano alle tre del pomeriggio in una strada centrale di Palermo.

    Sono nella storia italiana il primo generale dei carabinieri che ha detto chiaro e netto al governo: una prefettura come prefettura, anche se di prima classe, non mi interessa. Mi interessa la lotta contro la Mafia, mi possono interessare i mezzi e i poteri per vincerla nell'interesse dello Stato.

    Un amico con cui hai avuto un rapporto di affari, di ufficio, ti dice, come per combinazione: "perché non andiamo a prendere il caffè dai tali". Il nome è illustre. Se io non so che in quella casa l'eroina scorre a fiumi, ci vado e servo da copertura. Ma se io ci vado sapendo, è il segno che potrei avallare con la sola presenza quanto accade.

    Mafia: le case del "miracolo" in Abruzzo, le scatole vuote per i grandi appalti, gli immobili, i saldi e la concorrenza sleale. Il Paese muore mentre la mafia prospera.

     
    L'Aquila, le amicizie pericolose all'ombra della prima new town
     
    Nel primo cantiere aperto per ricostruire L'Aquila c'è un'impronta siciliana. L'ha lasciata un socio di soci poco rispettabili, uno che era in affari con personaggi finiti in indagini di alta mafia.

    I primi lavori del dopo terremoto sono andati a un imprenditore abruzzese in collegamento con prestanome che riciclavano, qui a Tagliacozzo, il "tesoro" di Vito Ciancimino.

    Comincia da questa traccia e con questa ombra la "rinascita" dell'Abruzzo devastato dalla grande scossa del 6 aprile 2009. Comincia ufficialmente con un caso da manuale, una vicenda di subappalti e di movimento terra, di incastri societari sospetti. Tutto quello che leggerete di seguito è diventato da qualche giorno "materia d'indagine" - un'informativa è stata trasmessa dalla polizia giudiziaria alla procura nazionale antimafia - ma l'intreccio era già rivelato in ogni suo dettaglio da carte e atti di pubblico accesso.

    Partiamo dall'inizio. Dai fatti, dai luoghi e dai nomi di tutti i protagonisti e dei comprimari di questo primo lavoro per il terremoto d'Abruzzo. Partiamo dalla statale 17, la strada tortuosa e alberata che dall'Aquila passa per Onna, il paese che non c'è più, il paese spazzato via alle 3,32 di quasi ottanta notti fa. È qui, sotto la collina di Bazzano, dove sorgerà la prima delle venti "piccole città" promesse da Berlusconi agli aquilani per la fine di novembre - sono le famose casette, i 4500 alloggi per ospitare fra i 13 mila e i 15 mila sfollati - che è stato dato il via in pompa magna alla grande ricostruzione. È qui che sarà costruita la prima "new town". È qui che hanno alzato il primo cartello: "Lavori relativi agli scavi e ai movimenti di terra lotto Ts". Ed è qui che l'imprenditore Dante Di Marco, alla fine di maggio, ha cominciato a spianare la collina con le sue ruspe e i suoi bulldozer. Così si chiama l'amico degli amici siciliani che nascondevano in Abruzzo i soldi di don Vito, l'ex sindaco mafioso di Palermo.

    Dante Di Marco ha 70 anni, ha amicizie importanti in tutto l'Abruzzo, è residente a Carsoli che è un piccolo paese fra l'Aquila e Roma. L'appalto per rosicchiare la collina di Bazzano e sistemare una grande piattaforma di cemento - è là sopra che costruiranno quelle casette sostenute dai pilastri antisismici - è stato aggiudicato da un'"associazione temporanea di imprese". La capogruppo era la "Prs, produzione e servizi srl" di Avezzano, la seconda ditta era la "Idio Ridolfi e figli srl" (anch'essa di Avezzano, sta partecipando anche ai lavori per la ristrutturazione per il G 8 dell'aeroporto di Preturo), la terza era la "Codisab" di Carsoli, la quarta era l'impresa "Ing. Emilio e Paolo Salsiccia srl" di Tagliacozzo e la quinta l'"Impresa Di Marco srl" con sede a Carsoli, in via Tiburtina Valeria km 70.

    L'impresa Di Marco è stata costituita nel 1993, ha una ventina di dipendenti e un capitale sociale di 130 mila euro, l'amministratore unico è Dante Di Marco (gli altri soci sono il figlio Gennarino e la figlia Eleana), la ditta non è mai stata coinvolta direttamente in indagini antimafia ma il suo amministratore unico - Dante - risulta come socio fondatore della "Marsica Plastica srl" con sede a Carsoli, sempre in via Tiburtina Valeria km 70. È questo il punto centrale della storia sul primo appalto del terremoto: un socio della "Marsica Plastica srl" ha praticamente inaugurato la ricostruzione.

    Quest'impresa, la "Marsica Plastica srl", è molto nota agli investigatori dell'Aquila e anche a quelli di Palermo. È nata il 22 settembre del 2006 nello studio del notaio Filippo Rauccio di Avezzano. Tra i soci di Dante Di Marco c'era l'abruzzese Achille Ricci, arrestato tre settimane prima del terremoto per avere occultato i soldi di Vito Ciancimino in un villaggio turistico a Tagliacozzo. C'era Giuseppe Italiano (il nome di suo fratello Luigi è stato trovato in uno dei "pizzini" del boss Antonino Giuffrè quando era ancora latitante), che è un ingegnere palermitano in affari di gas con Massimo Ciancimino. C'era anche Ermelinda Di Stefano, la moglie del commercialista siciliano Gianni Lapis, il regista degli investimenti del "tesoro" di Ciancimino fuori dalla Sicilia.

    Il 22 settembre del 2006, nello studio dello stesso notaio di Avezzano Filippo Rauccio, era stata costituita anche un'altra società, l'"Ecologica Abruzzi srl". Fra i suoi soci ci sono ancora alcuni della "Marsica Plastica srl" (la moglie di Lapis e il palermitano Giuseppe Italiano per esempio) e poi anche Nino Zangari, un altro imprenditore abruzzese arrestato il 16 marzo del 2009 per il riciclaggio del famigerato "tesoro" di don Vito. Erano due società, la "Marsica Plastica" e l'"Ecologica Abruzzo", che con la "Ricci e Zangari srl" - se non ci fosse stata un'inchiesta del Gico della finanza e i successivi arresti - avrebbero dovuto operare per la produzione di energia, lo smaltimento rifiuti, nel settore della metanizzazione. Un labirinto di sigle, patti, commerci, incroci. Tutto era stata pianificato qualche anno fa. E tutto alla luce del sole.

    Ecco come ricostruisce le cose Dante Di Marco, l'imprenditore che ha vinto il primo sub appalto per la ricostrizione dell'Aquila: "Ho presentato una regolare domanda per accreditarmi ai lavori di Bazzano e sono entrato nel consorzio di imprese, che cosa c'è di tanto strano?". A proposito dei suoi vecchi soci siciliani ricorda: "Quella gente io nemmeno la conoscevo, mi ci sono ritrovato in società così, per fare il mio lavoro di movimento terra". E consiglia: "Chiedete in giro chi è Dante Di Marco, tutti diranno la stessa cosa: uno che pensa solo a lavorare con tutti quelli che vogliono lavorare con lui".

    Proprio con tutti. Dante Di Marco ha una piccola impresa, tanti lavori e tantissimi amici in Abruzzo. È entrato in società non soltanto con i siciliani amici di Ciancimino ma anche con Ermanno Piccone, padre di Filippo, senatore della repubblica e coordinatore regionale del Pdl. Sono insieme dal 2006 - e con loro c'è pure il parlamentare del Pdl Sabatino Aracu, sotto inchiesta a Pescara, accusato di avere intascato tangenti per appalti sanitari - nella "Rivalutazione Trara srl", quella ha comprato alla periferia di Avezzano 26 ettari di terreno e un antico zuccherificio per trasformarlo in un termovalorizzatore. Fili che si mescolano, finanziamenti, compartecipazioni, una ragnatela. E appalti. Come quello di Bazzano, l'opera prima della ricostruzione. Per il governo Berlusconi è la splendente vetrina del dopo terremoto in Abruzzo. Per Dante Di Marco da Carsoli, socio dei soci dei Ciancimino, era un'occasione da non perdere.
    di Attilio Bolzoni
     
    La mafia all'assalto dell'Italia sana.
     
    Nel 1929, durante la Grande crisi che colpì l’America, la stella di Al Capone, il più famoso mafioso di tutti i tempi, non si eclissò, anzi. Dal suo quartier generale, l’hotel Lexington di Chicago, vide crescere i suoi affari e la sua fama: da una parte offriva, nei propri ristoranti, pasti caldi ai bisognosi, impoveriti dalla recessione, dall’altra incrementava gli affari illeciti. Ottant’anni dopo tocca ai suoi eredi, le mafie di tutto il mondo, arricchirsi entrando con valigie colme di denaro nei mercati sull’orlo del crac. In particolare nel mondo dell’impresa e nel settore creditizio. Un problema che non risparmia l’Italia.

    Nelle scorse settimane il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha inviato una relazione al Parlamento, intitolata “L’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e l’attuale fase di recessione economica”. Per il magistrato l’espansione degli affari della criminalità organizzara prende il via dalla sua “permanente, enorme, illimitata liquidità finanziaria”. Un patrimonio accumulato in gran parte grazie al narcotraffico, un business che non conosce crisi. A questi denari vanno aggiunti quelli derivanti dalle estorsioni, molti milioni di euro che ogni giorno, ricorda la Confesercenti, passano dalle tasche di commercianti e imprenditori a quelle dei boss. Ben diversa la realtà dell’economia legale, dove, sottolinea la Direzione nazionale antimafia (Dna), le banche “non sono disponibili a concedere mutui né alle imprese né ai privati”.
    Conseguenza? “Il ricorso a prestiti usurari”, al sistema creditizio abusivo gestito dalla criminalità organizzata. Nel 2008, in Italia, ci sono stati 956 procedimenti per usura con 4.809 indagati. In una recente relazione dello Scico (il Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata della Guardia di finanza) si legge che “per le associazioni mafiose l’interesse usurario (…) è quasi sempre strumentale all’acquisizione delle imprese e si configura come canale di riciclaggio di proventi di altre attività illegali”.

    Saldi e concorrenza sleale
    La recessione favorisce il ricorso a denaro di dubbia provenienza. Anche al Nord. “Certe aziende” denuncia Gian Gaetano Bellavia, consulente di numerose procure e responsabile del servizio antiriciclaggio dell’ordine dei commercialisti di Milano, “non si preoccupano di chi si nasconda dietro le finanziarie lussemburghesi, olandesi o inglesi, possedute da holding domiciliate nei paradisi dove è garantito l’anonimato societario, e che, attraverso banche svizzere, immettono denaro fresco nelle loro casse”. Aumenti di capitale che permettono alle cosche, come evidenzia anche la Dna, di diventare, con il tempo, soci di maggioranza di aziende “pulite”.
    Che l’imprenditoria mafiosa sia in espansione lo confermano i dati dell’ufficio del commissario straordinario del governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati: in Italia nel 2008 sono passate definitivamente allo Stato 1.139 imprese (161 in Lombardia, superata in questa classifica solo da Sicilia e Campania). Un dato che racconta l’infiltrazione della criminalità organizzata nel libero mercato. “Purtroppo, quando vengono sequestrate e riemergono dall’illegalità gran parte di queste aziende non sono in grado di camminare sulle loro gambe” nota Antonio Maruccia, magistrato e commissario per i beni confiscati. Infatti le cosche non sottostanno alle regole dei concorrenti. Non pagano tasse e ritenute, né contributi per la manodopera, per lo più straniera, intimidita e vessata. Una gestione che prevede quasi solo utili. Anche se difficilmente i boss imprenditori presentano bilanci.
    Chi lo fa, magari per partecipare a gare pubbliche, in realtà continua a evadere il fisco. “Il problema è che in Italia i controlli non funzionano e i padrini lo sanno” sottolinea Bellavia. Per questo tengono in piedi le società per 3 o 4 anni, prima di essere scoperti dall’anagrafe tributaria. A quel punto hanno già trasferito le commesse a imprese collegate e messo in liquidazione le proprie.

    “Le sedi legali vengono trasferite al Sud, i liquidatori solitamente sono vecchietti o pregiudicati, persone per cui un’accusa di bancarotta è meno traumatica. La documentazione contabile viene fatta sparire e le esecuzioni fallimentari sono praticamente impossibili o inutili”. Non basta. Per far crescere i profitti le imprese delle cosche ricorrono alle false fatturazioni, mettendo in conto uscite inesistenti. Carte intestate fasulle, partite iva di soggetti ignari, consulenti e collaboratori fantasma, un labirinto di documenti falsi in cui spesso la burocrazia non si addentra. Il tutto indicando importi inferiori a quelli che farebbero scattare i controlli antimafia.
    Oltre a questi sistemi i padrini utilizzano pure tradizionali metodi come l’intimidazione, anche al Nord. L’ultimo esempio arriva da Cologno Monzese (Milano): qui il calabrese Marcello Paparo, 45 anni, arrestato nei giorni scorsi, era riuscito a entrare con il suo consorzio di cooperative (trasporti, movimento terra e facchinaggio le principali attività) nei cantieri dell’alta velocità e della A4. Un obiettivo raggiunto a colpi di pistola, per ammorbidire sindacalisti e concorrenti. Motivo per cui il pm milanese Mario Venditti lo ha accusato anche di concorrenza sleale. Un reato che sta piegando gli imprenditori onesti.

    Scatole vuote per grandi appalti
    L’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture ha stilato una mappa sull’assegnazione degli appalti. Al Sud il 90 per cento delle aziende che si aggiudica le gare è meridionale. Praticamente impossibile, per usare un termine calcistico, vincere fuori casa. Il coefficiente di impermeabilità del mercato scende nel Nord-Est (85 per cento), Isole (80,5) e Nord-Ovest (78,1). Il Centro, dalla Toscana al Lazio, è più aperto: qui “solo” il 71 per cento degli appalti finisce a imprese locali. Chi vince la classifica degli affari in trasferta? Ancora una volta le aziende del Mezzogiorno, che ottengono commesse soprattutto in Centro Italia (20,5 per cento). Uno scenario che rischia di essere superato da un mercato sempre più magmatico e intossicato.

    “Le ultime indagini rivelano che aumentano le aziende del Nord che vanno a lavorare al Sud” sottolinea il tenente colonnello Daniele Galimberti del servizio centrale del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri. “Ma se una volta la spiegazione era la specializzazione, ora è la cooptazione da parte di gruppi meridionali”. Il fenomeno, molto diffuso, spesso riguarda società per azioni. “Un’emergenza che stiamo registrando soprattutto nel settore edile e in quello dello smaltimento dei rifiuti” continua Galimberti. In questo quadro la Direzione investigativa antimafia (Dia) sta aumentando i controlli nei grandi cantieri: nella seconda metà del 2008 sono passati da 22 a 25. Le imprese subappaltanti esaminate sono aumentate da 310 a 370, i lavoratori da 1.227 a 1.900. Numeri che possono sembrare insufficienti. “Si tratta di verifiche particolarmente impegnative e per cui servono le autorizzazioni delle prefetture” spiegano alla Dia.
    Il mercato in fibrillazione non aiuta i controlli antimafia: variano assetti societari, nomi, ragioni sociali. “Senza contare che è sempre più facile trovare prestanome” continuano alla Dia. In Italia nel 2008 sono nate 410 mila nuove imprese, molte in settori delicati come le costruzioni (65 mila, 12.600 solo in Lombardia, 7 mila in Piemonte, 6.600 in Emilia-Romagna), l’immobiliare (32.600, più di metà nel Settentrione), l’intermediazione monetaria e finanziaria (7.900, quasi un terzo in Lombardia e Lazio). Un mare magnum in cui è facile mimetizzarsi. Anche perché molte di queste società possono restare in sonno per anni. Così, quando serviranno, saranno già radicate nel territorio da conquistare. In particolare al Nord.
    Per esempio, nell’inchiesta milanese su Paparo gli inquirenti hanno scoperto un reticolo di cooperative, di cui molte inattive. “Quello delle scatole vuote è un sistema che dobbiamo monitorare” conferma Alberto Cisterna, sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia. “È facile ipotizzare che molte imprese costituite in questi mesi verranno utilizzate per partecipare alle gare delle grandi opere, dalla costruzione del ponte sullo Stretto all’Expo del 2015. Per non parlare dei progetti che le cosche conoscono in anticipo grazie a un capillare lavoro di insider trading”.

    Mattone che passione
    In tempo di saldi, nello shopping delle cosche non rientrano solo le aziende. In Italia nel 2008 sono stati confiscati 8.446 immobili, tra cui 1.184 appartamenti, 277 case indipendenti, 93 ville, 207 box, nove alberghi e un campo sportivo. Nella sua relazione Grasso scrive: “Diminuiscono i prezzi delle materie prime, degli immobili, i valori dei titoli e delle azioni. È possibile quindi acquistare tali beni a prezzi di svendita”. Quasi contemporaneamente il sindaco di Genova, Marta Vincenzi, ha dichiarato: “La mafia si sta mangiando interi quartieri della città”. Per esempio nei caruggi un siciliano incensurato sta facendo incetta di appartamenti, utilizzati poi come alcove per la prostituzione. “’Ndrangheta e mafia stanno comprando nei vicoli e nelle nostre riviere soprattutto attraverso società immobiliari con base a Milano” spiega Christian Abbondanza, presidente dell’associazione La casa della legalità.
    Ai nuovi palazzinari i soldi non fanno difetto. “A settembre, in un comune del Ponente ligure, un personaggio molto discusso, a fronte di una richiesta di 1 milione 200 mila euro di oneri di urbanizzazione, per ottenere una concessione ne ha messi sul piatto 5″. Nel monopoli dei boss non ci sono solo le piazze storiche di Milano, Roma o Torino: in Emilia-Romagna il responsabile della direzione distrettuale antimafia (Dda) di Bologna, Silverio Piro, ha confermato l’allarme lanciato da Roberto Saviano sugli affari della camorra a Parma. E nel Triveneto, a quanto risulta a Panorama, in provincia di Gorizia i carabinieri avrebbero intercettato diverse telefonate di familiari dei fratelli Brusca pronti a riciclare denaro nell’acquisto di ristoranti e alberghi padovani. La Dda cittadina avrebbe aperto un fascicolo.

    Finanza mafiosa
    Tutti questi investimenti sono resi possibili da una classe di colletti bianchi sempre più qualificata. Un esercito di consulenti ed esperti: nel 2008 sono state indagate per riciclaggio 9.261 persone (nell’ambito di 1.627 procedimenti: 270 a Roma, 237 a Milano e 207 a Napoli) e 3.330 sono state iscritte per “impiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita” (533 procedimenti). Lo scorso anno l’Unità di informazione finanziaria Uif) presso la Banca d’Italia ha ricevuto (in particolare dagli istituti di credito) 13.367 segnalazioni di operazioni finanziarie sospette (una ogni sei riguardava versamenti in contanti); 270 sono state prese in carico dalla Dia per indagini.

    I casi di malafinanza sono numerosi. A gennaio, su richiesta della Dda di Palermo, è stato arrestato con l’accusa di riciclaggio un noto avvocato bolognese; pochi mesi prima, nell’ambito della stessa inchiesta, era toccato a un banchiere italosvizzero, membro di un’associazione elvetica impegnata nella lotta al riciclaggio. A fine 2008 la Guardia di finanza milanese ha scoperchiato due finanziarie con sede a Zurigo utilizzate come lavanderie di denaro sporco: dietro a due prestanome locali si nascondeva una cosca crotonese ramificata in Lombardia tra Varese e Ponte Tresa. In estate sono finiti in manette padre e figlio siciliani: acquistavano finanziarie in difficoltà o ne costituivano di nuove per emettere fideiussioni e incassare le provvigioni.
    “Queste società abusive o prive dei necessari requisiti spesso fanno da garanti per l’erogazione dei finanziamenti pubblici” avverte il tenente colonnello Gianluca Campana, capo ufficio operazioni del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza. Contributi comunitari e nazionali che la criminalità organizzata cerca di intercettare in un momento in cui i governi aprono le borse per contrastare la crisi.
    Purtroppo gli enti eroganti (per lo più banche) si accorgono che le fideiussioni sono carta straccia quando ormai i beneficiari sono irrintracciabili. A volte la malafinanza alligna anche dentro ai grandi istituti di credito: a Milano, nel 2008, è stata arrestata la responsabile dell’ufficio fidi di una filiale di una banca italiana accusata di emettere fideiussioni a uomini legati ai clan calabresi senza richiedere le necessarie garanzie. Quello della donna non è certo un caso unico: le indagini, come ha denunciato la Dna, hanno smascherato diversi funzionari di banca infedeli che rifiutano fidi e mutui ai clienti in difficoltà per poi segnalarne i nomi alle cosche.

    “In questo momento per gli imprenditori onesti è difficilissimo accedere al credito e non c’è da stupirsi se un’azienda in crisi non guarda la fedina di chi le offre sostegno finanziario” dichiara Claudio De Albertis, presidente dell’Assimpredil Ance, l’associazione territoriale dei costruttori italiani che a settembre ha acquistato diverse pagine sui quotidiani per sollevare la questione. “Il rischio di infiltrazione nel settore edile è acuito sia da motivi contingenti, come i ribassi anomali nelle gare o la lentezza nei pagamenti della pubblica amministrazione, sia da ragioni strutturali, come la frammentazione delle imprese e la loro bassa capitalizzazione”. La possibile soluzione? La propone il pm della Dna Cisterna: “Bisognerebbe istituire una ‘white list’ per le aziende. Chi aderisce deve assicurare di utilizzare metodi legali, una specie di autocertificazione. Ma per chi sgarra punizioni esemplari e la radiazione dal mercato del lavoro legale”.
     

    Regione per Regione, gli immobili e le aziende confiscate alle organizzazioni criminali nel 2008. La Lombardia è terza, dopo Sicilia e Campania.

    La mafia ricompra i beni confiscati.

    Da associazione per la legalità ad associazione per delinquere. È quello che è accaduto alla cooperativa Acli Terra di Benevento: era sorta per gestire i beni confiscati alla mafia ma l'Agenzia del Demanio le ha revocato l'affidamento dopo che il suo presidente è stato messo ai domiciliari. Dietro la sua attività c'era la longa manus della camorra. Da Benevento ci spostiamo nel Casertano ma la sostanza non cambia. Tre Comuni siciliani poi sono stati sciolti perché con la gestione dei beni confiscati avevano favorito proprio i boss. Cooperative intestate a prestanomi, subentri successivi una volta affidata la gestione di aziende e terreni: sono i metodi che usano i boss per non mollare i propri beni. «Una lotta impari - ci dice il Commissario straordinario del governo per la gestione dei beni confiscati Antonio Maruccia - ma presto il governo avrà uno strumento in più: i beni saranno gestiti dai prefetti».

    I mafiosi chiedono mutui, prestiti, finanziamenti. E i loro beni finiscono ipotecati. È così che li trovano, gli investigatori, dopo aver sgominato i clan. Beni appesantiti da ipoteche e pertanto non utilizzabili. A meno di non pagare il conto alle banche. È uno dei trucchi usati dalla malavita per rendere non fruibili i beni. Un trucco non da poco, visto che come ha detto don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il 36% degli immobili confiscati è ipotecato. Palazzi, caseggiati e fabbriche restano così indisponibili. Dopo il sequestro l'immobile (o il terreno o l'azienda) finisce allo Stato che al termine del procedimento giudiziario ne Il Commissario dispone la definitiva confisca. Ma non fila tutto così liscio. I mafiosi prima di lasciare un appartamento spesso lo distruggono, oppure lo occupano, e i tempi si allungano. Comunque le vittorie sono lusinghiere, basti sfogliare il sito di Libera. L'ultimo fiore all'occhiello è proprio nelle terre dei Casalesi. Le loro aziende bufaline produrranno mozzarelle legali grazie alla cooperativa Le terre di don Peppe Diana.
     

    Appello per il giornale "I siciliani"

    Per non far chiudere "I Siciliani" un'altra volta, per non lasciare solo Pippo Fava una seconda volta, per non mortificare un'informazione libera, per non registrare un'altra vittoria della mafia e di quel sistema mafioso che Fava ed i suoi amici e giornalisti hanno continuato a combattere. E tu da che parte stai?
     
    Dopo l'assassinio mafioso di Giuseppe Fava, il 5 gennaio 1984, i redattori de I Siciliani scelsero di non sbandarsi, di tenere aperto il giornale e di portare avanti per molti anni la cooperativa giornalistica fondata dal loro direttore, affrontando un tempo di sacrifici durissimi in nome della lotta alla mafia e della libera informazione. Anni di rischi personali, di stipendi (mai) pagati, di solitudine istituzionale (non una pagina di pubblicità per cinque anni!)

    Oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Elena Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di perdere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fallimento che si presenta - venticinque anni dopo - a reclamare il dovuto sui poveri debiti della cooperati va. Il precetto di pignoramento è stato già notificato, senza curarsi d'attendere nemmeno la sentenza d'appello. Per paradosso, il creditore principale, l'Ircac, è un ente regionale disciolto da anni.

    E' chiaro che non si tratta di vicende personali: la redazione de I Siciliani in quegli anni rappresentò molto di più che se stessa, in un contesto estremamente difficile e rischioso. Da soli, quei giovani giornalisti diedero voce udibile e forte alla Sicilia onesta, alle decine di migliaia di siciliani che non si rassegnavano a convivere con la mafia. Il loro torto fu quello di non dar spazio al dolore per la morte del direttore, di non chiudere il giornale, di non accettare facili e comodi ripieghi professionali ma di andare avanti. Quel torto di coerenza, per il tribunale fallimentare vale oggi quasi centomila euro, tra interessi, more e spese. Centomila euro che la giustizia catanese, con imbarazzante ostinazione, pretende adesso di incassare per mano degli ufficiali giudiziari.

    Ci saranno momenti e luoghi per approfondire questa vicenda, per scrutarne ragioni e meccanismi che a noi sfuggono. Adesso c'è da salvare le nostre case: già pignorate. Una di queste, per la cronaca, è quella in cui nacque Giuseppe Fava e che adesso, ereditata dai figli, è già finita sotto i sigilli. Un modo per affiancare al prezzo della morte anche quello della beffa. La Fondazione Giuseppe Fava ha aperto un conto corrente (che trovate in basso) e una sottoscrizione: vi chiediamo di darci il vostro contribuito e di far girare questa ri chiesta. Altrimenti sarà un'altra malinconica vittoria della mafia su chi i mafiosi e i loro amici ha continuato a combatterli per un quarto di secolo.

    I bonifici vanno fatti
    sul cc della "Fondazione Giuseppe Fava"
    Credito Siciliano
    ag. di Cannizzaro
    95021 Acicastello (CT)
    IBAN
    IT22A03019261220
    00000557524
    causale di ogni bonifico: per I Siciliani