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Le avete rubato i sogni![]() Poco più di un anno fa, quando facevo ancora il procuratore della Repubblica, è arrivata nel mio ufficio una ragazzina. Faceva il IV anno di Giurisprudenza e mi ha spiegato che voleva scrivere una tesi sulla lentezza dei processi penali in Italia (cause e possibili soluzioni); e che cercava informazioni sul campo, intervistando magistrati e avvocati. Io l’ho guardata un po’ meglio e ho capito che tutto era meno che una ragazzina. Poi ha tirato fuori un registratore e abbiamo parlato per non so quanto tempo; era così acuta e determinata, così pronta a identificare l’essenziale di ogni problema, che le ore sono volate. E’ andata via ringraziandomi garbatamente. Un anno dopo mi è arrivato un grazioso bigliettino (da ragazzina) su cui era scritto “è solo una tesi …” e una pen drive che la conteneva. Sì, era solo una tesi; molto ben scritta e drammaticamente accurata. Poi l’ho dimenticata: quello che lei aveva scritto lo conoscevo fin troppo bene; e ciò che mi divideva da lei era la meditata sfiducia nelle “possibili soluzioni”, tanto più “impossibili” quanto semplici ed efficaci.
Qualche giorno fa la ragazzina mi ha mandato una e-mail: “Si ricorda ancora di me?”, era l’oggetto. Mi ha raccontato che fa la cameriera in un paese straniero dove cerca di “imparare una lingua che a scuola non ho mai studiato” e dove frequenta un master in materie che “non hanno nulla a che fare con i miei sogni di bambina”. Io lo sapevo quali erano i suoi sogni: voleva fare il magistrato. Mi aveva detto, mentre discutevamo della sua tesi, che voleva servire il suo paese. Adesso, mi ha scritto, non sogna più; adesso ha capito che “non potevo sprecare la mia vita per salvare un paese che non vuole salvare se stesso. Che non avrei potuto passare la vita ad applicare leggi espressione di un Parlamento che non mi rappresenta: che dei delinquenti potessero promulgare leggi che facciano in modo che la giustizia funzioni sarebbe stata un’illusione alla quale nemmeno la grande sognatrice che ero poteva credere”. Così, ha scritto, ha deciso di “scendere”; e se ne è andata. Adesso studia e lavora in un altro paese, lontana dai suoi affetti e dai suoi luoghi. E’ – così si è definita – “una piccola fuoriuscita” che ogni giorno legge, con altri come lei, il Fatto, ingoiando una rabbia che l’essere scesa dalla giostra non ammorbidisce. “Poi – mi ha scritto – ci sono giorni come oggi, quando il professore ti prende in disparte e ti chiede: ‘What the hell is happening in Italy?’. Questi sono i giorni in cui non mi importa di essere una straniera che fa fatica a trovare il suo posto nel mondo, tutto quello che so èche sono felice di essere scesa”. Adesso non credo che io e molti altri come me potremo dimenticarla; non lei e nemmeno i “piccoli fuoriusciti” suoi amici. E ora che ho finito di raccontare di Paola, vi chiedo: vi rendete conto di cosa avete fatto a una ragazzina? di Bruno Tinti Il Fatto Quotidiano ![]() L'emergenza infinita (e mai finita) dei rifiuti in Campania
E sui rifiuti è sempre emergenza Il sottoufficiale in mimetica e anfibi sorseggia il suo caffè mentre parla al telefonino: “Ti manderò tutti i documenti entro il 31 dicembre perché poi chiudiamo, passiamo le consegne”. Poi posa la tazzina vuota sul bancone del Gambrinus, storico bar che affaccia su piazza del plebiscito, e torna a Palazzo Salerno, sede del Commissariato Rifiuti. Per lui come per gli altri 2 mila militari impegnati a Napoli nella ‘missione munnezza’ è già iniziato il conto alla rovescia. La fine dello stato di emergenza resta fissato per legge al 31 dicembre 2009, anche se una nuova crisi è alle porte. I primi segnali ci sono stati due settimane fa: a San Giorgio a Cremano, a Quarto, e in tutti i comuni ‘sentinelle’ negli anni passati della catastrofe, la raccolta della spazzatura si è fermata per alcuni giorni. Da un lato la protesta degli addetti ai lavori, dall’altro problemi nello smaltimento in discarica. Per le strade si sono rivisti ovunque cumuli di sacchetti colorati, anteprima del remake del film sulla spazzatura campana campione di ascolti due anni fa su tutte le tv del mondo. Eppure, il primo ad avere già pronti gli scatoloni per il trasloco è proprio Guido Bertolaso, fiaccato dalle tensioni e dalle inchieste giudiziarie, pronto a lasciare nonostante dopo 18 mesi il governo Berlusconi sia in deciso ritardo nella sua road-map. “Liberare le strade dai rifiuti, allestire le discariche, costruire i termovalorizzatori e avviare la raccolta differenziata” era il piano sulla carta a giugno 2008. Ma l’unica vera missione fino a oggi è stata quella di individuare buche dove infilare la monnezza napoletana. La differenziata resta insufficiente e l’inceneritore di Acerra è ancora fermo. L’unica cosa ad andare in fumo sono le risorse: l’intera gestione costa oltre 2 milioni di euro al giorno. Tutto a carico dei cittadini campani, che già ora pagano la tassa di smaltimento più cara d’Italia. Per un servizio che continua ad essere inadeguato. Promessa delusa “Questo pulsante è l’esempio pratico del cambiamento della situazione” (foto sopra), pontificò il premier il 26 marzo mentre con il pollice destro azionava l’inceneritore di Acerra (foto sotto). Ma dopo otto mesi sono stati incenerite solo 1.900 tonnellate di rifiuti, quante ne dovrebbero essere distrutte ogni giorno. Perché, così com’è, l’impianto è una bomba ecologica. Altro che ‘termovalorizzatore’. Così , da settimane il ‘mostro’ non brucia rifiuti e non produce energia: è spento. Ogni giorno, operai specializzati lavorano a ritmo serrato per mettere a punto turbine, filtri e miniere: “Finiremo presto anche perché poi dovremo iniziare subito i lavori a Santa Maria la Fossa”, dice uno di loro. Così, quello che per il pentito Gaetano Vassallo è l’impianto dei casalesi, sarà il prossimo inceneritore a essere costruito in Campania. Un azzardo. Ma l’imperativo è quello di avviare subito i cantieri, costi quel che costi. Il ciclo non funziona Senza inceneritori e con una differenziata ancora al di sotto del 15 per cento, la metà dei rifiuti finisce in discarica. Il resto, destinato ad Acerra, continua a essere stipato nei centri di stoccaggio. Così, solo nel 2009, oltre 700mila tonnellate di rifiuti sono stati ‘parcheggiati’ fuori discarica: triturati, compressi e avvolti nel cellophane. Altre 500 mila ‘balle’ che si aggiungono alle 4 milioni e 200 mila censite nella relazione 2008 di Bertolaso al Parlamento. Tutto questo mentre le discariche previste continuano a fagocitare senza sosta scarti indifferenziati. Ma basta un incidente, un piccolo intoppo, e la rete mostra i suoi limiti. Così, quando per una frana si è dovuto interrompere per quasi due settimane lo sversamento a Chiaiano, i rifiuti di Napoli sono finiti tutti a Terzigno, in un mega invaso costruito in pieno parco naturale a poche centinaia di metri al cratere del Vesuvio e circondato dai vitigni del Lacrima Christi, uno dei migliori vini campani. Un nuovo triste primato per la regione delle deroghe infinite, dove è possibile smaltire in discarica anche rifiuti speciali. Quel che non è ancora consentito è che una discarica istituzionale sia abusiva. Per questo si nasconde il fatto che una parte dell’impianto di Chiaiano ricade, pur non essendo autorizzato, nel Comune di Marano. Così com’è andrebbe sequestrato. Sul funzionamento di questa struttura Berlusconi ci aveva messo la faccia: “Lo Stato tornerà a essere Stato”. Seguirono gli scontri e la militarizzazione. Nell’estate 2008, mentre a buste ancora chiuse già circolava il nome della ditta che avrebbe gestito l’impianto, i carabinieri segnalavano il rischio di infiltrazioni della camorra dei Nuvoletta e dei Mallardo, nuovi pretendenti al banchetto dei rifiuti. Un allarme mai tramontato. Ad agosto 2009, intanto, i comitati di cittadini hanno denunciato la presenza di un camion con rifiuti radioattivi. “Lo hanno individuato i militari, la situazione è sotto controllo”, aveva minimizzato il Commissariato. Ma dopo tre mesi l’autocompattatore col carico radioattivo è ancora l’ e da qualche giorno è affiancato da un altro mezzo di sospetto. Dove comandano i clan In principio fu Ferrandelle, una discarica in verticale nel territorio dominato dai casalesi: doveva essere un sito provvisorio ma il Governo Berlusconi trasformò per decreto quelle montagne di sacchetti in una discarica. Per mesi le ruspe hanno continuato ad ammassare spazzatura mentre il percolato inondava i campi circostanti, dove ancora oggi pascolano le bufale e vengono coltivati ortaggi. Diciotto mesi dopo, Ferrandelle ha chiuso: a quota 500 mila tonnellate secondo il Commissario, un milione per Legambiente Campania. Ora tutto verrà trasferito nel nuovo sito di San Tammaro, a poca distanza e nello stesso feudo criminale, dove sorgerà anche un impianto per il trattamento della frazione umida. Ma prima ci sarà da spostare 18 mila balle lì nell’ultimo anno e destinate ad Acerra. A chiudere il triangolo industriali a Gomorra sarà l’inceneritore di Santa Maria la Fossa, già circondata da altre discariche ormai sature. Primavera di fuoco Se l’impianto di Acerra cominciasse a funzionare a ‘pieno regime’, le discariche previste garantirebbero autonomia per due anni al massimo. Ma l’unica cosa certa è che per allora non sarà pronto nessuno dei nuovi inceneritori previsti, per ognuno dei quali servono almeno 40 mesi di lavoro ininterrotto e senza intoppi. Così, nell’autunno 2011 la Campania piomberà in un’emergenza senza precedenti, perché sarà davvero complicato trovare gli spazi disponibili, tappeti sotto i quali continuare a nascondere la spazzatura. Per allora la responsabilità sarà nelle mani dei presidenti di provincia, che già dal prossimo primo gennaio dovranno gestire l’intero ciclo rifiuti attraverso apposite società. Finora solo Caserta ha già varato la struttura. A Napoli, Salerno, Avellino e Benevento tutto è ancora fermo o quasi. Perché nessuno è disposto a gestire la partita più delicata: l’assunzione degli oltre 12mila dipendenti di consorzi, impianti e società comunali. Un esercito di lavoratori, con un costo che supera i 40 milioni al mese, pronto a scendere in piazza. Preoccupato dai ritardi, Bassolino ha chiesto a palazzo Chigi una proroga di sei mesi prima del passaggio alla gestione ordinaria: il rischio di una campagna elettorale per le regionali con le strade invase dai rifiuti e dalle proteste. In quella che sarà, per Napoli e la Campania, una primavera di fuoco. Su tutti i fronti. di Claudio Pappaianni L'espresso
Chi di monnezza ferisce… La nemesi di Silvio Berlusconi si chiama monnezza. Non bastassero Veronica e i processi, la D’Addario e Fini, per non parlare di Ghedini che gli sta apparecchiando un’altra legge incostituzionale, una marea di spazzatura sta tracimando su Palazzo Grazioli proveniente dalla solita Campania e, adesso, anche da Palermo. Qui ben 65 comuni della cintura sono invasi dalla spazzatura e prendersela con la pesante eredità della sinistra appare arduo anche per un bugiardo come lui, visto che della sinistra in Sicilia si sono perse le tracce dai tempi di Francesco Crispi. È il tramonto improvviso, fragoroso e maleodorante del Miracolo berlusconiano. Solo un anno e mezzo fa il cavaliere galoppava trionfante sulla Campania ridotta a immensa discarica a cielo aperto da vent’anni di malgoverno e di truffe miliardarie (in euro) bipartisan, al grido di battaglia: “Ghe pensi mi”. Soltanto qualche mese fa tutti i telegiornali e la stampa governativa (cioè quasi tutta) cantavano le gesta del Presidente Taumaturgo che sanava a una a una le piaghe del Malpaese con la sola imposizione delle mani. L’ultimo turiferario è stato Piero Ostellino che poveretto, vivendo all’estero, è sempre un po’ in ritardo: ancora il 5 novembre, sulla prima pagina del Corriere della Sera , incensava “il governo che ha gestito bene le ‘emergenze’, la spazzatura in Campania, il terremoto in Abruzzo”. È una fortuna per lui che vive all’estero: dovesse mai transitare per l’Abruzzo o la Campania, glielo farebbero vedere le popolazioni locali come il governo risolve. Decine di migliaia di sfollati nelle tende-freezer in Abruzzo e, quanto alla Campania, la raccolta della spazzatura ha ricominciato a fermarsi a San Giorgio a Cremano, a Quarto e in tutti i comuni-sentinella della penultima catastrofe, come documenta Claudio Pappaianni sull’ultimo Espresso (articolo precedente in questa pagina, ndr). Con tanti saluti agli annunci del finto-efficiente Bertolaso, che aveva fissato la fine dell’emergenza al 31 dicembre 2009 con uno strepitoso piano a base di discariche a go-go, termovalorizzatori (cinque!) e raccolta differenziata. Risultato: un solo inceneritore, sempre il solito, quello di Acerra, ancora in fase di collaudo, senza bollino blu, con emissioni venefiche fuori norma; e due discariche in provincia di Avellino e di Benevento. Cioè i tre impianti messi in piedi dal piano Di Gennaro del governo Prodi che non fece in tempo a inaugurarli grazie al ribaltone di Mastella&C. Differenziata al palo, nessuna traccia del ciclo integrato dei rifiuti, nemmeno l’ombra del compostaggio e le eco balle (4.700.000) sempre lì, a piramide, eterno monumento alla politica parolaia e camorrista. Intanto per le strade tornano ad accumularsi sacchi di rifiuti dappertutto, mentre ai cittadini campani il cosiddetto servizio di smaltimento costa 2 milioni di euro al giorno più la Tarsu più cara d’Italia. Una situazione esplosiva che solo la militarizzazione del territorio (2 mila soldati) e la neutralizzazione delle procure territoriali per decreto (incostituzionale) ha impedito che degenerasse di nuovo in rivolta. Dopo un anno e mezzo di Miracolo, si continua a gettare i rifiuti in discarica, grazie anche alla pax mafiosa garantita – se le accuse della procura e del gip sono vere – dal sottosegretario Cosentino, che aveva apparecchiato nel casertano una mirabile società mista fifty-fifty: metà Stato, metà Clan dei Casalesi. Risultato: richiesta d’arresto a Cosentino, tre processi a Bassolino (il più fedele alleato di Berlusconi in Campani) e uno a Bertolaso, che ora medita di darsela a gambe per dedicarsi al volontariato. Ecco, bravo. L’avesse fatto prima, non avrebbe pianto nessuno. di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano ![]() Un grido dalla Rete: Tutti in piazza nel "No Berlusconi Day"Sono in 250.000, sono nati su Facebook e vogliono le dimissioni del premier. Ecco il popolo del NoBerlusconiDay fatto da trentenni blogger e precari. Appuntamento a Roma, in piazza della Repubblica per sabato 5 dicembre. L’idea era stata lanciata in una pagina di Facebook all’indomani della bocciatura del lodo Alfano: “Una manifestazione nazionale per chiedere le dimissioni di Berlusconi”. Nell’appello nessun colore politico, nessuna proposta programmatica: “Berlusconi costituisce una gravissima anomalia nel quadro delle democrazie occidentali. Non possiamo più rimanere inerti di fronte alle iniziative di un uomo che tiene il Paese in ostaggio da oltre 15 anni e la cui concezione proprietaria dello Stato lo rende ostile verso ogni forma di libera espressione come testimoniano gli attacchi selvaggi alla stampa libera, alla satira, alla Rete”. Ricordando “le pesanti ombre di un recente passato legato alla ferocia mafiosa” e i rapporti con Dell’Utri chiedono una cosa e una soltanto: “Berlusconi deve dimettersi e difendersi, come ogni cittadino, davanti ai tribunali della Repubblica dalle accuse che gli vengono rivolte”. Nelle ultime ore, con Berlusconi deciso a “riformare la giustizia” pur di non difendersi in tribunale, le loro adesioni aumentano a migliaia ogni ora. Loro cominciano a crederci davvero: “non facciamo previsioni – ci dice Emanuele, uno dei portavoce informali – dobbiamo aspettare di vedere l’entusiasmo che si legge sulla pagina di Facebook, anche sulla fascia della gente”. Si dicono trasversali anche se: “Abbiamo cominciato a credere di potercelo fare – ci dice ancora Emanuele – quando abbiamo visto l’interessamento dei partiti: per la prima volta era la gente ad organizzarsi e si partiti ad andargli dietro”. Così è stato, tanto che Di Pietro, dopo la conferenza stampa in cui annunciava la sua adesione all’appuntamento, assieme al leader di Rifondazione comunista, Paolo Ferreo, si è sentito in dovere di pubblicare sul suo blog una precisazione: “La nostra vuole essere una partecipazione attiva ma ribadisco che la promozione della manifestazione è e resta della Rete. Scusate per l’equivoco”. I siti di news, infatti, avevano scritto della “manifestazione dell’Idv e già era partita la rivolta in Rete. In piazza ci sarà anche il Pdci. L’organizzazione del NoBDay è reticolare: i promotori si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia, a Roma, solo sabato scorso. Tra loro c’è anche San Precario, l’icona che difende i precari, e che esiste solo su Internet: nessuno sa chi si nasconda dietro al suo account Facebook. Dalla sua rete di contatti è partito il primo appello alla manifestazione. “Il potere della Rete, vista in chiave politica, ha scarsi effetti sulla realtà se rimane confinato negli spazi del web” dice in un’intervista pubblicata su Internet. “L’esperienza dei Pirati in Svezia o di Grillo in Italia e in parte di Obama ci insegna questo: la Rete diventa ‘organizzazione’ soltanto se riesce a radicarsi nella realtà e nelle coscienze”. Un tentativo che si rinforza ora dopo ora. Da poche decine di iscritti – il 9 ottobre – il gruppo cresce giorno per giorno, fino ad arrivare in queste ore ai 250.000. Nascono gruppi locali in tutta Italia e una decina di comitati all’estero (tra questi Amsterdam, Bruxelles, Buenos Aires, Sacramento). Viene creato un sito Internet noberlusconiday.org che diventa il collettore per chi vuole partecipare, viene chiesta l’autorizzazione alla questura di Roma per il corteo. “I gruppi locali stanno organizzando i pullman. Da Torino abbiamo già 400 adesioni ed è stato prenotato un treno” ci dice ancora Emanuele. Tutto viene deciso in Rete: il portavoce, il giorno e persino il colore: “Il viola è il colore di riferimento. Primo perché è il colore dell’autoaffermazione, poi perché non è utilizzato da nessuna forma politica e quindi evita di essere identificati come comunisti da altri. Comunque per noi ognuno può venire con le sue bandiere, sono ben venute anche quelle di Alleanza Nazionale e di chiunque voglia le dimissioni di Berlusconi”. Quando gli chiediamo “Chi siete” Emanuele risponde d’istinto. “Siamo persone di trent’anni: il futuro di questo Paese è nostro. Se non noi, chi altro deve scendere in piazza?”. di Federico Mello
Oltre ogni limite Noi speriamo che qualcuno lassù – Montecitorio, il Quirinale – sia stato avvertito della protesta che sale nel Paese. Una tempesta di messaggi di protesta che intasano Internet e i pochi giornali di opposizione. Tutti dicono la stessa cosa: basta, è stato superato il limite. Basta con l’ennesimo provvedimento ad personam, il diciannovesimo in quindici anni. Basta con i trucchi e con il ricorso a tutti i possibili imbrogli legislativi per consentire l’impunità di un premier che se ne frega di tutto e di tutti. Basta con le leggi che per salvare uno soltanto cancellano centinaia di migliaia di processi. Assicurano la prescrizione a fior di corrotti e corruttori. E, forse, lasceranno senza giustizie le vittime di grandi tragedie del lavoro e i loro famigliari. Basta con l’ingiustizia che risparmia i reati dei potenti e si accanisce sempre contro i poveri cristi. Basta con il Parlamento svilito, svuotato, usato solo per soddisfare le necessità del padrone. Basta con le istituzioni costrette a dare retta ai continui espedienti degli avvocati e legulei dell’impunito. Basta con i domestici e i ruffiani adeguatamente ricompensati con incarichi parlamentari e ministeriali; e con gli inquisisti per camorra candidati alla guida della regione più inquinata dalle cosche e dai veleni. Basta con il disprezzo per la Costituzione e con gli incessanti tentativi di abbatterla a spallate. Possibile che una intera nazione debba essere tenuta in ostaggio da gente simile? Quali altre mascalzonate dovremo sopportare ancora? Quante umiliazioni dovrà subite la nostra povera democrazia prima che il basti di tanti e tanti arrivi lassù in alto?
Editoriale di Antonio Padellaro Il Fatto Quotidiano
Per saperne di più:
www.facebook.com/no.berlusconi.day
"Io mantengo la candidatura" Nicola Cosentino non molla. Il sottosegretario all'Economia, su cui pende una richiesta di arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, incontra per mezzora Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli e insiste: "Mantengo la mia candidatura per le regionali in Campania". Intanto trenta senatori chiedono un'ispezione urgente alla Procura di Napoli: "Vogliamo sapere se i criteri di assegnazione delle indagini garantiscono l'equidistanza dei magistrati".
Il premier e lo scempio
Questi del Pdl ci prendono proprio per cretini. E forse hanno ragione. Avendo intuito che a parlare di “prescrizione breve” – col solito scopo di salvare Berlusconi – anche il più sprovveduto dei cittadini capirebbe che ciò significa decine di migliaia di delinquenti fuor di galera subito e che questo, come dice l’ineffabile Fini “potrebbe far arrabbiare la gente”, si sono ora buttati sul “processo breve”. Che suona meglio. Anche perché effettivamente il vero, gravissimo problema della giustizia italiana, è l’abnorme lunghezza delle procedure, che tiene sulla graticola per lustri gli innocenti, premia i colpevoli che possono contare, prima o poi, sulla prescrizione, non rende giustizia alle parti lese, annulla la certezza della pena e ha pesanti ricadute su un’equa durata della carcerazione preventiva e sulla possibilità di tutelare il segreto istruttorio. Ma una legge che stabilisse che i processi non possono durare più di tot anni potrebbe valere solo per il futuro, cioè per i processi che iniziano dal giorno in cui entra in vigore. In caso contrario si taglierebbe di colpo la testa a decine di migliaia di processi in corso e si otterrebbe l’esatto contrario di ciò che si dice di voler perseguire: migliaia di delinquenti uscirebbero di galera, altre migliaia sarebbero salvati da questa prescrizione mascherata, le parti lese non avrebbero giustizia, la certezza della pene andrebbe a farsi sfottere. Ma anche per il futuro una legge che stabilisse sic et sempliciter che i processi non possono durare più di tot anni, senza nel contempo snellire il Codice di procedura penale inzeppata negli ultimi anni da norme cosiddette “garantiste” proprio per allungare i tempi e salvare così “lorsignori” con la prescrizione (Berlusconi ne è l’emblema), otterrebbe l’effetto del calmiere del pane di manzoniana memoria. Poiché in questa situazione i processi non potrebbero essere celebrati nei tempi previsti finirebbero tutti nel nulla, o quantomeno vi finirebbero tutti quelli che riguardano i rati di complessa indagine, come i reati finanziari che sono quelli cui sono implicati “lorsignori”. Tutta una parte dei Codici penali verrebbe così annullata. Piuttosto che arrivare a questo scempio del diritto tanto varrebbe varare una norma transitorio, sulle orme di quella che vigeva per gli esponenti di Casa Savoia, che dicesse così: “Silvio Berlusconi, i suoi discendenti, i suoi famigliari e i membri, a qualsiasi titolo, della Casa di Arcore sono esentati, per il presente, il passato e il futuro, dal rispetto delle leggi penali e civili italiane”. di Massimo Fini
I piazzisti di leggi![]() A.A.A. Lodo offresi prezzo trattabile
Premesso che l’on.avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on.avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori – come informano quotidianamente i giornali – si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserti, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustiza” in formato extra large, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale che tutti li stiano a sentire, nell’ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per mettere fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga? È normale che Pigi Battista (foto sotto) abbia frantumato i marroni per tutta l’estate a De Magistris perché non s’era ancora dimesso da magistrato (l’ha fatto a settembre nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato un virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall’avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere tra giudici e pm non dedichi un pigolio alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori? È normale che l’Ordine degli avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondatori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto di interessi? Se non andiamo errati, l’Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d’interessi”, contempla il seguente art.37 “L’avvocato ha l’obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa…interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato, Ora, non ritengono lor signori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On.Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell’Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Piattelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant’è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla, Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l’effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l’articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash (celebre pubblicità degli anni ’70 ndr). Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no?
di Marco Travaglio Il Fatto Quotidiano
![]() Nel Sud trasformista dell'Italia dei valori
L’ultimo a lasciare Italia dei Valori è Pino Piscchio, da Bari. Va nella Dc bonsai di Rutelli e Casini. Per lui un ritorno a casa. Per Di Pietro una sconfitta. Per gli oppositori dentro l’Idv la conferma che nel Sud il partito è pieno di trasformisti. Il parlamentare barese è stato democristiano, poi popolare, miniano, infine è passato con l’Udeur di Mastella. Nel 2005 voleva fare il sindaco di Bari con il centrodestra, non ci riuscì e un anno dopo si scoprì dipietrista. Tonino lo ricompensò con un seggio alla Camera. Cose del Sud dove Italia dei valori è un band eagon dove saltano in tanti. Ex di tutto. Altro che facebook e le proteste dei militanti più legati all’area grillino e movimentista: il vero problema di Italia dei valori è a Sud del Garigliano. Perché è un partito essenzialmente meridionale. Nel 4,4% portato a casa alle politiche del 2008, il 3,9 fu conquistato al nord, il 3,4 al centro e il 7,2 nei collegi di Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. “Su più di mille militanti eletti o che riscoprono cariche amministrative, la metà si trovano al Sud” è l’analisi del giornalista Alberico Giostra ne “Il Tribuno” (editore Castelvecchi) una impietosa Di Pietro story. La vera sfida di chi vuole rinnovare il partito è qui. Lo sa bene Luigi de Magistris. L’europarlamentare ha proposto come candidato presidente per la Calabria l’industriale del tonno Pippo Callido. Ed è scoppiato l’inferno. Il parlamentare Aurelio Misiti ha scritto una lettera di fuoco a Di Pietro. “È una proposta improvvisata. Chi ha fatto questa scelta sa che Callido ha bussato alla porta di Berlusconi per ottenere una candidatura?”. Misiti, ex sindaco comunista di Melicucco, poi assessore ai tempi della giunta Chiaravalloti (centrodestra), ex Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici con il primo governo Berlusconi e strenuo sostenitore del Ponte sullo Stretto, è in buona compagnia. A dire no alla candidatura proposta dall’ex pm di “Why not?” c’è il senatore Luigi Li Gotti e buona parte dei fondatori calabresi dell’Idv. Con de Magistris l’eusoparlamentare Pino Arlacchi. “Basta con il loierismo”, è il suo riuscito slogan. Ma Agazio Loiero, il governatore Pd della regione, gli ha ricordato i tempi in cui “il loierismo gli piaceva tanto da affidare al sottoscritto la delicata trattativa per la sua candidatura nelle nostre liste”. Arlacchi, stimatissimo sociologo e studioso di criminalità, è stato consulente della giunta di Loiero dal 2005 al 2009 con un compenso di 37 mila euro lordi l’anno, più 18.756 di rimborsi per missioni all’estero. Risultato della querelle: Di Pietro ha nominato un commissario, il deputato Ignazio Messina, alla guida del partito. Ma in Campania? Idv è nel marasma. Con Di Pietro che ha sempre tuonato contro il bassolinismo e la giunta Iervolino e i suoi che invece hanno sostenuto la maggioranza del viceré. E uno scivolone di de Magistris. In un convengo ad Avellino ha detto che bisogna guardare all’Udc di Casini, che in Campania si traduce Ciriaco De Mita. Nessuno aveva informato l’ex pm che il leader di Nusco sta giocando una sua personalissima partita con centrodestra e centrosinistra. Ciriaco da un lato ha giudicato “interessante” la candidatura di Luigi Casentino per il Pdl, dimenticando che quattro pentiti di camorra lo indicano come referente del clan dei casalesi, dall’altro aspetta le mosse del Pd per il candidato che dovrà prendere il posto di Sassolino. Polito politicante, con il partito di Di Pietro incapace di uno scatto di reni, una proposta forte in grado di scompaginare le carte. Sotto il Vesuvio Idv è una vera e propria emergenza morale. Nell’ultima inchiesta che ha coinvolto Sandra Mastella per lo scandalo delle raccomandazioni all’Arpac, c’è un elenco fitto di segnalazioni arrivate da esponenti dipietristi. Giuseppe Misto, ex Udeur e consigliere regionale 7 segnalazioni, Stefano Buono ex Verdi, 2, idem Nello Di Nardo, coordinatore del partito. Il trionfo dei transfughi. Buono, attuale, consigliere regionale dei Verdi ha recentemente dichiarato che alle prossime regionali si candiderà con Di Pietro, “per il momento resto nel gruppo dei Verdi”. Ma la situazione di Torre del Greco a far saltare i nervi a quanti a Napoli e dintorni credono ancora nell’Idv. Nella quinta città della Campania è sindaco Ciro Borriello, un ex parlamenta di Forza Italia, passato all’Udeur e nel 2006 eletto deputato da Di Pietro. Un anno dopo Borriello torna a casa e si candida a sindaco per il Pdl. Ora guida una giunta sostenuta dal Pdl, da Idv e dal partito di Sergio De Gregorio. Tra le nomine anche quella di Virna Bello (nella foto sotto), una delle ospiti del Cavaliere a Villa Certosa. La chiamano “la braciolona”. Fa l’assessore alla pubblica istruzione. Anche con i voti di Di Pietro. di Enrico Fierro Il Fatto Quotidiano
![]() Finanziaria: spariscono i fondi per la manutenzione delle strade nonostante gli oltre 5.000 morti per incidenti ogni anno.
Manutenzione delle strade zero. Mentre il “governo del fare” continua a baloccarsi con il ponte sullo Stretto, sapete quanto stanzia davvero con la Finanziaria 2010 per tenere in sesto le grandi vie di comunicazione, cioè i 22 mila chilometri di pertinenza dell’Anas? Zero euro, appunto. Niente. Nonostante il piano quadriennale di investimenti dell’azienda pubblica delle strade prevedesse per l’anno prossimo un fabbisogno di 1.660 milioni. Un dato che fa impressione, tanto più perché spunta proprio alla vigilia del World Day of Remembrance delle vittime della strada dichiarato dall’Onu per il 15 novembre. Tra la manutenzione e i morti sull’asfalto, infatti, la relazione è strettissima: più le vie sono maltenute, più cresce il tasso di incidentalità. Lo suggerisce l’esperienza e lo ha stabilito anche un gruppo di ricercatori dell’università di Napoli, i quali hanno calcolato che almeno il 40 per cento dei sinistri è collegabile alle condizioni delle vie di comunicazione, dai guard rail spesso non a norma alla segnaletica approssimativa o addirittura sbagliata, all’asfalto traditore, gibboso o pieno di buche e irregolarità. Non occorre essere scienziati per intuire quali saranno le conseguenze delle scelte del governo. In una recente audizione alla commissione Bilancio di Camera e Senato, il presidente dell’Associazione dei costruttori (Ance), Paolo Bozzetti, lo ha ricordato ai parlamentari: “L’assenza del contributo annuale in conto capitale provocherà il blocco della regolare attività dell’ente stradale, con gravi conseguenze sullo sviluppo e la manutenzione di tutta la rete”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, però, forse non riuscendo a recuperare riscorse per gli opportuni investimenti, preferisce parlar d’altro alimentando la convinzione che l’ecatombe stradale sia imputabile solo ai comportamenti sbagliati di automobilisti e motociclisti puntando l’indice sullo sballo del sabato sera, gli ubriachi al volante, la velocità, le distrazioni, la guida spericolata, l’impasticcamento e via dicendo. Giornali e tv rincarano la dose, come fosse verità rivelata. E invece è solo un pezzo di verità. Che rischia di diventare una bugia se non accompagnata dalla con stazione che le strade italiane sono quelle tenute peggio in Europa. Coerente all’idea che sia tutta colpa degli automobilisti, il Ministro ha lanciato una campagna pubblicitaria per esortarli a tenere comportamenti più civili, con testimonial di sicuro effetto, da Maria Grazia Cucinotta al campione di scherma Aldo Montano e alla tuffatrice Tania Cagnotto. Il leit motiv dell’iniziativa è Sulla buona strada. Peccato che di buono sulle vie di comunicazione italiane sia rimasto davvero poco. Gli effetti dell’incuria sono devastanti. Gli incidenti sono la prima causa di morte nella fascia di età fino a 40 anni, in un anno che ne sono stati 231 mila con 5.131 morti (10 volte i caduti sul lavoro e 100 volte più di tutti gli altri sistemi di trasporto messi insieme, dall’aereo alla nave al treno) e 3265 mila feriti. Ai costi umani si sommano quelli sociali ed economici dai risarcimenti delle assicurazioni alla perdita di produttività per gli infortuni e i decessi. Secondo l’ultima valutazione disponibile, gli incidenti stradali costano al sistema Italia la bellezza di oltre 30 miliari di euro all’anno, circa il 2 per cento del Pil, quanto un paio di manovre Finanziarie pesanti. L’incuria si abbatte anche sulle imprese, non solo quelle che hanno bisogno come il pane delle strade per farci viaggiare le merci, ma anche le circa 5.000 aziende specializzate nella manutenzione con 50 mila occupati, dalle ditte dell’asfalto a quelle della segnaletica. La percentuale di fallimenti tra questo tipo di società è di gran lunga superiore a quella purtroppo in crescita degli altri settori produttivi. Per un motivo semplice: mentre su queste ultime si scaricano solo gli effetti della crisi, su quelle della manutenzione pesa anche un altro fattori di lunga durata e cioè il calo delle commesse iniziato anni fa. Fin dai tempi di quello che gli addetti ai lavori chiamano il “federalismo stradale”, provvedimento voluto dal ministro Franco Bassanini all’epoca del governo di centrosinistra della fine anni Novanta. In base a quella legge migliaia di chilometri di strade sono passati dall’Anas alle Regioni e se l’Anas spendeva assai poco per migliorare le strade (appena 7.000 euro a chilometro, rispetto ai 20 considerati necessari), alcuni Governatori hanno deciso di spendere anche meno. Per invertire questa tendenza ci vorrebbero investimenti: il confronto con il resto d’Europa è umiliante. Secondo il Libro Bianco sulla sicurezza stradale, mentre in Italia per le strade si spende in media 1 euro per abitante, in Svizzera spendono 26 euro, Svezia 23, Francia 22. Belgio 10, Regno Unito 5. Eppure le risorse, a volerle trovare ci sarebbero anche in Italia. Uno studio dell’Anfia (l’associazione della filiera dell’industria automobilistica) il carico fiscale sul settore, dalla tassa di immatricolazione al bollo, in 5 anni è cresciuto di quasi il 10 per cento arrivando a circa 80 miliardi di euro. Quasi niente di questa montagna di quattrini, però, ritorna sulle strade. “Non si può soltanto prendere dalle tasche degli automobilisti”, ammonisce Enrico Gelpi, presidente dell’Automobile Club (Aci). Poi ci sarebbe tutto lo stock di multe stradali, un tesoro di circa 1,2 miliardi. In base al Codice della strada il 50 per cento delle multe locali e il 20 per cento di quelle nazionali (Polizia stradale, Carabinieri, Guardia di Finanza) dovrebbero andare alla manutenzione delle strade. Ma nessuno lo fa, ancora perché finora non erano previste sanzione per gli enti inadempienti. Confindustria e Finco (Federazione delle imprese di prodotti per le costruzioni) in una recente audizione al Senato hanno sollecitato i parlamentari a modificare l’andazzo. Alla Camera poco tempo fa è stata approvata con un voto di maggioranza e opposizione (2 soli astenuti) la cosiddetta legge Calducci (da Mario Calducci, deputato Pdl) che impone sia l’utilizzo di parte dei proventi delle multe sia l’obbligo per i proprietari delle strade di effettuare interventi costanti e programmati. Ma arrivato al Senato il testo si è impantanato e c’è chi dice che a frenare sia soprattutto il relatore, Angelo Maria Cicolani, anche lui Pdl, ritenuto un buon amico delle Autostrade, società per niente entusiasta di vedersi imporre per legge l’obbligo della manutenzione. Il Parlamento italiano, inoltre, sta accingendosi a fare propria la direttiva comunitaria sulla cura delle strade e sarà interessante vedere che piega verrà impressa alla faccenda. Se l’Italia, cioè, si limiterò a considerare l’atto europeo come una generica esortazione oppure lo considererà vincolante per tutte le strade e non solo per gli 8.000 chilometri di vie di interesse continentali. Decisiva sarà la decisione sui servizi ispettivi e di controllo. Alla conferenza di Riva del Garda, terminata il 28 ottobre, l’Aci si è proposto come “organismo indipendente per la valutazione dei livelli di sicurezza delle infrastrutture”. Ma Anche altre associazione si stanno facendo avanti e non è escluso un coinvolgimento dell’Inail (l’istituto per gli infortuni sul lavoro), ormai diventata una specie di cassaforte pubblica con oltre 11 miliardi di euro di liquidità. Nella passata legislatura il ministro Alessandro Bianchi ricostituì la Direzione generale per la sicurezza stradale, smontata anni prima dal governo Berlusconi, ma poi l’esecutivo di centrosinistra cadde e di quella struttura sono rimasti gli uffici, il responsabile e poco più. Questa estate il Governo ci ha ripensato istituendo un altro ispettorato per le strade affidato ad un tecnico stimato, l’ingegnere Pasquale Cialdini, e collocato nella sede dell’ex ministero della Marina Mercantile all’Eur. Ma anche questa nuova struttura sembra un cane da guardia privo di denti. Con una sede grande e lussuosa, begli uffici, e poco personale. di Daniele Martini
Il nuovo leader del PD prenda in mano la ramazza![]() Chiunque vinca la corsa alla segreteria, dopo le primarie del 25 ottobre, il prossimo leader del Pd dovrà affrontare una seria questione morale. Pierluigi Bersani ha vinto il congresso grazie ai plebisciti nel Sud, in particolare in Campania e Calabria, dove ha raccolto l’80 per cento dei voti. Si tratta di regioni dove il Pd ha ormai pochi voti, ma legioni intere di tessere. Controllate da chi? Per ottenere cosa?
A Napoli e provincia il Pd non conta solo più iscritti che in tutta la Lombardia, che sarebbe già un dato anomalo: conta dodici volte gli iscritti della regione di gran lunga più popolosa. Anche i sassi sanno chi controlla quei voti: Antonio Bassolino. Uno che ha fatto perdere milioni di voti di centrosinistra al Nord del Paese, con lo scandalo della spazzatura e tutto il resto. Ma rimane uno dal quale bisogna passare se si vuole vincere il congresso. In Calabria le tessere sono controllate da Ignazio Loiero, il presidente della Regione, che non è neppure un esponente del Pd, ma un esponente di sé stesso. Bassolino e Loiero saranno sicuramente ricandidati alla guida di Campania e Calabria, nonostante le pessime prove di questi anni. Chi rischia di non essere ricandidato è Nichi Vendola in Puglia, l’unico che ha avuto il coraggio e la decenza di far dimettere dalla giunta gli assessori indagati. Fra questi, l’ex vice presidente della regione, Frisullo, e l’ex assessore Tedesco, indagati nell’inchiesta Tarantini. Entrambi protagonisti della battaglia congressuale, a fianco di Bersani, come se nulla fosse. C’è nel Pd una tendenza a considerare con sufficienza, per non dire con disprezzo, la questione morale. A denunciare l’ingerenza della magistratura nel malaffare politico e a irridere al moralismo degli organi d’informazione, bollati come antipolitica. Come se pretendere che un deputato o un assessore non baratti le forniture degli ospedali con prostitute e cocaina fosse chissà quale ossessione da Savonarola. Si tratta di una tendenza già vista all’opera nella sinistra italiana, ai tempi di Craxi. Anni tristi e miserabili, quelli del rampantismo socialista, ma rimpianti da qualche esponente del Pd. Se dovesse prevalere questo cinismo, assisteremmo in pochi anni all’estinzione del Pd e alla consegna dell’Italia alla destra per i prossimi decenni. Quindi, chiunque vinca, Bersani o Franceschini o Marino, farà bene a prendere la ramazza e ripulire in fretta il partito. di Curzio Maltese
![]() Quel Silvio da Nobel
Dicono di Silvio: alla presidenza della repubblica non ci pensa, preferisce restare premier, alla presidenza della Repubblica ci metterà il suo fidatissimo Gianni letta. E invece ci pensa, ci pensa. Nei particolari come sempre, come ciò che i terremotati d’Abruzzo devono trovare nei frigo nuove case, dal dentifricio allo spumante per il brindisi riconoscente. E intano vuole il Nobel per la pace. L’idea che cel’ha avuta? Lui e chi altro? Sono più di cento anni che un italiano non vince il premio Nobel per la pace, ma adesso ci pensa lui, nei particolari. Cominciamo dal comitato promotore. Un fidatissimo Giammario Battaglia, nominato da Silvio promotore del comitato, sceglie i 20 fidatissimi a cui Silvio spiega, nei particolari cosa dvono fare, cominciare dal rileggersi la famosa autobiografia regalata agli italiani, dalla nascita il 29 settembre del 1936 (onomastico festeggiato democraticamente tra operai e sinistrati), alla fondazione di Canale 5, prima rete televisiva nazionale, prima del ’94, quando “salva l’Italia dal finire nelle mani dei comunisti per contrastare la loro possibile, anzi certa, dittatura e un avvenire di povertà e servitù”. E come capo del governo, Berlusconi “riacquista la fiducia internazionale e il ruolo che spetta all’Italia, come paese fondatore dell’Unione europea”. Capito? Se lo mettano bene in testa e si ripassino gli indiscutibili meriti di cui Silvio parla in ogni suo comizio trasmesso a reti unificate o quasi. Comunque il promotore Giammario Battaglia è lì per ricordarglielo. Primo capitolo, Silvio Berlusconi e la crisi Russia-Georgia: “mai avremmo ottenuto un accordo tra georgiani e russi se Berlusconi non avesse fatto valere i suoi antichi legami di amicizia e di fiducia con Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy (e il promotore respinga con sdegno le insinuazioni di qualche anti italiano sul passato di Putin nella polizia sovietica). Ma veniamo alla pace a cui è dedicato il Nobel. Bene, secondo capitolo: è stato Silvio, “consapevole dei doveri di una grande democrazia, a sostenere, contro il parere diverso delle sinistre, di mandare dei soldati in difesa della pace e in contrasto al terrorismo internazionale”. Terzo capitolo: Silvio Berlusconi e il trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Gheddafi: “I governi precedenti hanno fallito. Quella di Berlusconi è stata una decisione storica nel chiedere scusa per il colonialismo”. Solo un anti italiano filocomunista potrebbe ricordare che questo Gheddafi ha accolto come un eroe a Tripoli l’autore dell’attentato terrorista di Lockerbie con centinaia di morti e che anche nella recente riunione delle Nazioni Unite ha insolentito l’Occidente intero. Quarto capitolo: la nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato. Se non sbagliamo, questo Rasmussen è il politico danese che Berlusconi con raffinato buon gusto indicò come possibile rivale in amore. “Sono stato io – dice Silvio – a togliere il veto della Turchia alla nomina di Rasmussen”. Dicono che l’antiberlusconismo sia un vizio sterile della sinistra, un vano sostituto di una seria opposizione politica. Certo fare di Berlusconi il responsabile di tutte le colpe e i difetti italiani è un’esagerazione, ma dire che su queste colpe e difetti naviga a suo agio, li ingigantisce, li giustifica, li incoraggia assecondandone il viso a scambiare i desideri per realtà, le bugie per verità, la voglia di farla franca per civismo, questo si può e si deve dire. di Giorgio Bocca
Abruzzo: La ricostruzione dei lombardiFinanziamenti bluff e consulenti indagati “Le promesse fatte dai Paesi del G8 sono svanite, ad oggi non abbiamo ancora ricevuto un singolo euro dalle nazione che si erano fatte avanti”. A dirlo è Guido Bertolaso. Sì, non state sognando, il G8, voluto da Berlusconi a L’Aquila, dopo aver speso ben 363 milioni di euro per i lavori nella sua sede originaria _ La Maddalena – ha prodotto un solo risultato: accrescere l’immagine personale del premier. Ricorderete quante volte Berlusconi, durane le sue comparsate in Tv, ha ribadito che i Grandi della Terra arrivati a Coppito non si sarebbero dimenticati dei terremotati, come dire: l’idea di spostare il G8 in Abruzzo si è rivelata geniale e mette a tacere ogni polemica. Ma quel fiume di soldi si è rivelato essere neppure un ruscello “Gli abruzzesi si sentiranno meno soli, il mondo è con loro” strimpellavano le Tv di sua proprietà e pubbliche (di proprietà del governo in carica ndr), divenuta terra della sua conquista. I maligni sostengono che la sua immagine all’estero sia precipitata al punto che se lo sono dimenticato, mentre Bertolaso opta, ovviamente, per una tesi più clemente: “Semplicemente alle parole non hanno fatto seguire i fatti. Noi siamo in grado di farcela da soli, come abbiamo sempre dimostrato”. Mentre i danni prodotti dal G8 restano: “Abbiamo subito due esodi, uno imposto dal terremoto e uno dal G8” è il commento di Carmine Basile, presidente Arci Abruzzo, “La città era un deserto, chiusi gli esercizi pubblici, i dipendenti degli uffici in ferie forzate”. Per non parlare dei disagi nelle tendopoli per gli approvvigionamenti e i servizi che erano da corso di sopravvivenza. E quando arriva la solidarietà, seppure con soldi pubblici, non è ma senza pegno. Formigoni (pdl) ha imposto al Presidente della Regione Abruzzo, Chiodi (Pdl), di nominare come “soggetto attuatore” (con amplissimi poteri) per la ricostruzione delle opere offerte dalla Regione Lombardia (casa dello studente, 120 posti su terreno della Curia, che verrà inaugurata il 4 novembre, costo 7 milioni di euro) l’ingegner Antonio Rognoni (nella foto sopra il primo a sinistra), direttore Generale della “Infrastrutture Lombarde SpA” (società con capitale interamente della Regione). Finito in una inchiesta partita dal pm, quando era a Potenza, Woodcock - atti poi trasferiti per competenza ai pm Di Maio e Pirrotta – sulla costruzione della nuova sede della Regione Lombardia, lavori appaltati da Infrastrutture Lombarde Spa al Consorzio Torre di cui Impresilo (che ha costruito l’ospedale aquilano S.Salvatore che, nonostante fosse stato costruito da appena nove anni, non ha retto al sisma) detiene il 90%, per un importo di oltre 185 milioni di euro, in cui è indagato anche Alberto Rubegni, Amministratore Delegato di Impresilo. Rognoni è accusato di turbata libertà degli incanti e concussione. Solo accuse per ora certo ma come dice l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Forte: “La ricostruzione deve avvenire non solo in tempi rapidi ma anche nel rispetto dell’ambiente e dell’agire morale”. La tecnica adottata non sarebbe originale: alla stazione appaltante Infrastrutture Lombarde sarebbero state imposte varianti attraverso le quali i costi dell’appalto sarebbero stati ampliati a dismisura rispetto all’importo iniziale. Rognoni si dice “sereno del lavoro della magistratura” mentre per i carabinieri del Noe di Roma che hanno consegnato ai pm un fascicolo di 50 pagine, sarebbero stati riscontrati “molteplici elementi indiziari circa l’esistenza di fatti di reato contro la pubblica amministrazione, posti in essere in maniera sistematica e in assetto organizzato” che hanno evidenziato soprattutto “la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde Rognoni e il direttore tecnico dell’Impregilo Luciano Capponi”. Con le mani nella ricostruzione c’è anche l’ing. Giancarlo Masciarelli, consulente di diverse imprese che si sono aggiudicate il ricco appalto del progetto C.a.s.e., finito in carcere e rinviato a giudizio nell’inchiesta “Operazione Bomba”, sulla gestione dei finanziamenti pubblici erogati dalla finanziaria regionale, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, falso, malversazione di contributi pubblici e indagato anche nella maxi inchiesta sulla sanità. Intanto in Abruzzo, assieme alla neve arriva la protesta per la mancata trasparenza nell’affidamento dei generi di prima necessità come pane, pasta, carne, ma anche saponi, carta igienica, tovaglie: non si conoscono i fornitori della Protezione Civile e con quali criteri siano state scelte le ditte in quanto, proprio per l’emergenza si è adottato il criterio dell’affidamento diretto. E si chiede ragione del perché non ci si è rivolti ai produttori locali, risparmiando soldi e incrementando l’economia. Gli allevatori, gli esercenti e i produttori di latte locali riuniti nella Centrale del Latte (che grazie alle 26 mila vacche, produce latte e formaggi in grado di alimentare l’intero territorio) denunciano la “totale mancata considerazione dei loro prodotti. Niente gare ed evidenza pubblica, nessun bando a parte quello sul reperimento della carne non pubblicizzato”. Gli allevatori sono riusciti a fare solo un paio di piccole forniture di carne al campo di Piazza d’Armi, per il resto nelle tende si consuma carne e prodotti che vengono da fuori. A ciò si aggiungono manovre per affossare la Centrale del latte, il sito fa gola ad alcune grandi holding. Ma il latte aquilano nei camni non ci va. di Sandra Amurri (In Collaborazione con PrimaDaNoi.it)
![]() Comunicato in data 13.10.2009 del Presidente dell'Associazione sulla volontà governativa di separare le carriere dei magistrati e di riformare il CSM.
Come era prevedibile, dopo le sentenze sul caso Mondadori del Tribunale di Milano e della Corte Costituzionale sul Lodo Alfano, è partita la grande controffensiva del Centrodestra nei confronti di una Magistratura che si vuole non più autonoma, ma asservita al risultato delle elezioni politiche; ecco, dunque, ritornare in auge l’ormai stantio ricorso alla separazione delle carriere, come panacea di ogni male e la modifica del sistema di elezioni del CSM, da affidarsi al sorteggio per l’individuazione dell’elettorato passivo.
Ignazio marino: dentro il PD.Ventisette euro. Per andare da Roma a Genova - dove ha incassato il sostegno di don Andrea Gallo - Ignazio Marino ha scartabellato in Rete fino a trovare un biglietto low cost. "Non ho mica i soldi di Ugo Sposetti io", ridacchia il chirurgo candidato riferendosi all'ex tesoriere dei Ds. Ed è solo il primo dei tanti colpi di bisturi rifilati ai due più quotati competitor, Bersani e Franceschini. Eppure potrebbe essere proprio Marino, l'outsider, a diventare decisivo dopo il 25 ottobre, se nessuno degli aspiranti leader raggiungesse il 51 per cento alle primarie e quindi il segretario dovesse essere scelto al ballottaggio dai mille e passa componenti dell'Assemblea nazionale Pd.
Marino, com'è la vita da terzo incomodo? "E chi l'ha detto che arriverò terzo? Finora si è espresso l'apparato del partito, le primarie saranno tutta un'altra cosa. Anzi, l'ostacolo più grande l'abbiamo già superato". In che senso? "Non le nascondo che durante il voto degli iscritti ero preoccupato. In Italia ci sono ancora i capibastone che mandano la gente a votare in cambio di qualcosa. E in alcune regioni - quelle in cui le condizioni sociali sono più difficili, come Puglia, Calabria e Sicilia - è successo proprio così. Un po' strano che nel centro di Milano la mia mozione abbia superato il 30 per cento e nel centro di Catanzaro abbia preso lo zero virgola, non le pare? Ma ripeto: alle primarie sarà un'altra cosa". Cioè? "Se votano tre o quattro milioni di persone - e questa è la mia previsione - può cambiare tutto. Non a caso D'Alema e Bersani sperano che vadano a votare in pochi. Così vincono loro. Preferiscono un flop del Pd - perché mezzo milione di votanti sarebbe un fallimento per tutto il partito - al rischio di perdere le primarie". Facciamo finta lo stesso che lei arrivi terzo e si vada al ballottaggio tra gli altri due. Per chi votano i suoi? "Per chi accetterà il nostro programma. Stenderemo sette-otto punti base, per dare un'identità forte al partito. Molto semplici, chiari: dei sì e dei no sui temi più importanti. Non solo laicità, ma anche economia, merito, ambiente, ricerca. Staremo con chi li sottoscrive tutti. Pubblicamente, senza accordi di corridoio".
D'accordo, ma chi è meglio per lei: Bersani o Franceschini? "Bersani è un comunista, in senso tattico. Ha una visione del Pd che è all'opposto della mia. Pensa a un partito che non aspira a diventare maggioranza, ma resta sempre minoritario, facendo accordi con altre forze minoritarie. Non a caso ha tre grandi sostenitori: la Lega Nord, Comunione e liberazione e Giuliano Ferrara, che rappresenta la parte dialogante del Pdl. Lo appoggiano perché sanno che con lui è facile tornare ad accordi da prima Repubblica, come quello sull'immunità parlamentare". Fuori uno. E Franceschini? "Franceschini è un vero democristiano, di quelli che dicono una cosa e poi ne fanno un'altra. Aveva detto che non si sarebbe ricandidato alla segreteria, ed eccolo qui. Aveva detto che gli europarlamentari dovevano lavorare solo a Strasburgo, poi ha dato incarichi sul territorio a Cofferati e Serracchiani. Nelle ultime settimane ha visto come tira il vento e si è messo a plagiare il mio programma: si è schierato contro il nucleare, mentre la sua mozione dice l'opposto; si è messo a fare il laico sulla bioetica, e nella sua mozione ci sono i Fioroni e i Rutelli. È una fotocopia che dice bugie. Quindi poco credibile". Non mi pare che ci siano le premesse perché lei appoggi uno dei due. "Infatti se si dovesse arrivare al ballotaggio, è probabile che trovino un accordo tra loro. Ha mai visto dei democristiani e dei comunisti che non si mettono d'accordo?". Lei non è né comunista né democristiano? "No, io sono un laico di sinistra". Che cosa votava prima del Pd? "In Italia votavo Berlinguer, poi Pds, tranne una volta che ho votato Lista Bonino. Negli Stati Uniti ho sempre votato democratico ". E, tornato dagli Usa, è entrato in politica come senatore Ds. Ma poi chi gliel'ha fatto fare di candidarsi alla segreteria del Pd? "È quello che mi hanno chiesto una dozzina di maggiorenti del partito appena ho annunciato la candidatura. Ma il ?chi te l'ha fatto fare? è la filosofia più lontana dal mio modo di vedere l'esistenza e la politica. Se uno ragiona così, rinuncia a tutte le sfide che la vita gli propone".
Sì, ma me lo dica lo stesso: chi glielo ha fatto fare? "Primavera di quest'anno, campagna elettorale per le Europee. La faccio anche se non sono candidato e incontro tanti elettori. Quando finisco di parlare, iniziano a dirmi: perché non lo fa lei il leader del Pd? All'inizio lo prendo come uno scherzo. Poi sempre meno. Quindi cominciano a chiamarmi un po' di parlamentari ed esponenti del Pd: Felice Casson, Giuseppe Civati, Sandro Gozi, Ivan Scalfarotto, Goffredo Bettini, Paola Concia e altri. Allora ci penso e telefono a Bersani e Franceschini". Perché? "Per capire che identità vogliono dare al partito. Vado da Franceschini, poi da Bersani, quindi di nuovo da Franceschini. Volevo solo dei sì e dei no molto chiari: sul testamento biologico, sul merito, sul nucleare, sulle energie rinnovabili, sulla ricerca, sul precariato...". E loro? "Franceschini molto vago. Né dei sì né dei no. Continuava a ripetere che lui era l'innovazione e Bersani il vecchio apparato. Sui contenuti zero". Bersani? "A modo suo fu onesto. Mi disse che sui temi che gli proponevo avrebbe deciso a maggioranza il partito. Certo, va benissimo che il partito voti, ma uno se vuol fare il segretario dovrebbe anche avere un'idea sua, non le sembra? Invece niente. Allora mi sono candidato io". Che si occupa di trapianti e di bioetica: un po' poco per la leadership di un grande partito. "Sciocchezze. Abbiamo messo insieme una squadra di persone validissime con cui si sono elaborate idee molto approfondite su tanti temi. Pensi solo al programma economico, alle nostre proposte su precariato e pensioni: ci hanno lavorato studiosi come Ichino, Garibaldi, Tinagli e Taddei, consultandosi con economisti come Paul Krugman e Olivier Blanchard. Mentre Bersani e Franceschini sono ancora lì con le ricette del secolo scorso". E uno dei due probabilmente diventerà segretario. Dopo, che cosa succederà? "La cosa più importante è che il Pd si dia un'identità. Finora è stato un partito incerto e lacerato, in preda alle correnti. Come una squadra di calcio in cui ciascuno gioca dove e come gli pare: è difficile vincere così. Ci vuole un leader che abbia il coraggio di prendere posizioni forti".
Tipo Di Pietro nell'Idv. "Su gran parte dei contenuti politici Di Pietro e io ci troviamo d'accordo. Poi non è un segreto che io non amo i toni aggressivi e tribunizi, preferisco il ragionamento e il confronto". Dice D'Alema che lei perderà e tornerà a fare il chirurgo. "Io almeno, se dovessi smettere di fare politica, un mestiere ce l'ho. Di D'Alema non si può dire altrettanto. E nemmeno di Bersani e Franceschini". di Alessandro Gilioli www.piovonorane.it
![]() L'Italia dei Valori e i valori dei Pagliarini![]() Ai principali organi di stampa è sfuggita la notizia che il 6 luglio scorso i carabinieri di Ercolano in un'operazione contro un gruppo di usurai hanno arrestato varie persone tra le quali Salvatore Sannino, militante dell'Italia dei Valori e aspirante coordinatore del circolo del partito di Di Pietro nella cittadina vesuviana. Sannino è stato rilasciato dopo quindici giorni in base ad un'ordinanza del Riesame di Napoli, ma per il partito dell'ex pm è stato comunque un altro duro colpo all'immagine, soprattutto in una regione dove l'opera di “bonifica” all'interno dell'IdV dovrebbe essere piu' energica che altrove e dove invece è passata la linea del leader locale, Nello Formisano, di piena continuità con il passato.
Eppure per il partito di Antonio Di Pietro non è solo un problema di Sud. In riva all'Adriatico, nelle Marche, capita infatti che ci si imbatta improvvisamente in esempi di malgoverno con caratteristiche del tutto “meridionali” e capita, forse non casualmente, che protagonisti ne siano proprio rappresentanti del partito dipietrista. Uno di questi è Graziano Pagliarini, sindaco di Altidona, in provincia di Fermo. Classe 1961, Pagliarini ha aderito al partito dell'ex pm nel 2004. Un anno prima, quando era ancora iscritto ai Ds, alle elezioni comunali del suo paese aveva appoggiato apertamente il candidato di centrodestra, che fu sconfitto. Nel 2008 è stato eletto primo cittadino con una lista civica legata al centrodestra locale. Alle provinciali 2009 di Fermo si è schierato senza indugio alcuno con il candidato del centrodestra, Saturnino Di Ruscio e il suo attuale vicesindaco era in lista con quest'ultimo. Poi, come se niente fosse, quando ha vinto il centrosinistra, Pagliarini ha partecipato ai festeggiamenti della coalizione contro la quale aveva fatto campagna elettorale. Uno sdoppiamento di personalità, un caso patologico? Naturalmente l'ex eroe di Mani Pulite non conosce nemmeno di nome Pagliarini, ma lo conoscono bene sia il coordinatore regionale marchigiano, il deputato Davide Favia, ex Forza Italia e Udeur, sia quello provinciale, Adolfo Marinangeli, ex Dc e Udeur, che non hanno mai avuto nulla da rimproverargli. Nemmeno quando lo scorso dicembre il sindaco di Altidona è stato fotografato a cena con Marcello Dell'Utri in visita nel fermano per presentare i presunti diari di Mussolini. Un incontro decisamente imbarazzante per l'esponente di un partito il cui leader ha recentemente accusato Berlusconi di far finta di combattere la mafia e che per questo è stato persino querelato.
Incarico Lirico Il bando invisibile di Giulio Sansevero lavoce.it
Graziano Pagliarini The Tired Old Man. |
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