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Maltrattamenti in famiglia: ora F. rischia di non avere giustizia.
“Ho 41 anni e da poco sono uscita da una situazione di maltrattamento famigliare durato molto tempo. Alcuni mesi fa ho denunciato quello che è stato per dieci anni il mio compagno. Subire violenza può capitare a tutte le donne, ma è difficile venirne fuori”. La testimonianza di F. parla di una situazione molto diffusa: i maltrattamenti nell’ambito domestico. Oggi, Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne, è importante ricordare che le violenze famigliare rappresentano il 75% dei casi. Ma è ancora più tristemente interessante sapere che, se il Ddl sul processo breve resterà com’è, F rischia di non ottenere giustizia. Quando F. ha trovato il coraggio di denunciare il compagno, infatti, lo ha fatto per maltrattamenti- Un reato che il processo breve include tra quelli da estinguere velocemente. Sono esclusi dal provvedimento la violenza sessuale e lo stalking (le molestie a sfondo sessuale), ma non il maltrattamento famigliare che, però, cela spesso uno stupro.
Nella situazione di F. ci sono migliaia di donne. Solo nel 2008 i Centri della Dire (Donne in rete contro la violenza) hanno accolto 11.800 donne che hanno denunciato maltrattamenti fisici e psicologici. Ma, secondo i dati Istat, sono ben 3 milioni le donne italiane ad aver subito una violenza all’interno della propria relazione. Quella di F. è purtroppo una storia paradigmatica. “Quando l’ho conosciuto - dice riferendosi al compagno - ho smesso di lavorare per dedicarmi a due figli. Lavoravo per uno studio professionale privato che mi chiedeva un grandissimo impegno. Lui però un po’ alla volta cominciò a cambiare. Aveva scatti di nervi, prendeva a calci i mobili di casa, dava i pugni nel muro. Se mi avvicinavo per calmarlo mi spingeva via. Poi, dai mobili è passato a me. In principio insulti, denigrazioni ed umiliazioni. Poi pugni, schiaffi, calci, tirate di capelli”. E a tutto questo, seguiva puntualmente la richiesta di rapporti sessuali ‘per fare la pace’, come diceva l’uomo. E ha impiegato molto tempo per reagire. E come spiga Nadia Somma dell’associazione Demetra-Donne in aiuto, forse la sua denuncia a questo punto è vana: “Il Ddl sul processo breve esclude la violenza sessuale ma non il caso di un marito che rompe un arto alla moglie: nell’ottica del legislatore, questo non è un reato che crea allarme sociale. Purtroppo è un errore madornale, frutto di miopia. La maggioranza delle donne che vengono stuprate tra le mura domestiche denunciano maltrattamenti e non lo stupro”. Difficile capire il perché. “Le cause di questa scelta sono di ordine squisitamente psicologico, la vergogna è l’elemento determinante. È un errore pensare che una donna che subisce violenza sessuale in casa ragioni in termini pragmatici o giuridici. Ragiona in termini emotivi. Pur di non tornare sull’accaduto durante un dibattimento farebbe di tutto. Il suo obiettivo è interrompere la relazione e avere giustizia, Perciò è assurdo non capire che anche i maltrattamenti famigliari devono essere esclusi dalla prescrizione veloce. Dietro i maltrattamenti c’è sempre la violenza sessuale”. In ogni caso, stupro o meno, è inquietante che lo stalking sia considerato un reato più grave delle botte di un marito alla moglie. “È un segnale grave. Implicitamente sembra dire che un marito ha una potestà speciale sulla moglie rispetto a un estraneo. In un Paese in cui delitto d’onore è stato abolito nel 1981 e moltissimi uomini sono ancora impregnati di un senso di onnipotenza sulle donne, bisogna far di tutto affinché l’atteggiamento cambi”.
Ma non è così e centinaia di processi con la nuova legge sulla giustizia, sarebbero a rischio prescrizione. “Con un impatto - aggiunge Nadia Somma - molto negativo sia sulle donne che subiscono violenza che sugli uomini consapevoli che, molto probabilmente, non verranno puniti”. La penalista Elena Coccia, esperta di diritto di famiglia, conferma che la maggioranza delle denunce e dei processi che riguardano le violenze in famiglia sono relativi a maltrattamenti. “Cito il caso – dice – di un professionista affermato che per anni ha chiuso in casa la moglie quando andava a lavorare perché era geloso. Alla fine la moglie lo ha denunciato e il processo, attualmente in corso rischia di essere cancellato”.
O come nel caso di F. che per anni si è tenuta tutto dentro. “Non lo dicevo neppure ai miei genitori. Alla fine, però, dopo l’ennesima aggressione l’ho denunciato per maltrattamenti. Non ho desideri di vendetta nei suoi confronti, ma di giustizia sì”. Speriamo che non le sia negata.
di Elisa Battistini Il Fatto Quotidiano

Comunicato di Amnesty International per il 25 novembre
In occasione del 25 novembre, Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza sulle donne, Amnesty International dà un rinnovato impulso alla campagna "Mai più violenza sulle donne", promuovendo nuove azioni per garantire a tutte le donne il diritto a vivere una vita dignitosa e libera dalla violenza. L'azione di Amnesty International si concentra quest'anno sul legame tra povertà e violenza, per spezzare questo circolo vizioso in cui moltissime donne nel mondo sono costrette a vivere. Le donne e le ragazze che vivono in povertà spesso vedono violati i loro diritti umani, costrette a sposarsi in età precoce, discriminate a causa di etnia, religione, stato civile o disabilità, senza autonomia economica. Le loro vite sono segnate dalla violenza sessuale, dallo scarso accesso a un'istruzione adeguata e dalla mancata protezione dai rischi collegati alla gravidanza e al parto. La povertà, per queste donne, non è solo mancanza di reddito ma anche impossibilità di vivere una vita dignitosa, di partecipare ai processi decisionali e di fare sentire la loro voce. L'organizzazione per i diritti umani ha lanciato a livello mondiale tre appelli per chiedere la fine dell'impunità e della violenza sulle donne, in situazioni in cui il perpetrarsi degli abusi è alimentato dall'indigenza e dall'insicurezza. Le donne del Darfur nei campi profughi in Ciad rischiano quotidianamente violenze e abusi sessuali, sia quando escono per andare alla ricerca di acqua, cibo e legna da ardere, sia all'interno dei campi. In Tagikistan, il fenomeno dell'abbandono prematuro del sistema educativo da parte delle bambine e delle ragazze è molto diffuso; il mancato accesso a un'istruzione adeguata le rende estremamente vulnerabili allo sfruttamento, ai matrimoni forzati, precoci e poligami e alle violenze domestiche. Le donne sopravvissute agli stupri e ad altre forme di violenza durante il conflitto degli anni Novanta in Bosnia ed Erzegovina attendono ancora giustizia e riparazione. Migliaia di donne sopravvissute allo stupro hanno perso i loro parenti; molte non sono in grado di trovare o mantenere un posto di lavoro a causa della loro fragilità psicologica e altre vivono senza una fonte fissa di reddito e in povertà.
Il 25 novembre, Amnesty International promuoverà varie iniziative in tutta Italia. A Roma, alle ore 17, si terrà il seminario "Donne, guerra e violenza", presso la Facoltà di Sociologia della Sapienza, a partire dal volume "Stupri di guerra" (Franco Angeli, 2009), a cura di Marcello Flores, con la prefazione di Christine Weise, presidente della Sezione Italiana di Amnesty International. Inoltre l'associazione ha aderito alla manifestazione contro la violenza sulle donne che si terrà a Roma il 28 novembre. Il Gruppo Amnesty di Macerata lancia la prima edizione del concorso nazionale di scrittura, fotografia, poesia e narrazione "Il privilegio di esistere", riservato a giovani dai 15 ai 30 anni. In occasione della Giornata mondiale per l'eliminazione della violenza sulle donne inoltre si terranno iniziative a Catania, Agrigento, Pirri (CA), Pomigliano d'Arco (NA), Torino e in altre città italiane (maggiori informazioni sono disponibili online).
Il 25 novembre è la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Abbiamo ritenuto doveroso offrire uno spunto di riflessione su ciò che la Regione Emilia-Romagna fa per combattere questa terribile esperienza che colpisce molte donne. Il Servizio Politiche per la sicurezza e la Polizia locale della Regione ha presentato una ricerca su questo tema che deve riguardare non solo l’universo femminile ma l’intera comunità, cercando di cogliere meglio il manifestarsi del fenomeno nella Regione Emilia–Romagna. Vi presentiamo quindi un abstract della ricerca che verrà pubblicata nei Quaderni di Città Sicure, al fine di proporvi uno strumento aggiuntivo per poter riflettere insieme e combattere il fenomeno”.
Laura Salsi e Gabriella Ercolini

La violenza di genere Ragionare sul tema della violenza alle donne è questione molto complessa, per varie ragioni. In primo luogo, la conoscenza del fenomeno è limitata, perché non sono certo le fonti ufficiali, cioè le denunce alla polizia, a darci informazioni attendibili sulla realtà di questi comportamenti. In secondo luogo, il dibattito pubblico sul tema è spesso dominato dall’idea, decisamente, se non scorretta, parziale, che la violenza sulle donne sia legata alla minaccia esterna da parte di sconosciuti. Negli ultimi anni, tuttavia, anche in Italia abbiamo la possibilità di attingere ad informazioni più attendibili e per la prima volta si cominciano a sperimentare strategie di prevenzione più articolate. Nella Regione Emilia–Romagna esiste comunque, da vario tempo, una attenzione a questo tema, che si è espressa principalmente in una politica attiva di sostegno ai centri antiviolenza e che ha consentito di creare una rete consolidata ed efficiente di interventi a sostegno delle donne che subiscono forme diverse di violenza. Abbiamo fatto, in questa regione, anche molti passi avanti nella conoscenza del fenomeno, soprattutto grazie alla ricerca che l’ISTAT ha condotto nel 2006, interamente dedicata al fenomeno della violenza contro le donne. Sono state intervistate, con una tecnica molto accurata e seguendo gli standard internazionali di ricerca su questi temi, 25.000 donne con un’età compresa tra i 16 e i 70 anni, chiamate a rispondere su una serie di quesiti con l’obiettivo di conoscere la diffusione, le caratteristiche e il livello di denuncia di alcune forme della violenza di genere in Italia. Per la prima volta sono state ricostruite e definite forme di violenza nascoste, come la violenza psicologica. Dal punto di vista della ricerca, la disponibilità di questi dati è una occasione straordinaria per conoscere meglio il problema e, di conseguenza, per impostare politiche più idonee ai reali bisogni delle donne. Proprio perché condotta in modo così accurato, questa ricerca fa emergere il fenomeno in maniera assai più eclatante – e complessa - di quanto non avvenga con altre rilevazioni In Italia, circa una donna su tre nella fascia d’età considerata ha subito nel corso della violenza una violenza fisica o sessuale. Molte donne subiscono ripetutamente queste violenze (spesso entrambe le tipologie). La ricerca dimostra anche come il fenomeno sia ancora largamente sommerso, perché, oltre ad denunciare raramente (nonostante la percentuale di denunce di violenza sessuale sia passata dal 5% del 1996 al 17% del 2005) le donne non parlano volentieri di quanto è loro accaduto, neppure con persone amiche. L’indagine conferma un elemento già noto nella letteratura internazionale sul tema e documentato in numerose altre indagini dello stesso tipo in altri paesi: gli autori delle violenze sono spesso persone conosciute dalle donne o addirittura familiari, molto raramente sono sconosciuti. La violenza fisica e psicologica è commessa abitualmente dai partner o ex partner, le molestie sessuali in misura assai maggiore da sconosciuti, e la violenza sessuale, invece, molto spesso da conoscenti e amici. Emerge con chiarezza che nella nostra regione le donne dichiarano – e percepiscono come violenza – un numero maggiore di comportamenti maschili, e che la nostra regione è una di quelle, insieme a Trentino Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia dove il tasso medio di denuncia dal 1996 al 2006 è il più elevato rispetto alla media nazionale. Le donne che dichiarano di essere state vittime di violenza fisica in Emilia Romagna sono una su quattro (23,1%) ; due terzi lo sono state più volte (62,4%). La violenza è più probabile quando c’è un conflitto tra l’uomo e la donna, che coincide spesso con la fine della loro relazione. Gli autori principali e allo stesso tempo più recidivi sono infatti gli ex fidanzati, ex mariti o ex conviventi. La ricerca conferma anche come il luogo dove solitamente si consumano le violenze sia la casa. Ecco allora che emerge come la violenza di genere sia un “continuum” che attraversa prima di tutto le relazioni di genere, soprattutto quando queste relazioni diventano conflittuali e la relazione affettiva si interrompe, per estendersi alle relazioni amicali, alle conoscenze, fino alla violenza (in questo caso molestia verbale o fisica o stupro vero e proprio) nello spazio pubblico ad opera di estranei, che è, pur nella sua drammatica gravità, un evento assai meno frequente della violenza in casa o in altro luogo familiare tra persone che hanno qualche forma di relazione. Abbiamo alcune ipotesi per spiegare questa maggiore diffusione del fenomeno nella nostra regione ( e, in generale, in tutte le regioni del Nord Italia, più il Lazio) e le abbiamo verificate incrociando i risultati con alcune variabili regionali: i tassi di separazione, il livello di istruzione, il tasso di occupazione femminile, la percentuale di donne che vivono sole, il numero di donne che ha uno stile di vita dinamico e che si prende cura di sé (ricostruito attraverso la percentuale di donne che dichiarano di fare sport nel tempo libero). Esiste una forte relazione, in Emilia – Romagna e anche in altre regioni, tra queste variabili e la dichiarazione di vittimizzazione. Possiamo quindi ragionevolmente ipotizzare che più le donne sono consapevoli, istruite, hanno uno stile di vita improntato all’autonomia personale e vivono più spesso in situazioni di conflitto con ex partner, più corrono il rischio di affrontare una esperienza di violenza. C’è poi un importante aspetto culturale, logica conseguenza di questa maggiore autonomia e consapevolezza: le donne dell’Emilia–Romagna sono culturalmente pronte a definire come violenza comportamenti - di tipo fisico e psicologico - che in altri contesti culturali verrebbero invece probabilmente definiti come altro, e accettati come una dinamica “normale” della vita di coppia. E, come è noto, la sensibilità alla violenza, la capacità di riconoscerla e definirla come tale è un segno di civilizzazione dei costumi, oltre che, come si diceva, nel caso specifico è anche segno di una maggiore autonomia e libertà di comportamenti. In un quadro di questo genere, diventa evidente come una risposta meramente sanzionatoria attraverso lo strumento penale, o centrata tutta sulla protezione della “vittima” nello spazio pubblico da aggressioni di estranei sia largamente insufficiente e inadeguata. Il cuore del problema sta nel conflitto di genere, conflitto che si acuisce in condizioni di maggiore indipendenza e autonomia delle donne, di cui le varie forme di violenza sono una manifestazione estrema, ma ampiamente diffusa nell’esperienza di vita di molte donne. Crediamo sia da questo dato che si dovrebbe partire per impostare politiche di prevenzione centrate sulla responsabilizzazione degli autori e sul sostegno alle donne non nell’ottica della tutela, ma della estensione delle loro libertà a vivere serenamente sia nello spazio pubblico che in quello privato. Per questo motivo, da alcuni anni la Regione Emilia–Romagna ha affiancato alla consolidata attività di sostegno ai centri antiviolenza alcuni progetti più sperimentali, legati alla prevenzione precoce – campagne di educazione al rispetto della differenza dalla scuola materna alla scuola dell’obbligo, interventi sull’ adolescenza, secondo una logica che è quella di prevenire nei giovanissimi la diffusione di questi comportamenti, educare gli uomini al rispetto della differenza sessuale, continuare a intervenire nel momento dell’emergenza (ricordiamo qui anche la diffusione di programmi formativi delle polizie municipali per l’accoglienza alle donne che subiscono violenza). La soluzione è ampliare gli spazi di libertà e di autonomia delle donne, educare i maschi a rispettarle, sostenere le coppie nelle fasi di separazione e così via. Per questo le nostre politiche vanno ripensate in una dimensione molto più ampia, che sia in grado di affrontare questi diversi aspetti. In attesa che anche il sistema penale, nell’ambito delle sue competenze, si attrezzi meglio ad intervenire sugli autori e programmare, per esempio, interventi di recupero, anche in ambiente carcerario, degli uomini violenti, che a tutt’oggi, sono nel nostro paese esperienze ancora molto ridotte.
di Rosella Selmini noidonne.org
Responsabile servizio Politiche per la sicurezza e Polizia locale - Regione Emilia Romagna
Per saperne di più:
Sulla colonna a destra "A mano tesa" un aiuto diretto di Enti e Associazioni
NESSUNO MERITA LA VIOLENZA, RIBELLATI.

L’Italia è, al tempo stesso, il Paese che – in Europa - ha dato maggiore impulso alle politiche di precarizzazione del lavoro e minore sicurezza a chi perde lavoro. Sul piano normativo, è opportuno ricordare che il nostro ordinamento prevede, in caso di licenziamento, il ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni ordinaria o strutturale (a seconda che si tratti di difficoltà aziendali di natura congiunturale o strutturale) e il ricorso alla mobilità nei casi di difficoltà aziendali irreversibili. L’ammontare del sussidio è stabilito in fase di programmazione economica ed è quantificato nella Legge Finanziaria. Vi è poi la possibilità di accedere all’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti per i lavoratori in stato di disoccupazione involontaria, con almeno due anni di assicurazione, che abbiano prestato almeno 78 giornate di lavoro con regolare contribuzione. Nel suo ultimo rapporto, l’OCSE, prevedendo il rischio di una disoccupazione a due cifre in Italia nel 2010, certifica che, al momento, i lavoratori più colpiti dalla crisi sono i giovani e i precari: in un anno l’Italia ha perso 261.000 posti di lavoro temporanei o con contratti atipici (inclusi i collaboratori coordinati e continuativi e occasionali). Il tasso di disoccupazione della fascia di età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è ora pari al 26,3%. Vi è quindi, a maggior ragione nel contesto recessivo attuale, la necessità e l’urgenza almeno di garantire un reddito di sussistenza alle fasce più deboli della forza-lavoro, espulse dal processo produttivo.
A fronte delle riserve del Governo motivate dalla scarsità di risorse dalle quali attingere, si registra – nel corso degli ultimi mesi – un sostegno deciso da parte di autorevoli economisti e giuslavoristi di orientamento liberista (nonché dall’Unione europea) a politiche che – ispirate all’esperienza danese della flexsecurity – coniughino la flessibilità contrattuale con una presunta ‘sicurezza’ da offrire ai lavoratori nel caso in cui vengano licenziati, secondo un modello noto come flexsecurity[1]. Va detto che, sul fronte liberista, si tratta di una svolta piuttosto significativa rispetto agli orientamenti dominanti nei primi anni Duemila; svolta che può essere spiegata in due modi. Si può ritenere, in primo luogo, che si sia preso atto del fallimento delle politiche di flessibilità del lavoro avviate, in Italia, dalla metà degli anni novanta – con il “Pacchetto Treu” - e che hanno subito una significativa accelerazione con la legge 30/3003 (la cosiddetta Legge Biagi). In effetti, vi è ampia evidenza empirica del fatto che, laddove i lavoratori sono meno protetti, sono minori i salari e, di norma, è minore l’occupazione[2]. In secondo luogo, è possibile che il cambiamento di vedute non sia motivato dalla constatazione del fatto che quelle politiche non hanno generato gli effetti voluti, ma da considerazioni che attengono o all’impopolarità crescente delle politiche di precarizzazione del lavoro o direttamente all’attuale fase congiunturale. In altri termini, appare ragionevole ritenere che coloro che oggi spingono il Governo verso l’attuazione di politiche di flexsecurity – intellettuali comunque di orientamento neoliberista – si siano convinti che il principale problema delle imprese italiane nella crisi attuale è un problema di sbocchi e che, dunque, occorre in qualche modo provare a sostenere la domanda interna. In prima approssimazione, sembrerebbe trattarsi di una politica che avvantaggia sia le imprese, sia i lavoratori.
Si può ritenere, infatti, che l’erogazione di sussidi, accrescendo la domanda aggregata, per il tramite dei consumi, aumenti la produzione e, per questa via, accresca la disponibilità di beni a favore dei lavoratori, occupati e disoccupati. Va, tuttavia, segnalato il rischio che questo effetto non si verifichi, e che la logica che ne è a fondamento sia ribaltata, in contesti nei quali le imprese hanno la possibilità di decidere autonomamente quanto e cosa produrre, indipendentemente dall’andamento della domanda[3]. In una condizione di ‘sovranità del produttore’[4], le imprese hanno potere di fissazione dei prezzi, e i prezzi vengono determinati aggiungendo un margine di profitto considerato normale ai costi di produzione. L’entità del margine di profitto dipende dal grado di concentrazione industriale e, dunque, è tanto maggiore quanto meno i mercati hanno una configurazione concorrenziale[5]. In tali circostanze, l’erogazione di sussidi in moneta rischia di generare effetti perversi, per le seguenti ragioni. I sussidi, accrescendo il valore monetario della domanda globale, accrescono i profitti e, di conseguenza, i margini di profitto. L’aumento dei margini di profitto – a parità di costi di produzione – si traduce in più alti prezzi di vendita dei beni e servizi, con la conseguenza che non solo il reddito reale dei disoccupati subisce una decurtazione derivante dal potenziale aumento del tasso di inflazione, ma gli stessi lavoratori occupati possono veder ridursi i loro salari reali. L’Eurostat certifica, a riguardo, che – nel confronto fra Italia e Danimarca – pure a fronte della più alta spesa pubblica nel mercato del lavoro nel Paese scandinavo nel corso dell’ultimo decennio fra i Paese europei (il 2.6% del PIL a fronte dello 0.6 italiano nel 2007), non si sono registrate significative differenze nell’andamento della quota del reddito da lavoro dipendente sul PIL (il labour share), che ha fatto registrare un modesto aumento dello 0.01% in Danimarca[6]. A ciò va aggiunto che le pressioni inflazionistiche derivanti dall’erogazione monetaria di sussidi possono essere di entità diversa in ragione delle forme di mercato prevalenti nelle diverse aree geografiche e nei diversi settori produttivi. In particolare, e con riferimento al dualismo italiano, poiché le imprese meridionali operano in mercati più prossimi alla concorrenza rispetto alle imprese del Nord, vi è motivo di attendersi che un’estensione generalizzata degli ammortizzatori sociali accresca i prezzi dei prodotti del Nord più di quanto li accresca nel Mezzogiorno. Da ciò segue che i consumatori meridionali si troveranno ad acquistare beni dal Nord a prezzi più alti rispetto ai prezzi che le imprese meridionali potranno praticare, in ciò accentuando il dualismo territoriale[7]. Vi è di più. Se si ammette che l’erogazione di sussidi possa generare effetti inflazionistici, per l’aumento dei margini di profitto, il conflitto distributivo che può seguirne non attiene soltanto al danno generato ai percettori di redditi fissi, ma anche al sistema bancario, dal momento che i tassi di interesse in termini reali risulteranno anch’essi ridotti. Da ciò può seguirne un’ulteriore contrazione del credito, imputabile alla riduzione dei profitti bancari, e, dunque, un’ulteriore compressione della produzione, dell’occupazione e dei salari, configurando un circolo vizioso dal quale possono ottenere al più benefici di breve periodo le sole imprese, e in particolare le imprese di più grandi dimensioni che operano in mercati oligopolistici.
L’effetto ridistribuivo dei sussidi può essere controbilanciato o attenuato da un meccanismo collaterale. Gli economisti, quantomeno quelli poco attenti alla Storia della propria disciplina, hanno dedicato ben poca attenzione sugli effetti che le politiche fiscali espansive esercitano sulla produttività. E’ ben noto, da Adam Smith in poi, che la produttività del lavoro dipende in modo cruciale dalla divisione del lavoro all’interno dell’impresa, e che la divisione del lavoro è tanto più accentuata quanto maggiore è la domanda. La ratio di questa tesi sta nella convinzione secondo la quale l’aumento della domanda incentiva le imprese ad accrescere la produzione. Ciò può tradursi in un aumento dell’occupazione e/o in una maggiore specializzazione dei lavoratori occupati, la quale – a sua volta – si ottiene mediante una più accentuata frammentazione delle mansioni. Il nesso individuato da Smith presuppone che vi sia una tendenza spontanea, in economie di mercato deregolamentate, a mantenere elevata la domanda o a determinarne la costante crescita. Se ciò può riflettere il contesto storico nel quale l’economista scozzese elaborava queste tesi, rinviando l’aumento della domanda all’urbanizzazione e al miglioramento dei sistemi di trasporto (fenomeni tipici della prima rivoluzione industriale e della ‘nascita’ del capitalismo), è meno ragionevole ritenere che il capitalismo contemporaneo disponga di meccanismi endogeni tali da produrre spontaneamente incrementi di domanda. Ciò accade per due ragioni. In primo luogo, nessuna impresa ha convenienza ad accrescere i salari, essendo il salario, per la singola impresa, solo un costo di produzione. E tuttavia, per l’economia nel suo complesso, la compressione dei salari genera compressione dei consumi, della domanda aggregata e dell’occupazione. In secondo luogo, poiché gli investimenti – anch’essi componenti della domanda – dipendono in modo rilevante dalle aspettative imprenditoriali, non vi è nessun meccanismo automatico che assicuri una crescita permanente degli investimenti. Nella congiuntura attuale, è semmai vero che – data l’elevata incertezza - i progetti di investimento tendono a essere posticipati o non realizzati e che i salari, anche per effetto delle politiche di deregolamentazione del mercato del lavoro, tendono a ridursi.
Seguendo una prospettiva keynesiana, per l’obiettivo di tenere alta la domanda e l’occupazione, è necessaria una politica fiscale espansiva, sotto forma di maggiore spesa pubblica e/o di minore tassazione, soprattutto a beneficio dei percettori di redditi bassi. L’aumento della spesa pubblica, alla luce di quanto si è detto, può avere significativi effetti di accelerazione della produttività del lavoro. Poiché, infatti, le variazioni di quest’ultima sono in ultima istanza determinate dalle variazioni della domanda, l’aumento della spesa pubblica – nella misura in cui accresce la domanda aggregata – stimola le imprese ad accrescere la produzione oltre che attraverso maggiore occupazione, anche mediante la maggiore specializzazione del lavoro e, dunque, mediante una più accentuata divisione dello stesso. Va tuttavia sottolineato che questo meccanismo può agire sotto la condizione che le imprese possano accrescere il grado di divisione tecnica del lavoro, e ciò è possibile, di norma, quando le dimensioni aziendali sono sufficientemente grandi. Non è questo il caso italiano e, dunque, vi è motivo di ritenere che l’aumento della produttività, conseguente all’aumento della spesa pubblica, non riesca a controbilanciare l’aumento dei margini di profitto e, dunque, che i programmi di flexsecurity siano destinati a ridistribuire reddito a danno del lavoro dipendente.
Stando così le cose, è legittimo chiedersi se non sia più efficace una politica che sia indirizzata alla fornitura diretta di beni e servizi ai lavoratori, con assetti proprietari pubblici, e dunque con tariffe minime o con accesso gratuito. Evidentemente un indirizzo di questo tipo implica anche maggiore occupazione nei settori che producono beni pubblici, dando luogo a una condizione nella quale è lo Stato a svolgere la funzione di employer of last resort. Ed è qui che si può rintracciare l’aspetto sottaciuto dei programmi di flexsecurity. Propagandate come misure di protezione delle fasce deboli, e in particolare dei precari che perdono il posto di lavoro, esse assomigliano piuttosto a tentativi surrettizi di mantenere alta la domanda, chiedendo allo Stato di farsene carico, in una condizione nella quale ciò rischia di tradursi in un impoverimento dei medesimi soggetti che quei programmi dichiarano di voler tutelare.
di Guglielmo Forges Davanzati economiaepolitica.it

[1] Va ricordato che in Danimarca sussistono contestualmente i più bassi costi di licenziamento e il più generoso sistema di assistenza ai disoccupati. Questi ultimi ricevono dallo Stato circa il 90% della media dello stipendio delle ultime 12 settimane. A tali benefici si ha diritto per un massimo di quattro anni e vengono forniti anche quando il lavoratore è prossimo al pensionamento. Il requisito per percepire i benefici consiste nell’aver prestato lavoro per cinquantadue settimane nei tre anni precedenti; inoltre, per accedervi, i disoccupati danesi devono frequentare programmi di formazione e devono accettare qualsiasi condizione lavorativa offerta dai centri per l’impiego. Il diritto all’indennità viene perso nel momento in cui si rifiuta una qualunque offerta di posto di lavoro. Si ritiene che questo modello di relazioni industriali sia la principale causa del fatto che la Danimarca registra un tasso di disoccupazione pari al 5,4%, il più basso d’Europa [2] Per un approfondimento di questi aspetti si rinvia al mio contributo La precarietà come freno alla crescita su questa rivista.
[3] Lo schema teorico che è a fondamento delle argomentazioni che seguono è derivato dalle opere di Kalecki, dove si delinea un modello macroeconomico nel quale i) le imprese decidono autonomamente l’ammontare degli investimenti, assunti esogeni, in relazione agli ‘animal spirits’ imprenditoriali, ii) si determina, conseguentemente, l’ammontare della domanda e iii) le imprese fissano il livello dei prezzi che consente loro di ottenere un margine di profitto ‘normale’. Da ciò segue che ogni iniezione ‘esterna’ di liquidità (ed è il caso qui trattato) si risolve in un aumento dei profitti monetari. Sul tema si rinvia a M. Kalecki, Selected essays on the dynamics of the capitalist system. Cambridge, Cambridge University Press, 1971. [4] Intendendo con questa espressione l’esatto contrario del postulato neoclassico della ‘sovranità del consumatore’, quest’ultimo riferito alla convinzione secondo la quale sono le preferenze (esogene) dei consumatori a orientare le scelte delle imprese in ordine alla scala e alla composizione merceologica della produzione. [5] Per una trattazione divulgativa del modo in cui si determina il mark-up (ovvero il ricarico del saggio di profitto sui costi di produzione), si rinvia a M.Lavoie, Introduction to Post-Keynesian Economics, New York, Palgrave, 2006, pp.44-53. [6] Si veda http://ec.europa.eu/economy_finance/publications/publication15147_en.pdf. [7] Su questi aspetti, si rinvia al mio contributo su questa rivista L’unità nazionale e le gabbie salariali e alle considerazioni svolte, nella stessa sede, da Rosario Patalano e Riccardo Realfonzo (Salari meridionali in gabbia).
Per saperne di più:
http://www.dirittiglobali.it/articolo.php?id_news=233
http://www.pietroichino.it/?p=3725
http://www.pietroichino.it/?p=1079

Pietro Ichino

Pictures by Lumeduck 1960
“Qualsiasi tentativo di cambiare un orientamento omosessuale è destinato al fallimento. La psicoterapia serve a riconoscere la propria omosessualità, non a correggerla”. Parola di Vittorio Lingiardi, medico, psicoanalista direttore della Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica della Sapienza. E coordinatore del convegno internazionale Omosessualità e psicoterapia che si terrà oggi a Roma e che ha richiamato oltre 1.500 psicologi italiani e stranieri.
Perché allora un omosessuale si rivolge a un analista?
Perché vive un conflitto a causa dell’interiorizzazione di uno stigma che viene dall’esterno. In generale, l’omosessualità è ancora vista come una devianza, una sfortuna, un’anomalia.
Chi è il paziente tipo?
Giovani sotto i 30 anni, nell’età in cui si struttura la personalità. Adolescenti che temono di dare un dispiacere ai genitori. Giovani che risentono di un contesto sociale discriminatorio. Perciò è fondamentale dare diritti e mostrare rispetto.
Quale è il messaggio della politica italiana?
Sembra dire: fate quello che volete, ma non vi riconosciamo come persone normali.Il messaggio implicito, simbolico, è che un omosessuale è una persona disordinata, deviante. Una falsità assoluta. L’omosessualità è stata depennata da quasi 40 anni dal novero delle malattie. La patologia vera, forse, è l’omofobia.
Dovremmo curare gli omofobi?
La fobia è un concetto psicopatologico. Noi abbiamo in terapia gli omosessuali e non gli omofobi, ma facendo un paragone è come se dovessimo far ragionare gli ebrei e non gli antisemiti.
Di cosa ha paura l’omofobo?
L’omosessualità lo spaventa perché rappresenta un disordine rispetto a categorie che ritiene immutabili, come il maschile e il femminile, l’attivo e il passivo. L’omosessualità disorienta l’omofobo. Poi c’è la paura di ciò che non si conosce, dell’ignoto. Infine c’è anche una sorta di inaccettabile invidia per chi vive liberamente la propria sessualità
Viviamo in un Paese di omofobi?
Fortunatamente no, ma una posizione culturale molto diffusa è l’omonegatività. Molti di noi lo sono e non lo sanno. L’omonegatività è ideologica, pensa: Gli omosessuali non sono sbagliati, ma perché si dovrebbero sposare, o adottare i bambini, quindi avere gli stessi diritti degli altri? È lo stesso ragionamento di uno che non si sente razzista, ma non riconosce gli stessi diritti agli stranieri.
Che cosa dovrebbe fare, invece, la politica?
Dare diritti. Negarli significa discriminare, disconoscere delle categorie. La politica italiana è molto irresponsabile, non si rende conto che il suo atteggiamento è omonegativo quindi genera sofferenza. Si dovrebbe fare una legge che consenta ai gay di sposarsi, se lo vogliono. Permettere ai gay di adottare i bambini, perché i figli hanno prima di tutto bisogno di affetto, non di modelli maschio/femmina e c’è un’ampia letteratura scientifica che evidenzia questa tesi. Invece non c’è neppure una legge contro l’omofobia. Per fortuna le persone, soprattutto i ragazzi, sono più aperti dei propri rappresentanti.
Perché allora ci sono tanti episodi di violenza contro gay?
Più le persone esprimono la propria diversità, più la cosa infastidisce. In una situazione in cui il presunto “diverso” sta la proprio posto ci sono meno aggressioni, perché chi deve sentirsi anomale si sente tale e non disturba nessuno. Se il presunto diverso vive serenamente il proprio orientamento, la cosa inquieta chi vorrebbe discriminarlo. Che quindi desidera punirlo. È una reazione simile al razzismo. Infatti nei Paesi in cui l’omofobia è un’aggravante di reato, è equiparata alle discriminazione razziali.
Ma insomma, che cos’è l’omosessualità?
Una variante normale della sessualità, un’espressione delle tante sessualità possibili. La realtà è più complessa delle semplificazioni. Non esiste un modello unico della sessualità. Non è mai esistito nella storia umana. Da medico posso assicurare che le sessualità sono plurali.
Nell’approccio terapeutico c’è differenza tra gay e lesbiche?
Le donne sono più disposte ad assecondare la propria natura. Il ruolo del maschio, come dipinto dalla società, stride di più con lo stereotipo dei gay. Infatti, i pazienti, sono per lo più maschi.
di Elisa Battistini Il Fatto Quotidiano

I PERICOLOSI PALADINI DEL’OMOFOBIA
Insulti, rabbia, terapie riparative. L’omofobia non è un tabù. Basta fare un giro su Internet per sbizzarrirsi. SecondoNatura è un “blog reazionario, a pluralità di autori, per contrastare la dissoluzione del buon costume”. Nato nel 2007, porta avanti battaglie singolari. L’ultima è quella per l’abolizione della parola “gay”. Motivo? Il termine, si legge, “non significa ‘omosessuale’ come lo intendiamo noi, bensì tende ad accreditare l’esistenza di una comunità. Il suo uso non fa che accreditarne la presenza in quanto tali, per essere considerati e trattati come una minoranza tutelata”. Con questi presupposti, figuriamoci che ne pensano a SecondoNatura della legge sull’omofobia affossata dal Parlamento. La definiscono “Una legge liberticida, che riconoscendo agli omosessuali uno status di categoria protetta e privilegiata, impedisce di commentare, criticare, denunciare anche solo le loro pubbliche effusioni. Un omofono non commette nessun reato, si limita, dizionario alla mano a provare avversione per l’omosessualità e gli omosessuali: dov’è il reato?
Ma non c’è solo chi si sfoga sul web. C’è anche chi gli omosessuali si è messo in testa di curarli. Obiettivo Chaire è un’associazione che si propone di aiutare “genitori, insegnanti ed educatori a prevenire l’insorgere di tendenze omosessuali nei ragazzi, negli adolescenti e nei giovani”. Un po’ la stessa cosa che fa l’Agapo (associazione amici e genitori persone omosessuali) che ha stilato un decalogo di consigli per i genitori su cosa fare e non fare quando gli capita un figlio gay. Al Gruppo Lot, associazione cattolica, invece, aiutano “eterosessualità latente”. Si chiama teoria riparativa e sostiene che l’essere gay è una ferita nell’identità di genere, dovuta a mancanze infantili: con la terapia, in tre anni, circa 60 omosessuali hanno riscoperto la loro mascolinità e frenato le loro pulsioni omosex indesiderate (almeno secondo quanto loro sostengono ndr). Con l’omofobia qualcuno ci fa pure i soldi. L’estate scorsa, sulla riviera romagnola, impazzavano gli adesivi “I am not gay”. Un successone, a quanto pare, se anche chi non abita in zona se n’è fatti spedire tre “uno per l’auto, uno per la moto e uno per la bicicletta”.
Poi c’è Radio Padania: se tra i dirigenti leghisti, Borghezio e Gentilini in testa, c’è chi combatte la crociata “contro i culattoni”, ovvio che gli ascoltatori non abbiano freni. “Io sono contro l’accoltellamento – dice un ascoltatore mentre in studio ridacchiano – però due calci ne culo li avrei dati anch’io. Vedere due dello stesso sesso che si baciano è una schifezza incredibile”. Infine c’è chi ne ha fatto una questione politica. Il Popolo della Vita, attivo nel difendere la famiglia fondata sul matrimonio e il valore della vita, crede che qualsiasi norma in difesa degli omosessuali sia un privilegio intollerabile. L’omosessualità rientra nella sfera intima e personale. Difenderla significa discriminare tutti gli altri. E accadere, dicono i difensori della vita, nel paradosso dell’uomo-fobia.
di Paola Zanca Il Fatto Quotidiano

Il Parlamento Europeo, nel Testo definitivo di Risoluzione sull’Omofobia del 18 gennaio 2006, ritiene l’omofobia "una paura e un'avversione irrazionale nei confronti dell'omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo e al sessismo" . Con il termine "omofobia" quindi si indica generalmente un insieme di sentimenti, pensieri e comportamenti avversi all'omosessualità o alle persone omosessuali.
E’ bene chiarire, quindi, che l’omofobia è un termine dalla valenza sociologica ma anche giuridica, essendo stato utilizzato in atti giuridici, come appunto le Risoluzioni del Parlamento Europeo.
Potremmo dire che l’omofobia è dettata dal pregiudizio. Ma cos’è il pregiudizio?
E’ un giudizio precostituito, un giudizio dato a priori, senza veri fondamenti che ci portino ad elaborare la nostra opinione. Nel caso dell’omofobia, il pregiudizio è un atteggiamento di chiusura e di ostilità verso una persona che vive una condizione diversa dalla maggioranza della popolazione. Il pregiudizio si diffonde quando un’interpretazione complessa e multiforme della realtà ci porta a preservare le nostre sicurezze attraverso processi di semplificazione. Sono processi riduttivi, che non tengono conto delle effettive
molteplici sfumature della società in cui viviamo. Nel caso dell’omofobia, gli atteggiamenti negativi nei confronti dei cittadini glbt, hanno molte sfumature. Si passa da un tipo di tolleranza che non implica necessariamente il rispetto, al disagio e all’avversione esplicita, per culminare in manifestazioni di discriminazione, ostilità e nei casi più gravi, violenza.
L’omofobia è un fenomeno in costante aumento.
La scorsa estate sono stati frequenti gli episodi di discriminazione, anche violenta, contro la comunità glbt. Il caso più grave è stata l’aggressione di una coppia gay: un giovane è stato ferito gravemente a coltellate ed il compagno è stato colpito alla testa con una bottiglia di vetro.
Si tratta di episodi gravissimi, di violenza contro altri esseri umani solo perché omosessuali, una violenza dettata solo da odio per una condizione differente, quindi da razzismo. Il Parlamento Europeo, come abbiamo visto, in varie Risoluzioni stabilisce il principio di non discriminazione per orientamento sessuale e l’articolo 3 della Costituzione Italiana parla chiaro:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”

Secondo l'Ires non sono "1,8 milioni, come calcola l'Istat", perché bisogna aggiungere anche chi ha smesso di cercare un impiego. Contratti a tempo, allarme salari: in pochi casi superano i mille euro. Giovani, donne e under 34 non superano gli 800 euro.
Lo scenario non è dei migliori e c’era da aspettarselo. La novità è che i disoccupati in Italia sono 3,2 milioni e non 1,8 milioni, come calcola l'Istat, perché a questi ultimi bisogna aggiungere anche gli scoraggiati, ovvero coloro che hanno smesso di cercare un impiego ormai convinti di non poterlo trovare. È quanto emerge dallo studio realizzato dall’istituto di ricerche della Cgil, l’Ires, presentato oggi (29 ottobre) a Roma. Tra i dati allarmanti, un tasso di disoccupazione in crescita anche l’anno prossimo, salari bassi (intorno ai 1.000 euro) specie per le donne e i più giovani, solite differenze tra Nord e Sud.
DISOCCUPAZIONE AL 12,1%. Alla luce dei risultati dello studio, dunque, il tasso di disoccupazione reale sarebbe al 12,1 e non al 7,4 per cento comunicato dall'Istat per il secondo trimestre 2009. Secondo la Cgil, infatti, la stima realistica della disoccupazione, se si facessero emergere almeno 600.000 degli scoraggiati, sarebbe del 9%. Il mercato del lavoro, così afferma l'Ires, “si caratterizza per l'incremento sostenuto del numero di inattivi in età da lavoro, cresciuti di 434 mila unita rispetto al secondo trimestre 2008”. In particolare, il 9% degli inattivi complessivi tra i 15 e i 64 anni non cerca lavoro perché pensa di non riuscire a trovarlo. Una fascia di “scoraggiati” che riguarda 1 milione e 363 mila persone, per gran parte donne (938 mila a fronte di 425 mila uomini). Lo studio sottolinea anche come sia cresciuta la durata della disoccupazione, tra i 7 e i 12 mesi.
BASSI SALARI. Quasi due terzi dei dipendenti con contratto a tempo determinato hanno retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro. La percentuale con un salario così basso tra coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato e una retribuzione inferiore a 1.000 euro risulta del 29%. La retribuzione è bassa soprattutto per i giovani e le donne. In particolare, per le donne con contratto a tempo determinato e meno di 34 anni, la media salariale è di poco superiore agli 800 euro.
"CIG IN AUMENTO NEL 2010". “L'anno prossimo ci saranno 1,2 milioni di domande di disoccupazione ordinaria”m ha detto il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni presentando il rapporto e confermando le proposte del sindacato per affrontare la crisi. Tra queste, “prolungare l’indennità di disoccupazione ordinaria di quattro mesi per i lavoratori sotto i 50 e portare il tetto della cassa integrazione a 1.100 euro mensili contro gli 800 attualmente percepiti”.

La bataille de la RAI
"Mamma Rai", comme la surnomment les Italiens, va mal. Critiquée pour sa partialité, vilipendée pour son archaïsme, mise sous pression politique et étranglée financièrement par Silvio Berlusconi depuis son retour au pouvoir en 2008, la télévision de service public essaie, tant bien que mal, de résister de l'intérieur. "Nous traversons le pire moment de notre histoire", explique Alessandra Mancuso, journaliste au TG1 (journal télévisé de la RAI Uno) et membre de son comité de rédaction élu par les journalistes. "Depuis le retour de Berlusconi, nous avons de moins en moins d'autonomie et d'indépendance", affirme la journaliste en déclinant la longue liste de tous les manquements journalistiques et des parti pris de sa chaîne en faveur du président du conseil.
"Sur la RAI, c'est l'anti-berlusconisme sept jours sur sept", se défendent les partisans du Cavaliere qui, depuis toujours, voit la télévision de service public comme un "nid de communistes". Tout comme la presse écrite, "contrôlée à 85 % par la gauche", selon M. Berlusconi, qui, en justice, réclame 1 million d'euros aux quotidiens La Repubblica et L'Unita pour la publication de questions sur sa vie politique et privée. "Les médias, et particulièrement la télévision, sont son obsession, note Alessandra Mancuso. Le problème est qu'il contrôle directement la RAI, où il a placé à sa tête des hommes de confiance tout en étant propriétaire, via sa famille, de trois chaînes privées."
Télévision publique ou télévision d'Etat ? Le problème se pose en Italie depuis des années. Que le pouvoir ait été détenu par la droite ou par la gauche, les relations entre les politiques et la RAI ont toujours été très étroites. Jusque dans les années 1990, la Démocratie chrétienne au pouvoir sans interruption depuis 1945 s'était attribué RAI Uno, le Parti socialiste avait RAI Due ; RAI Tre, créée en 1979, avait été laissée au Parti communiste italien, et rapidement surnommée "Télé Kaboul". Ce petit arrangement entre amis politiques avait été voté au Parlement sous le principe de la "lotizazzione" pour garantir le pluralisme du service public. La disparition de ces partis politiques, pris dans la tourmente des affaires de corruption, dans les années 1980, n'a pas mis fin à la "lotizazzione".
Les partis politiques contrôlent toujours les trois chaînes publiques. Mais l'irruption sur la scène politique de Silvio Berlusconi a changé la donne. Lors de sa première élection en 1994, des voix à gauche se sont élevées pour dénoncer le conflit d'intérêts, mais, depuis, aucun gouvernement n'a souhaité le régler. "C'est une grave erreur politique que nous payons cher maintenant", reconnaît Nino Rizzo Nervo, membre (centre gauche) du conseil d'administration de la RAI. "Entre 1997 et 1999, nous avions une majorité législative pour mettre fin à ce conflit d'intérêts, mais nous avons été pris par le temps", poursuit-il, sans être très convaincant.
Décomplexé par sa forte popularité, Silvio Berlusconi n'a que faire des violentes critiques contre sa mainmise sur la télévision publique. La RAI est devenue son jouet. Il y nomme ses fidèles, intervient à sa guise et l'étrangle financièrement en décidant, par exemple, de ne pas augmenter la redevance, pourtant l'une des plus basses d'Europe (107 euros). Dernièrement, il a même imposé une alliance entre la RAI et son groupe Mediaset pour contrer l'expansion audiovisuelle de Rupert Murdoch en Italie. Lorsqu'il est en délicatesse dans sa vie publique ou privée - et les épisodes n'ont pas manqué ces derniers mois -, le président du conseil s'invite à la télévision "pour s'expliquer". Non pas sur l'une de ses trois chaînes privées (Canale 5, Italia 1 et Rete 4) qui mêlent information et propagande, mais sur la RAI, qui représente la moitié des parts de marché de la télévision. Selon plusieurs études, 70 % des Italiens se forment une opinion par la télévision. Le TG1 rassemble chaque jour 7 millions de téléspectateurs et reste l'une des principales sources d'information des Italiens.
"Bon anniversaire ! Vous êtes ici chez vous", lui a d'ailleurs lancé, sans ironie, le présentateur du journal du matin de RAI Uno, le jour des 73 ans de M. Berlusconi. Mercredi 7 octobre, quelques heures à peine après l'arrêt de la Cour constitutionnelle levant son immunité judiciaire, il s'est invité par téléphone dans l'émission "Porta a porta" sur RAI Uno, où le journaliste Bruno Vespa l'accueille toujours à bras ouverts. Dénonçant "les toges rouges", " la justice de gauche" et "la persécution" dont il se dit victime, Silvio Berlusconi s'est même permis d'insulter Rosy Bindi, vice-présidente de la Chambre des députés et élue du Parti démocrate (centre gauche), qui lui portait la contradiction. "Vous êtes plus belle qu'intelligente", lui a-t-il lancé sans que personne réagisse sur le plateau. "Evidemment, je suis une femme qui n'est pas à votre disposition", a-t-elle répliqué en faisant référence au scandale des call-girls dans lequel est impliqué le président du conseil. Le lendemain, une pétition lancée sur le Web par les mouvements féministes a récolté des milliers de signatures en soutien à Mme Bindi.
Ce dérapage n'est qu'un parmi d'autres. Le comité de rédaction (CDR) de RAI Uno en a d'ailleurs fait un Livre blanc. Le 3 octobre, une manifestation pour la liberté de la presse a rassemblé plus de 100 000 personnes à Rome, criant "Nous sommes tous des canailles", terme par lequel Silvio Berlusconi a désigné certains journalistes de la RAI. Augusto Minzolini, directeur du TG1, imposé à ce poste par le Cavaliere, s'est alors fendu d'un éditorial en direct affirmant que ce rassemblement "était une manifestation incompréhensible dirigée contre Berlusconi". Quelques heures plus tôt, le chef du gouvernement avait qualifié l'événement de "farce absolue". Emotion au sein de la rédaction, où les journalistes, de droite comme de gauche, ont obtenu que le CDR fasse valoir un point de vue opposé dans un droit de réponse.
Convoqué par le comité de vigilance de la RAI, le directeur du TG1 s'est juste fait rappeler à l'ordre. "Vous êtes au journalisme ce que la chaise électrique est à la vérité", a ironisé l'ancien juge Antonio di Pietro, fondateur de L'Italie des valeurs, à propos de Bruno Vespa et Augusto Minzolini. Depuis, ordre a été donné aux rédactions de RAI Uno de ne plus diffuser d'images de Di Pietro et des activités de son parti...
"Il y a une réelle volonté de réduire la visibilité des sujets sociaux, comme ceux sur l'homophobie, l'immigration ou le racisme, déplore Alessandra Mancuso. La RAI ne se comporte plus comme un service public, mais comme une concession privée au service d'un homme." Le président du conseil s'en défend avec une pirouette : "Si je vais parler à la télévision, c'est un scandale, si je vais sur une autre chaîne, je deviens dictateur, si je vais sur une troisième, nous sommes dans un régime autoritaire, et sur une quatrième, c'est un acte de délinquance", répète-t-il à l'envi lorsque la question lui est posée.
"Nous ne sommes pas tombés dans une dictature à la sud-américaine", tempère le journaliste Enrico Mentana, ancien présentateur vedette de Canale 5 (chaîne du groupe Médiaset), d'où il a démissionné après dix-huit ans de service à la suite d'un désaccord éditorial. Aujourd'hui chômeur, il a travaillé de longues années à la RAI et connaît bien la maison. "La RAI a toujours été un champ de conquête politique, mais la liberté se prend si on le décide. Plus que de censure, il s'agit plutôt d'autocensure, affirme-t-il. En Italie, les journalistes peuvent tout dire sur Berlusconi, mais c'est souvent une vision manichéenne. Ils sont le reflet de notre vie politique. Avec la quasi-disparition de la gauche, ce sont désormais les journalistes qui ont pris le relais et jouent un véritable rôle d'opposition."
C'est le cas de Michele Santoro, journaliste politique et animateur de nombreux magazines sur la RAI, qui a été réintégré sur RAI Due en 2005 par une décision de justice. En 2002, le journaliste avait été licencié après que Silvio Berlusconi, de retour au pouvoir, l'eut accusé "de faire un usage criminel de la télévision publique". Depuis sa réintégration, le directeur de RAI Due souligne que le journaliste est seulement "hébergé" sur sa chaîne... Loin d'abdiquer, Michele Santoro a repris sa croisade contre Berlusconi. Son magazine hebdomadaire "Anno Zero" connaît des records d'audience, malgré les avertissements de la direction, qui a suspendu les contrats des journalistes qui y collaborent.
Fin septembre, plus de 7 millions de téléspectateurs ont suivi le récit de filles qui ont fréquenté les soirées du président du conseil. Et, pour la première fois, Patrizia D'Addario, la call-girl qui a passé une nuit avec le Cavaliere avant d'être candidate sur une liste berlusconienne au conseil municipal de Bari, a déclaré que Silvio Berlusconi "connaissait son métier", ce que le Cavaliere a toujours nié. Tollé le lendemain dans la presse pro-Berlusconi, qui a appelé à ne plus payer la redevance rebaptisée "taxe Santoro".
"Nous vivons dans une atmosphère nauséabonde", dit Roberto Natale, président de la Fédération nationale de la presse italienne, en rappelant que l'Institut international de la presse a exhorté l'Italie à "mettre rapidement en place des mécanismes garantissant l'indépendance éditoriale de la radio-télévision publique". Lors du rassemblement pour la liberté de la presse, Roberto Saviano, auteur de Gomorra (Gallimard, 2007), menacé de mort par la Mafia napolitaine, a fait une apparition pour rappeler que "la vérité et le pouvoir ne coïncident jamais".
di Daniel Psenny lemonde.fr


Domus poco ospitale, l'autocensura degli "intellettuali" italiani
A proposito di libertà di stampa. Perché Flavio Albanese (nella foto sotto), direttore di "Domus", la più blasonata rivista di architettura italiana. ha rifiutato l'articolo dell'olandese Rem Koolhaas sulla nuova sede del G8 (saltato) alla Maddalena? L'articolo è poi finito sul "Corriere della Sera" del 7 ottobre. Ecco il retroscena. Ricevuto il testo di Koolhaas, architetto innovativo ed engagé , Albanese ritiene offensivi e inaccettabili tre passaggi su Berlusconi, accenni ironici alo scandalo escort, alla "crisi matrimoniale", al modello edonista di Villa Certosa. Come farlo capire a Koolhaas? Di concerto con il suo editore Giovanna Mazzocchi, il direttore gli fa sapere che il testo è arrivato in ritardo per il numero di ottobre, senza far cenno alla questione politica. L'olandese propone: slittiamolo a novembre. Niet. A quel punto Koolhaas capisce. Stefano oeri, l'autore della G8, soidale con lui ritira la disponibilità a pubblicare il suo progetto sulla rivista. Koolhaas, indignato, manda il testo al "Corriere". Domanda: quanta autocensura c'è nelle teste degli intellettuali italiani?
di Enrico Arosio

Nevica ad Atene
Vivo stupore, nel mondo della montagna, per una nomina tra le più strane: il siciliano Massimo Romagnoli, residente in Grecia da vent'anni (vive ad Atene), a presidente dell'Ente italiano montagna. L'Eim, ente pubblico commissariato, dovrebbe fornire consulenze alle politiche di sviluppo del nostro territotio montano. Ci si aspetterebbe un esperto riconosciuto. Ma chi è Romagnoli? Un ex deputato di Forza Italia (circoscrizione estero, 2006). Attivo nell'import-expport tra Italia e Grecia, si occupa delle comunità italiane in diversi Paesi mediterranei. Scegliere per l'Eim un attivista degli Azzurri nel mondo, artefice del gemellaggio tra l'isola di Keas e Gela e della conferenza dei giovani italiani a Corfù, pare bizzarro. La nomina di Romagnoli, spinta da Manuela Di Centa (nella foto sotto) del Pdl, è ancora in discussione alla commissione Cultura del Senato.
di T.M.
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Mi manda Giulio
La società è nata da pochi mesi con lo scopo di raccogliere un miliardo da investire in progetti di "social housing", case popolari o palazzi da affittare a canoni agevolati. Si chiama Cdp investimenti Sgr, poiché il socio di maggioranza (con il 70 per cento) è la Cassa Depositi e Prestiti, istituto che fa capo al ministero dell'Economia e al quale il ministro Giulio Tremonti (nella foto sotto) sta affidando poteri crescenti. Al momento di assegnare le poltrone, senza dare nell'occhio, alla Cassa non è sfuggita l'occasione di piazzare nel collegio sindacale della neonata Cdp Investimenti un nome di peso: Giuseppe Russo Corvace, storico collaboratore dello studio commercialisti Vitali Romagnoli Piccardi & Associati. Quello fondato da Tremonti, dove il ministro è solito riprendere l'attività quando non siede al governo.
di L.P.

Libertà di stampa: male la Francia, peggio l'Italia
Reporters sans frontiers ha pubblicato oggi l’annuale rapporto sulla libertà di stampa nel mondo. Secondo la nuova classifica i dati più rilevanti quest’anno sono l’aumento della libertà di stampa negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Obama (dal 40esimo posto al 20esimo) e il peggiorare della situazione in paesi come Iran (73esimo) e Israele (150esimo, ma fuori dai territori israeliani).
Anche per l’Italia un responso negativo, col nostro paese che scende dalla 44esima posizione dell’anno scorso alla 49esima (ma nel 2007 era 35esimo). Il paese che quest’anno si piazza in testa alla classifica è la Danimarca, seguita da Finlandia e Irlanda. Ultimo classificato (su 175 parsi monitorati) l’Eritrea.
Presentando il rapporto, il presidente di Rsf, Jean-François Julliard, non ha celato la sua preoccupazione per quanto riguarda la situazione europea, dove diversi paesi, come Francia (43esima), Italia (49esima), Slovacchia (46esima), mostrano un progressivo restringersi degli spazi per la libertà di stampa. «E' inquietante constatare come, anno dopo anno, importanti democrazie europee come Francia, Italia, Slovacchia perdano progressivamente posizioni. L’Europa - ha affermato Julliard - dovrebbe essere d’esempio sul fronte delle libertà pubbliche. Come possiamo denunciare le varie violazioni nel mondo se non siamo irreprensibili noi stessi in prima persona?».
lastampa.it


Lettera all'Italia infelice
"Se la libertà è divenuto tema di dibattito continuo, quasi ossessivo in Italia vuole dire che qualcosa non funziona. Verità e potere non coincidono mai e quello che sta accadendo in questi giorni lo dimostra. Ci sono lezioni che non si imparano, disastri naturali che si ripetono come se la storia non ci avesse insegnato nulla e sacrifici di persone che hanno lottato per rendere questo Paese migliore che vengono dimenticati se non ignorati o peggio insultati. Qualcosa non funziona perché non si vuole capire quello che è accaduto e che quello che avviene tutti i giorni: non si racconta il presente, non si analizza il passato, tutto diventa polemica, dibattito sterile; tutto si avvita in un turbine di gelosie e di guerre tra bande. La folla di piazza del Popolo mi ha stupito, stordito, emozionato. Non sapevo cosa dire: quella che avevo davanti era una testimonianza incredibile, non ero più abituato a vedere tanti volti e tanto sole. Da quando tre anni fa sono stato messo sotto protezione e costretto a vivere con la scorta non avevo mai potuto sentire un vento di speranza così forte. Alla gente in Italia non interessa la libertà di stampa, non si preoccupa per il fatto che sia stata offuscata e minacciata da quello che sta accadendo: la libertà di stampa non è importante perché non la si considera necessaria e utile al proprio quotidiano. Non capiscono quello che stanno rischiando, quanto possono perdere. Se ne accorgeranno solo quando riusciranno a vedere con occhi diversi e comprenderanno che oggi sulla maggioranza dei media la vita non viene raccontata ma rappresentata. Ricostruita secondo luci e dinamiche che la rendono finta. Verosimile ma lontana dal reale: come quelle foto ritoccate al computer per cancellare le imperfezioni, far sparire le rughe, il peso del tempo e gli acciacchi del divenire fino a rendere un'immagine diversa delle persone che così rinunciano persino a specchiarsi. Ci viene raccontata un'Italia allegra, il Paese del bel mangiare e delle belle donne. Ci viene imposto il modello di un Paese spensierato, in fila per partecipare alla fortuna milionaria delle lotterie e per vincere un posto in un reality show. Ma l'Italia oggi è profondamente infelice e triste. Vive nella cattiveria di una guerra per bande generalizzata, di un sistema animato dalle invidie. E la nostra percezione è così lontana dalla realtà da impedirci anche di renderci conto dell'infelicità. Ho sempre dentro il racconto di un immigrato africano che incontrai a Castel Volturno prima delle riprese del film "Gomorra": "La cosa che odio degli italiani è la loro gelosia, quell'invidia cattiva che hanno nei confronti di chiunque riesca ad ottenere qualcosa. Quando in Francia lavori molto, riesci a guadagnare e puoi comprarti una bella macchina, ti guardano riconoscendo il risultato. Dicono: "Quanto ha faticato per farcela". Invece quando in Italia ti vedono al volante della stessa auto senti subito che ti stanno dicendo "Stronzo bastardo". Non si pongono nemmeno la domanda su quanti sacrifici hai fatto, scatta subito una gelosia che si trasforma in odio. Questo accade solo nei paesi dove i diritti divengono privilegi, e quindi dove il nemico non è il meccanismo sociale che ha permesso questo, ma bensì chi riesce ad avere quel diritto. Una guerra tra vicini ignorando i responsabili del disastro. Questo si combatte solo raccontando quello che non va, perché solo raccontando la realtà di quest'Italia arida si potrà sconfiggere l'infelicità: la libertà di stampa è utile per essere felici". "L'assenza di serenità ci porta a rinunciare alla libertà di stampa. Sapere che la replica al proprio "lavoro non sarà una critica, ma un'offesa o un attentato alla sfera privata spinge ad autocensurarsi, convince a non attaccare qualunque autorità, rende schiavi di ogni potere. Dopo l'editoriale di Augusto Minzolini sul Tg1 mi sono chiesto se si rendesse conto di quello che stava facendo. Avrei voluto dirgli che manifestare per la libertà di stampa significava manifestare anche per lui, anche per il suo futuro: un futuro in cui se si potrà ancora parlare del potere, se lo si potrà criticare è perché qualcuno ha lottato per renderlo possibile. Si è scesi in piazza anche per lui, perché lui domani possa continuare a dire quello che dice oggi anche se dovesse cambiare il potere che difende le sue parole".
"Fare il politico oggi nell'immaginario è fare il lavoro più semplice e comodo. Mi vengono alla mente le famiglie meridionali in cui il figlio più intelligente fa l'imprenditore e quello incapace il politico. Invece la politica dovrebbe essere una responsabilità pesante e difficile, un mestiere duro. Capisco il fastidio che può avere un politico a essere esaminato nella sua vita privata, ma questo è l'onere della sua missione, fa parte della democrazia. Oggi bisogna ricalibrare l'immaginario del politico, ritornare a una figura che fa una vita dura e poco divertente. La politica come servizio al Paese e ai cittadini, non come privilegio. La politica è vivere nella difficoltà. Penso al rigore morale di Enrico Berlinguer, Giorgio Almirante e Giorgio La Pira, restano figure di servizio alle istituzioni, nonostante i loro ideali e la loro fede religiosa. Sono cresciuto al fianco di uomini di destra che non avrebbero mai sopportato questo clima di intimidazione e crudeltà, così come ormai la divisione e la rivalità sono così diffuse che impediscono alla sinistra ogni forma di aggregazione vera. Ogni possibilità di parlare al cuore delle persone. Oggi invece chi racconta cose scomode, chi descrive la realtà infelice dell'Italia viene accusato dalle massime autorità politiche di gettare discredito sul Paese agli occhi del mondo... Raccontare la realtà non significa infangare il proprio Paese: significa amarlo, significa credere nella libertà. Raccontare è l'unico dannato modo per iniziare a cambiare le cose".
di Roberto Saviano
Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

Tra le tante voci di spesa, ci sono 400 costumi, 100 carri falcati, 200 armature (perfette riproduzioni realizzate in India), 4.550 cavalli, 12 mila comparse, più i cachet degli attori, incluso Raz Degan nei panni di Alberto da Giussano. E tutto il resto, naturalmente. Spesa finale: 30 milioni di dollari, compresa la postproduzione per le 800 scene trattate con effetti speciali digitali. Chi ha pagato? Al 60 per cento imprenditori privati vicino alla Lega, al 40 per cento la Rai: 12 milioni di euro di soldi dei contribuenti, quindi, a pesare sul bilancio già drammaticamente in rosso della tivù pubblica. Soldi che, ormai è certo, non torneranno mai indietro: nei cinema "Barbarossa" è un flop e l'incasso dei botteghini - secondo le previsioni - non coprirà nemmeno un terzo delle spese sostenute. L'ultimo spreco di denaro pubblico ha un nome e cognome preciso: Umberto Bossi, capo della Lega e grande sponsor politico del progetto, nonchè amico personale del regista e pure presente in un cameo nella pellicola di Renzo Martinelli. Berlusconi insomma ha usato la Rai (che imporrà il film in due puntate anche sul piccolo schermo) per tenersi buono l'alleato di governo, a spese nostre. Dev'essere questo il famoso "Roma ladrona", lo slogan con cui la Lega ha mosso i suoi primi passi fino ad arrivare direttamente a usufruire del bottino.
spreconi.it

Il bue e l'asino.
La sentenza del TAR del Lazio sulle graduatorie dei precari mette a nudo l’ipocrisia della retorica del merito del ministro bresciano Mariastella Gelmini. Spieghiamola in poche parole per i non addetti perché è importante. Secondo logica chi ha più merito (titoli, esperienza), ovvero più punteggio (ammesso e non concesso che il merito si possa pesare), va ai primi posti della graduatoria alla quale aspira ad entrare e quindi passa avanti a chi ha meno merito di lui.
Si possono cambiare, verificare, aggiustare i criteri con i quali si attribuiscono i punti, ma non il principio generale per il quale dopo aver calcolato il merito questo venga fatto valere. Sulla base di tale principio se Tizio, che ha più punti di Caio, vuole insegnare nella provincia X, evidentemente il primo posto sarà per Tizio e solo quello successivo sarà per Caio. Altrimenti che vantaggio ha Tizio nell’essere più bravo di Caio?
Qui casca l’asina, quella che se ne andò da Brescia a Reggio Calabria a far gli esami perché era più facile.
Se facciamo così (tecnicamente si chiamano “graduatorie a pettine”) i capaci, meritevoli e disposti a spostarsi finiscono per trovare lavoro. E’ la logica americana quella per la quale la gente si deve spostare per andare dove il lavoro c’è, mentre i mammoni o bamboccioni stanno a casa. Ma nell’Italia dell’immobilismo, sociale, localista, economico, chi si sposta per lavoro va visto sempre con sospetto.
“Non è giusto -afferma infatti testualmente Gelmini che di merito e meritocrazia si riempie la bocca tutti i giorni- che chi arriva all’ultimo momento passi avanti [solo perché se lo merita] a chi si aspettava finalmente di entrare”. E quindi l’asina, la “Beata ignoranza” raglia e fa le “graduatorie a coda”. Con le “graduatorie a coda” i titoli, l’esperienza e tutto quello che viene considerato merito passa in secondo piano rispetto al presunto diritto di chi è è del posto a passare avanti a chi viene da fuori.
Gelmini compiace una volta di più la smania leghista di fermare le orde di insegnanti meridionali che mandano avanti la scuola a Nord come a Sud, quasi sempre con merito, dedizione e sacrificio. Qualche volta il merito non c’è, ma non esiste altro merito che verificarlo caso per caso e mai per generalizzazioni. Ma al ministro Gelmini non importa e in ogni caso ricacciando indietro in graduatoria chi ha solo diritto di lavorare per favorire i compaesani della Padania immaginaria non puoi verificarlo.
Con questa cultura (ma l’altro sproloquiatore meritocratico Renzo Brunetta che che pensa?) è evidente che (per esempio) in qualunque concorso universitario il candidato interno, che sta lì da 10 o 15 anni a presidiare la sedia e far… fotocopie per l’ordinario di riferimento, abbia diritto di non farsi scavalcare da chi viene da fuori e vuole il suo posto solo perché più preparato. E difatti Gelmini sta per abolire i concorsi per sostituirli con la chiamata diretta.
Ma non illudiamoci che sia Gelmini l’orco arrivato a smantellare il merito che regna nella scuola. In maniera molto simile a Gelmini in termini di de-merito la pensano i sindacati, soprattutto la CISL ma anche la CGIL. Quando che come primo atto da Ministro chiuse le SSIS, le scuole di specializzazione dei laureati per ottenere l’abilitazione all’insegnamento, che premiava il merito dei giovani nello specializzarsi, i sindacati non mossero un dito e, magari senza farne una questione di sangue ariano, hanno sempre privilegiato i precari di lungo corso rispetto ai precari bravi.
Esattamente come Gelmini ragionano con la logica del “prima sistemiamo quelli che è tanto che aspettano e che c’hanno famiglia (e se sono scarsi e seduti e danneggiano i ragazzi non importa). Solo poi vedremo i giovani, pieni di energie e bravi”. Essendo purtroppo i giovani meno sindacalizzati dei vecchi, soprattutto la CISL (vero Fioroni?) ha sempre fatto la guerra alle SSIS che aveva il torto di scalzare, con personale scolastico migliore, i propri iscritti. Gelmini dunque fa solo un altro passetto verso l’abisso. Lei privilegia quelli scarsi ma padani, o meglio padani e scarsi contro quelli bravi (terroni o meno a noi non importa), ma almeno ci risparmi la retorica del merito.
d Gennaro Carotenuto

La manifestazione per la libertà di stampa del 3 ottobre a Roma
Molte cose in questa settimana, eventi grandi e piccoli, comportamenti oggettivamente virtuosi ed altri oggettivamente condannevoli (uso l'avverbio 'oggettivamente' per rispettare la norma che condanna il peccato ma non il peccatore). Non potendo analizzare il vasto campo di tanti accadimenti, adotterò l'antico metodo della spigolatura.
Il ministro dello Stato sociale, che mette continuamente bocca in faccende che non lo riguardano, ha detto che la manifestazione del 3 ottobre in piazza del Popolo a Roma dedicata alla libertà d'informazione è stata un flop. Ad essa hanno partecipato trecentomila persone. Tutta l'area dal ponte sul Tevere che proviene da piazza della Libertà fino a piazza Augusto Imperatore era gremita all'inverosimile. Non so quali siano i metri di giudizio del ministro Sacconi. Se questo è un flop vuol dire che si aspettava tre o quattro milioni di persone. Cercheremo di far meglio la prossima volta.
Giovedì primo ottobre sono andati in onda 'Annozero' alle ore 21.10 e 'Porta a porta' alle 23.20. La prima, condotta da Santoro, ha registrato un ascolto di 7 milioni di persone, la seconda condotta da Vespa poco meno di 2 milioni. In quel pomeriggio Berlusconi ricevette il direttore di 'Libero', Belpietro, che è poi intervenuto ad entrambe le trasmissioni. E Bruno Vespa. Quest'ultimo ha precisato in una lettera a 'Repubblica' d'essere andato a parlare con il premier del suo nuovo libro. L'ha scritto e noi gli crediamo, ma questo non modifica in nulla il fatto che una trasmissione della Rai ha preso di petto un'altra trasmissione della medesima azienda.
Sarebbe certamente un esempio di pluralismo se Santoro da un lato e Vespa dall'altro avessero ispirato le rispettive trasmissioni sul medesimo oggetto con modalità diverse l'uno dall'altro; ma non è soltanto questo che è avvenuto. Vespa, attraverso i suoi ospiti Belpietro, La Russa e Romani ha attaccato con aperta polemica la trasmissione 'Annozero' ed ha stentoreamente ripetuto per tre volte che "gli intolleranti sono di sinistra". Può senz'altro dirlo, è un'opinione come un'altra, ma con questo modo di condurre ha ormai definitivamente certificato che anche la Rai ha il suo Emilio Fede. Noi lo sapevamo da un pezzo, adesso è palese per tutti.
Minzolini. Che dire del direttore del Tg1? Del suo editoriale del 3 ottobre sulla manifestazione appena conclusa a Piazza del Popolo? Di fronte a Minzolini, Bruno Vespa somiglia al re Salomone quanto a imparzialità di giudizio; fa finta di essere imparziale e qualcuno ci casca anche. Minzolini no, non fa finta. Minzolini è fazioso, ne è consapevole e vuole farlo sapere. Non potendo esserlo fino in fondo nel suo Tg1 se non con lo strumento assai usato delle omissioni, interviene personalmente manipolando la realtà di quanto è accaduto. La sera del 3 ottobre il direttore del Tg1 si è volontariamente collocato non solo più a destra di Vespa ma dello stesso Emilio Fede sopra ricordato. Qui non si tratta di giornali di proprietà privata ma del servizio pubblico. Quanto può continuare una situazione di questo genere?
Antonio Di Pietro ha pesantemente attaccato il presidente della Repubblica sostenendo che aver promulgato la legge sullo scudo fiscale è stato un atto "oggettivamente vile". Tutte le forze politiche di maggioranza e di opposizione si sono schierate a difesa del Presidente manifestandogli piena solidarietà. Il Quirinale ha detto che le accuse di Di Pietro sono "al di là di ogni commento". Non si poteva dir meglio.
Napolitano, rispondendo alle domande di alcuni cittadini sull'argomento in questione, ha spiegato che la legge sullo scudo fiscale non contiene a suo avviso evidenti elementi di incostituzionalità. Così stando le cose il presidente della Repubblica non ha il potere di bloccare la legge. Cade quindi totalmente l'accusa di Di Pietro, motivata soltanto dal suo populismo e dalla sua affannosa ricerca di visibilità.
Il Presidente, nel corso delle sue spiegazioni, ha aggiunto che la Costituzione gli assegna il potere di rinviare una legge alle Camere in seconda lettura, ma prevede anche che la sua firma di promulgazione diventi obbligatoria quando il Parlamento gli rinvia per la seconda volta la legge, anche se identica a quella approvata e poi rinviata. Quindi il potere di rinvio è di fatto inutile. Così Napolitano.
Ventinove deputati d'opposizione (22 appartenenti al Pd) non erano presenti al voto conclusivo sullo scudo fiscale. Il provvedimento è passato con soli 20 voti di maggioranza perché al centrodestra le assenze erano più d'una sessantina.
Le assenze tra le file dell'opposizione hanno provocato grandissimo sconcerto nell'opinione pubblica. Gli organi del Pd e dell'Udc si sono impegnati ad applicare dure sanzioni contro gli assenti. Certo gli ammalati sono fuori questione se le ragioni d'impossibilità saranno adeguatamente certificate. Gli altri assenti non ci pare che meritino scusanti, neppure quelli che erano lontani da Roma e potevano agevolmente rientrare.
Metto per ultimo l'evento più grave della settimana: il nubifragio e le frane a Messina, i morti, i dispersi, le rovine. Si è trattato, come tutti i giornali hanno scritto, di una catastrofe annunciata perché i fenomeni franosi in quella zona si erano già ripetutamente verificati da oltre un anno. Faccio dunque una domanda a Bertolaso, sottosegretario e capo della Protezione civile: non spetta anche a lui, anzi a lui soprattutto, il compito di prevenire i disastri quando essi sono già stati avvistati? Era certamente al corrente della situazione a Messina, che cosa ha fatto per prevenire il disastro? Mi aspetto una risposta in mancanza della quale dovrei dedurre che il vezzo di non rispondere alle domande della stampa è ormai diventato generale nel governo di cui anche Bertolaso fa parte.
di Eugenio Scalfari

Non esportiamo democrazia. Ma armi sì.
L’esportazione della democrazia è fallita, ma in compenso l’esportazione delle armi va alla grande. Una settimana prima della strage di Kabul, lo studio ricerche del congresso Usa aveva stilato il rapporto annuale sul commercio d’armi, con una buona notizia per l’industria militare italiana, tornata seconda esportatrice del mondo. Primi naturalmente gli Stati Uniti, con 37,8 miliardi, staccata l’Italia con 3,7 miliardi, ma pur sempre davanti alla Russia e al resto del mondo.
Nell’anno del crollo delle esportazioni, con picchi del trenta per cento in molti settori, il made in Italy delle armi continua a segnare primati su primati. Le missioni militari nel mondo si rivelano spesso un doppio-affare. Aumentano le commesse militari dei Paesi occidentali, ma soprattutto fanno espandere la domanda nei Paesi mediorientali, africani e in genere del Terzo Mondo, dove si dirige circa il settanta per cento del mercato.
Prendete il simbolo stesso dell’arma italiana nel mondo, la pistola Beretta. In Iraq la usano tanto i soldati americani e italiani, quanto i terroristi di Al Qaeda.
Quattro anni fa l’esercito americano ne trovò scatoloni interi in un arsenale di terroristi. La Procura di Brescia aprì un’inchiesta, presto richiusa. In teoria non si potrebbero vendere armi non solo ai terroristi, com’è ovvio, ma anche a molti Paesi belligeranti e non sparsi per il mondo. Ma i sistemi per aggirare l’embargo sono moltissimi, noti eppure non controllati, come la vendita a pezzi da assemblare oppure a Paesi Terzi o ancora la delocalizzazione delle fabbriche in nazioni, il Brasile per esempio, non sottoposte ai vincoli dei trattati internazionali.
Le nostre mine antiuomo, altro tragico vanto dell’industria bellica, sono state trovate in una ventina di nazioni. A cominciare dall’Afghanistan, la nazione più minata della Terra. I talibani usano materiali di mine russe e italiane per comporre gli esplosivi degli attentati kamikaze. Nel dibattito politico seguito alla strage di Kabul di queste faccende si è parlato poco. Ma quando si parla di ritiro delle truppe in Iraq e Afghanistan, si parla di perdite di miliardi di commesse militari per l’industria bellica. I politici lo sanno. Lo sa Berlusconi, amico personale di Guido Beretta. Lo sa Baraci Obama, molto prudente sulla questione. Gli ultimi presidenti, candidati alla presidenza e primi ministri che hanno annunciato ritiri dal fronte e tagli alle spese militari, sono morti giovani.
di Curzio Maltese
Se ti fai il conto fatti i conti:
L’Italia continua ad esportare armi leggere in assoluta mancanza di trasparenza
Non solo l'Italia è il secondo esportatore mondiale di armi leggere e di piccolo calibro, ma tra i paesi che maggiormente si forniscono di armi "made in Italy" figurano Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia.
Ancora una volta i dati del rapporto Small Arms Survey fanno capire che le autorizzazioni all'esportazione dall'Italia di queste cosiddette "piccole armi" non sono così rigorose come le nostre leggi richiederebbero. E come il buon senso in un mercato così delicato e in cui siamo tanto protagonisti richiederebbe: in questo modo rischiamo di essere uno dei paesi che maggiormente fomentano conflitti nel mondo. Anche la trasparenza sulle informazioni fornite dalle nostre amministrazioni lascia molto a desiderare visto che il centro indipendente di ricerca di Ginevra nel giro di un anno ha declassato l'Italia dal secondo al dodicesimo posto.
E’ questo il punto centrale della denuncia che la Rete Italiana per il Disarmo avanza alla conoscenza di Governo ed opinione pubblica a commento del rapporto "Small Arms Survey 2009" redatto del Centro indipendente di ricerca del Graduate Institute of International Studies di Ginevra presentato nei giorni scorsi nella città elvetica.
Gli Stati Uniti continuano ad essere il leader indiscusso nel commercio globale legale di "small arms and light weapons" (cioè le armi leggere - vedi dopo la definizione) avendo esportato nel 2006 ben 643 milioni di dollari di questo tipo di armi. Ma l'Italia - con 434 milioni di dollari di esportazioni - figura al secondo posto precedendo ampiamente la Germania (307 milioni di dollari), il Brasile (166 milioni) e l'Austria (152 milioni). E se è vero che tra i principali acquirenti delle armi italiane vi sono nazioni del mondo occidentale come Stati Uniti, Francia, Spagna, Regno Unito e Germania, il rapporto dell'istituto di ricerca ginevrino segnala anche che Etiopia, Filippine, Israele, Thailandia annoverano l'Italia come uno dei loro cinque principali fornitori.
Va ricordato inoltre come le armi piccole abbiano per loro natura un prezzo più contenuto rispetto ai grossi sistemi d’arma, per cui un giro d’affari di milioni di dollari (per confronto si pensi che i sistemi d’arma vengono venduti per miliardi di dollari) significa molte armi che possono finire in molte mani, spesso in maniera incontrollata nelle zone di conflitto.
"Sebbene i dati elaborati dal centro di ricerca di Ginevra siano - per loro stesso riconoscimento - carenti in quanto non tutti gli stati forniscono all'Onu informazioni complete o adeguate, per quanto riguarda l'Italia le cifre segnalate nel rapporto sulle esportazioni di "piccole armi" sono abbastanza attendibil, semmai al ribasso" - afferma Giorgio Beretta, analista dell'Osservatorio sul commercio di armi (Os.C.Ar.) di Ires Toscana membro di Rete Disramo. "Dall'accurato database dell'Istat si apprende, ad esempio, che negli ultimi tre anni le esportazioni di queste armi e munizioni sono fortemente aumentate passando dai 670 milioni di euro del 2006, ai quasi 744 milioni del 2007 agli oltre 861 milioni di euro del 2008: e stiamo parlando, prevalentemente di armi da fuoco ad uso sportivo, da caccia, o per la difesa personale, non militari" – conclude Beretta.
L’eccellenza italiana è nota da tempo in tale settore. “Il primato dell’industria italiana delle armi leggere conferma inoltre il ruolo di primissimo piano del distretto armiero bresciano - afferma Carlo Tombola coordinatore scientifico di OPAL (Osservatorio Permanente Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa) di Brescia - a cui si deve in gran parte questo primato. E’ urgente che produttori e autorità tengano conto che l’immagine di qualità delle armi italiane è incompatibile con la scarsissima trasparenza dei dati ufficiali, soprattutto per ciò che riguarda l’export di armi cosiddette “civili e sportive” verso paesi dove vengono quotidianamente calpestati i diritti umani”.
Un tema importante, quello dell’impatto delle piccola armi sui diritti umani e lo sviluppo delle popolazioni mondiali, come ricordato da Riccardo Troisi di Pax Christi: "Questi dati confermano l’ipocrisia dei paesi ricchi, che da una parte alimentano il commercio di armi leggere, con i danni che questo produce soprattutto nei paesi del Sud del mondo, dall’altra fanno dichiarazioni sempre puntualmente disattese per combattere la povertà ed aiutare i tanti paesi ridotti in miseria dall’attuale sistema economico. I costi stimati ogni anno per i danni prodotti dalle armi leggere sono infatti, secondo la rete mondiale IANSA, di oltre 163 miliardi di dollari. E sono i più poveri a subirne l’impatto più brutale, tanto che le armi possono essere considerate una delle cause strutturali che alimentano la povertà".
Tutti questi dati preoccupano fortemente la Rete Italiana per il Disarmo, soprattutto per il ruolo di primo piano che evidentemente il nostro paese svolge in questo tipo di commercio. “E’ importante arrivare ad alti standard di controllo e di regolamentazione del mercato italiano (interno e soprattutto estero) delle armi leggere - conclude Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo - qualcosa che già esiste nella nostra legislazione per quanto riguarda i grossi sistemi d’arma. Anche perché, nonostante una raccomandazione UE in tal senso, il nostro paese è uno dei pochi a non disporre di una legge sull’intermediazione e il cosiddetto brokeraggio di armi (cioè il ruolo dei trafficanti e dei venditori) che ovviamente è molto più facile e possiede impatti molto più negativi proprio nel campo delle piccole armi.
Per saperne di più:

Nord Est d’Italia fra crisi sistemica e delocalizzazione
I capaci e lungimiranti imprenditori italiani strattonano senza dignità alcuna la giacca di Berlusconi, il quale, come ben sappiamo, è uno di loro e li rappresenta degnamente. Dimentichi per un attimo delle belle parole dal sapore propagandistico e ideologico, quasi un “mistero della fede”, con le quali per anni si sono riempiti la bocca – dalla mitica innovazione alla produttività del lavoro, dal “fare sistema” alla necessaria, continua ristrutturazione – altra alternativa non hanno, per mantenere alto il tasso di profitto e i loro “consumi di prestigio” dei quali spesso il paese non beneficia, e mostrano il vero volto del liberismo economico, di quella libera iniziativa privata che nelle fiabe raccontate dai pubblicisti dell’economia di mercato significherebbe assunzione responsabile di rischio, aumento dell’efficienza, incremento delle quantità prodotte e consumate, avanzamento planetario verso “più elevati tenori di vita”. Arrivano da tutti i distretti, e in particolare da quelli del nord est del paese, e da ogni angolo in cui si produce il tanto decantato [almeno in altri tempi] made in Italy, per abbeverarsi alla fontana delle risorse pubbliche, quelle erogate dal tanto disprezzato stato centrale, percepito fino a ieri come un limite alla loro possibilità di espansione, di “crescita” futura, se non come un vero e proprio nemico che impone tasse e balzelli, opprimendo il mirabolante e dinamico mondo dell’imprenditoria. Berlusconi, da parte sua, non è insensibile ai lai della pessima Marcegaglia – che parla anche per la cruciale industria media e piccola, in subbuglio a causa del credit crunch – perché gli concede qualcosa, ad esempio l’aumento delle risorse fino a 1,3 miliardi di euro destinate al fondo di garanzia per il credito, importante per garantire un certo afflusso di liquidità nelle casse degli imprenditori privati in periodo restrizioni creditizie, e l’innalzamento della soglia prevista per la compensazione fra crediti e debiti nei confronti dello stato. In effetti, nell’elargire denaro vero e non soltanto promesse a fondo perduto, questo esecutivo rispetta una scaletta di priorità che è tipica dello stato “leggero” di matrice liberaldemocratica, asservito a grandi interessi privati: prima di tutto l’usurocrazia rappresentata dal sistema bancario, al fine di preservare le strutture finanziarie in essere mentre la crisi sistemica comincia a scatenarsi, poi la libera impresa privata con particolare attenzione in queste ore per la P.M.I. e, in ultimo, se avanza qualcosa, a titolo di mera elemosina e di spot per carpire il consenso elettorale, la gran maggioranza della popolazione costituita da forza-lavoro e consumatori, più che da cittadini nella pienezza dei diritti. Non importa se il sistema bancario non concede più crediti alla piccola e media industria – volano di uno “sviluppo” che già da tempo si è inceppato, in questo paese – perché tanto ci sono le risorse pubbliche, le imposte e le tasse pagate da chi non può sottrarsi, che possono correre in soccorso del tasso di profitto preservando il vero idolo di Mercegaglia e della sua consorteria, come ha fatto notare dall’alto del suo scranno anche Mario Draghi, il quale ha sollecitato tempi più ridotti per il rimborso dei crediti che le imprese hanno nei confronti dello stato, essendo le pregevoli banche italiane impegnate in un difficile inventario dei titoli tossici e sempre più prudenti nelle pratiche di affidamento … In altre parole, è ormai certo che la crisi la pagheranno gli strati sociali più bassi e i provvedimenti berlusconian-tremontiani puntualmente lo confermano. Per ottenere fondi dallo stato e per facilitare la loro concessione, spesso si sbandiera la necessità della difesa dei posti di lavoro nazionali – come è accaduto per giustificare gli aiuti di stato all’industria dell’auto – e questo accade anche nel Nord Est della penisola, che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante di un sistema economico fondato sulla media e piccola impresa. Di nazionalizzazioni di unità produttive in difficoltà, neppure si osa parlare … Purtroppo, il fatto che si tratta dell’ennesimo spot, volto a dare una giustificazione “accettabile” al sostegno al tasso di profitto e alla persistenza di puri interessi privati [contrapposti ad esigenze concretamente sociali che la crisi in atto non farà che amplificare] attraverso l’impiego di soldi pubblici e risorse collettive, è ben dimostrato dal caso di Safilo Group, esploso in tutta la sua gravità proprio in questi giorni. Safilo è attiva dal lontano 1934 nel campo della produzione di occhiali con un gran numero di prestigiosi marchi in licenza, da Armani a Gucci. Fin dai tempi del suo fondatore, l’italo-americano Guglielmo Tabacchi, ha come area di insediamento originaria proprio il ricordato Nord Est [Venezia, Belluno, Padova], con un fatturato che nel 2006 ha superato 1,1 miliardi di euro e, nello stesso anno, con un organico di oltre settemila e trecento dipendenti, società commerciali del gruppo comprese. Per quanto riguarda le società estere del gruppo oggi esistenti, importanti e numerose sono quelle americane e canadesi, ma, nel resto del mondo, si va da Atene a Kuala Lumpur. Orbene, il gruppo Safilo ha scelto la via dell’infedeltà nei confronti della comunità locale e della delocalizzazione futura degli stabilimenti di produzione – si parla ancora una volta della Cina – mantenendo, però, prudentemente alcune strutture e il marchio in Italia, per poter fregiarsi del solito made in Italy. Il risultato è che si prevedono tagli occupazionali significativi, nell’ordine di un complessivo 20%, concentrati particolarmente negli stabilimenti in Friuli – per la precisione a Precenicco, con la chiusura dell’unità produttiva e la messa in mobilità di tutti i dipendenti, e a Martignacco, con una riduzione pesantissima dei posti di lavoro di oltre il settanta per cento – e ciò significherà la perdita secca di più di settecento posti di lavoro nella sola provincia di Udine. Se alcuni imprenditori, profittando della crisi, ricorrono agli ammortizzatori sociali, cercano di liberarsi dei lavoratori “scomodi” e puntano ad ottenere un po’ di denaro pubblico, altri continuano imperterriti a spostare produzioni e know-how al di fuori del territorio nazionale, impoverendo il paese. Naturalmente, dovrà intervenire lo stato per dare un po’ di respiro ai lavoratori espulsi dal processo produttivo. In tal senso è significativo il caso di Safilo e svela una volta di più, fra le altre cose, che il marchio del made in Italy un tempo glorificato in mezzo mondo e considerato garanzia di elevata qualità del prodotto, ormai nasconde e neanche troppo bene falsificazioni e imbrogli. Un’operaia friulana della Safilo, intervistata alla radio, ha dichiarato con estrema franchezza che nello stabilimento in cui lavora si mette il marchio agli occhiali e si fa ben poco d’altro. Ecco cosa si nasconde dietro alle belle parole e alle frasi fatte che si sentono nei consessi ufficiali dell’imprenditoria italiana, a partire da Confindustria, e casi come quelli della Safilo non sono certo una rarità assoluta. Quindi, tempi duri per il Nord Est d’Italia culla della P.M.I. e per le sue propaggini più orientali, perché la crisi dell’economia “reale” avanza e i processi di delocalizzazione – fenomeno eclatante e socialmente insidioso della globalizzazione dei mercati – anziché fermarsi continuano imperterriti.
di Eugenio Orso www.ariannaeditrice.it

I senza lavoro
Stasera la cena di Luigi Marcuzzo, 46 anni, è senza carne. Non ne mangia da settimane. Sposato, separato, una figlia di 11 anni a carico. Luigi faceva l’operaio a millecento euro. Da novembre 2008 è senza stipendio e la bistecca è ormai un lusso. Piatti poveri anche a casa del collega pasta, pane, insalata e acqua del rubinetto. Di più lui e suo fratello non si possono permettere. Paola Marcon, 44 anni, compra solo prodotti in offerta. Sia Paola, sia il marito hanno perso il lavoro. Hanno due ragazzi di 13 e 17 anni da far studiare. E da nove mesi vivono consumando i risparmi di anni.
La crisi sta entrando nelle case. Feroce e spietata. Anche qui, nel Nord Est, Treviso e provincia, locomotiva del modello italiano, del successo fai da te e del durismo leghista che proprio in questa terra, tra parlamentari e ministri, ha fatto il pieno di voti. Già da mesi esplodono drammi che l’ottimismo governativo nasconde. E settembre è arrivato con il pericolo, tutto da scoprire, di nuove chiusure a catena. Questa è la vera paura. Altro che sicurezza, ronde, dialetto, bandiera regionale. Bastano i numeri: da gennaio 6.231 lavoratori di questi paesi, uomini e donne, italiani e stranieri, hanno perso il posto o hanno subito una riduzione dello stipendio per cassa integrazione o mobilità. Tagliano dipendenti i colossi degli elettrodomestici come Electrolux di Susegane e Zoppas di Vittorio Veneto. Sforbiciate al personale nelle industrie dell’abbigliamento e dello sport come Stefanel a Ponte di Piave, Diadora a Caerano San Marco, Tecnica a Giavera del Montello. Chiude e manda a casa 117 persone lo storico lanificio Cerreti di Policarpo di Vittorio Veneto. Vanno poi aggiunti il mancato rinnovo dei contratti a termine, le liquidazioni, i fallimenti che colpiscono a macchia di leopardo nella costellazione di aziende comprese tra i due e i settecento dipendenti. Famiglie costrette a fare la spesa con meno di dieci euro a settimana. E all’improvviso non c’è più differenza tra italiani e immigrati. Agli sportelli Caritas di don Ferruccio Sant, veneti e albanesi sono in testa nelle richieste del sussidio di solidarietà. Ogni acquisto, ogni bolletta, senza più entrate, è una ulteriore discesa nel baratro della povertà.
La strada che da Conegliano, 35 mila abitanti, porta verso le colline brilla di vetrine e showroom costruiti nell’ultimo decennio di economia galoppante. Il centro commerciale, l’ultimo dopo la rotonda a destra, ha grandi cartelli con la scritta saldi. Non si tratta di abbigliamento, ma di beni di prima necessità: alimentari, sapone e maxi pacchi di carta igienica di marca offerti a due euro. Devono svendere pure quelli, altrimenti nessuno compra. Si prosegue oltre il confine comunale, lungo la provincia che sale a Retrofrontolo, tra vigneti di prosecco e sacrari della Prima guerra mondiale. Da dicembre novanta tra operai e impiegati combattono per un posto di lavoro che non esiste più. Il gigantesco capannone, subito prima dello stabilimento di cucine Ariston-Indesit, ha ancora l’insegna. “Ape – Advanced project engineering”, c’è scritto. È chiuso da nove mesi. Durante le ultime vacanze di Natale la proprietà ha portato via i macchinari. La Ape era subentrata due anni fa alla liquidazione della “Zara marmitte”, un marchio che riforniva le concessionarie di auto e camion. I dipendenti erano in ferie dal 19 dicembre 2008. Ma nessuno di loro sospettava il tracollo. Quando sono tornati al lavoro a inizio gennaio, hanno trovato i cancelli chiusi. Per sempre. Un colpo a tradimento. Senza preavviso. Senza cassa integrazione o il paracadute della mobilità. Senza nemmeno una lettera. Un caso Innse di provincia. Solo che qui, a differenza dei riflettori di Milano dove l’azienda è stata salvata, è finita male. Per questi manager la famiglia di un operaio vale meno del costo di una telefonata.
“Ci hanno scaricato senza preavviso. Non immaginavo arrivassero a tanto”, dice Luigi Marcuzzo, operaio saldatore di Col fosco di Susegana, licenza di terza media, due anni di anzianità in Ape e quindici per Zara marmitte: “Avevo ristrutturato la casa. Un mutuo di 310 euro al mese per quindici anni. Ma nessuno sa se tra un anno lavoreremo. Era la casa che mio padre si era sudato con i risparmi da muratore. Prima della ristrutturazione era un fienile. Adesso la venderò. Mia figlia va in prima media e non so come pagare i libri. La devo vendere.”
Il governo si inventa la sanatoria per salvare l’assistenza agli anziani dalle manette del decreto sicurezza. Ma nel Veneto spazzato dalla crisi le badanti curano anche gli scolari. “Quando otto anni fa mi sono separato, la bimba è rimasta con me”, racconta Luigi Marcuzzo, “ e adesso mi aiuta il comune di Susegana dove abitiamo. Mi paga la baby-sitter che bada alla piccola quando sono fuori di casa. Io non ce la faccio a pagare. Ho un arretrato di due mesi di tutte le bollette. Ho tolto il telefono fisso, sì ho tenuto il telefonino ma non chiamo più, lascio che chiamino gli altri. In ottobre avevo comprato un computer portatile per mia figlia 350 euro. Un mese fa ho dovuto rivenderlo. Mi hanno dato 150 euro. È niente ma mi servivano “sghei”, soldi per fare la spesa. C’era anche l’abbonamento a Sky, 36 euro al mese. Il mio conto è vuoto. La banca non paga e bollette e da qualche settimana non ricevo più i canali. Via anche Sky”. Si può fare a meno di Rupert Murdoch. Ma la mancanza di lavoro minaccia addirittura la sicurezza alimentare. In Veneto è un salto indietro di cinquant’anni: “Per la spesa compro pasta e poco altro”, rivela Luigi: “Mangiamo pasta. Costa poco e riempie. Niente vino, niente birra, niente carne, niente spese inutili. Non devo superare i dieci euro a settimana. Magari un po’ di carne me la passa mia sorella. È in pensione, se può mi da cinquanta euro. Io ho finto i risparmi. Grazie all’intervento della Fiom-Cgil ci hanno riconosciuto la cassa integrazione. Ma da novembre non abbiamo ancora visto un soldo. Il Comune di Susegana tre mesi fa ha anticipato 1.800 euro. Diviso nove mesi fa 200 euro al mese. Con questo sto vivendo”. Come passo la giornata? “Accompagno mia figlia dalla baby-sitter. Torno a casa, prendo la bici e vado in giro. Mentre pedalo penso alla rabbia. Il lavoro c’era, il padrone ci aveva garantiti. Invece ci hanno buttati fuori”.
Gino Daros, operaio attrezzista alla Ape, licenza media inferiore, abita a Conegliano con il fratello, 48 anni, emigrante in Germania fino a due anni fa quando, perso il lavoro da gelataio, non ha trovato più nulla. Un po’ per l’età, un po’ per la crisi che stava arrivando. È dovuto tornare indietro. Così come in questi mesi sono tornati in patria tre colleghi marocchini di Gino a quali il comune di residenza, Crocetta del Montello, aveva negato l’anticipo della cassa integrazione. “Nei miei nove mesi senza lavoro”, racconta Gino Daros, “sono entrati 2.400 euro in quattro rate che il Comune di Conegliano mi ha anticipato. Le bollette siamo riusciti a pagarle. Ma ho sei mesi di arretrato d’affitto. Devi scegliere, o paghi o mangi. Ho tagliato quasi tutto. Prima correvo in bicicletta. Ho venduto la Atala da corsa. Ho una Seat Ibiza. Non la uso più per non spendere in benzina. Mi muovo in bici. Ho tagliato anche sugli alimentari, sul primo e sul secondo. Non possiamo permettercelo. Mangiamo un solo piatto. Sempre pasta”.
Questo è periodo di vendemmia, in Veneto. Ma accettare un altro contratto, anche stagionale, significa perdere i diritti maturati. Come ha scoperto Giuseppe Piccin, 61 anni, operaio da quando ne aveva dodici, ora senza stipendio, 500 euro al mese tra mutuo e fidi bancari da restituire, tre rate e due mesi di telefono arretrati, un figlio di 25 anni con lavori occasionali. Piccin aveva trovato un contratto di tre mesi: “Non sono potuto andare. Oltre alla cassa integrazione, mi hanno detto che avrei perso l’aggancio alla pensione. La notte però mi vengono gli incubi. Sogno di non farcela e mi sveglio”.
“Il problema grosso è la piccola impresa che non avrà futuro”, spiega Loris Scarpa, sindacalista della segreteria Fiom-Cgil di Treviso: “O si ripensa alla produzione in grosse dimensioni o sarà molto complicato uscirne. Si considerano i lavoratori come oggetti. E chi è precario è lontano da tutte le possibilità di assistenza sociale”.
Nemmeno in questa casa anni Cinquanta, alla periferia di Conegliano, entrano stipendi. Tanto per cominciare sono 400 euro al mese di affitto per cucina, un piccolo salotto, bagno, due camere, ripostiglio, un po’ di orto. Paola Marcon, operaia part-time e delegata Cgil alla Ape, è senza paga da novembre. Suo marito Zuhair Al Kaisy, 55 anni, architetto, cittadino italiano nato in Iraq, ha invece perso il lavoro nell’aprile 2008. Era operaio a tempo determinato alla Electrolux, nonostante la laurea e le specializzazioni in Italia: “Non ho avuto un lavoro come laureato perché qui in Veneto”, dice Al Kaisy, “se uno non è italiano, che tu faccia il pizzaiolo o l’architetto, credono che tu non ci sappia fare. Alla Electrolux lavoravo da tre anni con contratti da tre a sei mesi. Più di operaio non ho trovato”.
Ma come tutti i precari, senza diritto alla cassa integrazione né alla mobilità, anche Al Kaisy da un giorno all’altro l’hanno lasciato a casa. L’unica entrata è l’anticipo del Comune: quattro rate da 600 euro. E un sussidio regionale di 220 euro in tre rate. “Avevo mille euro di spese arretrate, per questo ho fatto domanda alla Regione”. Racconta Paola Marcon: “Nella lettera che annunciava il contributo c’era scritto: le auguro che l’intervento le sia di aiuto. Ma come possono pensare di aiutare una famiglia con 220 euro? Stiamo consumando i risparmi messi via negli anni. Risparmiamo sul riscaldamento con una stufa a lega. Cerchiamo di tagliare. E ovviamente niente vacanze. Siamo una famiglia di operai. Non è che prima si navigasse nell’oro”. I contributi sono comunque briciole rispetto alle spese del 2009: oltre ai 400 euro mensili di affitto, 80 euro di luce a bimestre, 82 di acqua, 400 all’anno di tasse sui rifiuti, 400 al mese di spesa alimentare, 500 per un intervento dal dentista, 1.500 l’anno di gasolio per la caldaia, 500 l’anno per la legna, 300 al mese per muoversi a cercare lavoro.
È una crisi silenziosa. Per ora quasi invisibile. Niente presidi, niente striscioni nelle fabbriche. “Perché in Veneto eravamo abituati ad avere un tenore di vita buono”, spiega Paola Marcon: “Perdere il lavoro qui è ancora considerato una sorta di vergogna. Con i miei colleghi ce lo sentiamo addosso. Ti indicano come fallito. Io ho 44 anni. La paura non è avere perso il lavoro. È non sapere cosa viene dopo”.
di Fabrizio Gatti
Clandestino per legge
Due anni e tre mesi per un permesso di soggiorno. Il 15 luglio scorso Abdou B., 32 anni, senegalese di Pordenone, ha finalmente ricevuto il documento di cui aveva chiesto il rinnovo nell'aprile 2007. Abdou non è uno spacciatore. Non ha mai incontrato boss mafiosi. Non ha mai proposto leggi in proprio favore e tanto meno ha evaso il fisco. Sfortuna sua ha scelto di lavorare con successo in un'azienda del Nord Est come assistente alla direzione commerciale. Abdou è laureato in lettere, parla italiano, francese, inglese e spagnolo. E per due anni e tre mesi è rimasto prigioniero del nostro Paese: con il permesso scaduto, non ha potuto andare all'estero per lavoro e nemmeno tornare in Senegal a visitare l'anziana madre. Ci è riuscito, finalmente, nei giorni scorsi. Curioso per familiari e amici scoprire che in Italia esistano ministri e politici peggiori di tanti loro colleghi africani nel tollerare un simile fallimento burocratico. A cominciare da Roberto Maroni, ministro dell'Interno, fino a Umberto Bossi e Gianfranco Fini, dei quali la legge sull'immigrazione porta il nome. I ritardi a più di due anni nel rinnovo dei permessi sono prassi, quando il termine è di 20 giorni. Un segnale che lascia prevedere cosa accadrà con l'imminente sanatoria.

Io, imprenditore rimasto a terra
Il fallimento, la difficoltà di trovare lavoro come operaio: "Aiutato solo dai romeni"
Ci sono gli imprenditori colpiti dalla crisi che non hanno rinunciato alle vacanze. Come i proprietari della Simonplast srl, in viaggio già poche settimane dopo la chiusura della loro azienda: fallimento dichiarato il 17 giugno e 15 posti di lavoro in meno. E ci sono gli imprenditori che hanno perso tutto: la fabbrica, la casa, i risparmi. Come Luigino Toffoli, 53 anni, socio della Mtm serramenti srl di Ponte di Piave: 19 dipendenti a casa e fallimento dichiarato il 19 giugno. Come è finito nella crisi? "Con un contratto da 550 mila euro per un cantiere a Vittorio Veneto. L'impresa committente ha fatto un buco da dieci milioni costruendo appartamenti che nessuno ha comprato. Finiti i lavori, i soldi non sono mai arrivati". Poi cosa è successo? "Avevamo un mutuo con la banca di 500 mila euro. Avevamo debiti con i fornitori. Nell'aprile 2008 cominciamo a saltare le scadenze di pagamento. Io avevo sempre cercato di rispettare le persone. Ma a un certo momento questa è stata la realtà". Come è cambiata la sua vita? "Abitavo in una casa dietro alla fabbrica. Ho perso azienda e casa. Sono separato dal 2002. Adesso la mia ex moglie mi ospita nell'appartamento in cui vive con la nostra figlia più piccola. Gli altri due figli sono sposati e non fanno gli imprenditori". I suoi soci dove sono ora? "Da quello che mi risulta i miei due soci continuano con altre società. Non li ho più rivisti".
Chi ha avvertito i dipendenti? "Dirlo agli operai è toccato a me, perché non ero un socio in camicia bianca. Lavoravo a contatto con loro. Qualcuno l'ha presa male". Cosa le è rimasto? "Un debito bancario personale di 30 mila euro. Una Volvo comprata usata per 3 mila euro. Da gennaio a oggi con lavoretti saltuari posso aver guadagnato 3 mila euro, soldi che ho dato in casa per le spese. Sono andato a cercare qualcosa da fare in Romania. I romeni mi hanno perfino aiutato. Sono rientrato a marzo. Dopo essere stato truffato da un imprenditore con assegni scoperti: era napoletano. Continuo a cercare lavoro, anche come operaio". Quante persone le hanno voltato le spalle? "Otto su dieci. Anche per vergogna mia a chiedere aiuto".

La conduttrice: «Siamo pronti a rischiare anche in proprio»
«Spero che l’intenzione di togliere la tutela legale a quelli che lavorano sul programma, quindi a tutti i miei collaboratori, rientri, perchè è difficile andare in autostrada con la bicicletta». E' quanto afferma Milena Gabanelli, conduttrice di Report, in un’intervista su Corriere tv. «La trasmissione non salterà - replica la conduttrice - noi andiamo in onda comunque, siamo anche pronti a rischiarla in proprio».
«Da parte del servizio pubblico, inserire nel palinsesto in prima serata un programma d’inchiesta e non tutelare gli autori dicendo loro che se si apre un contenzioso "sono fatti vostri", mi sembra crudele e ingiusto, non ne vedo il senso».
Ritiene poi che siano situazioni «molto diverse - commentando il caso di Report, quello di Ballarò e quello di Boffo - se è da leggere sotto la faccia di un’unica medaglia lo interpreti chi studia questi fenomeni, io posso limitatamente parlare per quel che mi compete e conosco bene e quindi so cosa dico». Il clima in questi giorni è particolarmente pesante fa notare il giornalista del Corriere, «lo è sempre - ribadisce la Gabanelli - quando sono costretta a frequentare i corridoi ho sempre l’impressione che non si possa fare niente, ed è il motivo per il quale che io frequento soltanto la mia redazione di via Teulada, lavoro e alla fine vado in onda».

Lei è stata definita la Robin Hood della TV. Le piace questo accostamento?
Robin Hood mi è simpatico, gli accostamenti meno.
La scelta di essere una freelance. Quali sono i pro e i contro?
Decidi il tuo tempo come vuoi. Risultato lavori di più. Contro se ti ammali, se ti chiudono la bottega, se vuoi rallentare...non fatturi. Intanto gli anni passano e sei sempre precario.
Quanti processi ha subito Per quali reati? È mai capitato che una notizia che lei ha divulgato diventasse automaticamente una notizia criminis contro di lei, prima che ne fosse verificata la fondatezza?
Abbiamo 28 cause aperte fra civili e penali, il reato contestato è quello della diffamazione a mezzo stampa. Finora è solo successo che qualche magistrato aprisse un'inchiesta a seguito di notizie da noi divulgate.
Non sarebbe il caso di creare dei meccanismi legislativi ope legis per sanzionare le querele pretestuose e/o infondate?
Mi pare che sia già previsto, ma devi arrivare alla fine del processo. Sarebbe invece il caso di introdurre un filtro di accesso per le cause civili, come avviene per il penale, in modo che la causa pretestuosa non ti infili automaticamente dentro un processo che può durare anche 10 anni.
Ci sono dei casi i cui grazie alle sue inchieste si è mosso qualcosa?
I Tribunali militari che facevano 56 processi all'anno prima erano 11, dopo la puntata hanno deciso di chiuderne 8 e il 50% dei magistrati è passato alla magistratura ordinaria. Sono stati cambiati i vertici all'agenzia Sviluppo Italia. È stata cambiata la legge sul finanziamento pubblico all'editoria. È stata cambiata la procedura dei crediti per i dipendenti della P.A. prima bastavano 6 esami per riscattare una laurea che comprendeva 22 materie.
Delle inchieste che ha fatto qualcuna ha trovato sviluppo nelle aule dei Tribunali? In percentuale quante vanno a buon fine e quante no?
E' difficile dirlo...a volte scopri che a distanza di anni una tal Procura aveva iniziato ad indagare. Ma non è questo il nostro obiettivo, un giornalista deve solo informare. Punto.
Come nascono le inchieste?
Le inchieste nascono grazie alle segnalazioni. La nostra Redazione riceve circa 400 mail al giorno e si va da Trento a Caltanissetta. Per avviare un'inchiesta naturalmente le segnalazioni devono avere un minimo di consistenza, corposità, senso. Tendenzialmente Report si occupa di situazioni che rimangono negli anni. Se ad esempio si volesse denunciare la presenza di rifiuti tossici, una cosa è dire che si sospetta che ci siano, un'altra è dire che al KM x, della strada y, in occasione dei lavori di ristrutturazione del manto stradale si stanno sotterrando rifiuti tossici. La maggior parte degli argomenti nuovi viene dal pubblico. Poi però succede che se la persona è identificabile, scompare lei, la documentazione e tutto il fascicolo. Le inchieste migliori nascono quando chi ha sollevato il problema è uno roso dall'invidia che pensa "muoia Sansone con tutti i Filistei!!!". Mai lo spirito di giustizia o di ricerca della verità, è uno che "rosica" dall'invidia per non aver potuto mangiare un pezzo di torta...
Qual è il protocollo per richiedere un'intervista ai politici?
La maggior parte delle volte è inevitabile passare attraverso gli uffici stampa. Ti viene chiesta la lista delle domande, che però poi puntualmente non vengono lette.
Qual' è la top ten delle scuse con cui viene rifiutata o rimandata l'intervista?
Spesso in genere si usa la scusa di essere in viaggio all'estero, peccato che poi magari li becchi in qualche ristorante a pranzo.
Cosa direbbe a un precario del giornalismo per incoraggiarlo a proseguire il proprio lavoro?
E' il più bel mestiere del mondo, fallo diventare uno scopo di vita. E' richiesta tanta pazienza.
Quanto le costa dal punto di vista umano fare il suo mestiere?
E' un mestiere che amo, quindi anche i sacrifici mi sembrano tollerabili.
Qual'è il requisito imprescindibile di un giornalista. Come ha scelto i suoi collaboratori?
L'integrità e la pazienza. I collaboratori li ho scelti per patologia compatibile.
Lei ha dichiarato in una recente intervista di non fare nulla di più di quello per cui viene pagata.
Poche persone fanno la loro parte se tutti facessero la loro non sarei considerata una "mosca bianca".
Che ragione si è data a questa defezione di massa. Pigrizia, codardia o altro?
Pigrizia, codardia, ma anche errore...nella scelta della professione.
Secondo una classifica stilata da Reporter Sans Frontieres l'Italia è un Paese semilibero, piazzandosi al 40° posto per la libertà di stampa. Ci sono degli argomenti tabù che non si possono neanche sussurraree la cui mancata conoscenza contribuisce a creare una situazione socialmente bloccata?
Certamente, ma non credo che abbiano qualche attinenza con la libertà di stampa. Non si parla dei sindacati, del rapporto Nord-Sud, dell'influenza della Chiesa, delle migliaia di parassiti pubblici che meriterebbero il licenziamento in tronco...non si è liberi di parlare di questi argomenti perché suscitano reazioni violente e si teme il giudizio popolare. E' una questione di cultura.
Secondo lei è più sviluppata la censura o l'autocensura?
L'autocensura. Credo che la censura sia una scusa. Preciso che io non ho mai ricevuto una censura da parte del Direttore, né mi è stato chiesto di tagliare o non mettere in onda qualcosa. Bisogna spendersi molto a dare motivazioni e discutere. La censura comunque è poco diretta, agisce sul modo. Ti viene detto " Meglio che fai in un altro modo, forse può essere giusto levarlo." Talvolta ti viene detto "guarda che non si capisce niente". Questo può essere vissuto come un atto censorio o no. In alcuni casi levare qualcosa ha comportato un perfezionamento del pezzo.
Il potere specula sull'ignoranza dei cittadini. Lei spesso tenta di tradurre in termini semplici questioni ostiche per i non addetti ai lavori tramite esperti o periti vari. Qual è la prima reazione quando li contatta. Le hanno mai detto di no?
Gli esperti di qualcosa di ostico sono sempre felici quando qualcuno vuole divulgare la materia di loro competenza. Sono i diretti interessati che non si fanno mai trovare!
Montanelli diceva che la corruzione comincia con un piatto di pasta. Per questo lei è così magra?
Non credo, io mangio molta pasta...anche dolci. Sono magra perché brucio in fretta e mi muovo parecchio.
Da cosa nasce il suo idealismo?
Dalla vita...e da quel che mi è rimasto di mio padre.
Volente o nolente lei è diventata un modello, un punto di riferimento, un'oasi di salvezza per tante persone. Lei ce l'ha un modello, uno scrittore, un personaggio della storia che l'ha ispirata o incoraggiata?
Mio padre, morto 16 anni fa.
Che libro ha sul comodino?
In questo momento sto leggendo Destinatario Sconosciuto.
La democrazia è fallita?
Il male di questo Paese è la sua classe politica. Io negli ultimi anni ho votato contro qualcuno e non per qualcuno. Credo che l'Italia debba diventare un problema a Bruxelles. Devono capire che la situazione è pericolosa. Io sono per le vie legali e pacifiche. Bisogna continuare a essere incazzati. Non aspettiamo che siano gli altri a fare le cose.
di Dafne Anastasi (giurista)

Ebbene sì, lo confessiamo: ieri abbiamo organizzato un forum in redazione con scrittori, giornalisti, artisti e intellettuali per presentare il Fatto Quotidiano a un gruppo di persone che stimiamo, apprezziamo e speriamo di avere come collaboratori.
Fra queste, ci hanno fatto l’onore di essere presenti anche due magistrati antimafia, Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia, della cui amicizia personalmente mi vanto: sono due dei migliori eredi del pool di Falcone e Borsellino, in prima linea nel pool di Gian Carlo Caselli, fra i protagonisti delle stagioni più luminose della lotta alla mafia. Se vorranno, scriveranno sul Fatto in materia di giustizia e di mafia, insieme a giuristi, costituzionalisti, esperti di diritto, partecipando al dibattito sulla legalità che in Italia è ormai riservato ai delinquenti e ai loro onorevoli avvocati.
Lo faceva Giovanni Falcone, editorialista de La Stampa e collaboratore di un programma di Rai2 sulla mafia. Lo faceva Piercamillo Davigo su La Voce di Montanelli. L’ha fatto, negli ultimi mesi, lo stesso Scarpinato sul Corriere. Lo fa continuamente Gian Carlo Caselli sui giornali che ospitano i suoi scritti. L’ha fatto Carlo Nordio su quotidiani vicini al centrodestra, anche mentre indagava sul Pci-Pds, e nessuno ha avuto nulla da obiettare: giustamente, perché in una democrazia tutti hanno il diritto, e in certi casi il dovere, di manifestare il proprio pensiero. E perché, come è giusto e interessante dare spazio ai medici nel dibattito sulla sanità e agli attori e ai registi nel dibattito sul cinema, è giusto e interessante dare spazio ai magistrati (così come agli avvocati e ai docenti universitari) nel dibattito sulla giustizia.
Non la pensa così Il Giornale della famiglia Berlusconi, diretto da Vittorio Feltri, che della democrazia ha un concetto, diciamo così, un po’ originale. Oggi ha sbattuto in prima pagina, come una notizia scandalosa, la partecipazione (peraltro silente, in veste di semplici osservatori) di Ingroia e Scarpinato al nostro forum. Titolo: “Due giudici antipremier in redazione. Nel nuovo giornale di Travaglio & C. Ingroia e Scarpinato tengono a battesimo Il Fatto, un quotidiano che fa dell’antiberlusconismo la propria linea editoriale. E poi pretendono che crediamo alla favoletta dell’imparzialità dei giudici”. Nell’articolo di Antonio Signorini, si legge una carrettata di balle: tipo che Il Fatto sarebbe “il giornale dei dipietristi”, “dichiaratamente giustizialista”, “un soggetto tutto politico emanazione di un pezzo di sinistra, quella giustizialista, che si riconosce nell’Italia dei valori”, “il nascente quotidiano vicino al movimento di Antonio Di Pietro”, “all’assemblea del quotidiano vicino a Idv, i magistrati Ingroia e Scarpinato lanciano l’allarme democratico”.
Il poveretto non sa che i due magistrati si sono limitati ad assistere a una parte del forum, senz’aprire bocca. Ma, soprattutto, non sa o finge di non sapere che il Fatto Quotidiano, come ha ribadito il direttore Antonio Padellaro ieri, “ha una sola linea politica: la Costituzione della Repubblica Italiana”. E’ comprensibile che due magistrati nella redazione di un quotidiano che si ispira alla Costituzione sgomentino certa brava gente. Stiamo parlando del Giornale di proprietà di Paolo Berlusconi, noto pregiudicato per corruzione e altri reati, e diretto da un tizio, Feltri, che ha difeso amici della mafia come Andreotti, Contrada, Dell’Utri e così via. Ma soprattutto ha fatto o fa scrivere sui suoi giornali noti pregiudicati per reati gravi, come Vittorio Sgarbi (sei mesi per truffa allo stato), Paolo Cirino Pomicino (corruzione e finanziamento illecito), Gianni De Michelis (corruzione e finanziamento illecito), Francesco de Lorenzo (associazione per delinquere e corruzione), Gianstefano Frigerio (corruzione, concussione, finanziamento illecito), Renato Farina (ha patteggiato 6 mesi per favoreggiamento nel sequestro Abu Omar ed è stato espulso dall’Ordine dei giornalisti perché a libro paga dei servizi segreti). E personaggi come Luciano Moggi (5 anni di interdizione dalla giustizia sportiva, 1 anno e 6 mesi in primo grado per violenza privata e minacce, imputato al Tribunale di Napoli per associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva). L’altro giorno, per dire, Il Giornale ha affidato il ricordo di Mike Bongiorno a Fedele Confalonieri (rinviato a giudizio per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset e di nuovo indagato a Milano nell’inchiesta Mediatrade prossima alla conclusione).
Ecco, è normale che il Giornale degli imputati e dei pregiudicati trovi anormale un giornale che, invece, ospita incensurati e addirittura magistrati. Ciascuno si accompagna con i propri simili. Infatti l’assenza di pregiudicati e la presenza di magistrati e incensurati al nostro forum viene definito dal Giornale “una nuova anomalia italiana”. Questi squadristi della penna tirano addirittura in ballo “la separazione dei poteri” e chiedono all’Associazione nazionale magistrati di “riprendere i due iscritti che hanno partecipato a un forum che più di parte, e politico, non si può”. Denunciano come un crimine il fatto che “i magistrati palermitani hanno una qualche idea politica” (avete capito bene: ora è vietato avere idee politiche). E auspicano - da parte nostra o da parte loro - “una qualche precisazione o smentita”.
Se questi picchiatori maccartisti sperano di costringerci a scusarci, a giustificarci, a nasconderci nelle catacombe, hanno sbagliato i loro conti. Noi siamo orgogliosi di stare dalla parte dell’antimafia e di essere amici di servitori dello Stato come Scarpinato e Ingroia, mentre il capo del governo attacca come “follia” e “cospirazione” le indagini sulle trattative fra Stato e mafia e sui mandanti occulti delle stragi del 1992-’93 e il presidente Giorgio Ponzio Napolitano tenta di frenare il Csm nella doverosa difesa dei magistrati attaccati. E saremmo ancor più orgogliosi se magistrati come loro collaborassero al Fatto Quotidiano. Vorrà dire che, per la gioia di Littorio e i suoi compari, il prossimo forum del Fatto Quotidiano lo organizzeremo in un teatro o in una piazza, e di magistrati come Ingroia e Scarpinato ne inviteremo molti altri.
di Marco Travaglio

La Pax Bank, banca cattolica tedesca, è stata costretta a un rapido mea culpa dopo la scoperta che, tra i suoi investimenti, almeno 1,6 milioni di euro erano stati investiti in “cattive azioni”, ovvero nelle non molto etiche industrie belliche e del tabacco. L’istituto di credito di Colonia che sul proprio sito afferma di impiegare i risparmi affidati rispettando “l’equilibrio tra rendita e ideali cristiani”, custodiva nel proprio portafoglio titoli di American Bristish Tabacco e di Imperial Tabacco, rispettivamente secondo e quarto produttore mondiale di sigarette, per un valore di circa 870 mila euro. Altri 580 mila euro erano stati destinati all’acquisto di cedole della Bae Systems, società inglese che produce armi, mentre 160 mila euro erano già investiti in azione della Wyeth, casa farmaceutica americana che produce diversi marchi di pillola anticoncezionale. Il portavoce della banca si è scusato, ammettendo che “si è trattato di un grave errore, di investimenti sfuggiti ai controlli interni”, e ha annunciato la vendita immediata dei titoli senza conseguenze dannose per i clienti. Insomma non andranno all’inferno.
di Clara Attene

Tutto iniziò così, in una delle prime tv commerciali... Usavano questo bar come uno studio tv, facevano indovinelli, se la risposta era esatta una casalinga cominciava a spogliarsi... Arrivavano un sacco di proteste dalle fabbriche vicine, gli operai stavano svegli fino a tardi per guardare». Comincia così la favola nera di Erik Gandini, documentarista italiano cresciuto in Svezia che in Videocracy (ieri alla Mostra e da oggi in sala) descrive l’ascesa al potere delle tv commerciali e del loro presidente, Silvio Berlusconi. Nessun pistolotto politico, nessuna intervista a sociologi o esperti, solo immagini inquietanti, tratte dagli archivi. Più che un documentario, Videocracy sembra la cronaca di un incantesimo collettivo, il popolo italiano soggiogato da una pozione magica che fluisce dal televisore di casa.
Dagli strip delle signore si passa alle serate in topless di Colpo grosso, alle scollature generose di Drive in, all’esibizione continua di tanga, seni, sederi. «Trent’anni dopo - spiega la voce fuori campo - la tv del presidente si è moltiplicata, trasformandosi in un impero mediatico e il presidente della tv è diventato anche il presidente dell’Italia». La voglia di apparire è la benzina di tutto. La signora in sovrappeso si sveste in un trionfo di cellulite, la ragazzina taglia 38 sculetta come una marionetta stonata, le veline in tour si agitano volenterose.
Lele Mora è un Virgilio con il sorriso stampato sulla faccia: «Se c’è qualcuno che può trasformare i sogni in realtà è lui». Vestito di bianco, nella stanza bianca della villa bianca affacciata sul mare di Sardegna, mostra il suo zoo di tronisti e reduci del Grande fratello: «Prendo persone che non sono nessuno, le faccio crescere e diventare persone dello spettacolo». Mora conosce il valore della riconoscenza: «A Berlusconi devo parecchio, è un grande leader, un grande uomo...». Ma l’amore vero si chiama Benito Mussolini, la prova è nel cellulare. Il manager fa ascoltare la suoneria con Faccetta nera mentre sul display scorrono immagini del Duce, fasci littori, simboli nazi: «Hai visto che carino?». Fuori c’è la Costa Smeralda, con il suo perenne carosello, «un sito di pellegrinaggio dove tutti sono impegnati a scattare fotografie». C’è Briatore accolto da urla di fan e c’è la signora Marella, vicina di casa del premier, fotografa appassionata. Nel suo archivio sono immortalati prsonaggi come Putin, Blair, i figli di Gheddafi. E poi naturalmente il presidente, con la celebre bandana in testa: «Lui è naturale, è quello che è, ama la vita, ama le cose belle, si diverte».
Fabrizio Corona è il mattatore della seconda parte del film. Entra in scena al momento dell’arresto, esce a pochi minuti dalla fine, dopo una lunga sequenza che lo ritrae sotto la doccia e poi, con muscoli e tatuaggi bene in vista, mentre si cosparge di crema, si veste, si raccoglie i capelli nel codino, si spruzza la lacca. In mezzo c’è la sua parabola al nero, illuminata da massime celebri: «Sono diventato un simbolo, un po’ come Scarface. Un Robin Hood moderno che ruba ai ricchi per dare a se stesso». Oppure: «Sono convinto che in Italia non esista nessuna coppia fedele». E ancora: «L’unico vantaggio della politica è che se ti eleggono hai l’immunità parlamentare, puoi fare tutti i reati che vuoi e non vai in galera». Corona svela la meccanica degli affari sporchi, foto vendute e ricomprate, perfino «la videocamera per riprendere la moglie in tribunale durante la causa di separazione». Corona, attesissimo alla proiezione, non si è fatto vedere, deludendo la vera folla che ha preso d’assalto la sala. Tanto che si è resa necessaria una proiezione supplementare.
Gandini dice che i «suoi amici svedesi ridono vedendo quello che succede in Italia». L’impressione, aggiunge, «è che qui divertirsi sia una religione, l’unica cosa che conta per gli italiani. Ho pensato, mentre giravo, che si poteva rovesciare quella definizione. Nel mio film, invece della banalità del male, c’è la malvagità del banale». Eppure non bisogna essere pessimisti. Anzi: «Le cose cambieranno, l’Italia è un Paese fantastico, il futuro lo decidiamo noi».
di Fulvia Caprara
Il regista del film Erik Gandini
Informazionee e censura, siamo all'attacco finale
La censura della Rai sul trailer di Videocracy, il film di Erik Gardini su Silvio Berlusconi, è un episodio che svela una strategia. Videocracy è un documentariosullo scandalo del controllo mediatico da parte del premier, come se ne fanno ormai ogni sei mesi in tutto il mondo. Non passa quasi settimana che una troupe di qualche angolo di Occidente, America, Eruopa e Oceania, non arrivi nella redazione per intervistarci sull’incredibile, per loro, caso italiano. La prossima volta dovremmo raccontare questa storia.
L’oscuramento del trailer di Videocracy è stato giustificato con il rispetto della par condicio, la legge che regola l’informazione durante il periodo elettorale. Ora, le prime elezioni in vista sono le regionali del 2010. Quindi si tratta con tutta evidenza di un trucco. A quale scopo? Anche qui, non occorre un grande sforzo di fantasia. Con la stessa delirante tesi domani il direttore generale della Rai o i consiglieri di maggioranza potranno censurare qualsiasi attacco al premier e al governo in qualsiasi trasmissione, sostenendo che si tratta di violazione della par condizio.
Scordatevi, per cominciare, la satira di Crozza e Littizzetto, Corrado Guzzanti e Vergassola. In un Paese dove la libertà di informazione è già a livelli africani, secondo le stime degli organismi internazionali, è partito dunque l’assalto agli ultimi fortini indipendenti. In cima alla lista sono RaiTre e il suo direttore Paolo Ruffini. Berlusconi si è comprato ormai tutti i giornalisti e gli uomini di spettacolo in vendita, ovvero quasi tutti. Agli altri tocca il bavaglio: è la manovra disperata di un autocrate ormai al declino, circondato dalla riprovazione di mezzo mondo, che cerca di blindare almeno l’informazione interna come un feudatario medievale.
Purtroppo è anche una manovra che ha forti probabilità di successo, per la rassegnazione dell’opinione pubblica, l’incapacità di ribellarsi all’esproprio dei diritti civili. Siamo in un Paese dove l’informazione è in questo stato e l’ultima manifestazione pubblica sul tema ha avuto come obiettivo l’abolizione degli incentivi agli editori per l’acquisto di carta. Anche questa dovremo raccontare ai colleghi stranieri.
Quando scenderemo in piazza per difendere il diritto all’informazione, vale a dire il diritto di esistere dei cittadini?
di Curzio Maltese Il Venerdì

Alla vigilia della ripresa del dibattito parlamentare sul testamento biologico, dal Vaticano parte una dura nota di censura contro 41 preti e religiosi che cinque mesi fa firmarono un appello “per la libertà sul fine-vita” promosso dalla rivista Micromega. Una vendetta a freddo nei confronti di un gruppo di sacerdoti ritenuti troppo svincolati dal pensiero unico delle gerarchie ecclesiastiche. Ma anche un attacco preventivo per serrare le fila e per scongiurare il ripetersi di analoghe iniziative ora che la Camera si prepara a riprendere la discussione di un disegno di legge che lo stesso presidente dei deputati Gianfranco Fini ha auspicato venga modificato, rivendicando l’autonomia del Parlamento dai desiderata della Chiesa.
A marzo scorso, mentre il Senato incalzato dalle pressioni cattoliche e sull’onda emotiva della morte di Eluana Englaro stava per approvare l’obbligo di idratazione e nutrizione per i malati in stato vegetativo, 41 preti e religiosi sottoscrissero un appello poi pubblicato su Micromega. “La legge sul testamento biologico che il governo e la maggioranza si apprestano a votare imprigiona la libertà di tutti i protagonisti coinvolti al momento supremo della morte”, diceva il testo. “Con la forza della ragione e la serenità della fede ci opponiamo ad un intervento legislativo che mortifichi la libertà di coscienza”, sostenevano i sacerdoti che affermavano: “Come credenti riteniamo che chiunque come è stato libero di vivere la propria vita, così possa decidere anche di morire in pace, quando non c’è speranza di migliorare le proprie condizioni di esistenza umana”.
Adesso, a cinque mesi di distanza, la reazione della Santa Sede. Ad agosto – segnala l’agenzia di informazioni Adista – la Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede (cioè l’ex Sant’Uffizio) ha inviato una lettera riservata ai vescovi delle diocesi di appartenenza dei 41 preti con un ordine preciso: convocarli per richiamarli all’ordine ed eventualmente punirli. La libertà di pensiero e di espressione il peccato mortale dei 41 secondo il Vaticano: hanno dato la loro adesione ad un testo contrario alla dottrina cattolica che inoltre è stato pubblicato su una rivista che Oltretevere si ritiene laicista ed anticlericale.
Alcuni vescovi si sono attivati, altri lo faranno nei prossimi giorni, alla ripresa dopo la pausa estiva. Dovranno decidere se usare il guanto di velluto o il pugno di ferro nei confronti dei loro preti: ovvero se limitarsi ad un rimprovero con la promessa di non farlo più, oppure se utilizzare la clava del diritto canonico che prevede sanzioni che possono andare dall’obbligo del silenzio fino alla sospensione a divinis. Sul banco degli imputati, fra gli altri, don Andrea Gallo della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova, don Albino Bizzotto, dei Beati i Costruttori di Pace, che dal 19 agosto digiuna a sola acqua contro la costruzione della nuova base militare Usa al Dal Molin di Vicenza; don Enzo Mazzi della comunità di base dell’Isolotto e don Alessandro Santoro della comunità delle Piagge entrambe a Firenze; don Vitaliano Della Sala, già in passato messo sotto accusa dalle gerarchie ecclesiastiche e poi totalmente reintegrato in una parrocchia dell’Irpinia; don Angelo Cassano, parroco a Bari, in prima fila nelle battaglie per i diritti degli immigrati; padre Nino Fasullo, direttore di Segno, una delle riviste di punta dell’antimafia palermitana; i preti operai Carlo Carlevaris e Roberto Fiorini. E poi altri parroci, sacerdoti e religiosi di tutta Italia molto impegnati anche sul terreno sociale.
Un primo risultato l’offensiva del Vaticano lo ha già incassato: uno dei 41, un prete della diocesi di Cremona, pochi giorni fa ha inviato una lettera a Micromega chiedendo di ritirare la propria firma dall’appello. Segno che probabilmente le pressioni del Vaticano e del vescovo hanno sortito l’effetto desiderato: una ritirata silenziosa e in buon ordine.
Comunque vada a finire la storia, l’iniziativa della Santa Sede che colpisce non un singolo sacerdote, come avvenuto negli ultimi anni, ma un intero gruppo rimanda a tempi lontani: restando all’Italia, alla battaglia referendaria per il divorzio del 1974 quando molti preti schierati per il “no” subirono la repressione da parte delle gerarchie ecclesiastiche; o più recentemente al 1989, quando vennero puniti in vari modi gran parte dei 63 teologi, molti dei quali laici che persero la cattedra universitaria, che firmarono una “Lettera ai cristiani” a favore di una attuazione più decisa del Concilio Vaticano II; e don Vittorio Cristelli, direttore del settimanale diocesano Vita trentina, che osò pubblicare la lettera, venne licenziato in tronco. Anche loro, come i 41 di oggi, colpevoli di aver esercitato la propria libertà di coscienza e di parola.
Copyright © di Luca Kocci

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Qu'on ne pense surtout pas que les Italiennes ne sont pas révoltées par ces soirées animées par Berlusconi, où des filles doivent s'habiller de la même manière (en robe noire et avec un maquillage léger), où d'autres, déguisées en Saint Nicolas sexy, se touchent entre elles.
Ainsi sapées, et grotesques, pour chanter et danser avec le chef du gouvernement, avant de passer dans son grand lit, en recevant en échange de ces cauchemars des enveloppes bourrées de billets, et ramassant des carrières politiques payées par la collectivité.
La question, c'est qu'il n'y a pas de moyen de dire et d'agir pour montrer le dégoût des femmes italiennes, et qu'il est urgent de trouver des moyens d'y parvenir.
Jusqu'à maintenant, le manque d'action et les difficultés pour les réactions de trouver de la place dans les médias montre un manque de ruse, de communication et d'intelligence politique.
Le retard de la modernité de l'Italie
Pourtant, le grand retard de la modernité de l'Italie est du à la condition des femmes et à un féminisme ayant mal tourné, qui a permis de déboucher sur cette partouze d'Etat.
A cela s'ajoute une autre question majeure, celle de l'hégémonie culturelle. Berlusconi n'est pas un accident ou une mésaventure italienne : il est l'interprète principal de ce que ses médias produisent. Peu importe s'il en est aussi le propriétaire, l'Italie actuelle n'est que le résultat de sa « Weltanschauung », sa vision du monde.
Cela vient d'une part d'une stratégie lucide, commencée il y a trente ans, et d'autre part d'un phénomène incontrôlé favorisé par le silence des intellectuels, qui a rongé toute forme de démocratie, en la transformant en « vidéocratie » où « télécratie », comme le très éclairé philosophe Français, Bernard Stiegler nomme cette dangereuse forme politique. Une alerte très évidente en Italie, le pays de Gramsci, bien que la France aussi soit sur ce chemin.
Aussi incroyable que cela puisse paraître, personne n'arrive a percevoir et à faire face avec détermination à cette connexion fatale entre la perte de toute conscience civique, politique et morale, la confirmation électorale de Berlusconi, et trente ans de bêtise déversée sur la nation par ce Leviathan médiatique qui se nourrit de ses propres déchets.
Les femmes, leurs corps, et leurs perte de dignité en sont un plat fondamental, et ces derniers événements n'ont été qu'une de ses évacuations les plus palpables.
Sous-représentées au parlement, presque inexistantes dans les conseils d'administration des grandes entreprises, les Italiennes font de moins en moins d'enfants, faute de tout soutien, et face au constat que la maternité correspond aussi à la perte de leur poste.
Une caricature de la mythique beauté italienne
En revanche, dans les médias (tous médias de masse confondus, à l'exception des îlots d'intelligence, et d'information correcte sur Rai3, mais on ne sait pas jusqu'à quand), elles se retrouvent hyper-représentées mais réduites, avec leur consentement et dans la plus totale inconscience, à une caricature de la mythique beauté italienne dépourvue de sa raison artistique, et transformée en symbole d'oppression.
Inutilement et toujours déshabillées, elles se crêpent le chignon comme des mégères, sont incompétentes en tout, mais ont une opinion très confuse sur tout. Et elles la disent, en plus, sur ce médium qui fait autorité et est discrédité à la fois qu'est la télé.
La sélection s'est faite « démocratiquement », comme on dit, après qu'on a empêché tout accès aux légions de femmes professionnelles de premier plan, compétentes et fiables, mais qui évidemment ne sont ni grégaires, ni disponibles.
En fait, une absence de totale démocratie, à part celle du narcissisme, et une blessure profonde au coeur de la nation. Ce que évidemment la femme de Berlusconi, Veronica, atteinte par les effets de cette pollution (qui apporte beaucoup d'argent) crée par le média des familles, a dû trouver pudique.
C'est aussi à travers ces corps que les médias captent « le temps de cerveau disponible » des spectateurs à vendre à la pub (et à la politique) comme le disait Patrick le Lay, l'ex-patron de TF1, à propos de la télé commerciale.
La même rengaine est répétée par les tout-puissants auteurs-producteurs italiens. Certains d'avoir compris le cynique mais si charmant monde des affaires et de la communication, ils ressassent les mêmes stéréotypes.
Mais ayant perdu et faisant perdre la perception de la réalité, ils s'adressent essentiellement à des gens âgés et à des « femmes au foyer », qui regardent cette télé plus de deux ou trois heures par jours. Il s'agit plus précisement de « femmes au chômage » (70% dans le sud du pays), qui sont la majeure partie de l'électorat de Berlusconi.
Echange de bons procédés avec le Vatican
Le Vatican aussi, comme la politique et le marketing, est très intéressé par le corps des femmes. Et c'est même fascinant quand ces pouvoirs se rencontrent sur le terrain commun du corps des fidèles.
Cardinaux et évêques, bien qu'ils aient pris récemment une claire distance vis-à-vis du Président du conseil, ont dû trouver tout à fait tolérable, vu l'inhabituel retard de leurs réactions face aux soirées tenues dans les palais de la République, que ces corps sans identité soient allongés sur le grand lit présidentiel, prêts au jeux érotiques du chef.
Hommes de pouvoir et d'église peuvent s'entraider, il y a pas mal des choses à régler, comme la place de la religion, ou la pilule du lendemain RU486.
Et que dire de l'euthanasie ? Elle est au centre des querelles après la dramatique histoire d'Eluana Englaro, la fille qui après dix sept ans dans le coma, ne pouvait pas mourir « puisqu'elle a encore ses règles et peut avoir des enfants », comme a pu dire Berlusconi dans une de ses tirades sur la vie et son importance.
Tandis que l'Italie montre des femmes nues, elle s'évanouit comme le chat du Cheeshire, en laissant en échange mourir de soif et de faim les immigrés en mer, au nom de l'« identité » de la nation.
NDLR : en complément du propos de Sabina Ambogi, voici la bande annonce du documentaire « Videocracy », consacré au système Berlusconi, qui a été refusée par tous les médias audiovisuels italiens, publics et privés. Le film sera présenté à la Mostra de Venise.
Par Sabina Ambrogi rue89.com

OMICIDI
04/01/2009
MANTOVA. Omicidio maturato in ambiente omosessuale, gioco erotico finito in tragedia o semplicemente cause naturali? Ci sono ancora diverse ipotesi per spiegare la morte di un trentenne, trovato senza vita riverso sul pavimento del bagno della camera d'albergo in piazza Sordello in cui era arrivato poche ore prima. E' dunque giallo sulla morte di Raffaele Guida, 30enne residente a Ercolano (Napoli), il cui cadavere è stato scoperto poco dopo le 10 e 30 di ieri mattina in una camera dell'hotel «Ai due guerrieri», in pieno centro storico a Mantova. Il corpo privo di vita di Guida, che indossava il pigiama, era supino a terra. Sia il bagno che la camera, al primo piano dell'albergo, erano in perfetto ordine. Circostanza che escluderebbe un'eventuale colluttazione. La prima ispezione eseguita sul corpo del 30enne non avrebbe evidenziato né ferite né ecchimosi, né tracce di lotta. Sul collo di Raffaele Guida ci sarebbe però la traccia di un solco, forse provocato da una corda o da un fazzoletto, legati troppo stretti. Al momento gli inquirenti non escludono nessuna ipotesi: dall'omicidio, che potrebbe essere maturato nell'ambiente omosessuale, al gioco erotico finito accidentalmente in tragedia. Pare, infatti, che Raffaele Guida, arrivato in hotel venerdì sera, durante la notte abbia ricevuto la visita di un uomo, con il quale si sarebbe intrattenuto per alcune ore.
17/01/2009
CASTELFRANCO VENETO (TV). Non rispondeva al cellulare e allora il suo compagno ha deciso di provare a bussare alla porta di casa. Che però rimaneva chiusa. Allora è entrato nell'appartamento con le chiavi e lo ha trovato riverso a terra, seminudo. Morto. I carabinieri di Castelfranco Veneto stanno indagando su un omicidio a sfondo sessuale. A perdere la vita, Matteus Da Silva Ribeiro, brasiliano transessuale 23enne, ucciso nella sua camera da letto. Non si esclude il gioco erotico finito male. I militari nella notte hanno interrogato amici e conoscenti del giovane immigrato. Al vaglio anche le telecamere del complesso residenziale e i tabulati delle telefonate da lui ricevute.
04/03/2009
GENOVA. "GIANNI" - nei caruggi della città vecchia Angelo Peirè era chiamato così - ha aperto la porta a qualcuno che conosceva bene. Qualcuno che poteva accogliere anche in pigiama, senza vergogna. Qualcuno che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, lo ha colpito al volto, con i pugni chiusi. Ed è poi fuggito dopo aver rubato tutti gli oggetti di valore presenti nell'appartamento. Sarebbe morto così, secondo gli accertamenti degli investigatori coordinati dal sostituto procuratore Francesco Cardona Albini, il settantaseienne ex camallo del porto, trovato senza vita lunedì pomeriggio nel suo appartamento di via del Campo, al civico 13. Omicidio quindi. Preceduto da un'aggressione inattesa. La posizione scomposta del corpo, ritrovato supino nel salotto di casa, fa pensare agli inquirenti che l'anziano sia stato colpito di sorpresa. E si sia poi accasciato a terra. Da quella colluttazione infine, sarebbe sopraggiunta la morte. Per dare un'identità al presunto aggressore, gli investigatori stanno scandagliando la vita di Angelo Peirè. Con difficoltà, vista la sua estrema riservatezza. Tre foto che, unite alle voci raccolte nel quartiere dagli investigatori, secondo le quali Peirè frequentava locali e ritrovi per omosessuali, rappresentano per gli inquirenti una delle piste lungo la quale cercare l'autore del presunto assassinio.
17/03/2009
CAGLIARI. E' un giallo la morte di un tappezziere di 42 anni originario di Nurri (Cagliari). Il cadavere di Andrea Atzeni di 42 anni, residente nel quartiere cagliaritano di Villanova, è stato ritrovato ieri da un passante all'interno di un'auto ferma nei parcheggi dello stadio Sant'Elia di Cagliari, abituale ritrovo di gay. A ucciderlo un infarto causato probabilmente da un violento litigio: sulla sua camicia sono state ritrovate alcune gocce di sangue. Oggi sarà eseguita l'autopsia. Secondo la ricostruzione fatta dai Carabinieri, il 42enne avrebbe trascorso tutta la domenica nel piazzale, vedendosi con diverse persone. Gli investigatori puntano a capire quali sono stati i suoi ultimi movimenti e quali persone ha incontrato.
13/04/2009
BARI. E' giallo per la morte di un 36enne, trovato nudo in un lago di sangue nel suo appartamento di via Saverio Damiani, una traversa di via Bruno Buozzi al quartiere Stanic. Sul corpo, travato dai suo amici la sera di sabato scorso, c'erano diverse ferite di arma da taglio. La morte, secondo il medico legale Alessandro Dell'Erba che ha eseguito l'autopsia nel giorno di Pasqua, risalirebbe a una ventina di ore prima del ritovamento del cadavere, quindi a venerdì notte. Ad ucciderlo sono state le coltellate inferte in parti vitali del corpo. Delle indagini si occupano i carabinieri che sarebbero già sulle trecce del presunto killer. Una delle ipotesi è che l'omicidio sia a sfondo passionale. La vittima, secondo i primi accertarmenti, era vicina al mondo gay. Le ricerche sono orientate in quell'ambiente.
18/05/2009
NAPOLI. Il cerchio delle indagini si era stretto già da qualche giorno ma la svolta è arrivata solo l’altra sera, quando i due rom sono stati intercettati nella zona del Centro direzionale. Risolto il giallo dell’omicidio del 78enne Salvatore D’Angelo, avvenuto martedì, che ha destato grande impressione in città. Traditi dal cellulare I due presunti assassini sarebbero C.F.H., 14 anni, già sposato ma dedito alla prostituzione omosessuale, residente in un campo del quartiere di Poggioreale, e il 25enne Teodor Florin Milea, un energumeno che in passato aveva già ferito e rapinato il pensionato. Entrambi hanno cercato di fuggire agli agenti quando sono stati rintracciati. Il ragazzino ieri ha ammesso praticamente tutto e sostenuto di essere stato minacciato dall’amico. Ad incastrarli è stato un altro rom, che aveva acquistato da loro il telefono rubato. Secondo quanto emerso, poi, il minorenne due o tre volte alla settimana faceva piccoli servizi in casa dell’anziano. Favori sessualiE, spiegano gli inquirenti, aveva rapporti sessuali in cambio di regali (anche con altri uomini). Insomma, un quadro triste e torbido che mischia la solitudine dell’anziano, la disperazione di un giovane pronto a tutto e la ferocia di un violento senza scrupoli. Uno scenario purtroppo non nuovo così come le sue tragiche conseguenze.
15/07/2009
ROMA. E’ stato un vicino a trovarlo morto, in mutande e maglietta, in un lago di sangue all’ingresso dell’abitazione. Inutile qualunque tentativo di soccorso. Roberto Norrito, 59 anni, impiegato di banca, è stato ucciso ieri sera in casa con un oggetto contundente, probabilmente una statuetta di marmo, che gli ha fracassato il cranio. Un vero giallo per gli agenti della squadra mobile accorsi nella notte nell’abitazione dell’impiegato: in via Taranto 114, a San Giovanni. I poliziotti al terzo piano hanno trovato la porta spalancata. Hanno percorso pochi metri e si sono imbattuti nel corpo privo di vita. La testa immersa in una pozza di sangue. L’orrore ha avvolto in pochi minuti, il tempo che girasse la notizia, lo stabile in stile umbertino delimitato da una cancellata in ferro battuto, all’angolo con una trattoria dalla scritta in neon rosso e blu. Roberto Norrito era una persona ben voluta e conosciuto in zona come un tipo tranquillo e bonario. Chi può averlo ucciso con tanta ferocia? Gli investigatori non escludono affatto la pista “gay”. Sembra infatti che il bancario fosse omosessuale e frequentasse persone più giovani di lui. Almeno questo è quello che, a caldo, è apparso evidente a sentire i vicini e gli investigatori. Pochi dubbi insomma che si possa trattare di una rapina (pare che la casa sia stata trovata a soqquadro) finita nel sangue. Non è escluso che ad uccidere l’impiegato di banca possa essere stato una persona che l’uomo aveva conosciuto da poco e che aveva invitato a casa.
VIOLENZE e AGGRESSIONI
03/01/2009
PERUGIA. Non aveva più’ una casa dove andare (era stata sequestrata dalla Polizia giorni fa perchè lì dentro si esercitava la prostituzione) e l’unico rifugio che era riuscito a trovare era una vecchia Ford Escort parcheggiata e, pare, abbandonata dal proprietario in via del Macello. Lui D.S., transessuale brasiliano di 24 anni, clandestino, che fino a poco tempo fa abitava in un palazzo della zona, dopo avere sfondato un vetro, si era sistemato nella vecchia Ford. Una coperta, il sedile posteriore come letto: era tutta la sua casa, un posto dove andarsi a riposare. Quell’auto però con il vetro rotto ha insospettito una pattuglia della volante, che l’altra sera è andata a scoprire cosa fossse successo. Gli agenti si sono trovati davanti il giovane trans avvolto nella sua coperta profondamente addormentato. Dal momento che non aveva rubato l’auto, il viados è stato solo denunciato per danneggiamento e subito è stata avviata la pratica per il rimpatrio. Ma non sarà facile rimandarlo in Brasile — almeno in tempi rapidi — perchè il giovane, che pare abbia diverse gravi patologie, dovrà essere prima sottoposto a una lunga serie di accertamenti clinici. Dopodiché se le sue condizioni di salute lo consentiranno sarà rimpatriato.
14/01/2009
MILANO. Rifiuta una prestazione gratuita e viene rapinato. Vittima un transessuale brasiliano che, dopo aver detto di no a un egiziano, è stato spinto a terra e rapinato della borsetta. Il nordafricano, con precedenti per rapina e furto, è poi scappato, ma non ha fatto molta strada: è stato fermato ed arrestato da un equipaggio dei carabinieri. L'episodio è avvenuto l'altra sera, poco prima delle 22.30, in via Novara, all'angolo con via Romanello.
20/01/2009
ROMA. Due pregiudicati romeni, di 26 e 35 anni, sono stati arrestati dai Carabinieri del Nucleo Radiomobile di Roma, dopo aver tentato di rapinare un transessuale brasiliano 31 anni. I romeni, dopo aver colpito il transessuale con una bottiglia, hanno tentato di scippargli la borsa: il brasiliano, seppur dolorante, ha opposto resistenza al tentativo dei due, che se la sono data a gambe elevate. Un equipaggio del Nucleo Radiomobile, in transito proprio in quel momento, attirato dalle urla del brasiliano, dopo essersi accertato delle condizioni del trans, si è messo sulle tracce dei due fuggitivi, intercettandoli e bloccandoli nei pressi di via Emilio Longoni. Arrestati con l'accusa di tentata rapina e lesioni personali, i due romeni sono stati associati al carcere di Regina Coeli. Il trans, visitato dai sanitari dell'ospedale Sandro Pertini, è stato dimesso con una prognosi di 8 giorni.
28/01/2009
BARI. Sono stati due minorenni di 16 e 17 anni e il 20enne Andrea Leone, già con precedenti penali, ad aggredire e derubare l'avvocato di 35 anni adescato in una chat frequentata da omosessuali. Ieri la polizia di stato li ha fermati con l'accusa di concorso in rapina aggravata, lesioni personali e detenzioni e porto illegale di coltello. Il professionista, a metà mese, conosce il 17enne in una chat. Dopo aver scambiato qualche parola, i due si incontrano in una zona di campagna, alla periferia di Bari. Dopo il primo incontro, decidono di rivedersi il 16 gennaio. Il secondo appuntamento, però, si rivela una trappola per l'avvocato, aggredito, ferito alla mano e derubato dai tre ragazzi.
29/01/2009
ROMA. Un omosessuale ha denunciato di essere stato aggredito, immotivatamente, a Roma, dalla security di un locale nei pressi della Piramide, nella notte tra il 24 ed il 25 gennaio mentre trascorreva la serata con il suo ragazzo e altri amici. Lo ha reso noto l'Arcigay di Roma sottolineando che l'uomo, un funzionario pubblico, ha subito fratture e contusioni giudicate guaribili in 30 giorni. Gli aggressori sarebbero alcuni componenti della security del locale che, secondo il suo racconto, dopo averlo pesantemente insultato, urlandogli frasi come ''Frocio di merda, ti facciamo vedere noi, ti pentirai di essere entrato'', lo hanno colpito con un oggetto contundente e portato in una parte riservata del locale dove lo hanno percosso con calci e pugni, procurandogli la frattura di un braccio, la rottura di un dente, la contusione di alcune costole e tagli sulla testa e sul labbro.
29/01/2009
PARMA. Un ucraino di 20 anni è stato arrestato la scorsa notte dai carabinieri a Ponte Taro dopo aver tentato di rapinare un viado armato di una pistola ad aria compressa. Il giovane, attorno all’1.30, si è fermato in un’area di servizio dove il viado stava aspettando i clienti. Dopo averlo fatto salire in macchina, gli ha però puntato al collo la pistola intimandogli di consegnare quello che aveva nella borsa. Il transessuale ha reagito mordendogli una mano, ma l’altro gli ha sparato sette colpi ferendolo leggermente. A quel punto il viado ha sfilato dal cruscotto le chiavi dell’auto ed è scappato nei campi. L’ucraino prima ha provato a inseguirlo, poi ha chiamato i carabinieri dicendo di essere stato aggredito.
15/02/2009
ROMA. Li adescava, sedava e rapinava dopo averli violentati. L'altra notte i carabinieri hanno fermato il serial rapinatore degli omosessuali prima che riuscisse a stordire la sua ultima vittima, un ingegnere americano di 49 anni, adescato a piazza Venezia. I militari da sei mesi erano sulle tracce di Fabio Macioci, 37 anni, autista con un contratto a termine di una ditta di trasporti, residente a San Giovanni in un piccolo appartamento dove i carabinieri hanno trovato cocaina e video porno. Sapevano che bazzicava il centro, pescava le sue vittime in due-tre pub in zona. I militari avevano ricevuto le denunce di due italiani e di un altro straniero: commercialista, impiegato ed etiope, da anni nella Capitale. Agganciata la preda, il rapinatore lo faceva salire sulla sua auto, una Ford Ka grigia, durante il tragitto si fermava a un bar, comprava due bottiglie di birra, se le faceva aprire, in quella della vittima versava un narcotico, il Lormetazepam, si appartava tra l'Appia Pignatelli e l'Appia Antica e lì concludeva il suo piano: il gay beveva, facevano sesso, e quando perdeva i sensi lo depredava. L'altra notte i militari hanno notato la Ford in via dei Cercenii e hanno fermato il rapinatore prima che il gay bevesse la bevanda drogata. Gli investigatori ritengono che Macioci sia responsabile anche degli altri tre colpi: lo incastrerebbe un tatuaggio tribale con inchiostro nero che ha disegnato sul collo, descritto anche dalle vittime che hanno sporto denuncia. Macioci è sempre stato un serial rapinatore di gay: nel 2001 fu arrestato dai carabinieri del Divino Amore dopo due anni di scorribande. All'epoca sui giornali pubblicava l'annuncio: «Ragazzo 21enne bellissimo, gentile, veramente stupefacente». Al momento dell'incontro stordiva i malcapitati con un sonnifero e li derubava.
19/02/2009
ROMA. "Maiali rotti in culo per voi faremo nuovi lager. Vogliamo la razza pura, ne vedrete molti di piu' di morti froci e lesbiche". Sono questi alcuni degli insulti recapitati al giornalista Maurizio Gregorini durante la trasmissione 'Outing', il programma a tematica gay di Teleroma 56 andata in onda sabato 14 febbraio. Lo riferisce l'Arcigay di Roma, spiegando che questa mattina Gregorini ha presentato denuncia alla Procura della Capitale tramite l'avvocato Daniele Stoppello, responsabile legale dell'associazione, presente in studio durante la trasmissione.
22/02/2009
CASERTA. Provincia di Caserta, l´aggressore sceglie la sua vittima: è un transessuale in attesa di clienti. Punta al telefonino che ha in mano. Così, a bordo della sua Smart, si avvicina con fare ammiccante lungo la strada di periferia di Maddaloni (Caserta) e chiede al giovane il prezzo per una prestazione sessuale. La vittima si avvicina, si china verso il finestrino aperto e a quel punto il bandito gli strappa il cellulare di mano. Quindi schiaccia il piede sull´acceleratore, e fugge via con il bottino. Solo che la vittima non molla, si aggrappa alla portiera e il bandito lo trascina per alcuni metri. La vittima si ferisce in più parti del corpo: lividi e contusioni fino a quando, stremato, non lascia la presa. Il malvivente è intanto lontano. La sua auto però viene segnalata alla polizia, e gli agenti del commissariato di Acerra, ieri, notano la Smart in via Calabricito. Alzano la palina dell´alt ma il bandito non si ferma. Forza il posto di blocco, fugge. Inseguito e preso lungo la strada statale 162. Sotto il sedile, il malvivente - Fabio Scognamiglio, 24 anni - nasconde ancora il cellulare del transessuale. Viene arrestato.
07/03/2009
MONTESILVANO (PE). Il suo sogno era operarsi per diventare davvero, finalmente, una donna. Ma non ce l’ha fatta M.T., in arte Michelle, transessuale di 32 anni originaria di Giulianova che ieri mattina si è impiccata dopo aver affidato le sue ultime parole a un cartellone alto un metro trovato dai carabinieri sul tavolo di casa sua, in via Grecia. Quasi a voler gridare la disperazione che le scoppiava nel cuore, Michelle ha scritto «La vita era diventata impossibile» e poi, dopo aver firmato quattro lettere indirizzate a parenti e amici, ha messo in atto il suo gesto estremo. Sono stati i vicini di casa a dare l’allarme, alle sette e mezza di ieri mattina: il corpo era sul balcone, al primo piano di una delle palazzine di fronte a Porto Allegro.
12/03/2009
PORDENONE. Un uomo di 30 anni, omosessuale, seguito dai servizi sociali del Comune per una lieve disabilita' psichica e mentale, e' stato aggredito, a calci e pugni, a Pordenone, da tre persone che sono poi fuggite. La Squadra Mobile della Questura e' riuscita comunque a identificarle e le ha denunciate alla magistratura per concorso in violenza privata aggravata. Si tratta di un uomo di 43 anni e di due giovani di 22 e 21 anni. L'episodio e' avvenuto in una piazza centrale di Pordenone nelle settimane scorse ma e' stato reso noto oggi dalla Polizia, a conclusione delle indagini, durante le quali sono stati sentiti numerosi testimoni. Secondo gli accertamenti della Polizia, i tre hanno agito organizzando con precisione l'aggressione. ''Volevamo dare una lezione ai froci'', hanno detto i tre ai poliziotti nel corso degli interrogatori. Durante il pestaggio, hanno anche ripetutamente apostrofato la vittima con frasi ingiuriose.
15/03/2009
UDINE. Raid anti-gay anche a Udine. Da mesi. La denuncia è di un giovane, testimone di alcune aggressioni nella zona dello stadio. Forse la banda viene dalla Destra Tagliamento. Raid anti-gay anche a Udine. Da mesi. Paura. Per quell’auto di grossa cilindrata, un Suv scuro, che a cadenze regolari faceva irruzione nei luoghi di incontro fra omosessuali. E paura per quei due ragazzotti, uno sui vent’anni, l’altro oltre la quarantina che attaccavano rissa. A volte solo con le minacce ad alta voce. Altre volte con le mani. In almeno un’occasione con una mazza da baseball. Il racconto – rigorosamente anonimo – è di un ragazzo gay di Udine. E forse a convincerlo a parlare sono stati gli episodi di violenza che le cronache di questi giorni hanno riportato all’attenzione dell’Italia. Quel trentenne disabile e omosessuale pestato in centro a Pordenone da una gang a caccia del gay per scacciare la noia, ha riportato la paura anche nel capoluogo friulano.
19/03/2009
VILLACIDRO (VS). Pestato a sangue perché omosessuale: un cuoco di 30 anni è finito al pronto soccorso dopo un’aggressione da parte di tre sconosciuti. Un fatto che risale alla fine della scorsa settimana: Roberto Collu, chef con varie esperienze di lavoro in Italia e all’estero, stava tornando a casa in via Nazionale a Villacidro, alle due e mezzo di notte, dopo essere uscito con gli amici da un locale in via Gennaro Murgia. In via Repubblica, all’altezza di via Ciusa, Collu è stato improvvisamente aggredito. Qualcuno gli ha tirato un fortissimo calcio nella schiena che lo ha mandato a terra. Il giovane cuoco ha battuto la testa e ha subìto un violento trauma cranico. Ancora in sé, ma incapace di rialzarsi Roberto Collu si è trovato circondato da tre persone incappucciate, tutte giovani, presumibilmente sotto i 25 anni, che hanno iniziato a prenderlo a calci e a insultarlo con palesi riferimenti alla sua omosessualità. La strada in quel momento era deserta e i tre delinquenti hanno potuto agire indisturbati lasciando la vittima a terra, stordita e insanguinata. Alla fine del pestaggio i tre sconosciuti sono fuggiti verso via Ciusa dileguandosi senza lasciare traccia. Con le poche forze rimaste Roberto Collu è riuscito a trascinarsi verso un locale ancora aperto in via Nazionale dove ha ricevuto il primo soccorso. È stato accompagnato alla guardia medica dove gli è stato diagnosticato un trauma cranico, più altre ferite in tutto il corpo.
23/03/2009
BIELLA. «Questo è un cupio, bastardo e comunista. Se fossi in te lo metterei in cima alla lista dei primi da licenziare». A essere insultato così pesantemente è stato Adriano Guala, personaggio di spicco del movimento gay biellese, colpevole di aver pubblicato sabato scorso sulle colonne della Nuova Provincia un fondo in cui denunciava, molto semplicemente e ancor più pacatamente, lo stato di difficoltà in cui versa lo stabilimento in cui lavora, la Zegna Baruffa di Vallemosso. Gli epiteti invece, contenuti in una mail, sono partiti da un computer della redazione cittadina de "La Stampa", precisamente dal terminale in uso alla giornalista Paola Guabello. Quasi certamente la persona che ha spedito il messaggio invece di rispondere al suo diretto interlocutore con il quale commentava i contenuti del fondo, ha inviato la risposta a tutti i soggetti in elenco, compreso lo stesso Guala. L'episodio è stato denunciato ieri pomeriggio in una conferenza stampa dallo stesso Guala. Nell'esposizione dei fatti Guala si è detto preoccupato del clima di avversione nei confronti del mondo gay: «Quello che è accaduto in questi giorni è solo l'ultimo di una lunga serie di episodi di intolleranza. Spiace che in questo caso la protagonista appartenga a una categoria, quella dei giornalisti, che dovrebbe mostrare maggiori responsabilità e sensibilità. Mi accorgo che nonostante tutti gli sforzi fatti in questi ultimi anni l'omofobia è ancora a livelli preoccupanti. Davanti a queste cose non potevo rimanere zitto facendo finta di nulla».
28/03/2009
NOLA (NA). Costringono la vittima della loro rapina - un uomo - a subire un rapporto omosessuale, e poi lo ricattano chiedendogli altro denaro e minacciando la diffusione di un filmato fatto col telefonino. Lui però non si lascia spaventare, non paga e li denuncia ai carabinieri. I due rapinatori-stupratori, P.F. di 19 anni e S.C. di 36, residenti rispettivamente a Nola e Casamarciano, sono stati fermati dai carabinieri del nucleo operativo di Nola (Napoli). Il fatto è accaduto a Nola. La vittima, un trentenne di Saviano, sempre nel Nolano, si trovava da solo fermo in auto in una zona isolata di piazza d'Armi, a Nola. I due l'hanno immobilizzato e violentato; dopo essersi portati via l'orologio, il telefonino, il portafogli e 50 euro gli hanno intimato di consegnare il giorno dopo 1000 euro in contanti, minacciando la diffusione delle immagini registrate. Andandosene, hanno esploso in aria un colpo d'arma da fuoco. L'uomo ha denunciato tutto ai carabinieri, senza pagare dunque la cifra richiesta.
28/03/2009
SINISCOLA (NU). Inseguito dal branco per le vie di Siniscola; raggiunto, umiliato, spogliato, picchiato a sangue e costretto a subire un tentativo di stupro. La vittima è un uomo di 30 anni, di Siniscola, perseguitato e massacrato perché è gay. Dopo le botte lo hanno abbandonato sanguinante per strada: lui è rimasto immobile, e quando è riuscito a vincere il terrore, è andato al pronto soccorso. Poi si è chiuso in casa. Per un mese il suo unico contatto con il mondo è stato internet. Attraverso la rete ha avuto il coraggio di contattare il Mos e raccontare il suo dramma. Una tragedia personale che l'uomo aveva già vissuto cinque anni fa, nel silenzio più totale. Sempre in paese, era stato avvicinato da un gruppo di cinque ragazzi: lo avevano insultato, pestato e stuprato. Quella volta lui non aveva aperto bocca, con nessuno. Aveva reagito abbandonando Siniscola: si era trasferito prima a Sassari, poi aveva cercato fortuna nella Penisola. In Baronia ci era tornato da pochi mesi, sperando che le sofferenze del passato rimanessero solo un brutto ricordo con cui convivere. E invece in paese il branco che lo aveva aggredito cinque anni prima, lo aspettava.
28/03/2008
PLATAMONA (SS). Fucilate contro i gay. Cinque episodi in tre mesi. Antonello Depalmas è vivo per miracolo: solo per caso il proiettile esploso con una fucilata non lo ha colpito alla testa. «Ho sentito uno sparo e il lunotto posteriore è andato in frantumi. Ho premuto sull'acceleratore e mi sono fermato solo dopo centro metri. Qualcuno aveva sparato da dietro le dune». Antonello Depalmas è vivo per miracolo: solo per caso il proiettile esploso con una fucilata non lo ha colpito alla testa. Una domenica di gennaio, mentre si allontanava in auto dal terzo pettine di Platamona, è diventato il bersaglio mobile di un cecchino nascosto fra le dune, dietro la spiaggia. Bersaglio per un solo motivo, è omosessuale. Al terzo pettine, prima di centrare l'auto di Antonello Depalmas, le fucilate hanno colpito già quattro volte, sempre omosessuali. Attentati passati finora sotto silenzio. Seduto fra un cuscino leopardato e uno zebrato, sul divanetto beige che arreda il suo salone da parrucchiere, Antonello Depalmas racconta senza riluttanza quel pomeriggio da incubo. «Avevo passato il pomeriggio con degli amici. All'imbrunire siamo andati via, mi sono seduto in auto e dopo pochi metri ho sentito lo sparo». Ha capito al volo: qualche giorno prima altri amici omosessuali erano stati presi a fucilate. Un ragazzo di Oristano si era trovato due fori sulla fiancata dell'auto. Un altro, sempre di Oristano, dopo una passeggiata in spiaggia aveva ritrovato la sua macchina con le gomme squarciate. Altri ragazzi si sono fatti il segno della croce scoprendo le proprie auto sforacchiate da proiettili. «Al terzo pettine c'è qualcuno che non gradisce la presenza dei gay», spiega il parrucchiere. 45 anni, sassarese, fisico minuto, Antonello Depalmas non ha avuto paura di denunciare tutto alla polizia. Il giorno dopo essere finito nel mirino di un tiratore scelto è andato in questura e ha firmato la sua denuncia. Altre denunce le fa Massimo Mele, leader del Movimento omosessuale sardo. Secondo le testimonianze raccolte dal Mos, al terzo pettine gli omosessuali non si beccano solo le fucilate, ma anche le botte. «Qualche settimana fa un ragazzo è stato raggiunto in spiaggia da tre o quattro persone e pestato a sangue». Altri episodi si sono verificati in città: «Due ragazzi sono stati aggrediti di notte in corso Angioy, da uno sconosciuto che prima ha cercato di rovesciare la loro auto, poi li ha minacciati con un coltello».
5/04/2009 MILANO. Questa notte a Milano si è consumato l'ennesimo gesto di violenza contro il mondo omosessuale, un' incursione al circolo Arci Toilet Club di via Ludovico il Moro 171, noto alla comunità per le sue serate gay\lesbian\transgender friendly. Cinque giovani con la testa rasata, armati di cric, sono entrati nel locale, in cerca del presidente gridando:"fuori froci di merda". I responsabili del Toilet Club, hanno chiesto agli aggressori di uscire, affinché la clientela non corresse alcun pericolo, quando uno dei cinque ha aggredito a pugni Paolo Caldiroli, titolare del circolo Arci. L'intervento immediato della polizia ha scongiurato l'aggravarsi della situazione.
16/04/2009
LAINATE (MI). Dal 2005 avrebbe costretto un operaio di 25 anni a subire ogni genere di prestazione sessuale, sotto la minaccia di rivelare a famigliari e amici le sue tendenze omosessuali e estorcendogli in più occasioni anche somme di denaro sempre in cambio del silenzio. I carabinieri della Stazione di Lainate (Milano) hanno sottoposto a fermo per i reati di violenza sessuale ed estorsione un nullafacente del luogo, coetaneo della vittima. Le violenze, che comprendevano anche rapporti completi, avvenivano tutte nell'abitazione dell'arrestato. La vittima, che i carabinieri descrivono come "psicologicamente debole e in forte stato di prostazione nei confronti del suo carnefice", è stato avvicinato la settimana scorsa dai militari lainatesi che, avevano avuto sentore della vicenda raccogliendo le "voci che circolavano in paese". Il comandante della Stazione, dopo aver tranquillizzato e rasserenato l'uomo ormai disperato, lo ha convinto a raccontare gli abusi e l'operaio ha così finalmente trovato il coraggio di denunciare in modo molto dettagliato i fatti, permettendo agli investigatori di ricostruire e riscontrare la veridicità dell'intera vicenda. Il presunto aguzzino, descritto come un "balordo con piccoli precedenti legati allo spaccio di stupefacenti", si trova ora ristretto nel carcere di S.Vittore a Milano.

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