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Rio de Janeiro: viaggio nella città che alza muri nelle favelas e aspetta i giochi olimpici del 2016
Viaggio nel ventre della città del diavolo dove ogni giorno ci sono venti omicidi Favela Vila Aliança, zona ovest di Rio de Janeiro. Yashmina Barbosa, una bambina di tre anni, gioca nel parco vicino a sua nonna, Rosangela da Silva. La baia di Guanabara è nascosta da un mare di antenne. Il paradiso di sabbia di Copacabana è lontano. La bambina gioca ignara nei pressi el carcere Bangù, la cosiddetta “fabbrica dei mostri”. Abbonda l’immondizia sparsa, Rosangela osserva la repentina comparsa del 14° Battaglione della Polizia militare. Poi, all’improvviso, vede la sua nipotina cadere a terra. Accade tutto troppo in fretta. Un proiettile 7,62 entra nella schiena della piccola a 850 metri al secondo. Quando arriva all’ospedale Albert Schweitzer, è morta. Yashmina è una in più. Un nome/numero che presto entrerà nella statistica/oblio. I quotidiani di Rio hanno dedicato al suo caso (del 29 aprile scorso) alcuni paragrafi. Un’altra vittima di quei proiettili vaganti che colpiscono chiunque, senza fermarsi a valutare il suo grado di innocenza. Secondo l’Istituto per la sicurezza pubblica (Isp), negli ultimi tre anni si sono contate 739 pallottole di questo calibro a Rio de Janeiro. Pallottole che hanno stroncato la vita di 56 persone, che, come la piccola Yashmina, si trovavano o passavano nel momento sbagliato nel posto sbagliato. L’anno scorso sono state assassinate nello Stato di Rio de Janeiro 7.089 persone. Vale a dire, quasi venti omicidi al giorno. Più di mille, uccisi dalla Polizia militare. Lo avevano già detto chiaramente i Placet Hemp in una loro popolare canzone: “Sarajevo è uno scherzo, questa è Rio de Janeiro”. I dati ufficiali tuttavia nascondo alcuni angoli bui. Uno di questi è quello delle persone scomparse: 25.025 tra il 1993 e il 2007, secondo la Polizia civile. “E quest’anno sono aumentati” afferma Marcelo Campos, della Rete dei movimenti contro la violenza. Chi le uccide o seppellisce o nasconde? Abitare in questa Cidade Meravilhosa cheia de encantos mil (città meravigliosa, piena di mille incanti), come la cantante Carmen Mirando nei suoi concerti, significa affrontare uno dei più complessi puzzle di violenza del mondo. Significa capire perché il tratto di una strada dominata dal Comando Vermelho, la principale banda di narcotrafficanti, viene chiamata “la Striscia di Gaza”. Perché il giornalista Zuenir Ventura ha scritto di questa città spaccata, dove la Polizia militare controlla le favelas come “dalla torretta di un campo di concentramento”. Qualsiasi giorno/notte qui può diventare un inferno. E non solo nelle zone delle baracche; anche nei quartieri della classe media, la guerra può scoppiare davanti alla tua finestra. Da una parte, i gruppi di trafficanti che lottano fra di loro e combattono contro le forze di sicurezza. Dall’altra, la Polizia militare, corrotta e violenta , che combatte il crimine con tecniche di guerra senza curarsi della morte dei civili. Completa il cocktail la milizia, gruppi paramilitari che suppliscono al grande vuoto in materia di sicurezza. L’inferno di questa città di sei milioni di abitanti (quasi dodici nell’aria metropolitana), sorge nella zona nord di Rio, un complesso di complessi di baracche (Maré, Alemāo), dove l’abitante della zona sud non andrebbe per nessun motivo. Le sottocittà di Rio raramente si toccano. Convivono scisse. Giuseppe, un lavoratore autonomo del quartiere di Santa Teresa, non immaginava che il furto della sua auto nel 2007 sarebbe diventato il peggiore incubo della sua vita. Il commissario lo chiamò per comunicargli che la macchina era stata ritrovata. Giunto in commissariato, a Giuseppe per poco non viene un infarto, Nella sua macchina ci sono tre ragazzi senza testa. La tappezzeria è insanguinata. Quasi tre anni dopo, questo italiano vuole solo dimenticare. La sua conclusione è questa: “La mia macchina è servita da bonde do caixāo (carro funebre), un avvertimento per la banda rivale”. Alcune delle chiavi per capire lo spavento di Giuseppe e il proiettile vagante di Yashmina si trovano nella mappa della violenza che ha elaborato l’équipe di Fernando Gabeira, il candidato ecologista alle elezioni del 2008. La mappa si trova su Google Maps. Con un solo clic, le freccette colorate ricoprono la cartina di Rio. In ogni favela presa dai paramilitare (88), c’è una freccetta azzurra. In quelle dominate dal narcotraffico (71) c’è un colore per ogni banda. Nella strada/vita, qualsiasi combinazione di colori è mortale. Così, i tre decapitati di Giuseppe si spiegano con uno scontro tra il giallo (Morro Miniera, Corosa) e il rosso (Fallet). Fino a molto poco tempo fa, il governo di Rio non pubblicava le statistiche sulla violenza. Per questo , il designer André Dahmer lanciò nel febbraio del 2007 un contatore virtuale di morti, Rio Body Count, ispirato all’Iraq Body Count, che contava i soldati morti in combattimento: O Globo pubblica la notizia di un morto solo se vive nella zona sud. L’impatto di Rio Body Count fu profondo. Andrè lo disattivò perché aveva raggiunto il suo obiettivo. Il governo, da allora, pubblica le cifre dei morti. I più di 113 mila abitanti del Completo da Maré “vivono sequestrati dalla povertà e dalla violenza” secondo Raquel Willadino, dell’Osservatorio delle favelas. L’indice di sviluppo umano (Idh) di Maré è di 0,722. A Ipanema, che vide nascere quella carota che “viene e che passa ondeggiando dolcemente, sulla strada per il mare”, vantano statistiche nordiche: un Idh di 0,962. A Maré, la speranza di vita è di 66,8 anni. A Ipanema, di 80. Riuscire a parlare con i narcotrafficanti non è facile. Due anni fa, tre adolescenti armati mi ricevettero in una favela della zona nord di Rio. Volti coperti, occhi vitrei in una stanza claustrofobia. Uno, che aveva una busta di droga, si giustificava: “Che possiamo fare, se non c’è lavoro?”. Non aveva più di quindici anni. Sul suo braccio, un serpente tatuato. Era entrato nel traffico a undici anni. Il suo primo omicidio, a dodici. “Ho perso il conto di quanti ne ho ammazzati” affermava un altro con sarcasmo. Tutti ridevano quasi all’unisono. Un terzo – magro, fibroso, più silenzioso – esibiva abiti cari, di marca, mentre rivelava quanto costa corrompere la polizia: “venticinquemila reales (circa settemila euro) alla settimana”. I trafficanti non sono più quelli di una volta. Persone come William da Silva, il professore, l’intellettuale simpatizzante di sinistra che negli anni Sessanta fondò il Comando Vermeilho con una forte componente sociale. Non ci sono più personaggi come Marcinho Vp, che garantì nel 1996 la sicurezza di Michael Jackson durante le riprese del videoclip They Don’t Care about Us nella favela Santa Marta. Marcinho diventò Robin Hood e apparve nel documentario Storia di una guerra particolare di Joāo Moreira Salles. Moreira Salles, un intellettuale della classe alta, racconta: “Se fosse nato in altre circostanze, sarebbe diventato un leader popolare. Forse un leader rivoluzionario…”. Afferma che Marcinho abbandonò il traffico e se ne andò in Messico per conoscere il subcomandante Marcos. Morì assassinato, nel 2003, nel carcere di Bangù. Marcinho fu un’eccezione. Uno studio dell’Osservatorio delle favelas, realizzato tra gli adolescenti del traffico della Maré, rivela che il 70 per cento non ha alcun interesse politico. Sono finiti i tempi in cui si poteva parlare delle guerriglie di ispirazione marxista; ora sono state sostituite dalle violente mafie della droga. Questo è quello che sono oggi. Talys Motta – quarant’anni, venditore di libri – è l’uomo eccezione: conosce le due Rio parallele. Sa come e quando entrare nelle favelas. Frequenta feste snob della zona sud. Ma conosce i codici della zona nord. Spiega come entrano i bambini nel traffico, prima come Olheiros (vedette) o Fogueteiros (lanciano razzi segnaletici quando arriva la polizia). Poi vengono promossi vapores (venditori). “Molti restano per strada” dice. Lo studio dell’Osservatorio durò due anni, durante i quali 45 dei ragazzi osservati furono assassinati. Le cifre sono impressionanti: si calcola che circa centomila persone lavorino per i narcotrafficanti a Rio. Alberto Pinheiro – 44 anni, abiti neri, braccia robuste – è un poliziotto militare da 25 anni. Parla con energia. È il comandante dela Battaglione operazioni speciali (Bope), “un gruppo do 400 poliziotti specializzati nella lotta al crimine in aree urbane”. Tropa de Élite (Gli squadroni della morte), vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel 2008, ha reso famoso questo corpo. E ha suscitato una grande polemica in Brasile. Il Bope è l’eroe del film. Una parte della classe media ha cominciato a difendere la repressione messa in atto dalla polizia. Pinheiro assicura che il film “fa vedere che la vita criminale non ha glamour e che aborriamo la corruzione”. La parola della discordia è Caveirāo (teschione). Sono stati battezzati così a Rio i veicoli a prova di proiettile usati dal Bope, sui quali è dipinto un teschio. Il rapporto di Amnesty International Loro arrivano sparando denuncia gli eccessi commessi a bordo dei caveirāo: insulti attraverso gli altoparlanti, giovani assassinati appesi ai ganci del veicolo…Tim Cargill, di Amnesty International, afferma da Londra che “il caveirāo con la sua presenza criminalizza tutta la popolazione”. Le cifre gli danno ragione. Nel ’93, la polizia di Rio de Janeiro ha ucciso, secondo la Segreteria di pubblica sicurezza dello Stato, 1.195 civili, il doppio di tutte le polizie di Stati Uniti ed Europa messe insieme. La cifra, da allora, supera la mille vittime all’anno. Non si indaga su quelle morti, Nel 2006, il presidente Lula affermò che i trafficanti “non si combattono con petali di rosa”. E autorizzò l’invio di militari nelle favelas di Rio provocando decine di morti. Antonio guida il rabecāo, un furgoncino dei pompieri militari di Rio. Ha squillato il telefono poco fa, come a tutte le ore. La Polizia militare lo ha informato su dove raccogliere il morto. “Abbiamo quaranta minuti per togliere i cadaveri dalla strada” dice. Ha trent’anni. Da sei, raccoglie morti quasi ogni giorno. Non sa ancora che oggi lo aspetta un corpo totalmente bruciato con un odore insopportabile. Due giorni fa fu anche peggio: una donna incinta con due pallottole alla schiena. Vila Sapé, ore 15. Renata – pelle nera. Sguardo incisivo, decisa – cammina vicino alla porta che separa la favela (freccetta azzurra) dalla Avenida de Bandeirantes. Spiega come funziona la milizia: “Si fanno pagare per la sicurezza. Anche per la salute. La televisione via cavo pirata (gatonet)costa venti reales. Di notte è proibito uscire di casa”. Questa donna, che ha perso suo marito in una sparatoria, spiega come due anni fa la Polizia militare abbia dipinto i muri di bianco e abbia conquistato il territorio dei trafficanti. Molti miliziani sono eletti nelle elezioni legislative. Eduardo Paes, attuale sindaco, ha vinto le elezioni difendendo il potere paramilitare. Il poliziotto Alexandre de Sousa giustifica la milizia “con i bassi salari della polizia”. La media è intorno ai 1.100 reales, meno di quattrocento euro al mese. Dal 2002 fino a marzo del 2008, sono stati espulsi 1.245 poliziotti militari corrotti. Implicati nel traffico di droga. Nella vendita di armi ai trafficanti. Nella costituzione di gruppi di paramilitari a fini di lucro. L’equazione è quasi completa. La zona nord di Rio in mano ai trafficanti. La zona ovest, conquistata dalle milizie. Nelle favelas alte della zona sud, alcuni punti di traffico. In tutta la città, la popolazione povera alla mercè degli abusi delgi uni o degli altri. Il video che il governo di Rio consegnò al Comitato Olimpico Internazionale (CIO) nascondeva la favelas. Inclusa la storica Mangueira, attaccata allo stadio di Maracaná. Il video non mostrava i muri che stanno costruendo in tredici favelas di Rio, “per proteggere la natura” (versione ufficiale). Nella difesa della candidatura olimpica a Copenaghen, il governatore Sergio Cabral ha promesso 2,5 milioni di euro per garantire Giochi più sicuri. di Bernardo Gutiérrez
Cidade de Deus e do Diabo
Na favela Vila Aliança, no Rio de Janeiro, Yashmina Barbosa, de 3 anos, salta no parque, em redor da avó, Rosângela da Silva. O paraíso de Copacabana fica longe. Indiferente, a menina brinca perto da prisão de Bangu, «a fábrica de monstros». Nalgumas paredes, alguém escreveu frases evangélicas: «Deus muda quem quer ser mudado.» Abunda o lixo. De repente, chega o 4º Batalhão da Polícia Militar (PM). Tudo acontece com demasiada rapidez. Um projéctil de 7,62 milímetros entra pelas costas da pequena. Quando chega ao hospital, está morta. Yashmina é mais um número da estatística, do esquecimento. O seu caso ocorrido a 29 de Abril ocupou alguns parágrafos nos jornais do Rio. Outra vítima das chamadas «balas perdidas». Nos últimos três anos (até finais de Maio), foram contabilizados 739 disparos destes, na cidade, segundo o Instituto de Segurança Pública. E ceifaram a vida a 56 pessoas que, como Yashmina, estavam no sítio errado. Nada de novo. Apenas a ponta do iceberg de uma estatística brutal. No Estado do Rio, os assassínios sucedem-se ao ritmo de quase 20 por dia: 7.089, em 2008, segundo dados oficiais. Habitar nesta «Cidade Maravilhosa cheia de encantos mil», como Carmen Miranda entoava, obriga a enfrentar um dos mais complexos quebra-cabeças de violência do mundo. Rua do Almirante Alexandrino, 2 horas. Vários carros da PM sobem até à favela Fallet. As metralhadoras, M16, destacam-se, fora das portas. Os tiroteios são tão intensos que é difícil falar, mesmo no interior dos apartamentos. Alguns habitantes esperam na rua. «O Comando Vermelho, a principal facção de traficantes, tenta invadir Fallet, dominada pelos seus inimigos, os Amigos dos Amigos», diz Ricardo Beliel, um deles. O amanhecer, aqui, chega muitos dias com silvos de chumbo. A geografia carioca é bem explicada na Cidade de Deus, o livro de Paulo Lins que inspirou o filme homónimo: «Lá em cima», os morros, as colinas, os pobres. «Lá em baixo», a cidade, «o asfalto». O livro descreve uma urbe de extremos: o luxo da zona sul convive com os bairros deprimidos. As cidades do Rio raramente se tocam. Convivem separadas. Giuseppe, um profissional independente, nunca imaginou que surpresa o roubo do seu carro, em 2007, lhe traria. O comissário comunicou-lhe que o veículo tinha aparecido. Ao chegar ao posto, Giuseppe quase teve um enfarte. Dentro do automóvel estavam três jovens sem cabeça. Os tapetes com sangue. Hoje, este italiano só quer esquecer. Tirou uma conclusão: «O meu automóvel serviu de carro funerário, um sinal para que a facção rival não invadisse o território dos assassinos.» Algumas chaves do susto de Giuseppe e da bala perdida de Yashima encontram-se no mapa da violência, elaborado pela equipa de Fernando Gabeira, o candidato ecologista às eleições de 2008. O mapa está incorporado no Googlemaps (http: gabeira.com/gabeira43/?tag=violência). Com um simples clique, os pontinhos de cores salpicam a geografia do Rio. Em cada favela ocupada pelas milícias paramilitares (130) existe um pontinho azul. Nas dominadas pelo narcotráfico (mais de 800) há uma cor para cada facção. Pontinho vermelho para o Comando Vermelho, verde para o Terceiro Comando Puro, amarelo para Amigos dos Amigos. Assim sendo, os três decapitados de Giuseppe são explicados por um choque entre o amarelo e o vermelho.
Meio-dia. Calor abrasador. As ruas do Complexo da Maré, um conjunto de 16 favelas, no Rio Norte, são uma mistura de poeira, casas de tijolo e crianças descalças. Mana da Silva (pseudónimo) fala a soluçar: «Outro dia, estivemos no chão durante horas, o tiroteio foi pesado.» Numa cozinha destruída e suja, correm alguns ratos. O filho, de 7 anos, mete os dedos nos buracos de balas, na parede. Brinca. «Na Maré não há paz», sussurra. O Comando Vermelho disputa cada rua com o Terceiro Comando. As fronteiras - e os tiroteios - são móveis. A morte não surpreende ninguém. «Um dia, mataram nove pessoas, um ajuste de contas», comenta Maria. Mas ela não denunciaria os traficantes. Dão-lhe gás quando ele lhe falta. Ou «guloseimas para as crianças». Aqui, o Estado não existe. A lei é verde, vermelha ou amarela.
Chegar à fala com os traficantes não é fácil. Mas, por vezes, o contacto apropriado, as frases ou palavras adequadas, cristalizam-se num salvo-conduto. Há dois anos, três adolescentes armados receberam este jornalista numa favela do Rio Norte. Rosto coberto, olhos desconfiados, num quarto claustrofóbico. Um, que segurava uma bolsa com droga, justificava-se: «O que vamos fazer, se não há trabalho?» Não tinha mais de 15 anos. No seu braço, uma tatuagem de uma serpente. Entrou no tráfico com 11 anos. Cometeu o seu primeiro homicídio, aos doze. «Perdi a conta de quantos já matei», afirmava o outro com sarcasmo. Todos riram, quase em uníssono. Um terceiro - esguio, robusto, mais calado - exibia roupas caras, de marca, enquanto revelava quanto custa subornar a polícia: «25 mil reais (7 mil euros) por semana.» Maria, a rainha da casa esburacada, tinha razão. Os traficantes não são como os de antigamente, «gente que nos respeitava». Pessoas como William da Silva, o Professor, o intelectual esquerdista que, nos anos 60, fundou o Comando Vermelho com uma forte componente social. Já não há personagens como Marcinho VP que, em 1996, garantiu a segurança de Michael Jackson, na gravação do videoclip They don't care about e se veio a transformar no Robin dos Bosques dos pobres, protagonizando o documentário História de uma Guerra Particular, com o fim de «defender o meu povo da opressão». Marcinho chegou a afirmar que iria fundar o Movimento Social Revolucionário pela Favelânia. Mas morreu assassinado em 2003, na prisão de Bangu. Hoje, um estudo do Observatório das Favelas, realizado entre os adolescentes do tráfico da Maré, revela que 70% não têm inclinação política. Já lá vão os tempos em que se podia falar de guerrilhas marxistas; agora são violentas máfias da droga. E alimentam-se da espiral de extrema pobreza da população. «Os seus sonhos são consumistas», afirma Raquel Willadino, uma das directoras do observatório. Talys Motta, 40 anos, vendedor de livros, conhece os dois Rios paralelos. Frequenta festas enfadonhas, na zona Sul. Mas conhece os códigos do Rio do Norte. É ele quem nos explica que as crianças entram no tráfico como olheiros (vigilantes) ou fogueteiros (lançam foguetes de aviso, quando chega a policia). Evoluem para vapores (vendedores). «Muitos ficam pelo caminho», diz. Durante os dois anos que durou o estudo do Observatório, 45 jovens foram assassinados. «Começam no crime», remata Talys, «e não conseguem sair.» Os números impressionam: cerca de 100 mil pessoas trabalham para os narcotraficantes, no Rio.
A palavra da discórdia é «caveirão». Assim foram baptizados, no Rio, os carros à prova de bala usados pelo BOPE, que têm uma caveira pintada. Um relatório da Amnistia Internacional (AI) denuncia os excessos cometidos a bordo do «caveirão»: insultos pelos altifalantes, jovens assassinados pendurados nos ganchos do veículo... Tim Cargill, da AI em Londres, afirma que «o ‘caveirão' criminaliza toda a população com a sua presença». «Um em cada sete homicídios é cometido por um polícia», afirma. Os números e a realidade dão-lhe razão. Em 1993, a polícia do Rio de Janeiro matou, de acordo com a Secretaria de Segurança do Estado, 1.195 civis, o dobro de todas as polícias dos Estados Unidos e Europa juntas. Desde então, os números ultrapassam os mil mortos por ano. O sociólogo Inácio Cano, da Universidade Estadual do Rio de Janeiro, demonstrou, com um relatório, que cerca de 65% dos assassinados pela polícia tinham, pelo menos, um disparo nas costas. «Chamam-lhes autos de resistência, mas são execuções», indica. Tim Cargill dá uma pista importante: «Os autos de resistência protegem a polícia, não se investigam os mortos.»
Inácio Cano não hesita em acusar a milícia de fomentar o «neofeudalismo». Para solucionar a terceira incógnita da violentíssima equação carioca, basta teclar no Googlemaps da violência. A zona Oeste está forrada de pontinhos azuis. Cada favela milícia, um ponto azul. Vila Sapê, 15 horas. Renata - pele negra, olhar incisivo - caminha perto do portão que separa a favela (ponto azul) da Avenida dos Bandeirantes. Há homens a vigiar. E um graffiti-síntese: um polícia e a frase «24 horas vigiados». «Cobram pela segurança. Também pela saúde. A televisão por cabo pirata custa 20 reais. À noite, é proibido sair de casa», conta Renata, que perdeu o marido num tiroteio. Há dois anos, a Polícia Militar pintou os muros de branco e conquistou o território aos traficantes. Mas ela ainda se lembra bem. Cano afirma que a milícia representa uma privatização perversa da segurança pública: «Instalou-se o mito de que proporcionam segurança. Temos mais de 300 denúncias de tráfico de droga, na zona da milícia.» Mas ninguém como Marcelo Freixo, o deputado que dirigiu a comissão de investigação das milícias, para fazer um perfil dos paramilitares made in Rio de Janeiro: «São grupos criminosos. Agentes públicos, polícias, ex-polícias, bombeiros...», diz este homem, com a cabeça posta a prémio pelas milícias. Eduardo Paes, actual presidente da Câmara, ganhou as eleições a defender o poder paramilitar. O polícia Alexandre de Sousa justifica a milícia «devido aos baixos salários». A média anda à volta dos 1.100 reais, menos de 40º0 euros mensais. «Por isso, existe a corrupção», explica. Entre 2002 e Março de 2005, foram expulsos 1.245 polícias militares corruptos. Implicados no tráfico de drogas. Na venda de armas a traficantes. Na fundação de grupos paramilitares para com isso beneficiarem. A equação está quase completa. O Norte do Rio tomado pelos traficantes. A zona Oeste conquistada pelas milícias. Nas favelas elevadas da zona Sul, alguns pontos de tráfico. Em toda a cidade, a população pobre à mercê dos abusos de um e do outro lado. O vídeo que o Governo do Rio entregou ao Comité Olímpico Internacional ocultava as favelas. Até a histórica Mangueira, junto do Estádio Maracanã. O vídeo não mostrava os muros que estão a construir em 13 favelas do Rio, «para proteger a natureza» (versão oficial). A «cidade maravilhosa» tem mais de 700 favelas (há 20 anos eram trezentas). O certo é que, em 2009, a sete anos dos Jogos, tudo continua igual. A classe média cheira pó nas festas da zona Sul, enquanto o rapper MV Bill entoa as suas rimas provocantes na favela da Cidade de Deus: «Compras cocaína da minha mão e depois insultas-me na televisão.» Visāo Edição nº 871, 12 de Novembro
Polizia e forze di sicurezza Le comunità più povere si sono trovate strette tra le bande criminali che controllavano le loro aree di residenza e la polizia con i suoi metodi violenti e discriminatori. A causa di ciò, molti degli abitanti di queste comunità si sono trovati in condizioni di radicata crisi economica e sociale. Squadroni della morteNei primi 10 mesi dell'anno, si sono registrate 92 morti in molteplici omicidi legati a squadroni della morte a São Paulo, la maggioranza dei quali nella zona settentrionale della città. Erano in corso indagini nei confronti di agenti di polizia per la morte di oltre 30 persone nelle città di Ribeirão Pires e Osasco. Si sono avute informazioni di squadroni della morte anche in altre città, in particolare a Rio de Janeiro (specialmente nella Baixada Fluminense), Espírito Santo, Bahia, Pernambuco, Rio Grande do Norte e Ceará. Carceri, tortura e altri maltrattamentiIl grave sovraffollamento, le precarie condizioni sanitarie, la violenza delle bande e le rivolte hanno continuato a minare il sistema penitenziario. Maltrattamenti e tortura erano prassi abituale.
Rapporto Annuale Americhe "Brasile" Amnesty International
Honduras: dopo il secondo golpe di Micheletti la Resistenza rinuncia alle elezioni![]() Nel silenzio dei media internazionali si aggrava ora per ora la situazione in Honduras. Dopo che la dittatura civico-militare ha truffato,
con l’aiuto degli Stati Uniti, il governo legittimo di Mel Zelaya e la comunità internazionale venendo meno ai patti appena firmati, la Resistenza ritira il proprio candidato dalle elezioni e annuncia che in nessun caso riconoscerà il risultato delle elezioni del prossimo 29 novembre.Il fine settimana in Honduras è stato concitato e tragico nonostante i media internazionali abbiano di nuovo optato per una congiura del silenzio complice con i golpisti. Inizialmente il dittatore di Bergamo Alta, Roberto Micheletti aveva rinnegato gli accordi appena firmati, che prevedevano un effimero ritorno al governo di Mel Zelaya, il presidente rovesciato lo scorso 28 giugno e tuttora rifugiato nell’Ambasciata brasiliana. Quindi il governo degli Stati Uniti aveva benedetto quello che è stato definito come “il secondo golpe” di Micheletti affermando che quel paese riconoscerà in ogni caso il risultato delle elezioni gestite senza controlli dalla giunta golpista. Trionfano così mesi di lobbysmo pro golpista rappresentati innanzitutto dal senatore Jim DeMint del partito repubblicano statunitense. Questo aveva trovato sponda nel segretario di Stato Hillary Clinton e quindi sconfitto la linea più titubante (o dignitosa) del presidente Barack Obama. Infine il “Fronte Nazionale di Resistenza contro il Colpo di Stato”, che da quattro mesi e mezzo sfida a testa alta la dittatura, ha deciso pressoché all’unanimità di boicottare le fraudolente elezioni che si terranno nel paese tra 19 giorni e che vedranno al via solo candidati pro-golpisti. Infatti, con una consultazione fatta in tutto il paese, almeno 11.000 persone si sono pronunciate (al 95% secondo fonti della Resistenza) a favore del boicottaggio delle elezioni dalle quali si è di conseguenza ufficialmente ritirato il candidato espressione del Frente e delle sinistre Carlos H. Reyes. Se dal punto di vista civico-militare si mette male per la democrazia in Honduras, e gli Stati Uniti si apprestano a riconoscere solitari o quasi il tipico governo fantoccio espressione dei propri interessi e di quelli dell’oligarchia, come fossimo negli anni ’20 o ’70 del XX secolo, la costante di questi mesi è la presenza indefettibile del popolo honduregno che si fa protagonista della propria storia. È lo stesso popolo che avrebbe appoggiato la candidatura democratica di Carlos H. Reyes, e che da quattro mesi (che valgono come 40 anni di lotta e di presa di coscienza), scende costantemente in piazza in difesa del barlume di democrazia apertosi con il referendum che doveva portare ad un’Assemblea costituente e brutalizzato dal golpe del 28 giugno. Tra tre settimane in Honduras si voterà comunque e Micheletti passerà la mano ad un altro golpista. Saranno elezioni farsa dove l’opposizione si esprimerà nelle piazze e non nei seggi perché non vi è alcuna garanzia per un voto regolare. Al popolo honduregno aspettano settimane di passione e di pericolo in un clima di violenza crescente con gli squadroni della morte in azione. Quei media, quei giornalisti, che terranno spente le luci su Tegucigalpa sono fin d’ora complici del sangue che sarà versato. di Gennaro Carotenuto
![]() Barack Obama nell'America desolata
C’è allarme, da qualche tempo, su Obama e il suo cambiamento. Aumentano gli scontenti, specie nella sua base. Crescono campagne d’odio, in un partito repubblicano divenuto semi-fascista. Si moltiplicano le accuse di scarsa fermezza, sveltezza. Il cambiamento promesso il giorno dell’elezione, il 4 novembre 2008, ancora non si vede del tutto. Spesso pare smentito: su sicurezza e libertà, il Presidente è sospettato di proseguire, intimidito, alcuni costumi di Bush. Ciascuna di queste accuse ha una sua ragion d’essere. Ma tutte sembrano come cieche, incapaci di vedere la profondità della crisi americana e la tenace volontà con cui il Presidente l’affronta, non schivando pericoli e ostacoli ma andando ogni volta lì dove le loro radici sono più potenti, per studiarle e smontarle. Quel che i critici non vedono è al tempo stesso la forza delle resistenze al cambiamento, i mali troppo antichi per esser sveltamente sanati, e il mutamento già avvenuto del clima mondiale. È come fossero impermeabili alla pedagogia della verità inaugurata da Obama sin dal primo giorno: «La strada è lunga e ripida, disseminata di sconfitte e inciampi. Non arriveremo alla meta in un anno, e forse neppure in quattro». Obama si trova a guidare un paese che è, da molti punti di vista, la terra desolata di T.S. Eliot: un cumulo di immagini infrante. È sempre ancora il paese più inventivo, e «la sua influenza resterà molto grande rispetto alla modestia della sua condotta», dice Kissinger. Ma la caduta, non solo economica, è tangibile. La Cina che diventa il primo creditore degli Stati Uniti, il dollaro che diffonde instabilità perché riflette la crisi di una sola nazione pur restando moneta mondiale, son segni di un equilibrio internazionale che si ricostruisce su basi diverse – un po’ come in Europa prima del ’14 – con l’America che non è più l’unica, la più sana, la più esemplare delle potenze. Le guerre di Bush contro il terrore volgono al fallimento, non solo in Iraq da cui Obama s’è ritirato. L’esitazione del Presidente sull’aumento di truppe in Afghanistan è segno di serietà: l’appoggio al regime corrotto di Karzai ha avuto come risultato la conquista talebana di oltre metà Afghanistan, e un’insurrezione antiamericana ormai disgiunta da taleban e Al Qaeda. Senza Obama, Karzai non sarebbe stato costretto a rifare le elezioni che aveva truccato. Viene poi il disastro mentale, culturale: il disastro di un nazionalismo che ha radici secolari, e più volte è divenuto malattia acuta, apocalittica convinzione d’esser sempre nel bene trionfante. L’ideologia messianico-affaristica di Bush non è che l’apice di un’onda lunga, che risale alla seconda metà dell’800, e che vede nell’America una nazione eletta a guidare il mondo, la lucente città sulla collina che redime e rieduca la terra peccaminosa perché tale è il suo destino manifesto. Obama fa i conti anche con questa tradizione, che ha avuto come epigono farsesco Bush jr. e s’è impersonata in Wilson nel ’14-18, in Reagan negli Anni 80. Anche qui non siamo che agli inizi, e Obama ha cominciato l’opera con un’ambizione più grande ancora di quella di Roosevelt, prima del ’39. Allora Washington rispose al collasso economico con il protezionismo, l’isolazionismo. Obama affronta ambedue i collassi, e proprio nel momento in cui cura il paese apre al mondo. Stabilisce un nesso fra le due crisi – sul piano interno una democrazia parlamentare corrosa dalle lobby e un potere esecutivo screditato da continue trasgressioni della legge e della costituzione; sul piano esterno il tracollo del prestigio Usa – e con atti e parole mostra di volerle combattere confutando certezze fin qui incrollabili. Prima certezza messa in questione: quella di esser nel giusto, sempre. Una certezza smisuratamente dilatata dopo la guerra fredda. Sicure d’aver vinto grazie alla loro egemonia culturale, economica, politica, tre amministrazioni hanno dimenticato una verità elementare: è molto più facile per il vinto imparare dalle sconfitte, che per il vincitore apprendere dalla vittoria. Vincitrice, l’America ha smesso nell’89 di pensare, senza costruire il dopo. Negli anni dello scontro con l’Urss era stata la guida del mondo libero. Caduta l’Urss ha voluto divenire guida del mondo, quello libero e quello da liberare: potenza che non tollera rivali, persuasa d’esser sempre, sola, nel giusto. I neo-conservatori hanno perfino vagheggiato la replica dell’impero romano. Le abitudini della guerra fredda, che avevano favorito la sconfitta dell’avversario, son divenute vizi che frenano ogni capacità di capire il mondo e ridisegnarlo. Anche qui, il clima è mutato e risultati si vedono: in Iran, Iraq, nei discorsi sull’Islam, negli impegni su disarmo nucleare e clima, nel taglio ad alcune spese militari.
Obama è figlio dei movimenti civili che infransero il mito nazionalista del faro di libertà. È l’erede di chi lottò contro la guerra in Vietnam e l’odio razziale. Anche per questo suscita repulsioni così violente, non per quello che fa ma per quello che è e dice: sul rispetto dell’altro, del diverso. Per come ha commentato, mercoledì, la legge contro i crimini fondati sull’orientamento sessuale. Il tempo della delusione forse verrà, se deve. Ma in una battaglia appena iniziata è insensato dar per scontata la disfatta, trasformare la speranza in vizio, e decretare già ora che il Presidente non si libererà da quella che lo storico Anders Stephanson chiama la «sovranità globale», la chimerica predestinazione americana al bene (Destino manifesto, Feltrinelli 2004). Sino a oggi, in fondo, l’America non aveva vissuto quel che l’Europa ha sperimentato nel ’45: la scoperta inorridita di sé, della propria insolenza nazionalista, e la svolta che rappresentò l’abbandono – tramite l’Europa unita – della sovranità assoluta degli Stati. Anche se non ha davanti a sé città annientate, l’America conosce un tracollo mentale non diverso. Ma è un bivio difficile, perché antichi sono i mali, e lenta la cura. La coalizione di interessi che blocca il cambiamento è portentosa. Perché non continuare a spendere e arricchirsi come in passato, lasciando i deboli a terra, visto che comunque resteremo i primi nel mondo e che non si vedono in giro città rase al suolo? Questa la doppia presunzione, interna e mondiale, che ha visto nascere una superpotenza solitaria con i piedi d’argilla, perché dotata di un modello sociale che lascia più di 30 milioni di americani senza protezione sanitaria. Resistono le lobby, le assicurazioni private, e quello che Eisenhower chiamava il complesso militare-industriale. Per questo è già un progresso grande: la riforma sanitaria è difficile, per quarant’anni è stata impossibile, e tuttavia Obama la farà. Smettere le guerre e tornare al multilateralismo è lento, eppure qualcosa già si muove. Molto dipende da come son vissute in casa le mutazioni, e questo non vale solo per l’America. Lo vediamo anche in Italia: i cambiamenti sono visti come qualcosa che spetta ai governi, non al cittadino che dopo il voto si scopre responsabile. Le società non sono traversate da grandi movimenti civili. L’America di Johnson abolì la segregazione razziale perché spinto da una corrente vasta che mai si scoraggiò. Obama non ha alle spalle simili movimenti ma una società più inerte, atomizzata, capricciosa. Anche l’Europa può molto. Può mostrare che il suo modello di sovranità condivisa è la via. Anche per questo è un bene che la candidatura di Blair alla presidenza stia tramontando. Non tanto perché ha partecipato alla guerra in Iraq, ma perché l’Inghilterra è l’unica nazione importante, in Europa, che non ha rinunciato al mito, menzognero ormai anche per gli Stati Uniti, della sovranità assoluta. È un bene che Helmut Schmidt, il grande vecchio, abbia detto il vero: sarebbe pericoloso se un antieuropeo, per di più carismatico, diventasse il nostro portavoce in un’America che sta cambiando. di Barbara Spinelli La Stampa
![]() Le Repubbliche dinastiche nel mondo arabo
Quando si scrive un articolo sulle elezioni presidenziali nel mondo arabo si ha il lusso di poterlo scrivere con lauto anticipo poiché l’esito di queste non è mai in dubbio. Il 25 ottobre il presidente tunisino Zine el Abidin Bel Ali (foto sopra) viene eletto – virtualmente senza oppositori – per il quinto mandato consecutivo. Poco importa se nel 1987 era salito al potere con la promessa di seppellire il concetto di “presidenza a vita” accordato al leader della liberazione tunisina Habib Bonurguiba e che però è poi di fatto diventato il nuovo presidente a vita della Tunisia; o che guida il Paese senza un’opposizione, con i leader dell’opposizione o in prigione o emarginati; o che la maggioranza della popolazione consapevole della finzione in atto resterà a casa il giorno delle elezioni. In Tunisia, come in altre “Repubbliche” arabe, la presidenza è diventata quasi una sorta di monarchia, con il meccanismo della gestione delle elezioni utilizzato esclusivamente come forma di acclamazione pubblica piuttosto che come strumento democratico per scegliere o sostituire un leader. Tutto ciò è indicativo della stagnazione in cui si trovano questi sistemi politici che contribuiscono alla radicalizzazione crescente e alla frustrazione dei gruppi dell’opposizione e dei giovani e che, se lasciati senza riforme, potrebbero eventualmente portare a rotture e disfunzioni serie. In altre Repubbliche arabe questa dinastia è andata ben oltre l’assicurarsi la presidenza a vita, alcune di queste hanno addirittura ingegnato la successione dinastica. In Egitto, proprio questo mese sono esplose alcune proteste contro il piano – a lungo termine – secondo il quale il regime starebbe preparando Gamal Mubarak alla successione del padre il presidente Husni Mubarak. In Siria questo è già avvenuto nel 2000, quando al presidente Hafez al –Assad è seguito il figlio Bashar. In Iraq, se il regime di Saddam Gussein fosse sopravvissuto, nel piano di successione c’era già uno dei suoi figli Uday o Qusay. Nello Yemen il presidente Ali Adballah Salih ha già messo suo figlio nella posizione di sostituirlo. In Libia il potere è ben usurpato dalla famiglia Gheddafi e il presidente Muammar Gheddafi può scegliere quale consacrare tra i suoi due influenti figli, Saif al-Islam (foto sotto) o Mu’tasim. Queste pratiche di successione non sono ancora così ovvie in Tunisia. Nelle monarchie arabe, come in Marocco, Giordania, Arabia Saudita e negli Emirati del Golfo, il potere definitivo non è messo in discussione e le elezioni si applicano solo a parlamentari deboli o a consigli consultivi. Le Repubbliche arabe che un tempo avevano appoggiato le aspirazioni dei riformisti nazionalisti e dei democratici sono oggi l’incarnazione dell’autoritarismo e della stagnazione. Questo è in parte il risultato dei partiti al potere o delle cricche che monopolizzano il potere politico, quello economico e la sicurezza, e in parte quello di una battaglia polarizzata contro i partiti islamismi. Le élite al potere nelle Repubbliche arabe hanno convinto l’Occidente, ma anche larga parte della loro popolazione, che la scelta è assoluta: o continuano a governare loro, oppure il potere cadrà nelle mani degli islamismi radicali. Non vedono l’ora di poter citare esempi di gruppi islamismi radicali come Al Qaeda o i talebani, ma evitano di menzionare l’integrazione dei gruppi islamismi moderati nella politica, come è avvenuto per esempio con successo in Turchia, ma anche in alcune monarchie arabe quale il Marocco e il Kuwait. La violenza genera violenza e l’esclusione genera esclusione. Le politiche repressive ed escludenti di queste Repubbliche arabe dinastiche stanno prevenendo lo sviluppo graduale di politiche pluralistiche moderate e inclusive. Nel breve termine questo atteggiamento può funzionare sulla stabilità e sulla sicurezza, ma nel lungo periodo mostra invece i semi di un’esplosione pericolosa. La comunità internazionale, nella sua partnership con i riformisti arabi e con la società civile, dovrebbe raddoppiare gli sforzi e insistere per una graduale ma reale riforma politica negli Stati arabi, oggi cementificati in maniera pericolosa. di Paul Salem
![]() Neocolonialismo all'africana
Il Sudafrica stipula un contratto trentennale per affittare 200 mila ettari di terreno coltivabile nel Congo Brazzaville. L'aumento dei prezzi dei generi alimentari e i rischi connessi ai cambiamenti climatici hanno portato negli ultimi anni alcuni Paesi economicamente avanzati come la Cina, la Corea del Sud, l'Europa o i Paesi del Golfo a stipulare contratti d'affitto pluriennali per ingenti estensioni di terra coltivabile in Africa, in modo da garantirsi la sicurezza alimentare. Contratti che di fatto concedono la proprietà della terra a Paesi stranieri e che hanno fatto parlare di una nuova forma di colonialismo. In questo trend si è inserito ora anche il Sudafrica che ha stipulato con il Congo Brazaville un accordo trentennale per 200 mila ettari, ma che potrebbero presto diventare 10 milioni, che permetteranno agli agricoltori sudafricani di coltivare soia e mais e di allevare polli e vitelli.
A Pretoria, l'accordo viene visto come l'occasione per alleggerire la tensione sulle terre sudafricane che, ad oggi, il governo non è ancora riuscito ridistribuire fra bianchi e neri. Quando, nel 1994 è caduto il regime dell'apartheid, l'87 percento dei terreni coltivabili era nelle mani dei possidenti bianchi. Il programma dell'African National Congress era quello di ridistribuire il 30 percento delle terre entro il 2015 attraverso il sistema della restituzione a quanti erano stati espropriati dal regime dell'apartheid; della compensazione economica quando non era possibile la restituzione; e della ri-assegnazione delle terre che erano state riscattate dal governo. La riforma agraria, che in Sudafrica, a differenza di quanto è avvenuto nel vicino Zimbabwe, doveva basarsi sul riscatto e sulla libera volontà dei proprietari a vendere, è fallita per vari motivi e si è calcolato che ad oggi solo il 5 percento dei possedimenti ha cambiato proprietario. di Chiara Pracchi Peacereporter
Honduras: Las tres peleas simultáneasLa instalación del presidente Manuel Zelaya en la embajada de Brasil en Tegucigalpa agudizó de un solo golpe la lucha entre los usurpadores del poder en Honduras y la gran mayoría del pueblo hondureño y, al mismo tiempo, el conflicto entre la mayoría de los gobiernos latinoamericanos, encabezados por Brasil, y Estados Unidos, así como la disputa entre el presidente Barack Obama y el gobierno paralelo de la derecha unida (demócrata y republicana) que utiliza por su cuenta el Departamento de Estado y el Pentágono para forzarle la mano al ocupante de la Casa Blanca.
En lo que respecta a la situación interna en Honduras, la bestial represión que ejercen los golpistas tiene varios fines. En primer lugar, busca paralizar el movimiento masivo de la resistencia popular, que se ha galvanizado con la presencia de Zelaya en la capital hondureña y, además, crear las condiciones para la invasión de la embajada de Brasil y el asesinato de Zelaya, hechos que serían presentados como excesos de un grupo exasperado. Por último, esa represión busca también unir las filas de las clases dominantes. Porque entre los paros, huelgas y manifestaciones, la caída de las exportaciones y de las remesas y los continuos toques de queda que paralizan la producción, hay sectores de la burguesía industrial, comercial y hasta de los terratenientes de las zonas más pobres, así como de las fuerzas armadas, que esperan una solución política a la crisis y están dispuestos a aceptar un gobierno presidido por Zelaya, en el que éste en realidad esté maniatado.
La represión no aplastará a los sectores populares en su lucha antioligárquica y democrática. Por el contrario, radicalizará sectores que van mucho más allá del objetivo de Zelaya de volver al gobierno como vencedor, incluso si lo hace en el contexto de los acuerdos de San José, es decir, integrando un gobierno con sus adversarios y sin poderes reales, porque el presidente sabe que, de todos modos, influenciaría desde ese puesto en la elección de su sucesor constitucional y prepararía incluso el camino para su eventual relección posterior. Zelaya, en efecto, se presenta como pacificador ante sus pares en las clases dominantes y en las fuerzas armadas y sin duda tiene peso en ellas. Pero en los sectores populares que dirigen la resistencia están también quienes quieren resolver el problema de la tierra, expropiar a la oligarquía, conseguir derechos sociales y no están exponiendo su libertad y su vida simplemente para reponer a Zelaya en la presidencia y, menos aún, para que sea presidente junto con representantes de segundo rango de los golpistas, que son también sus explotadores. La represión, además, no puede durar mucho tiempo porque el aislamiento internacional de los golpistas se une a la parálisis económica del país y a la creación de condiciones seminsurreccionales y no todos los sectores reaccionarios están de acuerdo con enfrentar en esas condiciones una guerra civil. Por eso las cosas se resolverán sobre todo por la resistencia popular pero también en el seno de las fuerzas armadas, y Zelaya cuenta con la existencia de un sector conciliador que desplace al alto mando gorila, lo exilie o lo encarcele. Y se resolverán también si la política de Obama se impone sobre la del sector ultraconservador demócrata-republicano que apoya a los golpistas, como lo hacen varios senadores, The Wall Street Journal y The Washington Post.
Brasil consintió que Zelaya se hospedase en su embajada pese al riesgo de que ésta fuese invadida para superar con esa jugada la impotencia de la OEA y darle un golpe al Departamento de Estado. La advertencia brasileña de que si en su embajada no hubiese agua ni alimentos llevaría a sus 300 ocupantes, incluido Zelaya, a la embajada de Estados Unidos, así como el planteo brasileño de que el Consejo de Seguridad de la ONU tome posición sobre el caso hondureño, buscan obligar a Obama a superar las reticencias de los militares y de la derecha clintoniana. El presidente estadounidense se pronunció en la asamblea de Naciones Unidas, el miércoles, en favor de Zelaya, pero sin proponer nada concreto al respecto, y el Departamento de Estado se mantuvo mudo desde que el presidente hondureño entró en Tegucigalpa. Este conflicto del establishment estadounidense, por tanto, aún no ha sido resuelto ni es fácil de resolver, porque Obama es el primer mandatario de una potencia imperialista que tiene políticas muy claras para América Latina y porque la ultraderecha en Estados Unidos está atacando a la Casa Blanca en el campo de la sanidad, en el de la omnipotencia de la CIA y en el internacional, y Obama tiende a privilegiar su plan de salud y a dejar en segundo plano a Honduras y sus relaciones con América Latina. Pero el apoyo de Brasil a Zelaya es una respuesta al despliegue de la Cuarta Flota estadounidense, que amenaza también las reservas marinas brasileñas de petróleo y la Amazonia, y es una respuesta a la instalación de siete bases estadunidenses en Colombia para controlar todo el norte de América del Sur y en particular a Venezuela, Ecuador, Cuba y Brasil. Por tanto, la política brasileña en Honduras debe ser vista, por su simultaneidad, junto con el rearme de Brasil en Francia y con su posición como país emergente, contraria a la del Grupo de los Ocho. Estamos, por consiguiente, ante una lucha local en uno de los países menores y más pobres de nuestro continente que, sin embargo, forma parte de un juego en todo el tablero mundial en el que Brasil desea jueguen también Rusia, China, Francia (en el Consejo de Seguridad) y todos los países dependientes.
di Gillermo Almerya
Keith Harring Il libro di Philip Shenon sugli Omissis della 9/11 Commission (Commissione 11 settembre).
The 9/11 Warren Commission
Nella disastrosa eredità consegnata all’America e al mondo intero da due mandati presidenziali repubblicani, c’è una ferita più profonda di altre che ha a che fare con la Verità e la Menzogna. Con le premesse dell’11 settembre e le sue conseguenze. E come sempre accade nelle grandi democrazie, il tempo, da solo, non è mai una buona medicina. Perché l’oblio non è una risposta. Per questo, a otto anni di distanza da quel giorno che ha cambiato per sempre il corso della Storia, la domanda su quella mattina di orrore e di sangue non è più “come è potuto accadere!, ma un’altra. A ben vedere cruciale. Chi è il padre della verità sull’11 settembre? Chi, dunque, davvero ne ha indirizzato il percorso e gli approdi? Come è noto, la verità ufficiale sull’11 settembre ha la firma di una Commissione di inchiesta (9/11 Commision) bipartisan del Parlamento americano (cinque repubblicani e altrettanti democratici), che, nell’estate del 2004, rassegnò le proprie conclusioni e raccomandazioni al termine di un lavoro i cui atti, disponibili in rete e raccolti per altro in un volume, sono diventati nel tempo un testo di diffusione mondiale. A quelle conclusioni - che di fatto non riuscirono a individuare responsabilità politiche cruciali né nell’amministrazione repubblicana di allora né in quella democratica che l’aveva preceduta ma, al contrario, illuminarono solo una lunga catena di falle nel sofisticato, ma burocratico, apparato della sicurezza e dell’intelligence – a tutt’oggi non crede un 53 per cento degli americani, convinto come è che “il governo abbia nascosto tutto o in parte la verità”. Nelle ragioni di questa sfiducia si ripropone evidentemente l’attualità della domanda - chi è il padre della verità sull’11 settembre? - e il presupposto di un eccellente lavoro di inchiesta giornalistica che porta la firma di un autorevole cronista del New York Times, Philip Shenon (foto sotto). Una storia di 583 pagine magnificamente documentata, trasparente quanto ricca nelle fonti, che a quella domanda offre delle prime risposte e che ora, a un anno dalla pubblicazione negli Stati Uniti, arriva nella sua traduzione e titolo italiani: Omissis, tutto quello che non hanno voluto farci sapere sull’11 settembre. Scrive Shenon: “Ho cominciato a lavorare al libro nel gennaio del 2003, quando il New Yotk Times mi affidò l’incarico di occuparmi della Commissione sull’11 settembre. Non ero sicuro di volere quel lavoro. È strano ripensarci adesso, ma all’epoca non era chiaro se la Commissione avrebbe suscitato l’interesse dell’opinione pubblica. (…) Oggi sono grato a chi mi fede cambiare idea e mi convinse ad accettare”. Nello stupore “postumo” di Shenon non c’è soltanto onesta ammissione di quel clima di anestesia e manipolazione collettiva che, per anni, ha imprigionato opinione pubblica e media americani, convinti delle “verità” dell’11 settembre prima ancora che fossero indagate, come delle “ragioni” truccate della guerra in Iraq. C’è la stessa sorpresa che percorre e annoda tutti i passaggi di questa controinchiesta sul lavoro della Commissione 11 settembre e che, a dispetto della sua intricata e affollata trama, dei suoi protagonisti, dei suoi luoghi claustrofobici ( la scena si svolge per intero nella Washington dei palazzi del potere, chiusa tra Pennsylvania Avenue e K Street, tra la Casa Bianca, Capitol Hill e gli uffici che la Commissione aveva individuato come suo quartier generale), si lascia leggere anche da chi non ha alcuna famigliarità con i corridoi e il retrobottega della politica americana. Nello scomporre e passare al microscopio i passaggi cruciali del lavoro della Commissione 11 settembre, l’inchiesta di Shenon, in un plot rigidamente cronologico (maggio 2002-luglio 2004), si svela infatti per quello che è: una cronaca del potere. Innanzitutto vera e non avventurosa, perché documentata. Ma anche simbolica. Per la sua capacità di raccontare come, all’indomani dell’11 settembre, il problema (per altro non solo americano, per chi ha voglia di ricordare quale sia stato il cover-up del governo italiano sul coinvolgimento dell’intelligence del nostro Paese nella vicenda dell’uranio nigeriano: il cosiddetto affare Niger-gate) non fu la ricerca della verità. Ma la ricerca di una verità “compatibile”. Che, al contrario di qualunque verità, non facesse male a nessuno. Che collimasse con l’interesse domestico di un’amministrazioe che si preparava a chieder un secondo mandato agli elettori. Che non superasse la soglia di tolleranza al dolore delle burocrazie della sicurezza interna (Fbi) ed esterna (Cia) e degli uomini che in quel momento le dirigevano (Robert Mueller e Gorge Tenet). Che mantenesse intatto il segreto inconfessabile del regime saudita e dunque i suoi legami con i dirottatori dell’11 settembre. Che insomma accompagnasse, senza farle deragliare, le politiche, le strategie, le priorità di intervento contro la violenza del radicalismo islamico battezzate dalla Casa Bianca di George Bush e Dick Cheney. Messe in fila, le “rivelazioni” del lavoro di Shenon acquistano così un senso corale e intelligibile. Per citarne solo alcune, si comprende per quale motivo, all’indomani della sua nomina a presidente della Commissione 11 settembre, l’ex segretario di Stato Henry Kissinger preferì dimettersi, piuttosto che svelare all’America, e prima ancora alle aggressive Jersey girls (il gruppo delle vedove dell’attacco alle Torri Gemelle), quali clienti sauditi (“I Bin Laden?”, gli fu chiesto) avesse nel proprio portafoglio la sua Kissinger Associates e dunque quale potenziale conflitto di interessi lo assediasse. E per quale motivo finirono sepolti negli atti della Commissione dettagli capaci di raccontare qualcosa di più e di molto diverso sui dirottatori dell’11 settembre, di smontare la loro rappresentazione di martiri ammaestrati con la lettera del Corano in qualche sperduta caverna afgana ( non solo il sostegno che ricevettero da sauditi residenti in California durante il periodo del loro addestramento, ma, ad esempio, anche le loro visite nei sexy-shop e la loro frequentazione di escort). Di più: si intuiscono le ragione del terrore che aggredì Sandy Berger, ex consigliere per la sicurezza nazionale di Bill Clinto, all’indomani dell’attacco alle Torri e al Pentagono, convincendolo a trafugare dagli Archivi nazionali di Washington documenti coperti da segreto di Stato che gli avrebbero consentito di preparare una difesa politica credibile dell’amministrazione democratica di cui aveva fatto parte e del suo impegno nella lotta ad Osama Bin Laden e alla sua Al Qaeda. Naturalmente, Shenon dà un nome a chi fece in modo che l’indagine della Commissione, a dispetto dei suoi poteri di inchiesta, della straordinaria qualità dei suoi investigatori e del suo ufficio di presidenza bipartisan (il repubblicano Tom Kean e il democratico Lee Hamilton) finisse con il cercare soltanto una “verità compatibile”. Ed è un nome, Philip Zelikow, che nel nostro Paese non dice nulla a nessuno. Professore dell’università della Virginia, Zelikow, da direttore esecutivo della Commissione, sarà cruciale nella scelta dei testimoni da cercare e interrogare. Negli atti da acquisire o da cestinare. Fino a diventare il vero padrone della Commissione, capace di governarne di fatto ogni mossa di indagine. I suoi rapporti con Karl Rove (l’uomo che inventò Bush) e con Condoleezza Rice, le sue costanti telefonate alla Casa Bianca, saranno a lungo il suo “segreto”. Con il suo Omissis, Shenon lo fa cadere. di Carlo Bonini
![]() ![]() Natal’ja Estemirova impegnata in una inchiesta parallela sull’ uccisione di Anna Politkovskaja.
La collaboratrice del centro Memorial uccisa nel Caucaso il 15 luglio era arrivata a formulare teorie sull’ omicidio alternative a quelle ufficiali – Ma nel corso del processo in tribunale per la morte della Politkovskaja non è mai stata chiamata a deporre come teste e la sua voce era e rimarrà inascoltata – Il groviglio del Caucaso dietro l’ assassinio - Con la morte della Estemirova e della Politkovskaja, per Memorial “è finita l’ epoca del forte giornalismo civile e della difesa dei diritti umani in Cecenia” – Drammatiche pressioni sui militanti dei diritti umani costretti a un temporaneo ripiegamento dalla regione. La morte dell’ attivista Natal’ja Estemirova, uccisa nel Caucaso il 15 luglio, ha attraversato i cieli dei media come una stella cadente. Il tempo di dire “un’ altra”… e poi si è passati oltre, senza cercare davvero di approfondire che cosa sta accadendo nel Caucaso, perché per le organizzazioni non governative non è più sicuro avere dei referenti in Cecenia, perché un giornale come la Novaja Gazeta ha ritirato gli inviati dalla zona.
Natal’ja Estemirova collaborava con il Centro per i diritti umani Memorial e con l’incaricato per i diritti umani nella Repubblica Cecena, era la referente della commissione per i diritti umani e l’assistenza nei luoghi di reclusione. Una vita in cui i diritti umani erano prassi quotidiana, testimoniata da riconoscimenti come la Medaglia Robert Schuman, il premio annuale a nome Anna Politkovskaja e il premio dal beffardo nome “Diritto alla vita” conferitole dal parlamento svedese. Chi l’aveva conosciuta, come il giornalista Galim Bucharbaev, la descriveva come “una presenza instancabile e solida negli orrori della guerra cecena”, una persona che aveva fatto propria la tragedia della Repubblica Cecena, sempre pronta a lanciarsi in difesa di ogni singolo. Proprio per questo, secondo l’agenzia cecena Checheninfo, “Nataša era amata dai civili ma non dai militari. Non perdonava loro nessun misfatto”. Le inchieste e le indagini di Natal’ja Estemirova parlano infatti di rapimenti e di esecuzioni extragiudiziali avvenute in Cecenia sia ad opera delle autorità federali che locali, dati a cui si rifacevano tra gli altri anche l’associazione Human Rights Watch e la stessa Anna Politkovskaja. Politkovskaja ed Estemirova si conoscevano dal 2001 e stando a Life.rula Estemirova sarebbe stata una delle prime testimoni interrogate dagli inquirenti dopo l’omicidio della giornalista nel 2006. Negli ultimi anni la collaboratrice del centro Memorial si sarebbe dedicata ad un’indagine parallela a quella ufficiale, arrivando a formulare diverse teorie sull’omicidio. Ma nel corso del processo in tribunale Natal’ja Estemirova non è mai stata chiamata a deporre come teste e la sua voce era e rimarrà inascoltata. Ad accomunare le vite delle due donne ora c’è anche una morte prematura e un processo che si profila come lungo e lacunoso. Con la morte di Estemirova e Politkovskaja, per Memorial “è finita l’epoca del forte giornalismo civile e della difesa dei diritti umani in Cecenia”. Ed è proprio la sua attività professionale secondo gli inquirenti ad esserle costata la vita. Tesi che pare confermata dal fatto che proprio il 15 luglio la donna avrebbe dovuto incontrare il direttore della sezione cecena del comitato d’indagine della procura. L’11 settembre 2009, inoltre, l’attivista dei diritti umani era inoltre stata convocata dalla Commissione del Consiglio d’Europa per le questioni giuridiche e per i diritti umani all’interno di una serie di riunioni dedicate alla situazione dell’area e sul problema dell’impunità. “Nelle ultime settimane”, riporta il sito del Consiglio d’Europa, “Estemirova aveva raccolto informazioni sulle gravi violazioni dei diritti umani nella regione. Ha pagato con la vita per il suo coraggioso lavoro”. Anche per le organizzazioni sociali e per i diritti umani di S.Pietroburgo l’omicidio è direttamente legato alla sua attività sociale, perché “rendeva noti i crimini militari in Cecenia come gli assassinii della popolazione civile (tra cui donne e bambini), aveva condotto numerose indagini e dava visibilità a rapimenti ed esecuzioni extragiudiziali” Nurdi Nuchažiev, delegato per i diritti umani in Cecenia, ha paragonato l’omicidio della Estemirova a quello dell’avvocato Stanislav Markelov e della giornalista Anna Politkovskaja. Secondo Nuchažiev, dietro tutti questi omicidi ci potrebbero essere persone che hanno compiuto crimini militari in Cecenia, che avrebbero colpito gli attivisti perché tentavano di smascherarli. Molti nelle fila delle ong additano direttamente il presidente ceceno Kadyrov, che si sarebbe risentito per alcune inchieste della Estemirova. Per aver sostenuto pubblicamente questa tesi davanti alla stampa, il direttore di Memorial Oleg Orlov si è visto citare in giudizio dallo stesso Kadyrov, che a inizio agosto aveva dichiarato a Radio Svoboda che la Estemirova “non aveva mai avuto onore, valore e coscienza” e “non serviva a nessuno”. Il presidente si è però sempre difeso dall’accusa di omicidio (spalleggiato da Medvedev) e ha promesso di trovare e punire severamente l’assassino, non solo secondo le leggi del paese ma anche secondo le usanze e i costumi ceceni. Quanto potrà garantire la sua parola? Del resto, sono molti a dichiararsi disillusi rispetto agli sviluppi della vicenda. Secondo alcuni attivisti locali dei diritti umani, si troveranno gli assassini della Estemirova, così come quelli della Politkovskaja, solo se in questo non sono implicate le autorità. Per il partito russo democratico Jabloko "Le forze dell’ordine dimostrano l’incapacità o la riluttanza a condurre indagini efficaci anche per quanto riguarda i casi più scottanti, i mandanti e gli organizzatori dei delitti restano impuniti, situazione che mette in un pericolo di vita ancora maggiore le persone che continuano ad occuparsi di difesa dei diritti. È una situazione che caratterizza non solo la Cecenia e non solo il Caucaso settentrionale.” La Federazione internazionale per i diritti dell’uomo ha chiesto un’indagine “trasparente, imparziale e efficace per scoprire gli assassini e i mandanti dell’omicidio”, ma nel frattempo nel Caucaso la situazione delle ong rimane precaria. Il 6 agosto, a tre settimane dall’assassinio, le autorità inguscete hanno impedito ai rappresentanti di varie ong di tenere una manifestazione in memoria della Estemitova, motivando la scelta con il fatto che nel luogo designato poteva passare un gasdotto. Taisa Isaeva, direttrice dell’Unione delle ong e Chena Saratova (giornalista e direttrice di un ufficio stampa indipendente) sono state inoltre convocate in procura per fornire spiegazioni sulla manifestazione. Qualche giorno più tardi, l’11 agosto, sono stati rapiti a Groznyj due collaboratori dell’organizzazione non governativa “Salviamo la generazione”, la 32enne Sarema Sadulaeva e il marito 33enne Alik Džabrailov, trovati poi morti nel bagagliaio della loro auto. I due si occupavano della riabilitazione fisica e psicologica di bambini e adolescenti colpiti da mine. La stessa sorte è toccata in Daghestan a Malik Akhmedilov, corrispondente del giornale «Khakikat» (La verità), trovato morto l’11 agosto con i segni di una vera e propria esecuzione. E anche chi resta in vita non è destinato ad essere lasciato in pace. Vari attivisti hanno segnalato di essere regolarmente pedinati. Tra questi, anche Achmed Gisaev, con il quale Natalja Estemirova aveva condotto delle indagini sul rapimento di due abitanti di Groznyj proprio nei suoi ultimi giorni di vita. Per varie associazioni cecene, il pedinamento dei collaboratori è una forma di pressione psicologica finalizzata ad impedire il lavoro di Memorial e altre ong del territorio. Il 14 agosto "Memorial" si è rivolta a Vladimir Lukin, plenipotenziario per i diritti umani, perché fosse avviata un’inchiesta sui casi di pedinamento e fosse garantita la sicurezza ai collaboratori del centro. Ricordiamo che ad oggi Memorial conta in Cecenia 4 uffici e 27 rappresentanti, a cui deve garantire il diritto alla vita e alla sicurezza. “E’ evidente che qualsiasi organizzazione che lavora in Cecenia o altrove è obbligata a pensare ai propri collaboratori, alla loro sicurezza e alle condizioni di lavoro” dichiarano dall’associazione. In seguito agli ultimi eventi, Memorial ha deciso di prendersi un time out dalla Cecenia e di rimandare ad inizio settembre la decisione sul da farsi. Come questa, anche altre associazioni si trovano a dover scegliere tra la sicurezza dei propri collaboratori e l’attività sociale svolta. Del resto, la pressione nel Caucaso sugli attivisti per alcuni esperti non è destinata a calare. La dissidente Valerija Novodvorskaja, intervistata all’interno della trasmissione «Opinione particolare» di Echo Moskvy ha dichiarato che «il prossimo stadio sarà colpire tutti gli attivisti indipendenti della società civile… Ecco quello che oggi succede ad Aleksej Sokolovyj (direttore dell’organizzazione Pravovaja Osnova, base legale): dopo una falsa accusa ne presentano un’altra, non meno falsa… » di Valentina Barbieri www.lsdi.it
(Per approfondimenti, http://www.amnesty.org/en/library/info/EUR46/011/2009/en) Anche per quanto riguarda i giornalisti i numeri parlano da soli: lo scorso anno in Daghestan sono stati uccisi tre giornalisti: Маgomedgadži Abašilov, Il’jas Šurpaev (ucciso a Mosca) e Tel’man (Аbdulla) Аlišaev. Tra gli altri giornalisti vittime in Caucaso: Dmitrij Krikorjanc, Nina Efimova, Nadežda Čajkova, Šamchan Kagirov, Sup’jan Epindiev, Ramzan Chadžiev, Ramyan Mežidov, Šamil’ Gigaev. “In questi sanguinosi anni di agitazione, i giornalisti ceceni hanno perso oltre 20 persone tra i propri colleghi e compagni” spiega Checheninfo. Il fine di chi sta dietro a questi delitti, evidentemente, è quello di zittire le voci di denuncia e di spingere la comunità nazionale ed internazionale a disinteressarsi della già martoriata Cecenia, lasciandola al suo destino.
Giornalisti uccisi dal 1992 a luglio 2009 ————– Fonti - Chi è il prossimo?, Checheninfo, 26.07.09 - Uccidono e uccideranno?, Den’, Juryj Raichel, 18.08.09 - “Memorial” prosegue il suo time out dal lavoro in Cecenia, Interfax, 3.08.09 - La decisione sulla ripresa dell’attività di Memorial in Cecenia verrà presa a settembre - Natal’ja Estemirova era l’ultima speranza di difesa dalla prepotenza, Izvestija, 16.07.09 - Estemirova ha condotto un’inchiesta indipendente sull’omicidio di Anna Politkovskaja, Lente, 11.08.09 - I media: l’attività dei diritti umani Estemirova è stata testimone sul caso Politkovskaja, news.ru, 11.08.09 - Le autorità dell’Inguscezia hanno vietato la manifestazione in memoria di Estemirova, l’attivista uccisa, per una motivazione strana: vicino c’è un gasdotto, news.ru, 3.08.09 - I colleghi dell’attivista dei diritti umani in Cecenia, Estemitova, accusano di essere pedinati - Natal’ja Estemirova ha dato la vita per i diritti umani, Komsomol’skaja Pravda, 16.07.09 Esiste in Russia un’indagine normale e una normale giustizia?, Radio France Internationale, Jaroslav Gorbanevskij, 22.07.09 - Questa donna, Natal’ja Estemirova, uznews, Galim Bucharbaev, 25.07.09 Le donne salveranno il mondo.![]() Minute e anziane, e preparate. Giovani e indomite, e determinate. Per loro la vita è lotta. Contro governi che brandiscono la religione come arma di guerra per azzittirle e farne docili serve, e contro quelle società - dal Messico al Congo - che semplicemente ne umiliano il corpo e l'anima. Contro l'inetta giunta militare birmana (è il caso famoso di Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, appena condannata ad altri 18 mesi di arresti domiciliari) e contro la più potente dittatura del mondo, la Cina. Non hanno paura. Combattono contro una diga in India perché "i dollari non sono commestibili" (l'attivista Medha Patkar, nella foto sotto), e in nome degli alberi portatori di pace in Kenya (il premio Nobel Wangaari Mathai).
![]() Osano indossare i pantaloni in Sudan. Rivendicare a costo della vita il diritto alla maternità in Zambia e in Cina. Cercano di guidare l'automobile o varcare il confine dell'Arabia Saudita non accompagnate da un uomo. I nemici sono sempre l'ingiustizia e la sopraffazione. Ma le forme di lotta sono infinite. Con ognuna mettono in gioco la vita perché un giorno altre donne possano averla, una vita. Sono le eroine del nuovo millennio: le donne che non si arrendono a società fatte contro di loro. A differenza degli eroi uomini, quando combattono nel nome dei diritti umani, della democrazia, della libertà, lottano prima di tutto per la sopravvivenza loro e dei loro figli.
Secondo Amnesty International, una donna su tre subisce una qualche forma di violenza e, in determinati Paesi, due su tre. "Eccezione fatta per i paesi Scandinavi, nel resto del mondo le donne sono vittime di una qualche forma di discriminazione", spiega Mary Hawkesworth, direttore di 'Signs: Journal of Women in Culture and Society', la rivista guru del femminismo mondiale. Ciò che è peggio è che queste donne coraggio sono spesso, troppo spesso, lasciate a combattere da sole. "Ci sono 12 agenzie dell'Onu e 17 mila peacekeeper in Congo, ma il responsabile umanitario dell'Onu è andato a visitare il Paese soltanto quando Eve Ensler, autrice dei 'Monologhi della Vagina', ha raccontato ai giornalisti americani di essere 'ritornata dall'inferno'" (un luogo in cui ribelli rwandesi e soldati congolesi con uguale violenza da 15 anni considerano gli uteri delle donne personale terreno di gioco, e vi trascinando bastoni, sedie e machete), racconta Stephen Lewis, co-direttore di Aids-Free World. Ma da quest'autunno qualcosa potrebbe cambiare. L'assemblea generale delle Nazioni Unite, un'organizzazione ancora figlia degli anni 50, patriarcale e gerarchica, dovrebbe finalmente dare il via libera a una superagenzia dedicata ai diritti delle donne. Quelle che esistono oggi - Unifem, Daw, Osagi e Instraw - hanno budget ridicoli, nessun coordinamento e sono completamente escluse dal processo decisionale dei vertici. Non potrebbe esserci momento migliore per cambiare rotta. Perché questa non è stata un'estate facile per le donne-eroine. Il 15 luglio è stata uccisa a Grozny, in Cecenia, Natalia Estemirova, una giornalista impegnata a rivendicare i soprusi commessi con il sigillo del Cremlino dal brutale regime di Ramzan Kadirov. Era amica ed erede della russa Anna Politkovskaja, l'attivista per i diritti umani, acerrima nemica del premier Vladimir Putin, silenziata dal regime nel 2006. Faceva parte di Memorial, una ong che si batte per il rispetto dei diritti civili in molti stati dell'ex Unione Sovietica, fondata da un'altra donna, l'avvocatessa Lidia Yusupova, oggi sotto minaccia di morte. "Durante gli anni del conflitto, quando gli uomini sparivano a migliaia, le donne hanno iniziato ad avere un ruolo sempre più importante nella società cecena, per questo adesso ci sono tante attiviste donne, e per questo Kadirov vuole rimetterle 'al loro posto' appoggiando, ad esempio, la poligamia e vietando i vestiti scollati all'europea", spiega Tanya Lokshina, vide direttore di Human Rights Watch in Russia. Il 4 agosto Rabiya Kadeer, 62 anni, la 'Dalai Lama degli uiguri' (i cinesi di etnia turcomanna perseguitati dalla dittatura cinese), in esilio dal 2005 dopo anni di prigionia, ha visto i suoi figli apparire sulle televisioni di Stato per condannarla come malefica regista occulta delle sanguinose rivolte di luglio. Negli stessi giorni i registi cinesi boicottavano il Film Festival di Melbourne e gli hacker con gli occhi a mandorla ne bloccavano il sito: era la vendetta di Pechino dopo che l'organizzazione aveva rifiutato la sua richiesta di non proiettare il film sulla Kadeer, 'Le 10 condizione dell'amore', diretto da Jeff Daniels. L'11 agosto la 63enne leader democraticamente eletta della Birmania, Aung San Suu Kyi, agli arresti domiciliari dal 1988, è stata condannata pretestuosamente dalla giunta militare a un altro anno e mezzo di detenzione per evitare che si presenti alle elezioni del prossimo dicembre, che, fossero libere, vincerebbe senza un giorno di campagna elettorale. Lei, donna coraggio in un Paese in cui le donne sono sistematicamente soggette a violenza da parte delle uniformi militari, è diventata non solo il simbolo della Birmania oppressa ma di quell'intera parte di mondo. I blogger asiatici non hanno perso tempo a tracciare paragoni tra Aung San Suu Kyi e Mu Sochua (foto sotto), una parlamentare dell'opposizione in Cambogia, candidata al premio Nobel per la pace, in lotta aperta con il primo ministro Hun Sen dal 2004. ![]() "Hun Sen sa bene che quest'anno ha rubato le elezioni e che il suo partito non avrebbe mai vinto se le elezioni si fossero svolte liberamente", ripete Sochua, che accusa: "La Cambogia ormai è una democrazia soltanto sulla carta". Nata in una ricca famiglia di Phnom Penh che l'ha spedita a Parigi quando la Cambogia è diventata terreno di guerra, Sochua ha vissuto in esilio per 18 anni e non ha mai piu rivisto i suoi genitori, spariti nell'abisso creato dai Khmer Rouge. Al rientro in patria nel 1989, ha fondato Khemara, la prima ong al femminile del Paese, e ha iniziato a battersi per i diritti delle donne. Ottenuto un seggio in parlamento nel 1998, è stata nominata ministro delle Donne in un paese con un livello di alfabetizzazione drammaticamente inferiore a quello maschile. Si è dimessa da ministro nel 2004, accusando il governo di corruzione, e si è unita al partito d'opposizione. "Credo che la Birmania e la Cambogia abbiano problemi simili anche se differiscono in intensità", spiega Sam Rainsy, il leader del partito di opposizione: "In ogni dittatura i diritti delle minoranze e quelli delle donne sono oppressi. Così le donne diventano la testa d'ariete di qualsiasi lotta in nome della democrazia e della dignità umana". Ed è esattamente in nome di una discriminazione feroce da parte di una dittatura religiosa bugiarda che centinaia di migliaia di donne, decorate di verde, si sono riversate nelle strade iraniane lo scorso luglio, quando Mahmoud Ahmadinejad ha vinto coi brogli le elezioni presidenziali. "Nei paesi islamici - e sono oltre 60 - le attiviste si dedicano soprattutto alla difesa dei diritti delle donne", spiega Hawkesworth: "Nel farlo è inevitabile che finiscano in diretto contrasto con la leadership del Paese". Tra loro c'era Neda, la giovane colpita a morte dai basij e santificata da una comunità on line che ne ha diffuso il messaggio ben oltre i confini nazionali. E poi Shadi Sadr, un'avvocatessa dei diritti umani, arrestata, picchiata, minacciata e più tardi rilasciata. E ancora la giornalista Narges Mohammadi, portavoce del 'Centro in difesa dei diritti umani,' fondato dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi e chiuso quest'inverno dal regime. Avrebbe dovuto venire in Italia a luglio a ritirare il premio Alexander Langer, ma le è stato confiscato il passaporto. Al suo posto è venuta Ebadi, che se oggi è il più celebre avvocato iraniano per i diritti umani, nel 1969 - dieci anni prima della rivoluzione islamica - era il primo giudice donna nella storia dell'Iran. Già perché oltre al coraggio queste donne hanno in comune una preparazione culturale al di sopra della media del loro Paese, di cui, nella veste di avvocatesse, dottoresse o giornaliste, ne finiscono per diventare potente coscienza civile. La Ebadi del Pakistan è Hina Jilani, l'avvocato che ha creato nel 1980, con la sorella Asma, il Women's Action Forum per aiutare le donne ad ottenere il divorzio da mariti violenti. Nel 1981 ha fondato il primo studio legale femminile del Pakistan, diventando più volte obiettivo di attacchi violenti e minacce all'interno e all'esterno del suo ufficio. Cinque anni dopo ha dato vita alla Commissione pachistana per i diritti umani ed è diventata primo rappresentante speciale del segretario generale dell'Onu per la difesa dei diritti umani.
In Afghanistan, il regno degli uomini misogini per ideologia - i talebani - ha scelto di intraprendere la via del governo, e quindi diventare un facile bersaglio degli studenti coranici, la dottoressa ematologa Habiba Sarabi: è il primo governatore donna del Paese, nella provincia di Bamyan. Era stata ministro degli Affari delle donne e, prima, ministro della Cultura e dell'educazione. I galloni li aveva guadagnati sul campo: fuggita in Pakistan con l'arrivo al potere dei talebani, aveva lavorato come insegnante per ragazze nei campi per rifugiati. Al rientro in Afghanistan, dove oltre l'80 per cento delle donne è analfabeta e ha un'aspettativa di vita di 45 anni a causa delle morti per parto, aveva fondato l'Associazione per l'assistenza umanitaria alle donne e ai bambini. Non avrebbe invece mai immaginato di diventare una leader dell'opposizione Ding Dizilin (foto sotto), un'ex professoressa di filosofia all'Università del Popolo di Pechino, oggi settantenne. ![]() Fino a quando in quel lontano 4 giugno del 1989 le uccisero il figlio 17enne in piazza Tian An Men. Prima tentò la via del suicidio, poi quella dell'impegno civile, e fondò 'Le madri di Tian An Men'. Nata per portare conforto alle centinaia, forse migliaia, di madri che Deng Xiaoping aveva privato dei figli pur di non mettere a rischio la sopravvivenza del regime comunista, l'organizzazione è diventata, vent'anni dopo, un potente simbolo politico: in una società priva di valori etici ed affettivi non sopravvive la verità; senza verità, non può esistere giustizia; e senza giustizia donne - e uomini - non potranno mai essere liberi.
di Federica Bianchi espresso.repubblica.it (titolo orginale: "Donne Coraggio").
![]() Un successo personale del primo ministro italiano? I turchi e i russi se la ridono.![]() Quando il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi ha definito come "un grande successo della diplomazia italiana" l'accordo siglato ieri tra Turchia e Russia sul gasdotto South Stream, il governo di Ankara si è stupito non poco. Lo rivela una fonte del governo Erdogan alla Reuters, che oggi riporta la ricostruzione della bizzarra "intrusione" di Berlusconi nella cerimonia della firma.
Gli accordi tra Mosca e Ankara per far passare il gas russo attraverso le acque turche del Mar Nero fino all'Europa erano "già stati conclusi - racconta la fonte alla Reuters - quando il governo turco ha ricevuto un'inaspettata richiesta dell'ultimo minuto da parte di Berlusconi che voleva partecipare alla cerimonia della firma" del premier russo Vladimir Putin e di quello turco Tayyip Erdogan, ad Ankara. La fonte aggiunge che si è creata una "certa sorpresa" quando ci si è resi conto che Berlusconi voleva rivendicare l'accordo come un suo successo personale. "E' il tipo di cosa che può causare un problema diplomatico - dice ancora la fonte turca - Ma siccome si trattava di Berlusconi, ha solo fatto sorridere i due leader". La Reuters cita anche il sito del governo italiano che riporta la dichiarazione secondo cui il progetto South Stream è "un successo personale del primo ministro italiano". Per i turchi, una vera "esagerazione". repubblica.it
Evo Morales denuncia “la guerra sporca dell’impero contro l’America latina”![]() Il presidente boliviano Evo Morales (foto sopra), presentando la fondamentale legge sull’autonomia indigena, che mette il paese andino all’avanguardia nel mondo per la difesa dei diritti delle comunità native, ha denunciato “la guerra sporca che viene dall’impero statunitense” contro i governi integrazionisti latinoamericani e in particolare “contro quello venezuelano ed ecuadoriano con l’obbiettivo di delegittimare i presidenti legittimi, in particolare con campagne diffamatorie che tentano di legarli alle FARC colombiane” ed ha attaccato il probabile successore di Álvaro Uribe in Colombia, Juan Manuel Santos (foto sotto: il primo da sinistra con l'attuale presidente), “una minaccia per tutto il continente”.
Per il presidente boliviano, contro il quale fin dalle origini della carriera politica sono state montate campagne diffamatorie per l’essere stato sindacalista dei contadini della coltivazione tradizionale della pianta di coca e che ha visto nel corso del suo mandato finanziare dagli Stati Uniti movimenti eversivi e secessionisti di estrema destra, fin troppi sono gli elementi dell’incrudelirsi di una nuova guerra sporca. Ha ricordato, tra gli altri esempi, il colpo di stato in Honduras contro il governo di Mel Zelaya e la campagna di accuse contro il presidente guatemalteco Álvaro Colom per la morte di un avvocato. Secondo Morales il motivo di questi attacchi è proprio l’avanzamento dei processi democratici nei paesi integrazionisti: “tanto più avanzeremo nel restituire al popolo il controllo dell’economia tanto più dovremo subire questi attacchi”. Le parole più dure però Evo Morales le ha riservate al precandidato delle destre colombiane ed ex-ministro della difesa di Álvaro Uribe, Juan Manuel Santos: “se dovesse vincere le elezioni presidenziali sarebbe un vero pericolo per la pace nella regione già che questo signore [nella logica più ortodossa della guerra al terrorismo di bushiana memoria] ripete di avere diritto di attaccare militarmente i paesi vicini come già fece quando nel marzo 2008 attaccò il territorio ecuadoriano”. La Colombia, con Uribe o con Santos, dimostra di poter sempre più essere una enorme Guantanamo (la base militare illegale statunitense in pieno territorio cubano) puntata contro l’America latina. Questo fine settimana, mentre Evo Morales denunciava le sue preoccupazioni, è giunto con tutti gli onori a Cartagena il capo del Comando Sud statunitense Douglas Fraser. Il generale nordamericano dovrà gestire il passaggio delle tre enormi basi concesse dalla Colombia agli Stati Uniti come rappresaglia politico-militare alla decisione ecuadoriana di chiudere l’enorme base di Manta in osservanza alla nuova Costituzione del paese andino. Oltre a quello boliviano i governi del Brasile, Venezuela, Ecuador, Cile e Nicaragua, e lo stesso Consiglio di Stato colombiano, hanno finora espresso la loro preoccupazione e il loro dissenso per la scelta di Bogotà. In particolare il Ministro degli Esteri brasiliano, Celso Amorim ha messo in chiaro che “le basi non rispondono a una logica bilaterale colombiano-statunitense ma nella loro sproporzione rappresentano una preoccupazione per tutto il continente” e che “la Colombia non è stata finora né chiara né trasparente sui motivi di una così importante presenza militare straniera”. Di questo si parlerà il 10 agosto a Quito nel Consiglio di Difesa Sudamericano. Ma Álvaro Uribe ha già fatto sapere che non ci sarà. di Gennaro Carotenuto
La nuova strategia USA in Afghanistan.![]() Quanti progressi ha fatto la nuova strategia per l’Afghanistan lanciata da Obama in marzo? Molti, soprattutto sul terreno e dal punto di vista militare. Meno chiaro il quadro politico diplomatico, che è complicato dalle vicende pachistane e iraniane; su questo piano un’ ulteriore svolta si potrà avere dopo le presidenziali afgane del 20 agosto. Per capire meglio quanto sta accadendo, ripercorriamo gli sviluppi degli ultimi mesi, guardando sia all’approccio politico che all’azione sul terreno.
La nuova linea, a Washington e sul terreno A marzo Obama aveva annunciato un ripensamento strategico sia sull'Afghanistan che sul Pakistan, facendo largo uso dell'acronimo AfPak – che, curiosamente, oggi sembra già caduto in disgrazia. Soprattutto, il Presidente aveva ribadito che la vittoria non sarebbe mai stata la sommatoria “di bombe e bossoli”. La promessa era dunque di investire nella cooperazione civile e nell'esercito nazionale afgano (Ana), dando fiato a un “processo di riconciliazione” che cooptasse elementi moderati e non ideologizzati della guerriglia. Parallelamente, si sarebbe iniettato il nuovo ingrediente militare: 17.000 marines, ma anche 4.000 istruttori per la formazione di poliziotti e soldati afgani. Per il Pakistan Obama prefigurava 1,5 miliardi di dollari all’anno per i prossimi cinque, con l’obiettivo di rimettere in piedi soprattutto i servizi sociali: scuole, strade, ospedali. Non c’è dubbio che la dimensione militare – un “surge” di irachena memoria – era l’aspetto più controverso. Stanley McChrystal è il generale americano che l'Amministrazione Obama ha scelto per comandare le forze statunitensi in Afghanistan (Usfor-A). E' anche a capo di ISAF (61.130 soldati da 42 nazioni) e dunque si può ben dire che è attualmente il più potente comandante militare nel paese: a lui infatti fa capo sia la missione Nato sia Enduring Freedom (OEF, attualmente con 17.100 soldati). E’ stato scelto per l'esperienza accumulata nei teatri operativi (a lui si dovrebbe in Iraq la morte di al-Zarqawi) e allo stato maggiore. Ha qualche macchia sul CV, per essere stato protagonista di alcuni episodi controversi durante la permanenza irachena, e ciò aveva lasciato perplessi proprio per la simbologia della scelta: pugno di ferro più che guanto di velluto. Al contrario, l'arrivo di Mc Christal, che ha preso il comando poco dopo il più grave episodio imputabile a raid aerei (l'incidente di Bala Bolok in maggio), ha segnalato un’inversione di tendenza proprio attraverso la riduzione dei raid aerei. Il generale ha ribadito più volte che il problema della sicurezza in Afghanistan deve riguardare soprattutto la protezione dei civili. A fine luglio si è spinto più in là: è necessario proteggere i civili anche se ciò dovesse costare la tranquillità dei talebani nelle aree più remote del paese. In un certo senso, queste dichiarazioni sono la cartina la tornasole di come, sul terreno, sta cambiando la strategia degli Stati Uniti. Anche se un vero bilancio arriverà soltanto con il rapporto che lo stesso McChristal sta completando per metà agosto (come “60-day assessment of the war”). Certamente, la gestione diplomatica rimane molto difficile, soprattutto perché il fronte pachistano è contrassegnato dall'avanzata talebana nella valle di Swat, e dalle polemiche sui bombardamenti dei “droni” in Waziristan. Più ampiamente, l'esercito e il governo di Islamabd hanno espresso subito malumore per l’ingerenza di Richard Holbrooke, l'inviato speciale di Obama nella regione, sebbene per la verità Holbrooke si sia mosso finora con una certa cautela. Inoltre, il nuovo corso di Obama è stato decisamente complicato dagli avvenimenti iraniani, che hanno quantomeno dilazionato ogni effetto concreto delle aperture americane sul quadro regionale. Dal surge alla protezione dei civili Intanto i contorni della nuova strategia stanno emergendo, anche al di là della componente militare o genericamente diplomatica. La netta impressione è che Obama avesse in mente, fin dall’inizio, una sorta di “civilian surge”: un esercito di ingegneri, agronomi, e specialisti in vari altri settori civili. A prescindere dal termine, che potrebbe anche finire per essere abbandonato, il governo afgano ha preparato un “Civilian surge plan” che prevede 700 nuovi consulenti stranieri per 22 ministeri. E’ una politica che non ha ancora preso del tutto corpo, ma di cui si registra almeno un segnale importante, con l’accantonamento del “surge” all'irachena previsto inizialmente dal generale David Petraeus: questo era stato preannunciato per mesi come un imminente piano di riconquista territoriale attraverso milizie locali, ma non sembra essere in corso di attuazione. Le priorità sono diverse. Del resto, anche le parole hanno una loro forza: “surge” evoca guerra, e AfPak irrita i pachistani (timorosi dell'approccio regionale e soprattutto di un termine che sembra unificare i due paesi). Meglio passare ad altre locuzioni, ad altre parole: come “protezione dei civili”, un fattore sensibilissimo su cui si comincia a registrare il primo giro di boa. Gli americani e gli altri Anche se il comando delle due missioni militari (ISAF/Nato e OEF, da sempre una delle maggiori contraddizioni della guerra) è adesso in un certo senso unificato dalla presenza di McChristal, la sensazione generale è che gli americani procedano da soli. Non è certo una novità, ma è cosa degna di nota. Ciò non si deve solo alla superiorità numerica (28.850 uomini in ISAF, 17.100 di OEF) o di armamento, ma a una sorta di apparente deferenza, e mancanza di iniziativa politica, da parte degli europei – sia i singoli paesi che la UE in quanto tale. C’è l’eccezione dei britannici (con 8.300 uomini), e tra i paesi extraeuropei dei canadesi (con forze di prima linea ma un delicato dibattito interno sul futuro della missione). Ma nel complesso, è innegabile che tutti gli altri partecipanti ad ISAF non sembrano aver dato sino ad ora un contributo sostanziale, lasciando agli Stati Uniti l'iniziativa politica e militare, limitandosi semmai a seguirla a breve distanza. Washington si delinea così come l'unico vero protagonista, ma dall’arrivo di Obama anche l’unico attore ad aver tentato realmente di cambiare strategia – e questo è davvero paradossale, viste le posizioni a dir poco preoccupate di molti europei. Non a caso, Washington ha rinunciato a insistere seriamente nella richiesta agli alleati di fornire qualche soldato in più. Questa situazione è stata evidente sia alla conferenza di Trieste di fine giugno su AfPak, sia allo stesso G8 dell’Aquila, dove l'Afghanistan non è certo stato prioritario sull'agenda. Rimane il piano militare in corso, ovviamente a guida americana: rafforzamento a tempo record dell'esercito afgano (dagli attuali 89.500 uomini a 135.000 entro il 2011, sostenuti da 80.000 poliziotti), e operazioni militari allo scopo di “prendere e tenere” i teatri sottraendoli definitivamente ai talebani laddove è possibile. Il che significa lasciare sguarnite le località più remote senza disperdere gli uomini, puntando invece a mantenere il controllo dove maggiore è la densità abitativa ed è quindi più importante lavorare sul consenso. Infine, prestare maggior attenzione sia al problema delle vittime civili imputabili ai bombardamenti (degli oltre 2.000 civili uccisi nel 2008, il 39% era dovuto alle forze afgane o occidentali, e 552 erano i caduti sotto i bombardamenti) sia a un miglior utilizzo dell'intelligence e degli aerei da ricognizione per individuare il nemico. Dopo il via libera a 21 mila soldati (di cui 4.000 non combattenti), Obama non ha preso ulteriori impegni. Una novità riguarda la questione dell’oppio: non più fumigazioni ed eradicazioni forzate, ma controllo del territorio (come con l'operazione Khanjar nell'Helmand) e sovvenzioni ai contadini per cambiare colture. I segnali di reale cambiamento insomma ci sono, e sono stati resi più visibili a ridosso delle elezioni presidenziali del 20 agosto. Dopo quell’appuntamento si potrà fare il punto e stabilire che corso seguire. di Emanuele Giordana
![]() Sud Ossezia: torna a salire la tensione tra Mosca e Tiblisi.![]() A quasi un anno dalla “guerra dei cinque giorni” in Ossezia del sud tra Mosca e Tiblisi – la notte tra il 7 e l’8 agosto - torna la tensione intorno alla piccola regione secessionista del Caucaso. Stavolta però non è Mosca, ma la “capitale separatista” Tskhinvali, che si prepara a commemorare la ricorrenza con una veglia e un museo del Genocidio, ad accendere la miccia. Per il presidente Eduard Kokoity, notoriamente in calo di popolarità tra i suoi, la Russia avrebbe annunciato ieri l'inizio di esercitazioni militari «preventive» nella repubblica, autoproclamatasi indipendente col benestare russo: «Tutto sarà fatto per garantire la sicurezza e tenere la situazione sotto controllo». Mosca non conferma. Ma l'annuncio pare fare il paio delle dichiarazioni del ministero della Difesa russo che sabato ha messo in guardia la Georgia dal continuare azioni provocatorie contro il territorio sudosseto, minacciando di rispondere con la forza. Mosca avrebbe registrato colpi di mortaio e granate contro Tskhinvali, uno «scenario analogo» a quello che portò al conflitto armato dell'agosto 2008: «Tali provocazioni suscitano grandi preoccupazioni», commentano i militari russi. Secca la smentita di Tiblisi: «Non vi è stata nessuna sparatoria”, col presidente Saakashvili che rinvia al mittente denunciando invece “sconfinamenti” militari russi oltre la linea di frontiera dell’Ossezia del Sud. Questi avrebbero spostato una base delle guardie di frontiera in territorio georgiano: tutto si gioca insomma in quella no man’s land che resta la “buffer zone”, su un “confine” che Tiblisi non riconosce. Il leader georgiano ha escluso però il ricorso alla guerra per riconquistare le due regioni indipendentiste.
Un quadro che a sua volta ricalcare il copione di un anno fa, alla vigilia del conflitto che portò alla sconfitta Georgiana, quando Mosca e Tiblisi si scambiavano scaramucce e accuse reciproche di aggressioni verso la “parte avversa”. Se non altro per la confusione e il mix di versioni contraddittorie. Lo sottolineano i media russi che da mesi si chiedono: ci sarà una nuova guerra in Georgia? Senza darsi una risposta chiara. Il viceministro degli Esteri russo Karasin ieri ne ha parlato anche al telefono col vicesegretario di Stato Usa Burns: “Mosca e Washington esortano la Georgia e l’Ossezia del sud a evitare provocazioni alla frontiera, che possono esacerbare la situazione nellla regione”, recita il commento finale, ponendo formalmente il Cremlino fuori dalla contesa. Difficile del resto verificare la situazione sul campo. Poiché da giugno dalla zona sono assenti gli osservatori Onu ed Osce, dopo che la Russia ha posto il veto sul rinnovo della missione. Restano in campo invece i 250 monitor della Ue, dai quali si attende un rapporto investigativo sul conflitto dell’agosto 2008: annunciato per questi giorni, la scorsa settimana è stato rinviato a settembre. Questi ultimi hanno smentito qualsiasi scambio di fuoco nell'area in questi giorni. E a non credere all’eventualità di un nuovo conflitto, almeno per ora, paiono proprio gli Usa. Di recente, di ritorno dal suo tour tra Georgia Ucraina, Joe Biden ha dichiarato in un’intervista che i russi ora non hanno i mezzi per una nuova guerra: “attanagliati dalla crisi economica, hanno bisogno dei prestiti occidentali e per questo saranno costretti ad ammorbidire alcune posizioni”. Dichiarazioni che suscitarono l’ira di Mosca: che ne è del reset avviato con Obama? Intanto la Nato, altro attore del conflitto un anno fa, ha un nuovo segretario, il danese Rasmussen. Nel discorso inaugurale questi ha scelto la linea morbida: «Insisteremo sulla necessità che la Russia rispetti i suoi obblighi internazionali, con il rispetto dell'integrità territoriale e della sovranità dei suoi vicini»; tuttavia, «non possiamo consentire che avvelenino i rapporti tra Nato e Russia». Ma Mosca resta sospettosa: il rappresentante russo alla Nato Dmitri Rogozin, che incontrerà Rasmussen a Bruxelles l’11, ieri è tornato a criticare l’Alleanza per il suo appoggio dato alla Georgia nella guerra avvertendo: “prima dell’incontro la Nato farebbe bene a rivedere alcune posizioni”. di Lucia Sgueglia
![]() Tskhinvali un anno fa (D. Monteleone) Le macerie del G8 dell'Aquila.
No hoops allowed in the chaos of G8 logistics Top secret: a mobile basketball hoop specially installed for Barack Obama to enjoy during next week's Group of Eight summit of world leaders is strictly off-limits to unauthorised personnel, the heavily armed Italian police guards warned. Such is the chaotic state of preparations for the summit in a police barracks on the edge of the quake-torn city of L'Aquila that scores of reporters were kept penned for hours outside in a temporary press centre waiting for Silvio Berlusconi, prime minister and host, to speak. Except, that is, for two frustrated correspondents of the Financial Times and The Guardian, who found an unguarded side entrance into the sprawling complex of the Ministry of Finance Police College and spent an hour mingling with workers before finally being captured at the hoop. "Excuse me. What are you doing?" asked one of two guards, armed with submachineguns and pistols strapped to their thighs. Identities checked and digital photographs of the sensitive hoop deleted, the two reporters were escorted back to the pen. With an attention to detail that Italy's billionaire premier also devotes to his lavish private parties, Mr Berlusconi is personally supervising the nearimpossible logistics of hosting 39 heads of government and international organisations at L'Aquila - along with 3,500 journalists, 15,000 guards and thousands of accompanying staff. "It's a bit of an ambitious plan but we can do it," assured Mr Berlusconi, anxious that the Silvio Show will trump the media's attention to judicial investigations into the alleged procuring of prostitutes for his parties by a business acquaintance suspected of corruption in acquiring health sector contracts. Inside, the complex scaffolding and lighting were being erected, miles of cables laid, pot plants and trees shuttled about and stands erected for the media. Workers asked each other (and the two reporters) for directions, as officials whizzed around in electric cars. Groundsmen watered newly laid lawns in the middle of a thunderstorm. Monogrammed bathrobes will be ready, and motorway-style food is on the way from Autogrill, the highway caterers. Sidewalks have been carpeted in green. But officials are probably right to hope that everything will be all right on the night, and in keeping with the sober backdrop of a global financial crisis and a ruined medieval city. The summit was to be held on a small island off Sardinia, but Mr Berlusconi switched the venue to bring attention to the city after the April 6 quake killed nearly 300 people and made over 50,000 homeless. In a reminder of the risks, L'Aquila was again rocked by a big tremor yesterday, sending people back into the streets. The tremor, measuring 4.1 on the Richter scale with an epicenter some eight kilometers from the center of L'Aquila, was moderate compared to the quake that devastated the town on April 6, killing 299 people. The summit of the world's leading industrial countries is to take place from July 8-10. By Guy Dinmore in L'Aquila, Italy Copyright Financial Times Limited 2009
Quel falò delle vanità che sarà il G8 dell'Aquila. Non si sentiva proprio il bisogno del G8 all’Aquila. Un’altra passerella di potenti, un altro falò delle vanità, stavolta per giunta in faccia ai terremotati. I grandi vertici di potenti della Terra, in questi ultimi anni, si sono segnalati soltanto per la miseria dei contenuti. A rileggere ora le dichiarazioni degli uomini che avevano in mano i destini del Pianeta, cascano le braccia. Non c’era un singolo tema sul quale loro non avessero torto e invece ragione i ragazzi che fuori manifestavano e venivano massacrati dalla polizia. L’economia verde, l’allarme ambientale, la lotta allo strapotere della finanza, la crescente distanza fra Paesi ricchi e poveri e all’interno delle stesse società ricche, la follia della guerra in Iraq e della dipendenza dal petrolio. Ecco le ragioni per cui a Seattle o a Genova si finiva sotto i manganelli o direttamente in galera. E sono le stesse ragioni che, con incredibile faccia tosta, gli stessi potenti di allora, con qualche nuovo socio del club, sbandierano ora nei discorsi, al posto degli slogan passati di moda con la crisi: il liberalismo, l’”esportazione della democrazia”. Non bastasse, questo G8 si tiene nel luogo e con il padrone di casa sbagliati. È gia penoso assistere a questo inutile spreco di scorte e mezzi, sotto lo sguardo della gente che tira a campare nelle tende. Tutto per onorare una pessima trovata demagogica, escogitata mesi fa da Berlusconi per scippare qualche voto in vista delle elezioni. E, poi, c’è appunto lui, Berlusconi. Il più imbarazzante capo di governo dell’Occidente, col suo codazzo di scandali e scaldaletti, l’unanime deplorazione della stampa internazionale. È probabile che Obama, Merkel, Sarkozy e gli altri studieranno qualche modo per prendere le distanze da un simile personaggio, limiteranno al minimo le manifestazioni pubbliche, le fotografie, i pranzi, le sceneggiate pubbliche insomma. Non fosse altro per non finire in un album accanto a escort, aspiranti veline e relativi protettori, che ormai tutto il mondo sfoglia da mesi con un misto di disgusto e irrisione. Ma allora non conveniva lasciar perdere tutto? Non era meglio, signori presidenti, rimanere nei vostri Paesi, declinare l’invito o magari delegare il solo Topolanek, liberando l’anfitrione per un bel fine settimana di bagordi a Villa Certosa? Non si poteva evitare questa mezza buffonata, al cospetto degli aquilani, che avrebbero anche problemi seri?
di Curzio Maltese Il Venerdì
I destini incrociati di Afghanistan e Pakistan.In Afghanistan il 2008 ha segnato un netto inasprimento del conflitto, confermato nei primi mesi del 2009. Tra i soldati della coalizione internazionale il numero di morti è stato il più elevato dall’inizio della guerra nel 2001: 294 morti, di cui 155 statunitensi e 139 di altre nazionalità. Complessivamente, dall’inizio del conflitto al marzo 2009 i militari della coalizione morti in Afghanistan sono stati 1.119, dei quali 671 statunitensi, 152 britannici e 116 canadesi, secondo l’ICCC. Ma naturalmente sono stati soprattutto gli afghani a pagare il prezzo più elevato in termini di vite umane: almeno 1.500 morti tra soldati e poliziotti afghani nel 2008, un numero imprecisato di guerriglieri afghani stimato in qualche migliaia e un numero di vittime civili aumentato del 40%, passando da 1.523 del 2007 a 2.118; il 55% circa di queste vittime (1.160 civili) è attribuito alla responsabilità dei guerriglieri, mentre il 39% (829 civili) alle forze NATO, USA e afghane, con un incremento del 31% rispetto all’anno precedente dei civili uccisi da eserciti afghano e stranieri, soprattutto a causa dei raid aerei che nel 2008 hanno ucciso 552 civili afghani. Mentre l’Afghanistan continua a essere uno dei Paesi più poveri del mondo, con un tasso di povertà al 42%, un altro 20% di popolazione appena sopra alla soglia di povertà e 1,2 milioni di bambini con meno di cinque anni a rischio di grave malnutrizione, l’offensiva dei taliban nel 2008 ha aumentato del 18% in un anno il loro controllo del territorio, estesosi al 72% del Paese secondo l’ICOS. Gli USA hanno deciso di aumentare di oltre 20.000 unità il loro contingente di 38.000 militari, ma «l’intervento militare e l’intelligence da sole non bastano per vincere», spiega l’ICOS, sottolineando come ci sia stata finora «un’enorme sottovalutazione nel campo umanitario».
Inoltre, va considerata la dimensione sempre più regionale del conflitto, che porta oltre il confine orientale al Pakistan, dove le aree tribali non sono più solo luoghi di raggruppamento e organizzazione per gruppi taliban, qaedisti e membri delle tribù locali alleate, ma anche campo di battaglia per il nuovo movimento taliban pakistano che ha deciso di intervenire direttamente. Il 2008 ha infatti sancito la saldatura tra il teatro afghano e quello indo-pakistano, trasformando la battaglia per l’Afghanistan in un elemento della più ampia lotta in corso per il controllo del Pakistan e il possesso del suo arsenale atomico. La complessità e l’esplosività del Pakistan è però determinata dai legami tra il suo fronte occidentale, che lo lega alla situazione afghana, con l’altro fronte caldo che attraverso la regione del Kashmir conduce ai difficili rapporti con l’India, come dimostrato dall’attacco di Mumbai attribuito a gruppi islamisti pakistani. Come con i taliban sul fronte occidentale, anche in questo caso a giocare un ruolo chiave è l’ISI, quel servizio segreto considerato da molti osservatori il “vero governo” del Paese e che utilizza i gruppi estremisti nelle sue “guerre per procura” in Afghanistan e in India. «Disegnando una mappa aggiornata del terrorismo e delle armi di distruzione di massa, tutte le strade si intersecherebbero in Pakistan», scriveva nel dicembre 2008 una Commissione del Congresso degli USA, individuando così nel Pakistan la principale minaccia per la stabilità internazionale.
![]() Honduras: il golpe, la costituzione e la polpetta avvelenata.![]() Il presidente legittimo deposto dal colpo di stato militare Manuel Zelaya.
La costituzione dell'Honduras, meglio un golpe piuttosto che cambiarla?
E’ straordinario come in questi giorni siano spuntati tanti comparativisti esperti addirittura di costituzioni centroamericane. Soggetti tendenti alla menzogna e ad evocare fantasmi e paure ataviche, spiegano che il solo proporre di riformare o riscrivere la sacra e perfettissima costituzione del 1982 prova che si voglia imporre una dittatura comunista e che pertanto sia sacrosanto o per lo meno inevitabile il golpe in Honduras piuttosto che permettere la deriva antidemocratica di un’Assemblea Costituente.
E’ proprio così? Forse è bene chiarire alcuni aspetti sulla Costituzione e la Costituente che facciano capire quanto viziata è l’informazione che i grandi media stanno dando sui motivi del golpe che a parole condannano ma al quale con i fatti tengono il gioco.
In primo luogo non c’è bisogno di essere esperti di diritto costituzionale, tantomeno comparato, per sobbalzare nel sentir trattare la costituzione (c minuscola) dell’Honduras come se davvero fosse una Costituzione (C maiuscola). Ricordo che l’Honduras è (purtroppo e detto con rispetto per un popolo nobile) una vera “Repubblica delle Banane”. E lo è nel senso politico del termine, oltre che economico, giacché chi ha fatto e disfatto la storia politica dell’Honduras fin dalla fine del XIX secolo, imponendo governi costituzionali o dittature a secondo della convenienza, è stata la United Fruit Company. Si potrebbe scrivere un tomo su come la United Fruit è stata la vera padrona del paese e, senza tornare all’epoca di Tiburcio Carías Andino, basta ricordare che ancora nel 1978 il generale Policarpo Paz, amico intimo del dittatore nicaraguense Anastasio Somoza, fu imposto come dittatore dalla United Brands (il nuovo nome della United Fruits). Erano tempi di guerra sporca, squadroni della morte, sparizione di persone. Lo stesso dittatore Policarpo Paz, d’accordo con la CIA e con l’immancabile compagnia bananiera, scrisse la sacra costituzione dell’82, entrata in vigore giusto prima di consegnare il potere a un presidente costituzionale, Roberto Suazo Córdoba. La costituzione, democratica ma scritta da un dittatore, era una sorta di estensione della “Legge Antiterrorista” per la quale almeno fino al 1993 nel paese continuò impunemente a sparire gente nelle camere di tortura della già felice democrazia costituzionale honduregna. Non sorprende in questo contesto che la meravigliosa costituzione dell’82, quella in difesa dell’inviolabilità della quale decine di commentatori “indipendenti” sembrano disposti in questi giorni ad immolarsi come Ian Palach, non si preoccupasse minimamente di cambiare due problemucci da poco del paese: il fatto che l’80% della popolazione vivesse nell’indigenza e che appena 225 latifondisti fossero proprietari del 75% della terra del paese. In compenso l’articolo 239 puniva con decorrenza immediata a dieci anni di interdizione dai pubblici uffici chiunque “proponesse” la rieleggibilità del presidente. Siamo quindi di fronte ad una Costituzione antidemocratica che, come quella cilena scritta da Augusto Pinochet, è firmata da un solo costituente per durare in eterno, chiusa in cassaforte, buttando via la chiave di qualunque modifica, riforma, o nuova carta potesse venire dal basso. Chiunque propone di convocare un’Assemblea costituente (scriverne una nuova vuol dire necessariamente modificare o abrogare l’articolo 239) infatti può essere accusato di “proporre” di modificare l’articolo 239 e quindi decadere immediatamente, che è l’appiglio legale dei golpisti contro il povero Manuel Zelaya che, nonostante non abbia mai detto di volersi ricandidare, è stato rovesciato con un colpo di stato per aver (forse) fatto un pensiero impuro. Pensi all’idea di Costituzione e ti viene in mente quella degli Stati Uniti, bella perfetta, levigata, che viaggia ben oltre i due secoli di vita praticamente intonsa continuando ad assicurare la felicità dei cittadini di quel fortunato paese. Così ti convinci che anche quella honduregna deve essere stata scritta nel marmo [tombale degli squadroni della morte all’epoca in azione] e pronta a sfidare i secoli. Altrimenti la Corte Suprema (che incute autorità a nominarla ma è formata da un gruppo di oligarchi rappresentanti delle famiglie che si considerano padrone del paese) ha ordinato niente di meno che un colpo di stato per impedire la semplice convocazione di un referendum consultivo non vincolante per valutare se eleggere un’Assemblea costituente che, magari di passaggio, garantisse un po’ più di equità tra cittadini. Marmo un corno. L’inviolabile costituzione dell’Honduras, scritta nel 1982, è stata modificata nello stesso 1982 (si erano scordati qualcosa) quindi nel 1984, 1985, 1986, 1987, 1988, 1989, 1990, 1991, 1993, 1994, 1995, 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004 e 2005. Lo stesso articolo 239, quello che proibisce perfino di “proporre” la rieleggibilità del presidente, è stato modificato nel 1998, quindi nel 2002 e di nuovo nel 2003 senza che ci fosse alcun rumor di sciabole. Evidentemente erano tutte modifiche che rispondevano agli interessi dei poteri forti del paese, piccolezze che al padre della patria Policarpo Paz, nella sua lungimiranza infinita, erano sfuggite. Quindi non siate ridicoli, quando parliamo di Costituzione honduregna stiamo parlando praticamente di un regolamento condominiale che ha come unica funzione quella di far continuare a vivere l’80% dei condomini nel sottoscala. Fuori dall’ironia. Quello che ha mosso le oligarchie honduregne al colpo di stato è il sacro terrore che queste sentono per la sovranità popolare. E’ un rifiuto premoderno e preventivo che scatta automaticamente ogni volta che sentono di lontano l’odore di democrazia. Chi in questi giorni ha difeso anche indirettamente il golpe in Honduras, dando spazio alla menzogna della rielezione e nascondendo il vero oggetto del contendere, una Costituzione che possa essere agente di democrazia e non di conservazione, si è reso complice dei golpisti. In America latina la convocazione di assemblee costituenti che superino costituzioni che, come quella honduregna o quella cilena, sono state scritte da dittatori o sono state scritte in epoche nere della storia è lo strumento reale, legittimo e non violento di trasformare l’esistente in pace e democrazia. Ognuno può decidere da che parte stare. di Gennaro Carotenuto
Il colpo di stato honduregno, un fiammifero acceso per Obama Alla fine il golpe militare in Honduras, il secondo paese più povero dell’America latina dopo Haiti, ha finito per nuocere più di tutti, per ora, alla nuova amministrazione Usa del presidente Barack Obama, che è rimasto praticamente con il fiammifero acceso in mano, specie considerando la sua più volte affermata intenzione di cambiare metodi e politica nel continente che, una volta, era “il cortile di casa” degli Stati Uniti. Perchè è vero che Obama ha condannato il colpo di stato in Honduras, dichiarandosi “seriamente preoccupato per la situazione” e chiedendo “a tutti gli attori politici e sociali di quel povero paese di rispettare lo Stato di diritto”, ed è vero che sulla stessa linea si è espressa anche Hillary Clinton, ministro degli esteri, che ha ribadito “Sono stati violati i principi democratici”.
Ma nessuno può credere che l’ambasciatore Usa in Honduras, Hugo Llorenz, pronto a sua volta ad affermare “L’unico presidente che gli Stati Uniti riconoscono nel paese è Zelaya” (proprio il premier liberale deposto e cacciato in Costa Rica) non sapesse da tempo cosa stesse per succedere. Allora i casi sono due: o l’ambasciatore degli Stati Uniti è un incapace o vogliamo credere che il governo di Washington non ha più la minima influenza sull’apparato militare che, da quasi cinquant’anni, condiziona in modo indiscutibile la vita di un paese di radici maya che, oltretutto, dai tempi in cui il presidente nordamericano Reagan decise di appoggiare la “guerra sporca” alla rivoluzione sandinista in Nicaragua, è la base operativa, logistica delle operazioni militari del Pentagono in quella zona del mondo. Operazioni che, tra l’altro, partono da una base militare, quella di Palmerola, assolutamente illegale perchè mai è stato firmato un accordo ufficiale fra i due paesi perchè questo apparato venisse edificato e fosse attivo sul suolo hondureño. Anzi, le forze armate del piccolo paese sono legate al Comando Sud dell’armata nordamericana, i cui consiglieri militari giocano un ruolo essenziale nelle loro strategie. Fra “gli attori politici” nel piccolo paese centroamericano, di quasi sette milioni e mezzo di abitanti, le forze armate degli Stati Uniti sono ancora preminenti e non a caso gli alti comandi sono stati formati tutti alla famigerata Scuola delle Americhe, prima a Panama e poi a Fort Benning in Georgia, vera fabbrica di dittatori e di assassini. Il generale Romeo Vazquez, leader dei golpisti, ha studiato, per esempio, in quell’inquietante ”ateneo”, e da quell’insegnamento, come ha ricordato l’altro ieri Manlio Dinucci, vengono i dittatori hondureñi degli anni ‘70/’80, Juan Castro, Policarpo Paz Garcia e Humberto Hernandez. Salvo i pochi passati a miglior vita, tutti questi “repressori con stellette” incidono ancora nella vita politica dell’Honduras, anche se nel frattempo si sono sostituiti a loro per via elettorale presidenti presunti liberali o neoliberisti che hanno condotto il paese alla miseria più nera. Manuel Zelaya, rubricato come liberale ed eletto nel 2006 dalla destra moderata in un paese ostaggio della delinquenza e delle gang giovanili, come il Guatemala e il Salvador, ha avuto il torto di rendersi conto che la causa di questa deriva era di origine strutturale, il prodotto dei bassissimi livelli di sviluppo umano e lo stato di estrema generalizzata povertà. Così pensò che aderire all’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per i Popoli d’America, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, e successivamente da Nicaragua, Ecuador e Repubblica Dominicana (in alternativa all’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) voluta dagli Stati Uniti), poteva essere una scelta incorretta ideologicamente, ma economicamente realista, specie considerando il sostegno che avrebbe assicurato ad alcune politiche sociali l’aiuto che sarebbe venuto da PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana. In quell’occasione si dimise il vicepresidente, espressione degli interessi di molte imprese private, sospettose di questi accordi per la linea politica espressa dalle nazioni dell’ALBA. Adesso è lo stesso Zelaya che è stato esiliato a forza, anche se ora annuncia che tornerà in patria. In questo scenario dovrà ora farsi largo politicamente Barack Obama che, dopo quanto ha dichiarato, non potrà riconoscere il nuovo governo imposto dal golpe militare e presieduto da Roberto Micheletti, ex presidente del Parlamento, ma non sarà in grado nemmeno imporre, come chiede l’Organizzazione degli Stati Americani e perfino l’Onu, il reintegro nel suo incarico di Manuel Zelaya, anche se è stato democraticamente eletto. Questo dettaglio non è di poco conto, ma perfino per organi di informazione come El Pais, giornale una volta progressista, vale solo quando a vincere è il partito conveniente in America latina alle politiche neocoloniali di molte multinazionali spagnole e non coalizioni in linea con il nuovo vento di indipendenza, di autonomia e di riscatto che spira in molti paesi del continente a sud del Texas. Così, in questa occasione sparisce, per esempio, nell’informazione del prestigioso giornale iberico che detta la linea in Europa su come si deve interpretare la realtà latinoamericana, la condanna dell’Onu al golpe, ed anche l’oggetto del contendere in Honduras, cioè un referendum che voleva portare alla convocazione di un’assemblea costituente e non, come afferma il giornale dell’Editorial Prisa, l’aspirazione di Zelaya di “modificare la Costituzione per restare al potere”. Quindi i militari in qualche modo avrebbero agito da tutori dello Stato, malgrado la maggioranza dei cittadini non glielo avesse chiesto. Insomma, in una parte di quella che fu una volta l’informazione di sinistra c’è come un vischioso tentativo a preparare i propri lettori a digerire un colpo di Stato, presentandolo come una soluzione legittima. Peccato che proprio l’attuale ministro degli esteri del governo Zapatero, Miguel Angel Moratinos, abbia denunciato poco tempo fa come fu proprio un governo conservatore spagnolo, quello di José Maria Aznar, il primo a leggittimare, insieme a quello di Geroge W. Bush, il colpo di Stato, poi fallito, in Venezuela l’11 aprile 2002 contro il presidente Ugo Chavez, che era stato scelto dai cittadini. A El Pais evidentemente hanno la memoria corta, ma nello stesso errore non si può permettere di cadere il successore di Bush, Barack Obama, dopo le dichiarazioni di principio fatte e ribadite. Sarebbe un errore strategico nell’attuale America latina. Chi ha confezionato questa polpetta avvelenata per il presidente degli Stati Uniti? di Gianni Minà
Immagine dei manifestanti contro il colpo di Stato. Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev ha festeggiato il 22 giugno i 20 anni alla guida nel Paese![]() Giunto al potere come segretario del Partito comunista, stretto collaboratore di Gorbacev, egli è riuscito a mantenersi sempre al potere. Gli oppositori dicono che ha stroncato la nascente democrazia. Ma altri lo lodano per lo sviluppo economico e la stabilità del Paese.
Il presidente kazako Nursultan Nazarbayev (foto) ha festeggiato il 22 giugno i 20 anni alla guida nel Paese, da quando nel 1989 è stato eletto segretario del Partito comunista. Nel più grande e più ricco Stato dell’Asia centrale, qualcuno lo ritiene un autocrata che ha soppresso le nascenti libertà e democrazia, mentre per altri ha assicurato stabilità e prosperità attraverso anni difficili. Nazarbayev, operaio in un’acciaieria nel nord del Paese, si è fatto strada nel Partito comunista, fino ad essere ammesso nel ristretto circolo del leader sovietico Mikhail Gorbacev. Dopo la caduta del regime sovietico, nel 1990 è stato eletto presidente. Nel 1995, con un vero colpo di mano, ha sciolto il parlamento e indetto in fretta un referendum che ha approvato l’estensione del suo mandato per anni. In seguito ha indetto un altro referendum che ha tolto al parlamento vari poteri, a vantaggio del presidente, ed eliminato altri limiti alla sua autorità, come la Corte Costituzionale. Alle elezioni del 1989 il suo principale oppositore, Akezhan Kazhegeldin, è stato squalificato per avere partecipato a una marcia di opposizione. Nazarbayev ha vinto con l’89% dei voti. Il parlamento ha poi esteso il mandato presidenziale da 5 a 7 anni. Nel 2005 ha di nuovo vinto con il 91% dei voti, anche se osservatori internazionali hanno criticato le elezioni come non rispettose degli standard democratici. Ha poi fatto approvare la possibilità di mantenere la carica senza limiti di tempo. Ma per molti tra i milioni di giovani del Paese sotto i 20 anni, Nazarbayev è l’unico leader mai conosciuto, che ha portato il Kazakistan a una stabilità e ricchezza molto maggiore degli altri Stati dell’Asia centrale, pure ricchi di petrolio, gas e altre risorse. In tanti si dicono interessati al proprio futuro e allo sviluppo economico del Paese, piuttosto che alla politica. I ricavi del petrolio sono stati investiti in sanità, pensioni, sicurezza sociale e nell’istruzione. Il Paese è ora meta di migranti degli Stati limitrofi in cerca di lavoro. Qui le comunità religiose godono di una discreta libertà, sebbene lo Stato sia criticato da gruppi evangelici. Ma l’oppositore Pyotr Svoik dice all’agenzia Radio Free Europe che il presidente ha stroncato la nascente democrazia kazaka, favorito i diffusi corruzione e nepotismo, arricchito il suo circolo a danno della Nazione. Egli commenta che “il Kazakistan non ha nessuna istituzione indipendente: parlamento, tribunali, procure e governo servono solo una particolare persona. Il futuro del sistema politico del Paese è davvero fosco e fa paura”. Lo Stato mostra intolleranza verso i media indipendenti e attua un crescente controllo su internet. In questi anni molti oppositori politici e giornalisti sono stati arrestati, malmenati, persino uccisi. E’ anche vero che la sua “dittatura illuminata” rimane la più liberale fra i Paesi ex sovietici dell’Asia centrale. Soprattutto, queste critiche non scalfiscono la reputazione del presidente, nel Paese e all’estero. Anzi, egli è corteggiato dai Paesi esteri affamati del petrolio kazako, che vedono comunque in lui un leader molto più presentabile dei presidenti di Stati vicini come Uzbekistan e Turkmenistan. Ditte di Russia, Cina e Stati Uniti hanno qui investito miliardi di euro. Per il 2010 Astana è in competizione persino per assumere la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), anche se di recente gruppi per i diritti umani hanno denunciato l’insussistenza nel Paese di standard democratici essenziali. AsiaNews/Agenzie
Mappa Kazakhstan Ossezia del sud: dopo le elezioni in cammino verso la pace.Le Elezioni Parlamentari svoltesi in Ossezia del Sud lo scorso 31 Maggio segneranno per sempre il cammino del piccolo Stato caucasico verso la stabilità politica e lo sviluppo delle proprie istituzioni governative. La normalizzazione, dunque, continua senza ostacoli.
Quattro sono i partiti politici che hanno preso parte alla battaglia elettorale per il rinnovo del Parlamento: il Partito Popolare, il partito Unità, il Partito Comunista ed il partito socialista repubblicano – Patria (Fydybæstæ). Il ritiro georgiano dai territori occupati progressivamente prima della guerra dell’Agosto 2008 ha permesso al governo locale di svolgere le attività elettorali su tutte le quattro provincie dell’Ossezia del Sud ed anche all’estero: si è votato infatti anche presso la nuova sede diplomatica osseta a Mosca, gestita da Dmitrij Medoev. I risultati complessivi hanno premiato il partito “Unità” (oltre il 44% dei voti totali), sostenuto anche dal Presidente Eduard Kokojty (nella foto); è significativo ricordare che il simbolo del partito “Unità” (Edinstvo) rappresenta l’immagine dell’Ossezia riunificata, testimonianza degli obiettivi politici a lungo termine e degli stretti legami etnici ed umani che uniscono Vladikavkaz alla piccola Tskhinval. Solo i tre partiti maggiori hanno ottenuto seggi nel nuovo Parlamento (17 Deputati ad “Unità”, 8 al Partito Comunista, 9 al Partito Popolare) mentre Fydybæstæ, a causa della soglia di sbarramento al 7%, è rimasto escluso per pochissimi voti. Da notare anche la partecipazione alle elezioni di alcuni esponenti delle principali minoranze etniche del paese, composte soprattutto da Russi, Armeni ed anche Georgiani. Al di là dei risultati ottenuti dai singoli partiti politici, è senza dubbio degno di nota il significato di “normalizzazione” politica che la stessa competizione elettorale rappresenta: un chiaro segnale alla Georgia, a cui Kokojty manda a dire che gli Osseti non torneranno mai più con Tbilisi. Le elezioni costituiscono anche un segnale rivolto alla Russia, alla quale la dirigenza di Tskhinval vuole dimostrare di essere un partner affidabile e dotato di strutture governative moderne e funzionali, in grado cioè di meritarsi il supporto delle istituzioni di Mosca e Vladikavkaz. Particolarmente importanti le parole del locale Ministro degli Esteri, Murat Džioev, il quale ha dichiarato che l’Ossezia del Sud è pronta a diventare un soggetto operativo all’interno della comunità internazionale. Džioev ha voluto tuttavia sottolineare che il paese non indietreggerà di fronte alle critiche dell’Unione Europea e degli Stati Uniti sulla legalità delle elezioni, poiché l’indipendenza è stata acquisita con la volontà del popolo osseto e tale aspetto non potrà mai essere messo in discussione. Al monitoraggio delle elezioni hanno preso parte numerosi osservatori internazionali provenenti da 15 paesi, gran parte dei quali giunti da diverse aree della Federazione Russa e dalla CSI. Osservatori sono arrivati anche da Germania, Polonia ed Italia, tra cui giornalisti, politologi e importanti personaggi politici. Tutti i reportage dei giornalisti ed i commenti degli osservatori sono stati complessivamente positivi ed hanno lodato l’organizzazione precisa e trasparente messa in campo dal governo osseto. Dunque, una buona prova del rafforzamento delle istituzioni democratiche in Ossezia del Sud, la quale prosegue il percorso iniziato all’indomani del ritiro dell’esercito georgiano da Tskhinval. La capitale dell’Ossezia del Sud si avvia a mantenere la memoria di “città martire” di ieri, per diventare un simbolo concreto della pace possibile oggi nella regione caucasica. Recentemente, secondo il giornale tedesco Der Spiegel, la Commissione di Inchiesta creata dall’Unione Europea per indagare sulle responsabilità del recente conflitto avrebbe individuato nell’élite politica georgiana il principale responsabile della disastrosa escalation militare della scorsa estate. L’Europa ha quindi riacquistato la vista? Si tratta di un primo passo importante e certamente positivo; ora non resta che attendere la relazione finale di Heidi Tagliavini, responsabile generale dell’inchiesta, per capire se l’Europa avrà finalmente il coraggio di far sentire anche la propria voce, esprimendosi a favore della popolazione aggredita dell’Ossezia del Sud. di Luca Bionda www.eurasia-rivista.org
The dead of Iran are mourned – but the fight goes on.Mirhossein Mousavi, centre, waves to supporters at a demonstration in Tehran yesterday "President" Mahmoud Ahmadinejad – and the quotation marks are becoming ever more appropriate in Iran today – is in real trouble. There are now three separate official inquiries into his supposed election victory and the violence which followed, while conservative Iranian MPs fought each other with their fists at a private meeting behind the assembly chamber, after Ahmadinejad's members objected to an official's reference to the "dignity" with which the opposition leader, Mirhossein Mousavi, answered parliamentary questions. Those close to the man who still believes he is the President of Iran say that he is himself deeply troubled – even traumatised – by the massive demonstrations against him across the country. Tens of thousands of Mousavi supporters marched in black through the streets of central Tehran yesterday evening, in an emotional demonstration of mourning – the second in two days – for the post-election dead. In a city symbolised by its brutal traffic and decibel records, they walked in total silence for three miles, holding banners and posters lamenting the killings in Azadi Square and Tehran University and in other Iranian cities. And they had no doubts about the political – and physical – risks they were taking. A chemical engineer walking at the centre of the huge black trail thought for several seconds when I asked him what happens next. "Nobody knows but we think of this all the time," he at last replied. "We cannot stop now. If we stop now, they will eat us. The best is for the United Nations or some international organisations to monitor another election." Upon such illusions is disaster built. But the same man's wife had a humour that almost belonged to the vast black crowd yesterday. She was a commercial lawyer but had studied psychology. "If we let go now, we are going to face someone like Pinochet – and our dictators here are not even up-to-date dictators," she told me without a trace of a smile. "My psychological training is very useful. Ahmadinejad has a classic psychosis problem. He lies a lot and he's hallucinatory and the problem is, he thinks he's related to someone up there!" And here, the lady pointed upwards in the general direction of heaven. But no jokes about religion. These marchers were chanting the Muslim "salavat" prayer, giving greetings to the Prophet Mohamed and his family. And just as well. For this morning, the Supreme Leader, Ali Khamenei, is to lead Friday prayers at Tehran University – the same campus upon which seven young men were shot dead by pro-Ahmadinejad Basiji militiamen on Sunday night – and Mousavi is promising to bring his own supporters, wearing black arm-bands of mourning for the dead, to demonstrate their loyalty to Khamenei himself. Ahmadinejad's acolytes have been claiming that the opposition is trying to overthrow the Islamic Republic as well as Khamenei, a dangerous slander in any revolution here but a particularly incendiary one today. The opposition suspects that Khamenei will try to restore order by telling Mousavi and his people that they have been allowed their massive demonstrations and that, despite "unfortunate incidents" – that wonderful autocratic cliché has actually just been used by parliament Speaker Ali Larijani – this was a generous and democratic act by the government. But, Khamenei is expected to say, enough is enough. Any groups disturbing the peace this weekend will be regarded as counter-revolutionaries and dealt with "according to the law" (a favourite Khamenei expression). If so, Mousavi and his advisers – they include former president Mohammad Khatami as well as Mousavi's election ally, Mehdi Karroubi – will have to behave with immense sensitivity if they are not to be trapped into silence by such a warning. Their problem is almost intractable. If they continue the protest marches, they can be accused of breaking the law – and the waning strength of the marches no longer brings the people of Tehran on to their balconies and rooftops – but if they bring the protests to an end, the Basiji and the cops become kings of the street. Indeed, the arrest of the Islamic Republic's first foreign minister, Ibrahim Yazdi – he was taken, quite literally, from the bed of his Tehran hospital where he is suffering from prostate cancer – shows just how high the level of suspicion is amid the heights of the Islamic Republic. No one has managed to suggest a sane reason why a man who worked alongside the founder of the Islamic regime, Ayatollah Khomeini himself, should suddenly disappear before our eyes. Yazdi had urged Iranians to boycott the presidential poll four years ago – the election that brought Ahmadinejad to power – but was urging all Iranians to vote last week. If anyone needed proof of the government's state of indecision, they had only to look at yesterday's Tehran newspapers. Suddenly, the mass demonstrations were acknowledged in full. A whole front page of photographs showed Wednesday afternoon's Mousavi rally. Ahmadinejad had said at the weekend that his opponents were mere "layers of dust" – an unwise as well as a childish remark – but across one photograph, demonstrators can be seen carrying a banner which reads: "The layers of dust are making history." Other papers showed Iran's top six football stars playing South Korea in Seoul with Mousavi's campaign green ribbons tried to their wrists. They complied with instructions to take them off for the second half of the match – which was broadcast live across Iran and which turned out to be a draw. Even Mousavi's website is no longer blocked. We may ask what all this means. But so does all of Iran. It was clear, however, even before the right-wing MPs turned to fisticuffs, that the authorities simply did not know how to handle this unprecedented revolt – not revolution – by so many millions of Iranians. With a more intelligent, thoughtful, less arrogant man in power, it might be possible to look for a political compromise, perhaps some tinkering with the constitution to create a vice-presidency (not that Mousavi would accept it) or even recreate the post of prime minister which was held by Mousavi himself during the 1980-88 Iran-Iraq war. But who wants to work with Ahmadinejad? His efforts to improve the lot of the millions of Iranian poor – their existence, of course, is a blight upon the moral reputation of any republic which controls so much oil wealth – have been genuine and well received. His meretricious doubts about the Jewish Holocaust, his foolish rhetoric about Israel, his constant comparison of the Iranian election to a football match, are of no interest to them. But Mousavi can scarcely work with such an unpredictable, unstable figure. Ahmadinejad's colleagues have been claiming that the vandalisation of property, including the destruction of computers at Tehran University – an act with absolutely no intelligent explanation – was committed by "traitors", but the government's own investigative committee is now saying that plain-clothed agents were involved. It all leaves "President" Mahmoud Ahmadinejad a very lonely man. Day 6 of Iran crisis * In an attempt to defuse calls for a rerun, Iran's Governing Council promised to listen to the candidates "express their ideas" about the election. It also said it was examining 646 complaints. * Meanwhile, it was clear where President Ahmadinejad wanted to place the blame for the crisis. He told his cabinet that the vote's legitimacy was being questioned because it was a "challenge to the West's democracy." * Also focusing on foreign elements, the Intelligence Ministry said that it had uncovered proof of a bomb plot backed by American elements. The bombs were apparently supposed to go off in polling stations on election day. * Iranian television showed former president Hashemi Rafsanjani's daughter, Faezeh Hashemi, rallying protesters. Hardliners accused her and her brother, Mahdi, of treason. The two were later barred from leaving Iran. * In an echo of Twitter's decision to cancel planned maintenance to help protesters, YouTube broke from its usual policy of barring violent videos so that Iranians could "capture their experiences for the world to see". by Robert Fisk (photo) The Independent.co.uk Perù: Il massacro annunciato ordinato da Alan Garcia. Peru accused of cover-up after indigenous protest ends in death.Il massacro annunciato ordinato dal presidente peruviano Alan Garcia (Apcom) - Due operatori umanitari belgi hanno spezzato il silenzio di informazioni e di immagini che circondava la "Tiananmen dell’Amazzonia", ossia il massacro avvenuto nella parte peruviana della foresta pluviale il 5 giugno quando, a Bagua Grande, poliziotti avevano attaccato gli indigeni che da settimane stavano bloccando fiumi e strade per protestare contro la decisione del governo di espropriare le loro terre per lo sfruttamento di legname, gas e petrolio. The Independent (segue l'articolo) ha pubblicato solo alcune delle foto di Marijke Deleu e Thomas Quiryneen, i due volontari di Catapa, un’organizzazione fiamminga che si batte per i nativi di Peru’, Bolivia e Guatemala, perche’ il contenuto violento di questi scatti non permette la loro visione su un quotidiano. Ma tutte le immagini saranno mostrate lunedi’ alla Camera dei Comuni, in Gran Bretagna, per far capire cosa sia veramente successo quasi due settimane fa. "Inizialmente abbiamo visto la polizia sparare e tirare gas lacrimogeni contro i manifestanti", dice Deleu a The Independent. "Poi abbiamo visto che li picchiavano, prendevano a calci quelli buttati a terra e sparavano nella schiena di chi cercava di scappare", ha aggiunto. Secondo il bilancio ufficiale, gli scontri si sono conclusi con 32 morti di cui 23 poliziotti, ma secondo diverse organizzazioni umanitarie i morti sarebbero una sessantina, molti dei quali disarmati, e centinaia di persone risultano ancora disperse. L’organizzazione Survival International chiede che venga aperta un’inchiesta indipendente per far luce su cosa sia realmente successo. Le foto escono proprio quando il governo del presidente Alan Garcia ha finalmente revocato i due decreti che favorivano lo sfruttamento delle foreste dell’Amazzonia, il 1090 e il 1064, conosciuti anche come ‘leyes de la selva’. Uno dei principali capi indio, Daysi Zapata, vicepresidente della confederazione degli indiani d’Amazzonia, ha quindi chiesto ai suoi sostenitori di togliere i blocchi a strade e fiumi. Intanto, il leader delle proteste, Alberto Pizango, presidente della Confederazione, e’ arrivato in Nicaragua dove aveva chiesto asilo politico. La settimana scorsa Pizango era stato accusato di "sedizione, cospirazione e ribellione". Apcom Images reveal full horror of 'Amazon's Tiananmen' First, the police fire tear gas, then rubber bullets. As protesters flee, they move on to live rounds. One man, wearing only a pair of shorts, stops to raise his hands in surrender. He is knocked to the ground and given an extended beating by eight policemen in black body-armour and helmets. Demonstrators getting worked-over by the rifle butts and truncheons of Peru's security forces turn out to be the lucky ones, though. Dozens more were shot as they fled. You can see their bullet-ridden bodies, charred by a fire that swept through the scene of the incident, which has since been dubbed "the Amazon's Tiananmen". The events of Friday, 5 June, when armed police went to clear 2,000 Aguaruna and Wampi Indians from a secluded highway near the town of Bagua Grande, are the subject of a heated political debate. They have sparked international condemnation and thrown Peru's government into crisis. Yet until today, details were shrouded in mystery. Now, pictures have emerged. They were taken at the scene by two Belgian aid workers, Marijke Deleu and Thomas Quiryneen, and provide compelling details of the chaotic confrontation that killed a reported 60 people, many of them unarmed, with vast numbers still unaccounted for. "At first, we saw police firing guns and tear gas at a mass of protesters," said Ms Deleu, who reached the highway at 7am, an hour after heavily armed police arrived at the location, 870 miles north of Lima. "Then we saw them beating and kicking people detained on the ground. Later, they shot people in the back as they started fleeing." A dossier of photographs, many too graphic to be printed in this newspaper, will be shown to MPs at the House of Commons on Monday by Ms Deleu and Mr Quiryneen, who are volunteers for Catapa, a Flemish organisation supporting indigenous communities in Peru, Bolivia and Guatemala. Called Death at Devil's Bend, it attempts to explain what happened when police tried to evict the indigenous tribespeople, who had been blockading the road for several weeks in protest at new laws allowing energy and mining companies to exploit swaths of their ancestral homelands. One series shows police stopping a passing ambulance. They force four injured protesters out of the vehicle, and beat them for several minutes, claiming, without any apparent justification, that their vehicle was carrying concealed weapons. Another, taken later in the day shows rows of wounded being treated in local hospitals. Nineteen are at Bagua Grand; 47 in Bagua Chica. Many have heavy bruising, and bandages covering bullet wounds. "Several people said they had been shot while they were fast asleep," said Ms Deleu. "They claim the police woke them up by opening fire. One of the bodies had a bullet wound in his shoulder, which suggested to me that he'd been shot while lying down." Further pictures, which will only fuel rumours of a government-orchestrated cover-up, show twisted corpses of native Indians lying by the side of the road. When tribal leaders tried to collect them, they came under fire and were refused access. By the next day, the corpses had disappeared. The Peruvian President, Alan Garcia, has claimed 32 people were killed in the incident, of which 23 were police officers. However human rights lawyers and news reports put the number of confirmed deaths at closer to 60, and say hundreds are still missing. Until this week, many international observers have been unable to visit the region because of a curfew. Pressure groups have accused security forces of burying and burning corpses to hide the extent of the death toll. "There needs to be an independent investigation to establish exactly what happened," said Jonathan Mazower of Survival International, which will today publish Ms Deleu and Mr Quiryneen's dossier on its website. "Our initial reaction to these dramatic photographs is that they may provide the first impartial account of what actually went on." The pictures emerged as Alberto Pizango, the head of Aidesep, the organisation representing 56 of Peru's indigenous tribes, arrived in Nicaragua, after being granted political asylum. Last week, he was prosecuted for "sedition, conspiracy and rebellion". Meanwhile Mr Garcia has been forced to suspend the introduction of laws allowing foreign companies to exploit the rainforest. His Prime Minister Yehude Simon resigned on Monday, joining populist minister Carmen Vildoso, who quit last week during a general strike in protest at the incident. By Guy Adams The Independent Le foto di questa pagina sono di Marijke Deleu and Thomas Quirynen. Le altre foto, molto cruente, si possono trovare sul sito www.independent.co.uk |
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