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    Le avete rubato i sogni

    Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.

    Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina?

    di Bruno Tinti  Il Fatto Quotidiano

    L'emergenza infinita (e mai finita) dei rifiuti in Campania

    E sui rifiuti è sempre emergenza

    Il sottoufficiale in mimetica e anfibi sorseggia il suo caffè mentre parla al telefonino: “Ti manderò tutti i documenti entro il 31 dicembre perché poi chiudiamo, passiamo le consegne”. Poi posa la tazzina vuota sul bancone del Gambrinus, storico bar che affaccia su piazza del plebiscito, e torna a Palazzo Salerno, sede del Commissariato Rifiuti. Per lui come per gli altri 2 mila militari impegnati a Napoli nella ‘missione munnezza’ è già iniziato il conto alla rovescia. La fine dello stato di emergenza resta fissato per legge al 31 dicembre 2009, anche se una nuova crisi è alle porte. I primi segnali ci sono stati due settimane fa: a San Giorgio a Cremano, a Quarto, e in tutti i comuni ‘sentinelle’ negli anni passati della catastrofe, la raccolta della spazzatura si è fermata per alcuni giorni. Da un lato la protesta degli addetti ai lavori, dall’altro problemi nello smaltimento in discarica.

    Per le strade si sono rivisti ovunque cumuli di sacchetti colorati, anteprima del remake del film sulla spazzatura campana campione di ascolti due anni fa su tutte le tv del mondo. Eppure, il primo ad avere già pronti gli scatoloni per il trasloco è proprio Guido Bertolaso, fiaccato dalle tensioni e dalle inchieste giudiziarie, pronto a lasciare nonostante dopo 18 mesi il governo Berlusconi sia in deciso ritardo nella sua road-map. “Liberare le strade dai rifiuti, allestire le discariche, costruire i termovalorizzatori e avviare la raccolta differenziata” era il piano sulla carta a giugno 2008. Ma l’unica vera missione fino a oggi è stata quella di individuare buche dove infilare la monnezza napoletana. La differenziata resta insufficiente e l’inceneritore di Acerra è ancora fermo. L’unica cosa ad andare in fumo sono le risorse: l’intera gestione costa oltre 2 milioni di euro al giorno. Tutto a carico dei cittadini campani, che già ora pagano la tassa di smaltimento più cara d’Italia. Per un servizio che continua ad essere inadeguato.

    Promessa delusa

    “Questo pulsante è l’esempio pratico del cambiamento della situazione” (foto sopra), pontificò il premier il 26 marzo mentre con il pollice destro azionava l’inceneritore di Acerra (foto sotto). Ma dopo otto mesi sono stati incenerite solo 1.900 tonnellate di rifiuti, quante ne dovrebbero essere distrutte ogni giorno. Perché, così com’è, l’impianto è una bomba ecologica. Altro che ‘termovalorizzatore’. Così , da settimane il ‘mostro’ non brucia rifiuti e non produce energia: è spento. Ogni giorno, operai specializzati lavorano a ritmo serrato per mettere a punto turbine, filtri e miniere: “Finiremo presto anche perché poi dovremo iniziare subito i lavori a Santa Maria la Fossa”, dice uno di loro. Così, quello che per il pentito Gaetano Vassallo è l’impianto dei casalesi, sarà il prossimo inceneritore a essere costruito in Campania. Un azzardo. Ma l’imperativo è quello di avviare subito i cantieri, costi quel che costi.

    Il ciclo non funziona

    Senza inceneritori e con una differenziata ancora al di sotto del 15 per cento, la metà dei rifiuti finisce in discarica. Il resto, destinato ad Acerra, continua a essere stipato nei centri di stoccaggio. Così, solo nel 2009, oltre 700mila tonnellate di rifiuti sono stati ‘parcheggiati’ fuori discarica: triturati, compressi e avvolti nel cellophane. Altre 500 mila ‘balle’ che si aggiungono alle 4 milioni e 200 mila censite nella relazione 2008 di Bertolaso al Parlamento. Tutto questo mentre le discariche previste continuano  a fagocitare senza sosta scarti indifferenziati. Ma basta un incidente, un piccolo intoppo, e la rete mostra i suoi limiti. Così, quando per una frana si è dovuto interrompere per quasi due settimane lo sversamento a Chiaiano, i rifiuti di Napoli sono finiti tutti a Terzigno, in un mega invaso costruito in pieno parco naturale a poche centinaia di metri al cratere del Vesuvio e circondato dai vitigni del Lacrima Christi, uno dei migliori vini campani. Un nuovo triste primato per la regione delle deroghe infinite, dove è possibile smaltire in discarica anche rifiuti speciali. Quel che non è ancora consentito è che una discarica istituzionale sia abusiva. Per questo si nasconde il fatto che una parte dell’impianto di Chiaiano ricade, pur non essendo autorizzato, nel Comune di Marano. Così com’è andrebbe sequestrato. Sul funzionamento di questa struttura Berlusconi ci aveva messo la faccia: “Lo Stato tornerà a essere Stato”.  Seguirono gli scontri e la militarizzazione. Nell’estate 2008, mentre a buste ancora chiuse già circolava il nome della ditta che avrebbe gestito l’impianto, i carabinieri segnalavano il rischio di infiltrazioni della camorra dei Nuvoletta e dei Mallardo, nuovi pretendenti al banchetto dei rifiuti. Un allarme mai tramontato. Ad agosto 2009, intanto, i comitati di cittadini hanno denunciato la presenza di un camion con rifiuti radioattivi. “Lo hanno individuato i militari, la situazione è sotto controllo”, aveva minimizzato il Commissariato. Ma dopo tre mesi l’autocompattatore  col carico radioattivo è ancora l’ e da qualche giorno è affiancato da un altro mezzo di sospetto.

    Dove comandano i clan

    In principio fu Ferrandelle, una discarica in verticale nel territorio dominato dai casalesi: doveva essere un sito provvisorio ma il Governo Berlusconi trasformò per decreto quelle montagne di sacchetti in una discarica. Per mesi le ruspe hanno continuato ad ammassare spazzatura mentre il percolato inondava i campi circostanti, dove ancora oggi pascolano le bufale e vengono coltivati ortaggi. Diciotto mesi dopo, Ferrandelle ha chiuso: a quota 500 mila tonnellate secondo il Commissario, un milione per Legambiente  Campania. Ora tutto verrà trasferito nel nuovo sito di San Tammaro, a poca distanza e nello stesso feudo criminale, dove sorgerà  anche un impianto per il trattamento della frazione umida. Ma prima ci sarà da spostare 18 mila balle lì nell’ultimo anno e destinate ad Acerra. A chiudere il triangolo  industriali a Gomorra sarà l’inceneritore di Santa Maria la Fossa, già circondata da altre discariche ormai sature.

    Primavera di fuoco

    Se l’impianto di Acerra cominciasse a funzionare a ‘pieno regime’, le discariche previste garantirebbero autonomia per due anni al massimo. Ma l’unica cosa certa è che per allora non sarà pronto nessuno dei nuovi inceneritori previsti, per ognuno dei quali servono almeno 40 mesi di lavoro ininterrotto e senza intoppi. Così, nell’autunno 2011 la Campania piomberà in un’emergenza senza precedenti, perché sarà davvero complicato trovare gli spazi disponibili, tappeti sotto i quali continuare a nascondere la spazzatura. Per allora la responsabilità sarà nelle mani dei presidenti di provincia, che già dal prossimo primo gennaio dovranno gestire l’intero ciclo rifiuti attraverso apposite società. Finora solo Caserta ha già varato la struttura. A Napoli, Salerno, Avellino e Benevento tutto è ancora fermo o quasi. Perché nessuno è disposto a gestire la partita più delicata: l’assunzione degli oltre 12mila dipendenti di consorzi, impianti e società comunali. Un esercito di lavoratori, con un costo che supera i 40 milioni al mese, pronto a scendere in piazza. Preoccupato dai ritardi, Bassolino ha chiesto a palazzo Chigi una proroga di sei mesi prima del passaggio alla gestione ordinaria: il rischio di una campagna elettorale per le regionali con le strade invase dai rifiuti e dalle proteste. In quella che sarà, per Napoli e la Campania, una primavera di fuoco. Su tutti i fronti.

    di Claudio Pappaianni L'espresso

    Chi di monnezza ferisce…

    La nemesi di Silvio Berlusconi si chiama monnezza. Non bastassero Veronica e i processi, la D’Addario e Fini, per non parlare di Ghedini che gli sta apparecchiando un’altra legge incostituzionale, una marea di spazzatura sta tracimando su Palazzo Grazioli proveniente dalla solita Campania e, adesso, anche da Palermo. Qui ben 65 comuni della cintura sono invasi dalla spazzatura e prendersela con la pesante eredità della sinistra appare arduo anche per un bugiardo come lui, visto che della sinistra in Sicilia si sono perse le tracce dai tempi di Francesco Crispi. È il tramonto improvviso, fragoroso e maleodorante del Miracolo berlusconiano. Solo un anno e mezzo fa il cavaliere galoppava trionfante sulla Campania ridotta a immensa discarica a cielo aperto da vent’anni di malgoverno e di truffe miliardarie (in euro) bipartisan, al grido di battaglia: “Ghe pensi mi”. Soltanto qualche mese fa tutti i telegiornali e la stampa governativa (cioè quasi tutta) cantavano le gesta del Presidente Taumaturgo che sanava a una a una le piaghe del Malpaese con la sola imposizione delle mani. L’ultimo turiferario è stato Piero Ostellino che poveretto, vivendo all’estero, è sempre un po’ in ritardo: ancora il 5 novembre, sulla prima pagina del Corriere della Sera , incensava “il governo che ha gestito bene le ‘emergenze’, la spazzatura in Campania, il terremoto in Abruzzo”. È una fortuna per lui che vive all’estero: dovesse mai transitare per l’Abruzzo o la Campania, glielo farebbero vedere le popolazioni locali come il governo risolve. Decine di migliaia di sfollati nelle tende-freezer in Abruzzo e, quanto alla Campania, la raccolta della spazzatura ha ricominciato a fermarsi a San Giorgio a Cremano, a Quarto e in tutti i comuni-sentinella della penultima catastrofe, come documenta Claudio Pappaianni sull’ultimo Espresso (articolo precedente in questa pagina, ndr). Con tanti saluti agli annunci del finto-efficiente Bertolaso, che aveva fissato la fine dell’emergenza al 31 dicembre 2009 con uno strepitoso piano a base di discariche a go-go, termovalorizzatori (cinque!) e raccolta differenziata. Risultato: un solo inceneritore, sempre il solito, quello di Acerra, ancora in fase di collaudo, senza bollino blu, con emissioni venefiche fuori norma; e due discariche in provincia di Avellino e di Benevento. Cioè i tre impianti messi in piedi dal piano Di Gennaro del governo Prodi che non fece in tempo a inaugurarli grazie al ribaltone di Mastella&C. Differenziata al palo, nessuna traccia del ciclo integrato dei rifiuti, nemmeno l’ombra del compostaggio e le eco balle (4.700.000) sempre lì, a piramide, eterno monumento alla politica parolaia e camorrista. Intanto per le strade tornano ad accumularsi sacchi di rifiuti dappertutto, mentre ai cittadini campani il cosiddetto servizio di smaltimento costa 2 milioni di euro al giorno più la Tarsu più cara d’Italia. Una situazione esplosiva che solo la militarizzazione del territorio (2 mila soldati) e la neutralizzazione delle procure territoriali per decreto (incostituzionale) ha impedito  che degenerasse di nuovo in rivolta. Dopo un anno e mezzo di Miracolo, si continua a gettare i rifiuti in discarica, grazie anche alla pax mafiosa garantita – se le accuse della procura e del gip sono vere – dal sottosegretario Cosentino, che aveva apparecchiato nel casertano una mirabile società mista fifty-fifty: metà Stato, metà Clan dei Casalesi. Risultato: richiesta  d’arresto a Cosentino, tre processi a Bassolino (il più fedele alleato di Berlusconi in Campani) e uno a Bertolaso, che ora medita di darsela a gambe per dedicarsi al volontariato. Ecco, bravo. L’avesse fatto prima, non avrebbe pianto  nessuno.

    di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

     

    Un grido dalla Rete: Tutti in piazza nel "No Berlusconi Day"

    Sono in 250.000, sono nati su Facebook e vogliono le dimissioni del premier. Ecco il popolo del NoBerlusconiDay fatto da trentenni blogger e precari. Appuntamento a Roma, in piazza della Repubblica per sabato 5 dicembre. L’idea era stata lanciata in una pagina di Facebook all’indomani della bocciatura del lodo Alfano: “Una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi”. Nell’appello nessun colore politico, nessuna proposta programmatica: “Berlusconi costituisce una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie occidentali. Non possiamo più rimanere inerti di fronte alle iniziative di un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre 15 anni e la cui concezione proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla Rete”. Ricordando “le pesanti ombre di un recente passato legato alla ferocia mafiosa” e i rapporti con Dell’Utri chiedono una cosa e una soltanto: “Berlusconi deve dimettersi e difendersi, come ogni cittadino, davanti ai tribunali della Repubblica dalle accuse che gli vengono rivolte”.

    Nelle ultime ore, con Berlusconi deciso a “riformare la giustizia” pur di non difendersi in tribunale, le loro adesioni aumentano a migliaia ogni ora. Loro cominciano a crederci davvero: “non facciamo previsioni – ci dice Emanuele, uno dei portavoce informali – dobbiamo aspettare di vedere l’entusiasmo che si legge sulla pagina di Facebook, anche sulla fascia della gente”. Si dicono trasversali anche se: “Abbiamo cominciato a credere di potercelo fare – ci dice ancora Emanuele – quando abbiamo visto l’interessamento dei partiti: per la prima volta era la gente ad organizzarsi e si partiti ad andargli dietro”. Così è stato, tanto che Di Pietro, dopo la conferenza stampa in cui annunciava la sua adesione all’appuntamento, assieme al leader di Rifondazione comunista, Paolo Ferreo, si è sentito in dovere di pubblicare sul suo blog una precisazione: “La nostra vuole essere una partecipazione attiva ma ribadisco che la promozione della manifestazione è e resta della Rete. Scusate per l’equivoco”. I siti di news, infatti, avevano scritto della “manifestazione dell’Idv e già era partita la rivolta in Rete. In piazza ci sarà anche il Pdci. L’organizzazione del NoBDay è reticolare: i promotori si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia, a Roma, solo sabato scorso. Tra loro c’è anche San Precario, l’icona che difende i precari, e che esiste solo su Internet: nessuno sa chi si nasconda dietro al suo account Facebook. Dalla sua rete di contatti è partito il primo appello alla manifestazione. “Il potere della Rete, vista in chiave politica, ha scarsi effetti sulla realtà se rimane confinato negli spazi del web” dice in un’intervista pubblicata su Internet. “L’esperienza dei Pirati in Svezia o di Grillo in Italia e in parte di Obama ci insegna questo: la Rete diventa ‘organizzazione’ soltanto se riesce a radicarsi nella realtà e nelle coscienze”. Un tentativo che si rinforza ora dopo ora. Da poche decine di iscritti – il 9 ottobre – il gruppo cresce giorno per giorno, fino ad arrivare in queste ore ai 250.000. Nascono gruppi locali in tutta Italia e una decina di comitati all’estero (tra questi Amsterdam, Bruxelles, Buenos Aires, Sacramento). Viene creato un sito Internet noberlusconiday.org che diventa il collettore per chi vuole partecipare, viene chiesta l’autorizzazione alla questura di Roma per il corteo. “I gruppi locali stanno organizzando i pullman. Da Torino abbiamo già 400 adesioni ed è stato prenotato un treno” ci dice ancora Emanuele. Tutto viene deciso in Rete: il portavoce, il giorno e persino il colore: “Il viola è il colore di riferimento. Primo perché è il colore dell’autoaffermazione, poi perché non è utilizzato da nessuna forma politica e quindi evita di essere identificati come comunisti da altri. Comunque per noi ognuno può venire con le sue bandiere, sono ben venute anche quelle di Alleanza Nazionale e di chiunque voglia le dimissioni di Berlusconi”. Quando gli chiediamo “Chi siete” Emanuele risponde d’istinto. “Siamo persone di trent’anni: il futuro di questo Paese è nostro. Se non noi, chi altro deve scendere in piazza?”.

    di Federico Mello

     

    Oltre ogni limite

    Noi speriamo che qualcuno lassù – Montecitorio, il Quirinale – sia stato avvertito della protesta che sale nel Paese. Una tempesta di messaggi di protesta che intasano Internet e i pochi giornali di opposizione. Tutti dicono la stessa cosa: basta, è stato superato il limite. Basta con l’ennesimo provvedimento ad personam, il diciannovesimo in quindici anni. Basta con i trucchi e con il ricorso a tutti i possibili imbrogli legislativi per consentire l’impunità di un premier che se ne frega di tutto e di tutti. Basta con le leggi che per salvare uno soltanto cancellano centinaia di migliaia di processi. Assicurano la prescrizione a fior di corrotti e corruttori. E, forse, lasceranno senza giustizie le vittime di grandi tragedie del lavoro e i loro famigliari. Basta con l’ingiustizia che risparmia i reati dei potenti e si accanisce sempre contro i poveri cristi. Basta con il Parlamento svilito, svuotato, usato solo per soddisfare le necessità del padrone. Basta con le istituzioni costrette a dare retta ai continui espedienti degli avvocati e legulei dell’impunito. Basta con i domestici e i ruffiani adeguatamente ricompensati con incarichi parlamentari e ministeriali; e con gli inquisisti per camorra candidati alla guida della regione più inquinata dalle cosche e dai veleni. Basta con il disprezzo per la Costituzione e con gli incessanti tentativi di abbatterla a spallate. Possibile che una intera nazione debba essere tenuta in ostaggio da gente simile? Quali altre mascalzonate dovremo sopportare ancora? Quante umiliazioni dovrà subite la nostra povera democrazia prima che  il basti di tanti e tanti arrivi lassù in alto?

     

    Editoriale di Antonio Padellaro Il Fatto Quotidiano

     

    Per saperne di più:

     

    www.noberlusconiday.org

    www.facebook.com/no.berlusconi.day

     

    "Io mantengo la candidatura"

    Nicola Cosentino non molla. Il sottosegretario all'Economia, su cui pende una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, incontra per mezzora Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli e insiste: "Mantengo la mia candidatura per le regionali in Campania". Intanto trenta senatori chiedono un'ispezione urgente alla Procura di Napoli: "Vogliamo sapere se i criteri di assegnazione delle indagini garantiscono l'equidistanza dei magistrati".

    "I procuratori non decidano la vita democratica". Uscendo dalla residenza romana del premier, Cosentino spiega che Berlusconi "ha preso atto" di questa posizione. "Gli ho spiegato le ragioni del territorio, non possono essere i procuratori - sottolinea - a decidere l'evoluzione democratica. Sulla mia candidatura c'è un largo consenso e non faccio un passo indietro".

    "Piena solidarietà da parte del premier". Cosentino spiega che il presidente del Consiglio gli ha espresso "la più ampia solidarietà". Il sottosegretario gli ha illustrato la situazione ma lui "conosceva un po' le carte processuali". Per il momento, Berlusconi ha preso atto della decisione di Cosentino di andare avanti e in ogni caso, spiega il sottosegretario "non saranno brevissimi i tempi per la scelta delle candidature". "Berlusconi - assicura - non mi ha chiesto di fare un passo indietro".


    La replica alle perplessità di Fini. "Capisco le ragioni di Gianfranco Fini, è giusto che lo faccia, ma lui deve tenere conto anche delle richieste che vengono dal territorio", ha aggiunto Cosentino commentando le parole del presidente della Camera che aveva chiesto al sottosegretario di rinunciare alla corsa per la presidenza della Regione Campania.

    "La Campania vuole la mia candidatura". "La mia candidatura - spiega Cosentino - non nasce dal nulla, ma è espressione dell'intera Campania. Qualsiasi scelta diversa dovrà tenere conto delle indicazioni del territorio", avverte.

    Granata (Pdl) insiste: "Candidatura inopportuna". Nonostante l'attestato di fiducia da parte del premier, la possibile candidatura di Cosentino alle regionali campane continua a destare malumore all'interno della stessa maggioranza. "Noi manteniamo l'assoluta convinzione che sia del tutto incompatibile e a questo punto inopportuna la sua candidatura", ha commentato Fabio Granata, vicepresidente della commissione Antimafia e deputato del Pdl.

    Richiesta di 30 senatori: "ispezione in Procura". Intanto trenta senatori del Pdl hanno presentato un'interrogazione urgente al ministro della Giustizia sollevando, analogamente a quanto hanno fatto i colleghi della Camera qualche giorno fa, il problema "del clima di preoccupante conflittualità che regna presso la procura della Repubblica di Napoli". "I senatori - si legge - chiedono un'ispezione urgente alla Procura di Napoli e sollevano pesanti dubbi sulla corretta gestione di quell'ufficio chiedendo di conoscere anche se i criteri di assegnazione dei fascicoli giudiziari garantiscano l'equidistanza e l'indipendenza dei magistrati che procedono alle indagini".

    repubblica.it

    Il premier e lo scempio

    Questi del Pdl ci prendono proprio per cretini. E forse hanno ragione. Avendo intuito che a parlare di “prescrizione breve” – col solito scopo di salvare Berlusconi – anche il più sprovveduto dei cittadini capirebbe che ciò significa decine di migliaia di delinquenti fuor di galera subito e che questo, come dice l’ineffabile Fini “potrebbe far arrabbiare la gente”, si sono ora buttati sul “processo breve”. Che suona meglio. Anche perché effettivamente il vero, gravissimo problema della giustizia italiana, è l’abnorme lunghezza delle procedure, che tiene sulla graticola per lustri gli innocenti, premia i colpevoli che possono contare, prima o poi, sulla prescrizione, non rende giustizia alle parti lese, annulla la certezza della pena e ha pesanti ricadute su un’equa durata della carcerazione preventiva  e sulla possibilità di tutelare il segreto istruttorio. Ma una legge che stabilisse che i processi non possono durare più di tot anni potrebbe valere solo per il futuro, cioè per i processi che iniziano dal giorno in cui entra in vigore. In caso contrario si taglierebbe di colpo la testa a decine di migliaia di processi in corso e si otterrebbe l’esatto contrario di ciò che si dice di voler perseguire: migliaia di delinquenti uscirebbero di galera, altre migliaia sarebbero salvati da questa prescrizione mascherata, le parti lese non avrebbero giustizia, la certezza della pene andrebbe a farsi sfottere. Ma anche per il futuro una legge che stabilisse sic et sempliciter che i processi non possono durare più di tot anni, senza nel contempo snellire il Codice di procedura penale inzeppata negli ultimi anni da norme cosiddette “garantiste” proprio per allungare i tempi e salvare così “lorsignori” con la prescrizione (Berlusconi ne è l’emblema), otterrebbe l’effetto del calmiere del pane di manzoniana memoria. Poiché in questa situazione i processi non potrebbero essere celebrati nei tempi previsti finirebbero tutti nel nulla, o quantomeno vi finirebbero tutti quelli che riguardano i rati di complessa indagine, come i reati finanziari che sono quelli cui sono implicati “lorsignori”. Tutta una parte dei Codici penali verrebbe così annullata.

    Piuttosto che arrivare a questo scempio del diritto tanto varrebbe varare una norma transitorio, sulle orme di quella che vigeva per gli esponenti di Casa Savoia, che dicesse così: “Silvio Berlusconi, i suoi discendenti, i suoi famigliari e i membri, a qualsiasi titolo, della Casa di Arcore sono esentati, per il presente, il passato e il futuro, dal rispetto delle leggi penali e civili italiane”.

    di Massimo Fini

    I piazzisti di leggi

     
    A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile
    Premesso che l’on.avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on.avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori – come informano quotidianamente i giornali – si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserti, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustiza” in formato extra large, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale  che tutti li stiano a sentire, nell’ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per mettere fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano  una riga? È normale che Pigi Battista (foto sotto) abbia frantumato i marroni per tutta l’estate a De Magistris perché non s’era ancora dimesso da magistrato (l’ha fatto a settembre nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato un virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall’avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere tra giudici e pm non dedichi un pigolio  alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori? È normale  che l’Ordine degli avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondatori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto di interessi? Se non andiamo errati, l’Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d’interessi”, contempla il seguente art.37 “L’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa…interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato, Ora, non ritengono lor signori che codesto articolo  calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On.Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna  su misura dell’Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Piattelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant’è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari.  Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla, Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l’effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l’articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash (celebre pubblicità degli anni ’70 ndr). Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?
    di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

    Nel Sud trasformista dell'Italia dei valori

    L’ultimo a lasciare Italia dei Valori è Pino Piscchio, da Bari. Va nella Dc bonsai di Rutelli e Casini. Per lui un ritorno a casa. Per Di Pietro una sconfitta. Per gli oppositori dentro l’Idv la conferma che nel Sud il partito è pieno di trasformisti. Il parlamentare barese è stato democristiano, poi popolare, miniano, infine è passato con l’Udeur di Mastella. Nel 2005 voleva fare il sindaco di Bari con il centrodestra, non ci riuscì e un anno dopo si scoprì dipietrista. Tonino lo ricompensò con un seggio alla Camera. Cose del Sud dove Italia dei valori è un band eagon dove saltano in tanti. Ex di tutto. Altro che facebook e le proteste dei militanti più legati all’area grillino e movimentista: il vero problema di Italia dei valori è a Sud del Garigliano. Perché è un partito essenzialmente meridionale. Nel 4,4% portato a casa alle politiche del 2008, il 3,9 fu conquistato al nord, il 3,4 al centro e il 7,2  nei collegi di Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. “Su più di mille militanti eletti o che riscoprono cariche amministrative, la metà si trovano al Sud” è l’analisi del giornalista Alberico Giostra ne “Il Tribuno” (editore Castelvecchi) una impietosa Di Pietro story. La vera sfida di chi vuole rinnovare il partito è qui. Lo sa bene Luigi de Magistris. L’europarlamentare ha proposto come candidato presidente per la Calabria l’industriale del tonno Pippo Callido. Ed è scoppiato l’inferno. Il parlamentare Aurelio Misiti ha scritto una lettera di fuoco a Di Pietro. “È una proposta improvvisata. Chi ha fatto questa scelta sa che Callido ha bussato alla porta di Berlusconi per ottenere una candidatura?”. Misiti, ex sindaco comunista di Melicucco, poi assessore ai tempi della giunta Chiaravalloti (centrodestra), ex Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici con il primo governo Berlusconi e strenuo sostenitore del Ponte sullo Stretto, è in buona compagnia. A dire no alla candidatura proposta dall’ex pm di “Why not?” c’è il senatore Luigi Li Gotti e buona parte dei fondatori calabresi dell’Idv. Con de Magistris l’eusoparlamentare Pino Arlacchi. “Basta con il loierismo”, è il suo riuscito slogan. Ma Agazio Loiero, il governatore Pd della regione, gli ha ricordato i tempi in cui “il loierismo gli piaceva tanto da affidare al sottoscritto la delicata trattativa per la sua candidatura nelle nostre liste”. Arlacchi, stimatissimo sociologo e studioso di criminalità, è stato consulente della giunta di Loiero dal 2005 al 2009 con un compenso di 37 mila euro lordi l’anno, più 18.756 di rimborsi per missioni all’estero. Risultato della querelle: Di Pietro ha nominato un commissario, il deputato Ignazio Messina, alla guida del partito.

    Ma in Campania? Idv è nel marasma. Con Di Pietro che ha sempre tuonato contro il bassolinismo e la giunta Iervolino e i suoi che invece hanno sostenuto la maggioranza del viceré. E uno scivolone di de Magistris. In un convengo ad Avellino ha detto che bisogna guardare all’Udc di Casini, che in Campania si traduce Ciriaco De Mita.  Nessuno aveva informato l’ex pm che il leader di Nusco sta giocando una sua personalissima partita con centrodestra e centrosinistra. Ciriaco da un lato ha giudicato “interessante” la candidatura di Luigi Casentino per il Pdl, dimenticando che quattro pentiti di camorra lo indicano come referente del clan dei casalesi, dall’altro aspetta le mosse del Pd per il candidato che dovrà prendere il posto di Sassolino. Polito politicante, con il partito di Di Pietro incapace di uno scatto di reni, una proposta forte in grado di scompaginare le carte.

    Sotto il Vesuvio Idv è una vera e propria emergenza morale. Nell’ultima inchiesta che ha coinvolto Sandra Mastella per lo scandalo delle raccomandazioni all’Arpac, c’è un elenco fitto di segnalazioni arrivate da esponenti dipietristi. Giuseppe Misto, ex Udeur e consigliere regionale 7 segnalazioni, Stefano Buono ex Verdi, 2, idem Nello Di Nardo, coordinatore del partito. Il trionfo dei transfughi. Buono, attuale, consigliere regionale dei Verdi ha recentemente dichiarato che alle prossime regionali si candiderà con Di Pietro, “per il momento resto nel gruppo dei Verdi”.

    Ma la situazione di Torre del Greco a far saltare i nervi a quanti a Napoli e dintorni credono ancora nell’Idv. Nella quinta città della Campania è sindaco Ciro Borriello, un ex parlamenta di Forza Italia, passato all’Udeur e nel 2006 eletto deputato da Di Pietro. Un anno dopo Borriello torna a casa e si candida a sindaco per il Pdl. Ora guida una giunta sostenuta dal Pdl, da Idv e dal partito di Sergio De Gregorio.

    Tra le nomine anche quella di Virna Bello (nella foto sotto), una delle ospiti del Cavaliere a Villa Certosa. La chiamano “la braciolona”. Fa l’assessore alla pubblica istruzione. Anche con i voti di Di Pietro.

    di Enrico Fierro Il Fatto Quotidiano

    Finanziaria: spariscono i fondi per la manutenzione delle strade nonostante gli oltre 5.000 morti per incidenti ogni anno.

    Manutenzione delle strade zero. Mentre il “governo del fare” continua a baloccarsi con il ponte sullo Stretto, sapete quanto stanzia davvero con la Finanziaria 2010 per tenere in sesto le grandi vie di comunicazione, cioè i 22 mila chilometri di pertinenza dell’Anas? Zero euro, appunto. Niente. Nonostante il piano quadriennale di investimenti dell’azienda pubblica delle strade prevedesse per l’anno prossimo un fabbisogno di 1.660 milioni. Un dato che fa impressione, tanto più perché spunta proprio alla vigilia del World Day of Remembrance delle vittime della strada dichiarato dall’Onu per il 15 novembre. Tra la manutenzione e i morti sull’asfalto, infatti, la relazione è strettissima: più le vie sono maltenute, più cresce il tasso di incidentalità. Lo suggerisce l’esperienza e lo ha stabilito anche un gruppo di ricercatori dell’università di Napoli, i quali hanno calcolato che almeno il 40 per cento dei sinistri è collegabile alle condizioni delle vie di comunicazione, dai guard rail spesso non a norma alla segnaletica approssimativa o addirittura sbagliata, all’asfalto traditore, gibboso o pieno di buche e irregolarità. Non occorre essere scienziati per intuire quali saranno le conseguenze delle scelte del governo. In una recente audizione alla commissione Bilancio di Camera e Senato, il presidente dell’Associazione dei costruttori (Ance), Paolo Bozzetti, lo ha ricordato ai parlamentari: “L’assenza del contributo annuale in conto capitale provocherà il blocco della regolare attività dell’ente stradale, con gravi conseguenze sullo sviluppo e la manutenzione di tutta la rete”.

    Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, però, forse non riuscendo a recuperare riscorse per gli opportuni investimenti, preferisce parlar d’altro alimentando la convinzione che l’ecatombe stradale sia imputabile solo ai comportamenti sbagliati di automobilisti e motociclisti puntando l’indice sullo sballo del sabato sera, gli ubriachi al volante, la velocità, le distrazioni, la guida spericolata, l’impasticcamento e via dicendo. Giornali e tv rincarano la dose, come fosse verità rivelata. E invece è solo un pezzo di verità. Che rischia di diventare una bugia se non accompagnata dalla con stazione che le strade italiane sono quelle tenute peggio in Europa. Coerente all’idea che sia tutta colpa degli automobilisti, il Ministro ha lanciato una campagna pubblicitaria per esortarli a tenere comportamenti più civili, con testimonial di sicuro effetto, da Maria Grazia Cucinotta al campione di scherma Aldo Montano e alla tuffatrice Tania Cagnotto. Il leit motiv dell’iniziativa è Sulla buona strada. Peccato che di buono sulle vie di comunicazione italiane sia rimasto davvero poco.

    Gli effetti dell’incuria sono devastanti. Gli incidenti sono la prima causa di morte nella fascia di età fino a 40 anni, in un anno che ne sono stati 231 mila con 5.131 morti (10 volte i caduti sul lavoro e 100 volte più di tutti gli altri sistemi di trasporto messi insieme, dall’aereo alla nave al treno) e 3265 mila feriti. Ai costi umani si sommano quelli sociali ed economici dai risarcimenti delle assicurazioni alla perdita di produttività per gli infortuni e i decessi. Secondo l’ultima valutazione disponibile, gli incidenti stradali costano al sistema Italia la bellezza di oltre 30 miliari di euro all’anno, circa il 2 per cento del Pil, quanto un paio di manovre Finanziarie pesanti. L’incuria si abbatte anche sulle imprese, non solo quelle che hanno bisogno come il pane delle strade per farci viaggiare le merci, ma anche le circa 5.000 aziende specializzate nella manutenzione con 50 mila occupati, dalle ditte dell’asfalto a quelle della segnaletica. La percentuale di fallimenti tra questo tipo di società è di gran lunga superiore a quella purtroppo in crescita degli altri settori produttivi. Per un motivo semplice: mentre su queste ultime si scaricano solo gli effetti della crisi, su quelle della manutenzione pesa anche un altro fattori di lunga durata e cioè il calo delle commesse iniziato anni fa. Fin dai tempi di quello che gli addetti ai lavori chiamano il “federalismo stradale”, provvedimento voluto dal ministro Franco Bassanini  all’epoca del governo di centrosinistra della fine anni Novanta. In base a quella legge migliaia di chilometri di strade sono passati dall’Anas alle Regioni e se l’Anas spendeva assai poco per migliorare le strade (appena 7.000 euro a chilometro, rispetto ai 20 considerati necessari), alcuni Governatori hanno deciso di spendere anche meno.

    Per invertire questa tendenza ci vorrebbero investimenti: il confronto con il resto d’Europa è umiliante. Secondo il Libro Bianco sulla sicurezza stradale, mentre in Italia per le strade si spende in media 1 euro per abitante, in Svizzera spendono 26 euro, Svezia 23, Francia 22. Belgio 10, Regno Unito 5. Eppure le risorse, a volerle trovare ci sarebbero anche in Italia. Uno studio dell’Anfia (l’associazione della filiera dell’industria automobilistica) il carico fiscale sul settore, dalla tassa di immatricolazione al bollo, in 5 anni è cresciuto di quasi il 10 per cento arrivando a circa 80 miliardi di euro. Quasi niente di questa montagna di quattrini, però, ritorna sulle strade. “Non si può soltanto prendere dalle tasche degli automobilisti”, ammonisce Enrico Gelpi, presidente dell’Automobile Club (Aci). Poi ci sarebbe tutto lo stock di multe stradali, un tesoro di circa 1,2 miliardi. In base al Codice della strada il 50 per cento delle multe locali e il 20 per cento di quelle nazionali (Polizia stradale, Carabinieri, Guardia di Finanza) dovrebbero andare alla manutenzione delle strade. Ma nessuno lo fa, ancora perché finora non erano previste sanzione per gli enti inadempienti. Confindustria e Finco  (Federazione delle imprese di prodotti per le costruzioni) in una recente audizione al Senato hanno sollecitato i parlamentari a modificare l’andazzo.

    Alla Camera poco tempo fa è stata approvata con un voto di maggioranza e opposizione (2 soli astenuti) la cosiddetta legge Calducci (da Mario Calducci, deputato Pdl) che impone sia l’utilizzo di parte dei proventi delle multe sia l’obbligo per i proprietari delle strade di effettuare interventi costanti e programmati. Ma arrivato al Senato il testo si è impantanato e c’è chi dice che a frenare sia soprattutto il relatore, Angelo Maria Cicolani, anche lui Pdl, ritenuto un buon amico delle Autostrade, società per niente entusiasta di vedersi imporre per legge l’obbligo della manutenzione.

    Il Parlamento italiano, inoltre, sta accingendosi a fare propria la direttiva comunitaria sulla cura delle strade e sarà interessante vedere che piega verrà impressa alla faccenda. Se l’Italia, cioè, si limiterò a considerare l’atto europeo come una generica esortazione oppure lo considererà vincolante per tutte le strade e non solo per gli 8.000 chilometri di vie di interesse continentali. Decisiva sarà la decisione sui servizi  ispettivi e di controllo. Alla conferenza di Riva del Garda, terminata il 28 ottobre, l’Aci si è proposto come “organismo indipendente per la valutazione dei livelli di sicurezza delle infrastrutture”. Ma Anche altre associazione si stanno facendo avanti e non è escluso un coinvolgimento dell’Inail (l’istituto per gli infortuni sul lavoro), ormai diventata una specie di cassaforte pubblica con oltre 11 miliardi di euro di liquidità. Nella passata legislatura il ministro Alessandro Bianchi ricostituì la Direzione generale per la sicurezza stradale, smontata anni prima dal governo Berlusconi, ma poi l’esecutivo di centrosinistra cadde e di quella struttura sono rimasti gli uffici, il responsabile e poco più. Questa estate il Governo ci ha ripensato istituendo un altro ispettorato per le strade affidato ad un tecnico stimato, l’ingegnere Pasquale Cialdini, e collocato nella sede dell’ex ministero della Marina Mercantile all’Eur. Ma anche questa nuova struttura sembra un cane da guardia privo di denti. Con una sede grande e lussuosa, begli uffici, e poco personale.

    di Daniele Martini

    Il nuovo leader del PD prenda in mano la ramazza

    Chiunque vinca la corsa alla segreteria, dopo le primarie del 25 ottobre, il prossimo leader del Pd dovrà affrontare una seria questione morale. Pierluigi Bersani ha vinto il congresso grazie ai plebisciti nel Sud, in particolare in Campania e Calabria, dove ha raccolto l’80 per cento dei voti. Si tratta di regioni dove il Pd ha ormai pochi voti, ma legioni intere di tessere. Controllate da chi? Per ottenere cosa?

    A Napoli e provincia il Pd non conta solo più iscritti che in tutta la Lombardia, che sarebbe già un dato anomalo: conta dodici volte gli iscritti della regione di gran lunga più popolosa. Anche i sassi sanno chi controlla quei voti: Antonio Bassolino. Uno che ha fatto perdere milioni di voti di centrosinistra al Nord del Paese, con lo scandalo della spazzatura e tutto il resto. Ma rimane uno dal quale bisogna passare se si vuole vincere il congresso. In Calabria le tessere sono controllate da Ignazio Loiero, il presidente della Regione, che non è neppure un esponente del Pd, ma un esponente di sé stesso. Bassolino e Loiero saranno sicuramente ricandidati alla guida di Campania e Calabria, nonostante le pessime prove di questi anni.

    Chi rischia di non essere ricandidato è Nichi Vendola in Puglia, l’unico che ha avuto il coraggio e la decenza di far dimettere dalla giunta gli assessori indagati. Fra questi, l’ex vice presidente della regione, Frisullo, e l’ex assessore Tedesco, indagati nell’inchiesta Tarantini. Entrambi protagonisti della battaglia congressuale, a fianco di Bersani, come se nulla fosse.

    C’è nel Pd una tendenza a considerare con sufficienza, per non dire con disprezzo, la questione morale. A denunciare l’ingerenza della magistratura nel malaffare politico e a irridere al moralismo degli organi d’informazione, bollati come antipolitica. Come se pretendere che un deputato o un assessore non baratti le forniture degli ospedali con prostitute e cocaina fosse chissà quale ossessione da Savonarola.

    Si tratta di una tendenza già vista all’opera nella sinistra italiana, ai tempi di Craxi. Anni tristi e miserabili, quelli del rampantismo socialista, ma rimpianti da qualche esponente del Pd. Se dovesse prevalere questo cinismo, assisteremmo in pochi anni all’estinzione del Pd e alla consegna dell’Italia alla destra per i prossimi decenni.

    Quindi, chiunque vinca, Bersani o Franceschini o Marino, farà bene a prendere la ramazza e ripulire in fretta il partito.

    di Curzio Maltese

    Quel Silvio da Nobel

    Dicono di Silvio: alla presidenza della repubblica non ci pensa, preferisce restare premier, alla presidenza della Repubblica ci metterà il suo fidatissimo Gianni letta. E invece ci pensa, ci pensa. Nei particolari come sempre, come ciò che i terremotati d’Abruzzo devono trovare nei frigo nuove case, dal dentifricio allo spumante per il brindisi riconoscente.

    E intano vuole il Nobel per la pace. L’idea che cel’ha avuta? Lui e chi altro? Sono più di cento anni che un italiano non vince il premio Nobel per la pace, ma adesso ci pensa lui, nei particolari.

    Cominciamo dal comitato promotore. Un fidatissimo Giammario Battaglia, nominato da Silvio promotore del comitato, sceglie i 20 fidatissimi a cui Silvio spiega, nei particolari cosa dvono fare, cominciare dal rileggersi la famosa autobiografia regalata agli italiani, dalla nascita il 29 settembre del 1936 (onomastico festeggiato democraticamente tra operai e sinistrati), alla fondazione di Canale 5, prima rete televisiva nazionale, prima del ’94, quando “salva l’Italia dal finire nelle mani dei comunisti per contrastare la loro possibile, anzi certa, dittatura e un avvenire di povertà e servitù”. E come capo del governo, Berlusconi “riacquista la fiducia internazionale e il ruolo che spetta all’Italia, come paese fondatore dell’Unione europea”.

    Capito? Se lo mettano bene in testa e si ripassino gli indiscutibili meriti di cui Silvio parla in ogni suo comizio trasmesso a reti unificate o quasi. Comunque il promotore Giammario Battaglia è lì per ricordarglielo.

    Primo capitolo, Silvio Berlusconi e la crisi Russia-Georgia: “mai avremmo ottenuto un accordo tra georgiani e russi se Berlusconi non avesse fatto valere i suoi antichi legami di amicizia e di fiducia con Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy (e il promotore respinga con sdegno le insinuazioni di qualche anti italiano sul passato di Putin nella polizia sovietica). Ma veniamo alla pace a cui è dedicato il Nobel. Bene, secondo capitolo: è stato Silvio, “consapevole dei doveri di una grande democrazia, a sostenere, contro il parere diverso delle sinistre, di mandare dei soldati in difesa della pace e in contrasto al terrorismo internazionale”.

    Terzo capitolo: Silvio Berlusconi e il trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Gheddafi: “I governi precedenti hanno fallito. Quella di Berlusconi è stata una decisione storica nel chiedere scusa per il colonialismo”. Solo un anti italiano filocomunista potrebbe ricordare che questo Gheddafi ha accolto come un eroe a Tripoli l’autore dell’attentato terrorista di Lockerbie con centinaia di morti e che anche nella recente riunione delle Nazioni Unite ha insolentito l’Occidente intero.

    Quarto capitolo: la nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato. Se non sbagliamo, questo Rasmussen è il politico danese che Berlusconi con raffinato buon gusto indicò come possibile rivale in amore. “Sono stato io – dice Silvio – a togliere il veto della Turchia alla nomina di Rasmussen”.

    Dicono che l’antiberlusconismo sia un vizio sterile della sinistra, un vano sostituto di una seria opposizione politica. Certo fare di Berlusconi il responsabile di tutte le colpe e i difetti italiani è un’esagerazione, ma dire che su queste colpe  e difetti naviga a suo agio, li ingigantisce, li giustifica, li incoraggia assecondandone il viso a scambiare i desideri per realtà, le bugie per verità, la voglia di farla franca per civismo, questo si può e si deve dire.

    di Giorgio Bocca

    Abruzzo: La ricostruzione dei lombardi

    Finanziamenti bluff e consulenti indagati

    “Le promesse fatte dai Paesi del G8 sono svanite, ad oggi non abbiamo ancora ricevuto un singolo euro dalle nazione che si erano fatte avanti”. A dirlo è Guido Bertolaso. Sì, non state sognando, il G8, voluto da Berlusconi a L’Aquila, dopo aver speso ben 363 milioni di euro per i lavori nella sua sede originaria _ La Maddalena – ha prodotto un solo risultato: accrescere l’immagine personale del premier. Ricorderete quante volte Berlusconi, durane le sue comparsate in Tv, ha ribadito che i Grandi della Terra arrivati a Coppito non si sarebbero dimenticati dei terremotati, come dire: l’idea di spostare il G8 in Abruzzo si è rivelata geniale e mette a tacere ogni polemica. Ma quel fiume di soldi si è rivelato essere neppure un ruscello “Gli abruzzesi si sentiranno meno soli, il mondo è con loro” strimpellavano le Tv di sua proprietà e pubbliche (di proprietà del governo in carica ndr), divenuta terra della sua conquista. I maligni sostengono che la sua immagine all’estero sia precipitata al punto che se lo sono dimenticato, mentre Bertolaso opta, ovviamente, per una tesi più clemente: “Semplicemente alle parole non hanno fatto seguire i fatti. Noi siamo in grado di farcela da soli, come abbiamo sempre dimostrato”.

    Mentre i danni prodotti dal G8 restano: “Abbiamo subito due esodi, uno imposto dal terremoto e uno dal G8” è il commento di Carmine Basile, presidente Arci Abruzzo, “La città era un deserto, chiusi gli esercizi pubblici, i dipendenti degli uffici in ferie forzate”. Per non parlare dei disagi nelle tendopoli per gli approvvigionamenti e i servizi che erano da corso di sopravvivenza. E quando arriva la solidarietà, seppure con soldi pubblici, non è ma senza pegno. Formigoni (pdl) ha imposto al Presidente della Regione Abruzzo, Chiodi (Pdl), di nominare come “soggetto attuatore” (con amplissimi poteri) per la ricostruzione delle opere offerte dalla Regione Lombardia (casa dello studente, 120 posti su terreno della Curia, che verrà inaugurata il 4 novembre, costo 7 milioni di euro) l’ingegner Antonio Rognoni (nella foto sopra il primo a sinistra), direttore Generale della “Infrastrutture Lombarde SpA” (società con capitale interamente della Regione). Finito in una inchiesta partita dal pm, quando era a Potenza, Woodcock  - atti poi trasferiti per competenza ai pm Di Maio e Pirrotta – sulla costruzione della nuova sede della Regione Lombardia, lavori appaltati da Infrastrutture Lombarde Spa al Consorzio Torre di cui Impresilo (che ha costruito l’ospedale aquilano S.Salvatore che, nonostante fosse stato costruito da appena nove anni, non ha retto al sisma) detiene il 90%, per un importo di oltre 185 milioni di euro, in cui è indagato anche Alberto Rubegni, Amministratore Delegato di Impresilo. Rognoni è accusato di turbata libertà degli incanti e concussione. Solo accuse per ora certo ma come dice l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Forte: “La ricostruzione deve avvenire non solo in tempi rapidi ma anche nel rispetto dell’ambiente e dell’agire morale”. La tecnica adottata non sarebbe originale: alla stazione appaltante Infrastrutture Lombarde sarebbero state imposte varianti attraverso le quali i costi dell’appalto sarebbero stati ampliati a dismisura rispetto all’importo iniziale. Rognoni si dice “sereno del lavoro della magistratura” mentre per i carabinieri del Noe di Roma che hanno consegnato ai pm un fascicolo di 50 pagine, sarebbero stati riscontrati “molteplici elementi indiziari circa l’esistenza di fatti di reato contro la pubblica amministrazione, posti in essere in maniera sistematica e in assetto organizzato” che hanno evidenziato soprattutto “la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde Rognoni e il direttore tecnico dell’Impregilo Luciano Capponi”. Con le mani nella ricostruzione c’è anche l’ing. Giancarlo Masciarelli, consulente di diverse imprese che si sono aggiudicate il ricco appalto del progetto C.a.s.e., finito in carcere e rinviato a giudizio nell’inchiesta “Operazione Bomba”, sulla gestione dei finanziamenti pubblici erogati dalla finanziaria regionale, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, falso, malversazione di contributi pubblici e indagato anche nella maxi inchiesta sulla sanità.

    Intanto in Abruzzo, assieme alla neve arriva la protesta per la mancata trasparenza nell’affidamento dei generi di prima necessità come pane, pasta, carne, ma anche saponi, carta igienica, tovaglie: non si conoscono i fornitori della Protezione Civile e con quali criteri siano state scelte le ditte in quanto, proprio per l’emergenza si è adottato il criterio dell’affidamento diretto. E si chiede ragione del perché non ci si è rivolti ai produttori locali, risparmiando soldi e incrementando l’economia. Gli allevatori, gli esercenti e i produttori di latte locali riuniti nella Centrale del Latte (che grazie alle 26 mila vacche, produce latte e formaggi in grado di alimentare l’intero territorio) denunciano la “totale mancata considerazione dei loro prodotti. Niente gare ed evidenza pubblica, nessun bando a parte quello sul reperimento della carne non pubblicizzato”. Gli allevatori sono riusciti a fare solo un paio di piccole forniture di carne al campo di Piazza d’Armi, per il resto nelle tende si consuma carne e prodotti che vengono da fuori. A ciò si aggiungono manovre per affossare la Centrale del latte, il sito fa gola ad alcune grandi holding. Ma il latte aquilano nei camni non ci va.

    di Sandra Amurri

    (In Collaborazione con PrimaDaNoi.it)

    Comunicato in data 13.10.2009 del Presidente dell'Associazione sulla volontà governativa di separare le carriere dei magistrati e di riformare il CSM.

    Come era prevedibile, dopo le sentenze sul caso Mondadori del Tribunale di Milano e della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, è partita la grande controffensiva del Centrodestra nei confronti di una Magistratura che si vuole non più autonoma, ma asservita al risultato delle elezioni politiche; ecco, dunque, ritornare in auge l’ormai stantio ricorso alla separazione delle carriere, come panacea di ogni male e la modifica del sistema di elezioni del CSM, da affidarsi al sorteggio per l’individuazione dell’elettorato passivo.

    In questo senso, infatti, si è pronunciato domenica il Ministro Alfano, ottenendo subito, ovviamente, quanto alla prima proposta, il plauso (con riserva, perché fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio…) dell’Unione delle Camere Penali sul tema, da sempre caro a quell’associazione, della separazione delle carriere.

    Abbiamo sempre sostenuto che la separazione delle carriere è un tema che deve essere affrontato in termini assolutamente laici, senza pregiudizi; di per sé, infatti, non se ne può escludere la capacità di evitare situazioni di commistione tra Giudice e PM certamente non commendevoli, ma altrettanto certamente non può essere l’architrave della riforma della Giustizia, come afferma l’Avv. Dominioni, Presidente dell’Unione delle Camere Penali e soprattutto non può non essere valutata nel concreto del sistema in cui dovrebbe essere inserita.

    Ormai, il Presidente del Consiglio non fa più mistero di voler procedere all’assoggettamento del Pubblico Ministero al potere esecutivo ed è di immediata comprensione che cosa ciò potrebbe significare nell’attuale situazione politica italiana; si tratterebbe dell’ennesima riforma ad personam e che finirebbe inevitabilmente per far perdere ai magistrati della Pubblica Accusa la loro autonomia e quella cultura della giurisdizione, che si dovrebbe, invece, rendere il più possibile condivisa con giudici e avvocati.

    Quanto, poi, alla posizione delle Camere Penali volta a sostenere l’inevitabilità della separazione delle carriere, a seguito dell’entrata in vigore del nuovo testo dell’art. 111 Cost., che prevede la terzietà del Giudice nei processi, non si può non rilevare come la terzietà di cui parla la norma costituzionale sia riferita alla terzietà del Giudice nel singolo processo, alla mancanza della quale si provvede attraverso gli istituti dell’astensione e della ricusazione, ma non si riferisca certamente alla separazione e contrapposizione del Giudice rispetto al PM.

    Dunque, resta necessaria una dura opposizione ad una simile riforma.

    Francamente risibile, poi, appare l’altra misura ideata dal Ministro Alfano per ingabbiare la Magistratura, quella, cioè, di predisporre mediante sorteggio la lista dei candidati per l’elezione al CSM, operazione che forse sarebbe bene affidare a Lottomatica, ben più esperta nella materia di quanto non sia il Ministero della Giustizia.

    Per battere il correntismo, ritenuto il vero cancro della Magistratura, si ricorre al caso, sperando che sia propizio!

    A queste proposte di riforma si aggiungono, poi, in questo periodo le volgari accuse al Giudice Mesiano, che si sarebbe fatto scrivere da altri la sua sentenza sul caso Cir/Fininvest, quelle ai Giudici della Corte Costituzionale, accusati di sinistrismo e di preconcetta ostilità al Presidente del Consiglio, nonché le accuse gravissime al Capo dello Stato, presunto traditore di un impegno ad intervenire presso quei Giudici costituzionali per favorire la reiezione della questione di illegittimità costituzionale del Lodo Alfano; il Capo dello Stato ha categoricamente smentito l’esistenza di un simile accordo che, se esistente, costituirebbe un gravissimo attentato all’indipendenza della Corte Costituzionale.

    Insomma, i tentativi di trasformare l’Italia da repubblica a democrazia parlamentare e fondata sulla separazione dei poteri a repubblica presidenziale plebiscitaria, in senso stretto, sono in stadio molto avanzato e ad essi va data ferma risposta, richiamandoci ai principi su cui è fondata la nostra Carta Costituzionale.

    Torino, 13 ottobre 2009
    Avv. Roberto Lamacchia
    Presidente Associazione Nazionale Giuristi Democratici

    Ignazio marino: dentro il PD.

    Ventisette euro. Per andare da Roma a Genova - dove ha incassato il sostegno di don Andrea Gallo - Ignazio Marino ha scartabellato in Rete fino a trovare un biglietto low cost. "Non ho mica i soldi di Ugo Sposetti io", ridacchia il chirurgo candidato riferendosi all'ex tesoriere dei Ds. Ed è solo il primo dei tanti colpi di bisturi rifilati ai due più quotati competitor, Bersani e Franceschini. Eppure potrebbe essere proprio Marino, l'outsider, a diventare decisivo dopo il 25 ottobre, se nessuno degli aspiranti leader raggiungesse il 51 per cento alle primarie e quindi il segretario dovesse essere scelto al ballottaggio dai mille e passa componenti dell'Assemblea nazionale Pd.

    Marino, com'è la vita da terzo incomodo?

    "E chi l'ha detto che arriverò terzo? Finora si è espresso l'apparato del partito, le primarie saranno tutta un'altra cosa. Anzi, l'ostacolo più grande l'abbiamo già superato".

    In che senso?

    "Non le nascondo che durante il voto degli iscritti ero preoccupato. In Italia ci sono ancora i capibastone che mandano la gente a votare in cambio di qualcosa. E in alcune regioni - quelle in cui le condizioni sociali sono più difficili, come Puglia, Calabria e Sicilia - è successo proprio così. Un po' strano che nel centro di Milano la mia mozione abbia superato il 30 per cento e nel centro di Catanzaro abbia preso lo zero virgola, non le pare? Ma ripeto: alle primarie sarà un'altra cosa".

    Cioè?

    "Se votano tre o quattro milioni di persone - e questa è la mia previsione - può cambiare tutto. Non a caso D'Alema e Bersani sperano che vadano a votare in pochi. Così vincono loro. Preferiscono un flop del Pd - perché mezzo milione di votanti sarebbe un fallimento per tutto il partito - al rischio di perdere le primarie".

    Facciamo finta lo stesso che lei arrivi terzo e si vada al ballottaggio tra gli altri due. Per chi votano i suoi?
    "Per chi accetterà il nostro programma. Stenderemo sette-otto punti base, per dare un'identità forte al partito. Molto semplici, chiari: dei sì e dei no sui temi più importanti. Non solo laicità, ma anche economia, merito, ambiente, ricerca. Staremo con chi li sottoscrive tutti. Pubblicamente, senza accordi di corridoio".

    D'accordo, ma chi è meglio per lei: Bersani o Franceschini?
    "Bersani è un comunista, in senso tattico. Ha una visione del Pd che è all'opposto della mia. Pensa a un partito che non aspira a diventare maggioranza, ma resta sempre minoritario, facendo accordi con altre forze minoritarie. Non a caso ha tre grandi sostenitori: la Lega Nord, Comunione e liberazione e Giuliano Ferrara, che rappresenta la parte dialogante del Pdl. Lo appoggiano perché sanno che con lui è facile tornare ad accordi da prima Repubblica, come quello sull'immunità parlamentare".

    Fuori uno. E Franceschini?
    "Franceschini è un vero democristiano, di quelli che dicono una cosa e poi ne fanno un'altra. Aveva detto che non si sarebbe ricandidato alla segreteria, ed eccolo qui. Aveva detto che gli europarlamentari dovevano lavorare solo a Strasburgo, poi ha dato incarichi sul territorio a Cofferati e Serracchiani. Nelle ultime settimane ha visto come tira il vento e si è messo a plagiare il mio programma: si è schierato contro il nucleare, mentre la sua mozione dice l'opposto; si è messo a fare il laico sulla bioetica, e nella sua mozione ci sono i Fioroni e i Rutelli. È una fotocopia che dice bugie. Quindi poco credibile".

    Non mi pare che ci siano le premesse perché lei appoggi uno dei due.
    "Infatti se si dovesse arrivare al ballotaggio, è probabile che trovino un accordo tra loro. Ha mai visto dei democristiani e dei comunisti che non si mettono d'accordo?". Lei non è né comunista né democristiano? "No, io sono un laico di sinistra".


    Che cosa votava prima del Pd?

    "In Italia votavo Berlinguer, poi Pds, tranne una volta che ho votato Lista Bonino. Negli Stati Uniti ho sempre votato democratico ".

    E, tornato dagli Usa, è entrato in politica come senatore Ds. Ma poi chi gliel'ha fatto fare di candidarsi alla segreteria del Pd?
    "È quello che mi hanno chiesto una dozzina di maggiorenti del partito appena ho annunciato la candidatura. Ma il ?chi te l'ha fatto fare? è la filosofia più lontana dal mio modo di vedere l'esistenza e la politica. Se uno ragiona così, rinuncia a tutte le sfide che la vita gli propone".

    Sì, ma me lo dica lo stesso: chi glielo ha fatto fare?
    "Primavera di quest'anno, campagna elettorale per le Europee. La faccio anche se non sono candidato e incontro tanti elettori. Quando finisco di parlare, iniziano a dirmi: perché non lo fa lei il leader del Pd? All'inizio lo prendo come uno scherzo. Poi sempre meno. Quindi cominciano a chiamarmi un po' di parlamentari ed esponenti del Pd: Felice Casson, Giuseppe Civati, Sandro Gozi, Ivan Scalfarotto, Goffredo Bettini, Paola Concia e altri. Allora ci penso e telefono a Bersani e Franceschini".

    Perché?
    "Per capire che identità vogliono dare al partito. Vado da Franceschini, poi da Bersani, quindi di nuovo da Franceschini. Volevo solo dei sì e dei no molto chiari: sul testamento biologico, sul merito, sul nucleare, sulle energie rinnovabili, sulla ricerca, sul precariato...".


    E loro?

    "Franceschini molto vago. Né dei sì né dei no. Continuava a ripetere che lui era l'innovazione e Bersani il vecchio apparato. Sui contenuti zero".

    Bersani?

    "A modo suo fu onesto. Mi disse che sui temi che gli proponevo avrebbe deciso a maggioranza il partito. Certo, va benissimo che il partito voti, ma uno se vuol fare il segretario dovrebbe anche avere un'idea sua, non le sembra? Invece niente. Allora mi sono candidato io".

    Che si occupa di trapianti e di bioetica: un po' poco per la leadership di un grande partito.
    "Sciocchezze. Abbiamo messo insieme una squadra di persone validissime con cui si sono elaborate idee molto approfondite su tanti temi. Pensi solo al programma economico, alle nostre proposte su precariato e pensioni: ci hanno lavorato studiosi come Ichino, Garibaldi, Tinagli e Taddei, consultandosi con economisti come Paul Krugman e Olivier Blanchard. Mentre Bersani e Franceschini sono ancora lì con le ricette del secolo scorso". E uno dei due probabilmente diventerà segretario. Dopo, che cosa succederà? "La cosa più importante è che il Pd si dia un'identità. Finora è stato un partito incerto e lacerato, in preda alle correnti. Come una squadra di calcio in cui ciascuno gioca dove e come gli pare: è difficile vincere così. Ci vuole un leader che abbia il coraggio di prendere posizioni forti".

    Tipo Di Pietro nell'Idv.
    "Su gran parte dei contenuti politici Di Pietro e io ci troviamo d'accordo. Poi non è un segreto che io non amo i toni aggressivi e tribunizi, preferisco il ragionamento e il confronto".


    Dice D'Alema che lei perderà e tornerà a fare il chirurgo.

    "Io almeno, se dovessi smettere di fare politica, un mestiere ce l'ho. Di D'Alema non si può dire altrettanto. E nemmeno di Bersani e Franceschini".
    di Alessandro Gilioli www.piovonorane.it

    L'Italia dei Valori e i valori dei Pagliarini

    Ai principali organi di stampa è sfuggita la notizia che il 6 luglio scorso i carabinieri di Ercolano in un'operazione contro un gruppo di usurai hanno arrestato varie persone tra le quali Salvatore Sannino, militante dell'Italia dei Valori e aspirante coordinatore del circolo del partito di Di Pietro nella cittadina vesuviana. Sannino è stato rilasciato dopo quindici giorni in base ad un'ordinanza del Riesame di Napoli, ma per il partito dell'ex pm è stato comunque un altro duro colpo all'immagine, soprattutto in una regione dove l'opera di “bonifica” all'interno dell'IdV dovrebbe essere piu' energica che altrove e dove invece è passata la linea del leader locale, Nello Formisano, di piena continuità con il passato.
    Eppure per il partito di Antonio Di Pietro non è solo un problema di Sud. In riva all'Adriatico, nelle Marche, capita infatti che ci si imbatta improvvisamente in esempi di malgoverno con caratteristiche del tutto “meridionali” e capita, forse non casualmente, che protagonisti ne siano proprio rappresentanti del partito dipietrista. Uno di questi è Graziano Pagliarini, sindaco di Altidona, in provincia di Fermo. Classe 1961, Pagliarini ha aderito al partito dell'ex pm nel 2004. Un anno prima, quando era ancora iscritto ai Ds, alle elezioni comunali del suo paese aveva appoggiato apertamente il candidato di centrodestra, che fu sconfitto. Nel 2008 è stato eletto primo cittadino con una lista civica legata al centrodestra locale. Alle provinciali 2009 di Fermo si è schierato senza indugio alcuno con il candidato del centrodestra, Saturnino Di Ruscio e il suo attuale vicesindaco era in lista con quest'ultimo. Poi, come se niente fosse, quando ha vinto il centrosinistra, Pagliarini ha partecipato ai festeggiamenti della coalizione contro la quale aveva fatto campagna elettorale.
    Uno sdoppiamento di personalità, un caso patologico? Naturalmente l'ex eroe di Mani Pulite non conosce nemmeno di nome Pagliarini, ma lo conoscono bene sia il coordinatore regionale marchigiano, il deputato Davide Favia, ex Forza Italia e Udeur, sia quello provinciale, Adolfo Marinangeli, ex Dc e Udeur, che non hanno mai avuto nulla da rimproverargli. Nemmeno quando lo scorso dicembre il sindaco di Altidona è stato fotografato a cena con Marcello Dell'Utri in visita nel fermano per presentare i presunti diari di Mussolini. Un incontro decisamente imbarazzante per l'esponente di un partito il cui leader ha recentemente accusato Berlusconi di far finta di combattere la mafia e che per questo è stato persino querelato.

     

    Incarico Lirico
    A proposito di “familismo, non infrequente in casa dipietrista, appena eletto Pagliarini ha provveduto a nominare sua moglie Rossella direttrice del teatro comunale, senza nemmeno sentire il bisogno di assentarsi dalla riunione di giunta che ha preso la decisione. Un incarico non retribuito, precisano dal Comune, mentre retribuito è quello affidato dal sindaco ad un gruppo teatrale al quale è legata la moglie stessa del primo cittadino, che farebbe la cantante lirica. Il commento del prode Pagliarini: «mia moglie è la persona più competente sulla piazza, fare un concorso pubblico era del tutto inutile». Non basta. Tra gli altri tempestivi provvedimenti assunti dall'amministrazione di centrodestra c'è poi l'aumento dell'indennità del sindaco a 2200 euro mensili. Il comune - spiega Pagliarini - ha superato i 3000 abitanti e quindi, in base a quanto prescrive la legge, a me spetta l'aumento. Già, ma prima si sarebbe dovuto procedere ad un adeguamento degli altri parametri amministrativi, vedi il numero dei consiglieri comunali, che invece sono rimasti esattamente come prima. Perchè allora fra tutti privilegiare solo l'indennità del primo cittadino? Non sarebbe stato moralmente più' elegante rinunciarvi? Ma evidentemente lo stile di certe nuove leve della politica è questo: strappare il più possibile benefici personali e di gruppo da un potere ottenuto dopo aver denunciato magari proprio gli abusi di altri amministratori e contro i quali avevano scatenato una furibonda campagna elettorale al solo scopo di provocare il facile sdegno di una frastornata opinione pubblica della quale, vista la labilissima sua memoria, è ormai un gioco da ragazzi farsi beffe. Un altro esempio? La precedente amministrazione di centrosinistra di Altidona retta dal sindaco di Rifondazione Comunista, Marco Talamonti, che tutti già rimpiangono, aveva partecipato alla costituzione di un'Unione intercomunale che gestiva una serie di servizi, dai tributi alla raccolta dei rifiuti. Un'idea che evidentemente non piaceva a Pagliarini, il quale insieme ad altri sindaci ha demolito questo eccellente esempio di buongoverno del territorio, ritirando Altidona dai vari servizi, provvedendo però a mantenere la propria carica di presidente dell'organismo, ormai del tutto svuotato delle sue funzioni.
    Per la verità Pagliarini non era del tutto nuovo alla politica. Dal 1994 al 1999, con la casacca del Pds, era già stato sindaco, ma sarà perché dietro aveva un partito nel cui patrimonio morale erano ancora presenti tracce del vecchio Pci, sta di fatto che non aveva manifestato i sintomi di questa preoccupante involuzione etica. Del tutto inconcepibile per un'amministratore del vecchio Pci sarebbe stato ad esempio nominare, come ha fatto Pagliarini, suo segretario particolare un geometra del luogo che ha fatto campagna elettorale per lui e poi affidargli di soppiatto la guida dell'ufficio tecnico, in pieno conflitto d'interessi.

    Il bando invisibile
    Così come per un amministratore che appartiene al presunto partito della trasparenza (che intanto dal sito nazionale ha tolto i nomi e i numeri di telefono dei dirigenti locali) non dovrebbe essere normale pubblicare un bando di gara per l'assegnazione di uno chalet sul mare al quale hanno risposto anzichè in cento, come a quello correttamente reso noto dalla precedente amministrazione, solo una società. Forse che il bando di gara era stato pubblicato in modo da non essere visibile? E' quanto si è chiesta la minoranza in un'interrogazione, facendo notare che ad aggiudicarsi i lavori è stata un'associazione della quale facevano parte familiari di esponenti della maggioranza, mentre il progetto è stato realizzato da un socio del segretario particolare del sindaco, quel geometra in forte odore di conflitto di interessi. La gara, evidentemente dai contorni poco chiari, ha però attratto l'interesse dei Carabinieri che l'hanno sospesa.
    D'altra parte il vice sindaco di Altidona ai militari del posto era già noto, visto che lo avevano trattenuto per due ore in caserma dopo averlo sorpreso a fare volantinaggio abusivo il giorno stesso delle votazioni a favore di se stesso, candidato del centrodestra alla provincia di Fermo.
    E probabile che molto presto i militari debbano occuparsi ancora dell'amministrazione retta da Graziano Pagliarini, viste le varie denunce già depositate presso la Procura di Fermo.

    La battaglia d'autunno
    Antonio Di Pietro sta preparando la battaglia per le regionali del 2010. E lo farà a modo suo puntando dritto contro il Pd, come in Abruzzo nel 2008 e in Molise nel 2009, dove contribuì in modo determinante alla sconfitta del centrosinistra. Il Tonino nazionale sta accentuando il pressing per candidare come governatore in Calabria o in Campania Luigi De Magistris, benché quest'ultimo rifiuti decisamente qualsiasi possibilità di lasciare il mandato affidatogli dagli elettori a Strasburgo, dove gli è stata peraltro conferita la prestigiosa presidenza della Commisisone Bilancio.
    In Calabria nell'IdV stanno pensando all'industriale antimafia Filippo Callipo, che però pare optare per una lista civica. In Molise, dov'è naufragata l'ipotesi di lanciare come governatore Nicola Magrone, attuale capo della procura di Larino, Di Pietro strapperà al Pd il suo amico e concittadino Nicolino D'Ascanio, presidente della Provincia di Campobasso e da tempo legato da intese politiche sotterranee con l'IdV. Un'idea che, se andasse in porto, provocherebbe un'insanabile spaccatura con la fortissima ala dell'IdV molisana capeggiata dal senatore Giuseppe Astore, irriducibile oppositore interno del leader IdV e nemico giurato di D'Ascanio. Tra i candidati a consigliere regionale ci sarà anche Cristiano Di Pietro che, secondo quanto dice suo padre, non avrebbe mai ricevuto un avviso di garanzia da Napoli e quindi sarebbe di fatto fuori dall'inchiesta su Mautone.
    Di queste e altre cose si parlerà nella festa del partito di Vasto, il 19 settembre e di questo si è già parlato nella megafesta che il 1 agosto scorso si è tenuta nella masseria Di Pietro a Montenero di Bisaccia. Oltre mille invitati da tutta Italia, ai quali Tonino, appena reduce da un intervento alla prostata, ha fatto portare specialità della propria regione, in modo da risparmiare sulle spese di catering.
    Giochi pressoché fatti in Puglia dove il candidato governatore sarà il pastaio Vincenzo Divella, ex presidente della Provincia di Bari e fratello del parlamentare di An Francesco. Intanto infuria la battaglia tra Di Pietro e Pino Pisicchio. Il conducator molisano ha defenestrato Alfonso Pisicchio da coordinatore provinciale di Bari dopo che suo fratello Pino aveva cercato di piazzare il familiare sia come assessore della Giunta Vendola che come vicesindaco di Emiliano a Bari. L'ex pm, che non ne vuole sapere di entrare nelle due giunte di centrosinistra, ha affidato il partito di Bari al fedelissimo Pierfelice Zazzera che sta denunciando le mire dell'Udc sull'Acquedotto pugliese. Il partito di Casini, d'accordo con D'Alema e Latorre, starebbe infatti tirando la volata a Caltagirone, intenzionato a rilevare il disastrato ente pubblico, che da anni, come disse Salvemini, da più da mangiare che da bere.

    di Giulio Sansevero lavoce.it

    Graziano Pagliarini

    The Tired Old Man.

    Defiant Berlusconi vows to defeat 'laughable' charges

    A defiant Silvio Berlusconi said today that he would govern with “even more grit” after Italy’s top court stripped him of his legal immunity. In a radio interview, the 73-year-old Prime Minister also promised to show that corruption changes against him were "laughable".  Yesterday's decision by the Constitutional Court, which struck out an immunity law pushed through by Mr Berlusconi when he took power in April last year, caps a 15-year legal tussle between the billionaire and the Italian judiciary.

    Already beset by sex scandals, Mr Berlusconi now faces a series of trials for fraud, corruption, tax evasion and bribery that will at best destabilise his centre-right coalition and at worse force its collapse.  The highest profile case he faces involves the British lawyer David Mills, estranged husband of the Olympics minister Tessa Jowell, who was found guilty of accepting $600,000 (£378,000) bribe from Mr Berlusconi for giving false testimony at two earlier trials.  Mr Berlusconi was in typically combative mood as he hit the airwaves this morning, promising to defend Italian democracy from attack.  “The Government will forge ahead calmly, tranquilly and with even more grit than before because this will be absolutely indispensable for freedom and democracy in this country,” he said.  “The two trials against me are false, laughable, absurd, and I will show this to Italians by going on television and I will defend myself in the courtroom and make my accusers look ridiculous and show everyone what stuff they are made of and what stuff I am made of."  The Opposition has already called on Mr Berlusconi to step down as Prime Minister after the 15 judges of the Constitutional Court threw out the immunity law because it violated the principle that every Italian must be equal before the law.  Mr Berlusconi had mounted what his opponents called an "Animal Farm defence" after the motto of the power-crazed pigs in George Orwell's seminal political satire: "All animals are equal but some animals are more equal than others."  It appears unlikely that early elections will be called, but commentators said that the ramifications of the court decision and Mr Berlusconi's defiant reaction to it had raised political tensions to a dangerous level.

    “This could have destabilising effects on politics and the legislature,” said an editorial in Il Sole 24 Ore, Italy’s leading business daily.“Who would be interested in going down to this precipice?”  Il Sole, one of Italy’s most respected and sober newspapers, said that the only solution to the crisis was “a patient search for a style of government that is suitable to the economic and social situation of the country”.  Mr Berlusconi’s personal attack on President Napolitano in particular sparked what commentators said could turn into a dangerous and destabilising clash between two of the highest offices of the land.  After Mr Napolitano, a former communist, rejected Mr Berlusconi’s charge that he was still partial to the Left, Mr Berlusconi angrily said: “I don’t care what the head of state says, I feel like I am being made a fool of.” An editorial in Rome’s Il Messaggero called for “nerves of steel” to keep the tensions from getting out of hand. "The real problem is the good of the country,” it said.

    By Philippe Naughton

    Timesonline

    Analysis: what now for Silvio Berlusconi?

    As he awaited yesterday’s crucial ruling Silvio Berlusconi acted as if all was normal. He discussed the Middle East with Mahmoud Abbas, the Palestinian President, and aides claimed that he was in “excellent spirits”. But the situation is anything but normal and the verdict plunges Italy into political turmoil. Several options are open to the Italian Prime Minister — and to his foes:

    He carries on regardless

    This will be difficult. A number of cases against him were frozen when he passed the law last year giving himself immunity from prosecution, and prosecutors will undoubtedly revive them. They include the allegation that he gave David Mills, his former British tax lawyer and the estranged husband of Tessa Jowell, a $600,000 (£376,000) bribe to give false testimony on his behalf in corruption trials in the 1990s. Mills was sentenced to four and a half years in March for the offence. His appeal starts in Milan on Friday and Mills’s defence has asked for Mr Berlusconi to appear as a witness. Now the Italian Prime Minister is likely to find himself on trial instead.  There are other investigations that may now lead to prosecutions, including an alleged attempt to persuade centre-left senators to desert Romano Prodi’s creaking government two years ago — not to mention accusations that he has had links to the Mafia. 

    He resigns as Prime Minister and calls elections

    His spokesman says that he will not do so, but he may be tempted. His popularity has fallen over the past year from 63 per cent to 47 per cent because of sex scandals and his public divorce, but the centre-right coalition he leads has maintained its lead in the polls.  Mr Berlusconi could step down in favour of a caretaker government and hold national elections to coincide with regional elections next March. If he won he could claim a popular mandate to reintroduce the immunity law. 

    There is an internal coup against him

    Mr Berlusconi’s enemies in his own coalition could claim that the ruling is the final straw after months of embarrassing and damaging revelations. The obvious leader of a revolt is Gianfranco Fini, the former neo-Fascist who is now a mainstream conservative and co-founder of the ruling People of Liberty party.  Mr Fini joined Luca Cordero di Montezemolo, the head of Fiat, at the launch of a new think-tank yesterday. He denied speculation that he might form a grand coalition or emergency government involving businessmen such as Mr Di Montezemolo and elements of the Left. But Mr Fini’s moment may come, if not immediately then in the next few months as Mr Berlusconi’s position deteriorates.

    He bows out

    Unlikely, given that he sees himself as the admired, even adored, saviour of Italy. But he has in the past threatened to throw in the towel because of the relentless tide of allegations and revelations.  If his legal troubles pile up or he is threatened with jail he could even be tempted to go into exile — as his mentor Bettino Craxi, another discredited prime minister, did in 1994, the year that Mr Berlusconi entered politics. Craxi died in exile in Tunisia.

    By Richard Owen

    Timesonline

    Grazie alle nove mani che si sono alzate verso il cielo

     

    Un secondo di gelo, poi il voto: nove "Sì" contro sei "No".

     

    Quando il professore Franco Gallo, relatore della sentenza che ha bocciato il Lodo, ha sottoposto ai 14 colleghi la sua proposta c’è stato un attimo di gelo nella camera di consiglio al secondo piano del palazzo della Consulta. Al termine di una dotta dissertazione che analizzava, in punta di diritto, i vizi del Lodo Alfano. Gallo ha posto le toghe di fronte alla loro responsabilità: “l’articolo 1 della legge numero 124 del 23 luglio 2008, nota come ‘lodo Alfano’, viola il principio  dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, previsto dall’articolo 3, e inoltre pretende di modificare con legge ordinaria la disciplina della responsabilità penale del presidente del consiglio, regolata da norme di rango costituzionale. Pertanto”, ha concluso il relatore, “sottopongo alla votazione dei colleghi la proposta di dichiarare illegittimo l’articolo 1 della leggere per violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione”. Il presidente Francesco Almirante ha chiesto la votazione per alzata di mano. In sala è calato il silenzio. Si è sentito solo il fruscio solenne delle toghe di raso. Le mani alzate erano nove. Quelle basse, sei.

    Quelle nove mani alzate come per ergere l’ultimo muro contro lo strapotere di Silvio Berlusconi, hanno salvato la faccia all’Italia rispetto al mondo e hanno confermato, e ce n0era bisogno, che la legge è uguale per tutti. Il relatore Franco Gallo ha avuto un ruolo fondamentale in questo riscatto. Nella discussione hanno pesato la sua relazione e i pareri, contrari alla legge, di uomini che nessuno può avvertire come di parte o vicini alla magistratura politicizzata, personaggi come Sabino Cassese, Giuseppe Tesauro e Maria Rita Saulle. Questo pocker di professori ha avuto un ruolo fondamentale nell’orientare le scelte dei colleghi. Quando un luminare cine Franco Gallo sostiene che il Lodo Alfano è incostituzionale non si può liquidare la sua relazione come un attacco politico al Cavaliere senza perdere la faccia. Gallo è stato ministro tecnico del Governo Ciampi, nel 1993, ma non è un politico, è un giurista. Se Visco è l’anti Tremonti, Gallo è il contrario di Tremonti. Da ministro delle finanze, nel 1993 con la crisi della lira e le casse dello Stato vuote, non volle condoni e, quando il suo collega professore di Sondrio prese il suo posto al ministero, nel 1994, Gallo rassegnò le dimissioni dalla Scuola Centrale Tributaria. Nel primo Governo Ciampi c’era un altro giudice costituzionale che ha pesato molto nell’influenzare la discussione contro il Lodo.

    Sabino Cassese occupava con ben altra dignità la postazione oggi coperta da Renato Brunetta. Come Gallo, è un uomo di accademia, Laureato a 21 anni, ha insegnato a Stanford e Nantes. Conosce quattro lingue ed è considerato un padre del diritto amministrativo europeo. Sono persone come lui o come i due giudici docenti di diritto internazionale, Mara Rita Saulle e Giuseppe Tesauro, ad aver pesato. Tesauro per esempio, prima ancora di essere Garante Antitrust e oppositore della legge “Gasparri”, è un signore che si è laureato a 22 anni e che a 40 era già direttore dell’Istituto di diritto internazionale. Uomini così, che per decenni hanno spiegato cosa è la legge ai propri allievi, non potevano far passare la vergogna del Lodo Alfano.
    M.L.

    La Consulta decide sul lodo Alfano sotto gli occhi del mondo

    Italy’s top court weighs Berlusconi’s immunity

    Silvio Berlusconi, Italy’s billionaire prime minister weakened by sex scandals and friction in his centre-right coalition, was on Tuesday night left waiting for a critical ruling by the constitutional court on whether he would continue to enjoy immunity from prosecution with two corruption trials pending against him.

    Defending the constitutionality of the immunity law, Niccolò Ghedini, one of the lawyers, said: “The law is equal for everyone but not necessarily its application.” Gaetano Pecorella, another defence lawyer, told the court: “The prime minister is not ‘primus inter pares’ (first among peers) but ‘primus super pares’ (first above peers).”

    Withdrawal of immunity would weaken the credibility of his government, and again expose the 73-year-old media mogul to the full glare and scrutiny of courts, which he says are conspiring with the opposition to overthrow him. In passing the law last year, the government said he could not fulfil his mandate to run a country while fighting the courts.

    Nonetheless, close associates dismissed widespread speculation that Mr Berlusconi would call early elections in the event of a negative ruling, insisting that he would fight on to complete his term in office, which expires in 2013.

    Mr Berlusconi kept silent on Tuesday. A day earlier he had issued a defiant statement saying he intended to remain in office in response to accusations by a court in Milan, ruling in a civil case, that he was deemed “co-responsible” for a bribe paid to a judge in 1991.

    The Milan court ordered Fininvest, Mr Berlusconi’s media holding company, to pay €750m in damages in a case brought by Carlo de Benedetti, a media rival who lost a takeover battle for the Mondadori publishing house to Fininvest in the 1990s. Related charges in a criminal case against Mr Berlusconi were dropped in 2007. One of Mr Berlusconi’s first acts after winning his third election in April 2008, was to have parliament pass a law granting immunity to the four top holders of state office. Two corruption trials involving Mr Berlusconi were suspended as a result.

    Senior members of the ruling People of Liberty party said the Milan civil ruling was part of a “subversive plan” to thwart the will of the people as expressed at the ballot box. Mr Berlusconi called it a “legal outrage”.

    “Italians gave a large majority to this government,” Altero Matteoli, minister of infrastructure, said on Tuesday. “He is the only prime minister in the world with such a high approval rating in this financial crisis.”

    In spite of official denials, commentators suggest that opinion polls giving Mr Berlusconi’s coalition a sizeable lead over a divided centre-left opposition would tempt him into calling early elections rather than be seen as a “lame duck” for four more years.

    Umberto Bossi, a key coalition ally, said he was ready for early elections, a prospect that fills the divided opposition Democratic party with dread.

    By Guy Dinmore in Rome

    Trials and tribulations

    Silvio Berlusconi has faced numerous court battles with cases ranging from perjury to bribery and false accounting. Cases were dismissed or convictions have lapsed during the appeals process owing to the statute of limitations. In the case of alleged perjury involving his membership of a masonic lodge, he benefited from a 1989 amnesty.

    The trials suspended after Mr Berlusconi was given immunity in 2008 were:
    ● A Milan case involving an alleged bribe he paid to David Mills, his former UK lawyer, to give false testimony to protect his Fininvest media empire. Mr Mills was found guilty last February and given a 4½ year jail sentence. Both men denied the charges.
    ● A Milan case against Mr Berlusconi and others alleging hidden funds and tax fraud in Mediaset’s purchase of TV and cinema rights from two foreign groups. Mr Berlusconi denies wrongdoing.

     Copyright The Financial Times Limited 2009

    From left, Niccolo Ghedini, Piero Longo and Gaetano Pecorella, lawyers for Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, are seen at a session of Italy's Constitutional Court in Rome on Tuesday to review a law shielding some elected officials from prosecution.

    Agence France-Presse/Getty Images

    From left, Niccolo Ghedini, Piero Longo and Gaetano Pecorella, lawyers for Italian Prime Minister Silvio Berlusconi, are seen at a session of Italy's Constitutional Court in Rome on Tuesday to review a law shielding some elected officials from prosecution.

    Italian Court to Rule if Berlusconi Can Be Prosecuted in Office

    Italy's Constitutional Court is expected to decide this week whether to uphold a law that shields Italian prime ministers from criminal prosecution, in a long-awaited ruling that cuts to the heart of Italian Premier Silvio Berlusconi's controversial dual role as the country's leader and a powerful media mogul.

    If the bill is struck down , Mr. Berlusconi could find himself in a thicket of legal trouble, ranging from criminal trials relating to his media empire to a corruption investigation stemming from his career in politics.

    Mr. Berlusconi has long denied all of the charges leveled against him. The immunity law was one of the first bills his government pushed through Parliament after he started his third term as prime minister in April 2008, giving him a respite from legal battles. By July 2008, both chambers of Parliament had passed the law, but it was subsequently challenged by Italian prosecutors who questioned its constitutionality.

    Mr. Berlusconi is unlikely to step down if his legal woes are revived, his lawyers and political allies say. Polls show that nearly half of Italian voters support him, and Italy's center-left opposition is currently without clear leadership. However, Mr. Berlusconi is smarting from five months of intense scrutiny of his private life, and the specter of criminal prosecution could put further strain on his ability to govern, some analysts say.

    "He'll be forced to divide his time between governing and the courtroom," said Alessandro Campi, director of the right-wing think tank Fare Futuro and a political scientist at the University of Perugia.

    During his 15 years in politics, Mr. Berlusconi has been beset by criminal investigations, indictments and trials on charges ranging from false accounting to corruption. The premier has long denied all of the charges against him, arguing that he is the victim of left-leaning judges. In some of the cases, Mr. Berlusconi was acquitted at trial. In some others, the statute of limitations on the alleged crimes expired; because of that, he either wasn't charged, or the charges were dropped when the statute of limitations expired.

    However, there are three cases pending against the premier. Mr. Berlusconi faces one criminal trial on charges of fraud and false accounting brought in the 1990s stemming from his role as owner of private broadcaster Mediaset SpA, and a second criminal trial on charges, brought in 2006, of bribing one of the witnesses in the Mediaset-related trial. Separately, following an investigation by magistrates that began in late 2007, Mr. Berlusconi was charged with incitement to corruption in a case involving alleged attempts to influence the votes of left-leaning senators. Mr. Berlusconi denies all of the fraud, false accounting and corruption charges against him, said Piersilvio Cipolotti, one of his lawyers, in an interview. All three of these proceedings have have been suspended under the immunity law. Once Mr. Berlusconi is no longer in office, or if the law is struck down, they would restart.

    For decades Italian politicians enjoyed immunity from criminal investigations, but the shield was eliminated in the early 1990s amid public outrage over the "Clean Hands" bribery scandals that eventually brought down Italy's reigning political establishment.

    In 2003, Mr. Berlusconi first attempted to erect a legal shield for top officials including the sitting prime minister, the president and the heads of the lower and upper houses of Parliament, during their term in office. The law was swiftly struck down by Italy's Constitutional Court, which ruled that the law unfairly placed officials above the law. Weeks after returning to office in the spring of 2008, Mr. Berlusconi introduced a new immunity law that, unlike its predecessor, allowed top officeholders to opt out of its protections. Months later, prosecutors in Milan filed an appeal to the Constitutional Court.

    On Tuesday, lawyers representing Mr. Berlusconi and the Italian government delivered arguments before the Constitutional Court. Glauco Nori, a lawyer for the government, argued that drawn-out legal proceedings could distract Mr. Berlusconi from his duties as prime minister. Niccolo Ghedini, Mr. Berlusconi's personal lawyer, argued that Mr. Berlusconi's duties as prime minister risked infringing on his right to defend himself in court.

    "The premier is not getting special treatment. He's getting a slight postponement to allow him to exercise the mandate given to him by the people," said Mr. Cipolotti.

    The suspended case involving fraud and false accounting charges relates to arrangements by Mr. Berlusconi to buy film rights in the 1990s on behalf of Mediaset. Mr. Berlusconi has long denied and continues to deny both charges in that case, Mr. Cipolotti said.

    In connection with that case, prosecutors in Milan have also charged Mr. Berlusconi with corruption for allegedly ordering the payment of more than $600,000 to his co-defendant, British lawyer David Mills, allegedly in exchange for false testimony. In February, Mr. Mills was convicted of perjury and accepting the bribe and sentenced to 4½ years in prison. Mr. Mills is appealing the conviction. A hearing in Mr. Mills's appeals case is scheduled for later this week. Mr. Berlusconi denies ordering the payment, Mr. Cipolotti said.

    The charge of incitement to corruption has also been suspended under the immunity law. Mr. Berlusconi denies the charge, Mr. Cipolotti said, describing the allegation as "science fiction. "The case is pure politics," Mr. Cipolotti said, adding that all of the proceedings against Mr. Berlusconi "are bound to start up again" if he loses his immunity.

    Mr. Cipolotti said the total charges in every pending investigation and trial against Mr. Berlusconi could result in a maximum total prison sentence of up to 21 years, though any penalties that might eventually be leveled against the premier are unlikely to reach the maximum level.

    Write to Stacy Meichtry © The Wall Street Journal

    Margherita Stancati contributed to this article.

     

    Scudo Fiscale: lo stato riciclatore di denaro.

    Scudo fiscale, firma pesante.

    Così il Presidente della Repubblica ha firmato. Adesso l’impunità per i criminali che fanno rientrare il loro bottino nel nostro Paese è legge dello Stato. A chi gli chiedeva di non firmare Napoletano ha risposto “Ma dove sono i profili di incostituzionalità? E poi è inutile, che io non firmi non significa niente, me la rimandano dopo 15 giorni e  debbo firmare per forza”.

    Né la decisione né la motivazione sono condivisibili. L’art.74 della Costituzione dice: “il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge può, con un messaggio motivato alle Camere, chiedere una nuova deliberazione; se le Camere la approvano nuovamente, questa deve essere promulgata”. La Costituzione non dice però che il rinvio alle Camere può avvenire solo per ragioni di manifesta incostituzionalità: si limita a prevedere che il Presidente possa non firmare una legge. Molti costituzionalisti ne hanno dedotto che il Presidente della Repubblica può sempre rifiutarsi di firmarla. Nel caso di manifesta incostituzionalità, il rinvio alle Camere è un suo preciso dovere; ma, in tutti gli altri casi in cui la legge gli sembri ingiusta, il Presidente della Repubblica ha comunque una responsabilità di intervento che gli deriva dall’essere l’interprete degli interessi superiori della Nazionae, di ciò che vi è di permanente, di superiore, di indiscusso, di comune a tutti nella vita nazionale. Per questo, quando egli parla, lo fa in nome del Paese. E le sue parole hanno un peso terribile: come ha detto uno dei padri della Repubblica, Umberto Terracini: “una parola del presidente pesa sulla bilancia più di mille parole di ognuno di noi”. Allora Napoletano ha avuto torto quando ha detto che era inutile non firmare una legge che la maggioranza avrebbe approvato comunque. Anche perché si ha sempre torto quando si rinuncia a battersi. E poi non sarebbe stata solo una bella battaglia. Avrebbe potuto essere una battaglia vinta.

    Il nuovo scudo fiscale prevede sostanzialmente due cose: chi fa rientrare i capitali non può essere punito per frode fiscale e falso in bilancio; e le banche che provvedono alle operazioni di rientro non devono effettuare le segnalazioni per quelle sospette previste dalla normativa antiriciclaggio che le obbliga a segnalare all’ufficio italiano cambi i casi in cui sia probabile che il danaro sia provento di reato. Cos’ l’Uic non informerà il Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza che non  svolgerà le indagini del caso e non le trasmetterà alla Procura della Repubblica per il relativo procedimento penale. Il problema è che i soldi non si distinguono tra loro: 1.000.000 di euro proveniente da una frode fiscale non ha una targhetta che lo distingue da un’analoga somma proveniente da un sequestro di persona. Sicché, quali siano i reati che hanno prodotto il bottino che rientrerà  con lo scudo fiscale non lo può sapere nessuno. Con la legge firmata dal Presidente della Repubblica potrà dunque entrare in Italia senza rischi penali non solo il provento di frode fiscale e falso in bilancio; ma anche il bottino di traffico di droga, di armi, di donne, di minori, di immigrati, di sequestri di persona, di corruzione, insomma di tutti i reati che producono denaro, i cui autori dovrebbero essere perseguitati e sanzionati con anni e anni di galera. Si chiama obbligatorietà dell’azione penale.

    Allora la domanda è: se la frode fiscale e il falso in bilancio sono già “amnistiati” ( non è proprio così ma gli effetti sono quelli), a che serve prevedere che le banche non effettuino le segnalazioni delle operazioni sospette? Anche se le effettuassero, e se l’Uic prima e il Nucleo di Polizia Valutaria dopo scoprissero frodi fiscali e falsi in bilancio, la conclusione sarebbe obbligata: non doversi procedere per essere i reati non punibili. Dunque perché una norma come questa? Ma è ovvio: in questo modo si assicura l’impunità per tutti gli altri delinquenti che si gioveranno dello scudo fiscale. I sequestratori di persona, i trafficanti di vario genere che porteranno in Italia i loro soldi, non potendo contare su un’esplicita previsione di non punibilità (la legge la prevede solo per la frode fiscale e il falso in bilancio) conseguiranno lo stesso effetto perché non saranno comunque possibili indagini su di loro. Insomma, è evidente che una legge che avesse detto “tutti i reati da cui derivano le somme che sono rientrare in Italia con lo scudo fiscale non sono punibili” sarebbe stata difficile da far  approvare anche per una maggioranza che ha principi etici ispirati ai Fratelli della Costa*. Da qui il trucco: non dico che questi reati non saranno puniti, però faccio in modo che non possano essere scoperti.

    Ecco, avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, ma questo non è in contrasto con l’art.112 della Costituzione, dove si dice che l’azione penale è obbligatoria? Ma quale obbligatorietà può esserci se le leggi della Repubblica tutelano in via preventiva i delinquenti, permettendo loro di nascondere le prove delle malefatte?

    E poi avrebbe dovuto chiedersi il Presidente della Repubblica, che ne è del famoso principio di ragionevolezza che significa,  sostanzialmente, bilanciamento degli interessi costituzionalmente garantiti? Che c’è, sull’altro piatto della bilancia, che pesi più dell’art 112 della Costituzione? E anche più dell’art 53, “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”?

    E infine, avrebbe dovuto dubitare il Presidente della Repubblica, è conforme ai principi fondamentali di uno Stato democratico, farsi riciclatore del bottino dei più gravi reati perseguiti della comunità internazionale, in violazione dell’art. 10 della Costituzione, “l’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”?

    Allora non sarebbe stato meglio, invece che giustificarsi dicendo “sarebbe stato inutile non firmare tanto dopo 15 giorni…”, inviare un messaggio alle Camere spiegando il rinvio della legge con la violazione di principi costituzionali?

    Seneca diceva: “Ogni concessione al male è una complicità nel male”. Era un maestro molto severo e naturalmente molto scomodo. Ma arriva un momento per tutti di ricordarsi questo insegnamento.

    di Bruno Tinti (nella foto) procuratore aggiunto presso la Procura di Torino
     
    A questo necessita aggiungere che lo Scudo Fiscale ha come penale di rientro dei capitali il 5% della somma, contro una media delle tasse italiane che si aggira intorno al 40%,  e che non è necessario far rientrare i capitali dall'estero per aderirvi, quindi chiunque abbia una società offshore** potrà avvalersi di questa legge. 
     
    *Fratellanza derivante dalle tradizioni corsare
    ** In finanza una società offshore indica imprese fittizie create in centri finanziari con un livello di imposte molto basso.
     
     

    Tutti i lodi vengono al pettine

    “Dica dove prendi i soldi!”, intimava l’altra sera il commissario capo Maurizio Belpietro a Patrizia D’Addario, di professione escort. È la stessa domanda  che decine di magistrati (e perfino qualche giornalista, perlopiù straniero) tentano di porre a un signore che svolge mansioni lievemente più pubbliche di quelle della squillo di Palazzo Grazioli. Solo che lui, diversamente da lei, non risponde. In una memorabile vignetta di Altan, un tizio gli chiede perché non risponde alle dieci domande di Repubblica e lui sbotta: “Ma perché non posso, cazzo!”. Ecco, lui non può. Mai. Non può a proposito di minorenni e prostitute. Non può, a maggior ragione, sulla provenienza dei suoi capitali. Nessuno ha mai saputo chi si nascondesse dietro la sua prima società, Edilnord Sas, nata nel 1963, con due soci accomandanti: il banchiere Carlo Rasini e il commercialista svizzero Carlo Rezzonico (in rappresentanza della misteriosa finanziaria luganese Finanzierungesellshaft fur Residenzen Ag). Stessa scienza del ’73, quando fondò la Italcantieri Srl grazie ad altre due misteriose fiduciarie ticinesi, la Cofigen e la Eti AG Holding. Nessuna risposta, motivi di privacy. I giudici di Palermo hanno accertato che, fra il 1975 e l’83, mentre venivano su la P2, Milano”, Canale5, Rete4  e Italia1, misteriosi benefattori gli versavano l’equivalente di 300 milioni di euro, parte in contanti, per ricapitalizzare la quarantina di finanziarie (Italiane1,2,3 etc) che controllavano la Fininvest. Secondo un finanziere amico di Dell’Utri, Filippo Alberto Rapisarda, e alcuni mafiosi pentiti, quelli erano soldi investiti dal boss Stefano Boutade nei cantieri e nelle tv. “La Padania”, quando la Lega era una cosa seria, chiese lumi con dieci domande un tantino più suggestive di quelle di Repubblica: “Berlusconi rispondi: sei un mafioso?”, cose così.

    Poi Bossi tornò all’Ovile delle Libertà e dall’archivio on line della Padania scomparvero intere prime pagine: quelle. Nel 2002 il Tribunale di Palermo che stava processando Dell’Utri per mafia andò in processione a Palazzo Chigi per interrogare Berlusconi e porgli la fatidica domanda: Cavaliere, chi le ha dato i soldi? Lui si avvalse della facoltà di non rispondere. “Perché non posso, cazzo!”.

    Intanto si scopriva che aveva pure accumulato 1500 miliardi di lire di fondi neri su 64 società off-shore,  ma lui mandò in prescrizione il reato di con l’apposita riforma sul falso in bilancio. Ora deve rispondere al Tribunale di Milano di aver intascato 170 milioni di dollari dalle casse delle sue società off-shore, sottraendo al fisco 130 miliardi di lire: anzi dovrebbe, perché è coperto dal lodo Al Nano. Almeno fino a oggi. Putroppo il lodo non copre gli effetti civilistici della sentenza comprata per ribaltare il lodo, il Mondatori, così il pover’uomo dovrà restituire 750 milioni di euro che si era messo in tasca inavvertitamente. Tutti lodi, prima o poi, vengono al pettine. Lui infatti è “allibito” per l’”enormità giuridica”. Anche perché stavolta deve sborsare lui: nemmeno un Previti o un Tarantini che paghi al posto suo.

    Trombettieri e House organ, da Libero a Il Giornale, delirano di “giustizia a orologeria”, senza peraltro precisare in quali giorni dell’anno i giudici possono permettersi di sentenziare senza arrecare troppo disturbo, ed eventualmente da che ora a che ora. Sono troppo impegnati a indagare sulle sardanapalesche fortune di Patrizia D’Addario. Ecco, lei ha il dovere di rispondere. Mica è presidente del Consiglio.

    di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano

    La P2 a Blunotte

    Che ne pensa dell’attuale governo? È soddisfatto? “Altro che soddisfatto, io queste cose che stanno realizzando le avevo dette e scritte trent’anni prima”. Il governo è quello di Berlusconi. La soddisfazione per il buon lavoro degli eredi è di Licio Gelli, immortalata con un sorriso a trentadue denti nella prima di sei spuntate del nuovo ciclo di Blunotte, la trasmissione di Carlo Lucarelli che riprende stasera in prima serata, ogni venerdì sino al prossimo 6 novembre. Solo un flash, molto attuale, in una ricostruzione che contiene le voce dei protagonisti dell’epoca.

    A cominciare da Gherardo Colombo, il magistrato milanese che scoprì gli elenchi di Gelli e che fa da voce guida: “Il colonnello della Guarda di Finanza incaricato della perquisizione a Castiglion Fibocchi ricevette una telefonata del suo comandante generale: troverà degli elenchi, e ci sarà anche il mio nome…”.

    Il programma mira a ricostruire memoria storica, non si nutre dell’ansia di scoop. Senza rinunciare, però, a qualche altra incursione nell’attualità. Per esempio, in tema di libertà di stampa minacciata. Come quando Raffaele Fieno, uno dei protagonisti della stagione antipiduista del Corriere della Sera diretto da Alberto Cavallari, intervistato, racconta che – sempre a proposito di Berlusconi – poco tempo dopo la sua iscrizione alla P2, questi iniziasse una strana collaborazione giornalistica. Nelle vesti paludate di editorialista in materia economica, il Cavalier mandava in redazione certi suoi appunto sullo stato del mondo e sull’avvenire del cemento. E alcuni notisti, inconsapevoli degli imbrogli che ci stavano sotto, venivano incaricati dal direttore, Franco Di Bella, di tradurre in italiano e pubblicare, con pomposa firma (del Cav.) “in palchetto”.

    O come quando un certo Enzo Biagi venne convocato al piano nobile di via Solforino alla vigilia della partenza per i mondiali nell’Argentina della giunta militare piduista. Il direttore raccomandò all’inviato: occupati solo di calcio (sottinteso: non di desaparacidos) e Biagi declinò l’incarico.

    Di queste e altre cose si parlerà stasera nelle prime due ore di un ciclo di Blunotte che promette bene, nel mortorio dei palinsesti mummificati dell’era Masi (direttore generale RAI). Per la P2 c’è da spiegare, per esempio, un paradosso emblematico. Mentre di solito la politica e le istituzioni hanno insabbiato i misteri e i segreti di cui sinora Blunotte si è occupata, il caso della Loggia di Gelli contraddice l’andazzo, perché la commissione parlamentare presieduta da Tina Anselmi affondò i bisturi su radici e finalità eversive della P2,  e al contrario la magistratura minimizzò “i conciliaboli di alcuni ultrasettantenni”.

    Il progetto di Blunotte, come ormai si sa, è una specie di enciclopedia multimediale sui misteri e i segreti della Repubblica, dove l’indagine giornalistica e le ricerche di archivio si coniugano con l’affabulazione narrativa.

    Carlo Lucarelli è un romanziere, scrive gialli, anzi “noir”. E questo è lo strumento, la macchina narrativa per portare alla luce tanti fatti  e tanti messaggi dimenticati, oppure oscurati.

    Lucarelli spiega: “Dopo tanti anni passati a raccontare quegli episodi della metà oscura della storia recente del nostro paese che chiamiamo misteri italiani, ci siamo dedicati ad alcune tessere che ancora mancano in quel mosaico”.

    Che, appunto, sono la P2, la mafia dei Casalesi, le voci interne a Cosa Nostra espresse dai pentiti, e poi le navi a perdere e la storia di Ilaria Alpi. L’approccio programmatico, improntato alla ricostruzione storica e oggettiva, viene messo in crisi da nuove emergenze: spesso inchieste giudiziarie improvvisamente vengono riaperte, esplodono nuove rivelazioni.

    Fino all’ultimo momento, poco prima della messa in onda, Blunotte – giunta alla decima edizione – aggiorna la memoria del passato  che non passa, riscrive l’enciclopedia senza fine dei misteri e dei segreti della Repubblica.

     

    di Vincenzo Vasile Il Fatto Quotidiano

    I farabutti che piacciono a Berlusconi

    Tg1, la realtà deformata
     
    Qualche numero essenziale, per capirci meglio. Nella campagna elettorale per le elezioni europee, secondo uno studio del Censis (9 giugno 2009), il 69,3 per cento degli elettori si è informato e ha scelto chi votare attraverso le notizie e i commenti dei telegiornali.

    I tiggì sono il principale mezzo per orientare il voto soprattutto tra i meno istruiti (in questo caso, siamo al 76 per cento), i pensionati (78,7 per cento) e le casalinghe (74,1 per cento).

    È necessario cominciare allora da questa scena. Più o meno sette italiani su dieci - che diventano otto su dieci tra chi è avanti con gli anni, è meno istruito o è donna che lavora in casa e per la famiglia - scrutano la vita, la realtà e il mondo dalla finestra aperta dai telegiornali - tra cui il Tg1 e il Tg5 - da soli - raccolgono e concentrano oltre il 60 per cento del pubblico. Nella cornice di questa finestra buona parte degli italiani matura emozioni, percezioni, paure, insicurezza, fiducia, ottimismo, consapevolezze, orienta o rafforza le sue opinioni. Che cosa vedono, o meglio che cosa gli mostra quella finestra? Nello spazio stretto, quasi indefinito, tra la realtà e la sua rappresentazione mediatica si possono fare molti giochetti sporchi. Per esempio, spaventare tutti con il fantasma di un'inarrestabile criminalità che ci minaccia sulla soglia di casa o eliminare ogni incubo cancellando ogni traccia di sangue e di crimine. Nel secondo semestre del 2007 (governa Romano Prodi), i sei tiggì maggiori dedicano a fatti criminali 3.500 cronache. Nel primo semestre di quest'anno (Berlusconi regnante) 2.000 (fonte, Osservatorio di Pavia, report "Sicurezza e Media", curato da Antonio Nozzoli). Stupefacente il tracollo di storie nere nel Tg5. Con Prodi a Palazzo Chigi, le cronache criminali sono 900 (secondo semestre 2007). Diventano con Berlusconi 400 (primo semestre 2009). Il Tg1 Rai non giunge a tanto. Le dimezza: da 600 a 300.

    È un gioco sporco, facile anche da fare: ometti, sopprimi, trucchi la scena secondo le istruzioni politiche del momento. Più o meno, un gioco delle tre carte. Carta vince, carta perde. Il crimine c'è e ora non c'è più perché il governo lo ha sconfitto o ridimensionato. Se fosse necessaria una nuova stagione di paura e di odio, riapparirebbe nelle mani del sapiente cartaro. In questa tecnica di governo non è necessaria l'azione, l'agire, mettere in campo politiche pubbliche contro il crimine, di sostegno alle imprese e alla famiglie, di protezione sociale per chi perde il lavoro, per fare qualche esempio. È sufficiente comunicare che lo si sta facendo, che lo si è fatto, e magari gridare al "miracolo". Come per il terremoto dell'Aquila. Ogni settimana, il capo del governo si autocompiace per l'evento incredibile, prodigioso che ha realizzato. Ma è autentico "il miracolo di efficienza"? Se si stila una classifica dei tempi di assegnazione di "moduli abitativi provvisori" si scopre che a San Giuliano di Puglia, i primi 30 moduli furono consegnati a 82 giorni dal sisma, in Umbria a 98 giorni, finanche in Irpinia (dove ci furono 3000 morti e 300 mila sfollati) in 105 giorni mentre in Abruzzo i primi moduli sono stati attribuiti a Onna dopo 116 giorni. Non basta dunque il racconto di un fatto in sé per comprenderlo. Il fatto in sé diventa trasparente soltanto se si rendono accessibili e trasparenti i nessi, le relazioni, i conflitti che vi sono contenuti. Privato della sua trama, delle sue relazioni con il passato e con il futuro, il fatto deteriora a immagine, a spettacolo e dunque è vero perché il fatto è lì sotto i nostri occhi; al contempo, è falso perché è stato manipolato, ma in realtà è finto perché l'immaginazione vi gioca un ruolo essenziale e parlare di "miracolo" - non c'è dubbio - aiuta la fantasia.

    Il capolavoro di questa tecnica di comunicazione che diventa disinformazione lo raggiunge, come si racconta a pagina 13, il Tg1 di Augusto Minzolini quando dà conto delle disavventure di Silvio Berlusconi alle prese con gli esiti di una vita disordinata che gli consiglia di candidare a responsabilità pubbliche le falene che ne allietano le notti. Il caso nasce politico: così si rinnovano le élites? Se ne accentua la politicità con l'intervento di Veronica Lario che rivela le debolezze e la vulnerabilità del premier. Berlusconi avverte che in ballo c'è la sua credibilità di presidente del Consiglio. Va in televisione a Porta a porta per spiegarsi. Gioca male la partita. Mente, si contraddice. Gliene si chiede conto. Farfuglia. Tace. Decide di rivolgersi a un giudice per vietare che gli si facciano anche delle domande. È l'ordito di un "caso" che diventa (a ragione) internazionale. Il Tg1 lo spoglia di ogni riferimento. Dà conto soltanto degli strepiti del Capo: "complotto", "trama eversiva". Si lascia galleggiare quest'accusa. Contro chi? Perché? Che cosa è accaduto? Non lo si dice. Appare la D'Addario. Ha trascorso una notte con il capo del governo, è stata candidata alle elezioni. È la conferma dell'interesse pubblico dell'affare, è la prova della ricattabilità di Berlusconi. Minzolini fa finta di niente. Cancella i rilievi dei vescovi; della figlia di Berlusconi, Barbara; l'attenzione della stampa internazionale. Spinge in un altro segmento del notiziario il destino del direttore dell'Avvenire, accoppato per vendetta dal giornale del Capo; i traffici di Gianpaolo Tarantini, il ruffiano di Palazzo Grazioli. Senza contesto e riferimenti, che cosa può comprendere quel 69,3 per cento di italiani che si informa soltanto attraverso le notizie del Tg? Nulla. Non comprenderà nulla e potrà bere come acqua di fonte che si tratta soltanto, come dice il direttore del Tg1, "dell'ultimo gossip". (I sondaggisti non sembrano curarsi di che cosa sappiano davvero dell'affare gli spettatori disinformati che interrogano).

    Non siamo soltanto alle prese con una cattiva informazione o con un giornalismo di burocrati obbedienti. Abbiamo dinanzi un dispositivo di potere con una sua funzione psicologica determinante. Siamo assediati dal crimine o no? Devo avere paura o fiducia? All'Aquila c'è davvero un "miracolo" che presto toglierà dai guai tutti coloro che ne hanno bisogno? C'è "un complotto" che minaccia il premier o il premier ha combinato qualcosa che dovremmo sapere e che lui dovrebbe spiegare? Se - tra soppressioni, omissioni, menzogne - si abituano le persone a questa confusione inducendole a credere che nulla sia vero in se stesso e che ogni cosa può diventare vera o falsa per decisione dell'autorità e con l'obbedienza dei tiggì, si nientifica la realtà; si distrugge l'opinione pubblica; si sterilizza la coscienza delle cose; va a ramengo ogni spirito critico. È quel che accade oggi in Italia dove un unico soggetto pretende di detenere - con il potere - la verità, il diritto all'autocelebrazione, al racconto unidimensionale, ogni leva delle nostre emozioni e delle nostre esperienze. Oggi che si discute di che cosa deve essere il servizio pubblico, vale la pena ricordare che la libertà dell'informazione non è fine a se stessa, ma è solo un mezzo per proteggere un bene ancora più prezioso della libertà del giornalista: il diritto dei cittadini a essere informati.
    di Giuseppe D'Avanzo

    Brevity, and baring tip the scale

    And on the second and third days of the Milanese collections, the influence of Silvio Berlusconi was felt throughout fashionland.

    Whether consciously or not, the Italian prime minister's summer of sex (scandal) has filtered down into designers' imaginations and from there on to the catwalks; there hasn't been this much flesh on display since the first inklings of an economic downturn were felt oh so many seasons ago. Even in spring/summer terms - the real world autumnal equinox may have just passed but in the fashion world we're six months in the well-heated future - the outfits have been notable for brevity, and baring.

    At Moschino, not one hemline in the entire parade of little pearl-trimmed gold-buttoned skirt suits and giant cherry-print pouf dresses reached below mid-thigh. At Gianfranco Ferré, designers Tommaso Aquilano and Roberto Rimondi worked and reworked organza, gazar and lamé in increasingly complex wrapped, ruched and degrade bubble dresses that ended . . . just below the groin.

    Even at Brioni, the house of luxe tailoring took a startling turn via vaguely bondage-like strips criss-crossing torsos and naked backs. Though a simple brown shift was rendered sophisticated by leather shoulder straps, and silk scarf dresses had a slouchy ease, the effect was uncomfortable: tie-me-up/tie-me-down games happening in the home of the necktie.

    Gianni Versace, who in his 1980s heyday in Milan was the sexual yin to Giorgio Armani's power yang, has been shaping up as the most-referenced designer of the season. Both Pucci and Gucci seemed to pay homage to the body-conscious, skintastic looks of the house of the medusa head, combining their own codes (the print; the horsebit) with an unabashed physicality that was jolting and, occasionally, enlivening.

    At Pucci, thus, designer Peter Dundas in his second collection served up micro-mini ruched dresses; floor-sweeping chiffons with skirts cut up to here and bandeau tops; sheer chiffon caftans over bathing suits, leggings laced up the side under abbreviated python jackets, and less focus than his predecessors on the bright coloured swirling Pucci patterning that has come to be associated with the house. But that's not necessarily bad.

    Pucci has its roots in a sexy approach to summer dressing - skin-tight capris and jerseys so slinky they had to be worn sans underpinnings; in many ways, this was a nod to that history. The problem is, between that time and this, the styles have been so co-opted by other designers that although the brand has a legitimate claim on the short and seductive, it seems arriviste.

    Designer Frida Giannini at Gucci abandoned her global boho deluxe styling of recent seasons to cut a peekaboo geometry into stretch mini-dresses, "harnessing" them with horsebits and ropes composed of small metal tubes. Trousers were super-slim, often set with a see-through mesh patchwork, laced up the side or otherwise perforated and topped with slick zip-bedecked motorcycle jackets offered in enough different fabrications and with enough different hardware to match the multiple handbags on the runway; evening simply upped the ante on the decorative "cage" (ie crystals on tubes).

    Gucci has a proprietary history of bombshell dressing, of course, built during the Tom Ford years, but this kinkiness had a less subversive, more obvious aspect then that of the past: more paparazzi-ready than elegantly perverse.

    Still, not surprisingly, no one did Versace better than Versace itself, where Donatella seized her brother's legacy to create a riot of signature-print micro-mini dresses barely grazing the bottom and often paired with leotard-tight tops; "suits" of trousers as snug as leggings with jackets to match; and draped red carpet dresses with Valkyrie trim. She claimed her inspiration was Tim Burton's upcoming film Alice in Wonderland and, contemplating Berlusconi's babes, all of whom would look great in these clothes, it's hard not to sympathise with the idea we've gone through the looking glass.

    (Weirdly, the only exception to the sex trend was Roberto Cavalli, the erstwhile king of I'm-with-the-band style, who this season showed an uncharacteristically flat parade of floral chiffon dresses worn over pinstriped trousers and under pinstriped jackets, or otherwise grafted on to covered-up looks.)

    If final proof was needed that the pendulum had swung, it arrived in the form of the Jil Sander collection. Sander as a brand has always been noted for intellectualism as opposed to sensuality, but ever since he took over designer Raf Simons has been nudging the house towards the more physical end of the scale, and this season it tipped.

    There were suits and sheaths of rough-hewn linen sliced to show a strip of backbone here, a flash of pocket-covered hip there; dresses knit as fine and sheer as cobwebs, with strategically placed opaque curving patches for modesty; men's wear jackets fronting sheer iridescent panels that swept over shorts, and coatdresses slit to the upper thigh. All were shown against a backdrop of Michelangelo Antonioni's 1970 film Zabriskie Point , specifically the scene of couples rolling and frolicking in various states of dress and non-dress in Death Valley. Which occasionally made it hard to concentrate.

    Which was too bad, since these clothes were generally very good: a skin-based show-and-don't-quite-tell that treated the body not as a piece of feminine equity to be displayed and possibly spent but rather as the base on which clothes were built. And it was all the more erogenous for that.

    Indeed, Sander had a charge matched only by the subtle suggestion of Tomas Maier at Bottega Veneta, whose cream day dresses in rough linen were cut so pristinely that the mere fold of fabric at the waist or chest conveyed the promise of luxurious, and calculated, abandon. If the evening dresses in jewel-toned polyester chiffon (the synthetic rendering them as light as mist) were a bit too prom-like, and cotton crepe long johns seemed appropriate only for private jet flight, they were off-set by the allure of a cocktail sheath whose frontal discretion belied a cowl that curved from shoulder bone to just above the knee in the back, revealing both layers of fabric and possibility. The idea, said Mr Maier, was to design "as if in collaboration with the woman wearing our clothes . . . the shape of her body, her movements." And to leave what lies beneath to stimulate the imagination.

    A strategy Mr Berlusconi might perhaps want to consider.

    by Vanessa Friedman FT.com