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    Neocolonialismo all'africana

     

    Il Sudafrica stipula un contratto trentennale per affittare 200 mila ettari di terreno coltivabile nel Congo Brazzaville.

    L'aumento dei prezzi dei generi alimentari e i rischi connessi ai cambiamenti climatici hanno portato negli ultimi anni alcuni Paesi economicamente avanzati come la Cina, la Corea del Sud, l'Europa o i Paesi del Golfo a stipulare contratti d'affitto pluriennali per ingenti estensioni di terra coltivabile in Africa, in modo da garantirsi la sicurezza alimentare. Contratti che di fatto concedono la proprietà della terra a Paesi stranieri e che hanno fatto parlare di una nuova forma di colonialismo. In questo trend si è inserito ora anche il Sudafrica che ha stipulato con il Congo Brazaville un accordo trentennale per 200 mila ettari, ma che potrebbero presto diventare 10 milioni, che permetteranno agli agricoltori sudafricani di coltivare soia e mais e di allevare polli e vitelli.

    Nessuno dei due Paesi, però, vuole sentir parlare di neocolonialismo. Rigobert Mabundu, ministro dell'Agricoltura in Congo ha parlato di un importante accordo di cooperazione internazionale, in grado di migliorare le conoscenze tecniche, costruire le infrastrutture necessarie per lo sviluppo e garantire la sussistenza alimentare. "Non è normale - ha detto - che con tutte le risorse a nostra disposizione non riusciamo a garantire l'autosufficienza alimentare e siamo costretti a importare moltissimi prodotti. Ecco perchè stiamo lavorando per convincere i congolesi ad impegnarsi nel settore agricolo, ma per farlo abbiamo bisogno dell'aiuto internazionale".
    Il patto è che i prodotti raccolti vengano venduti innanzitutto sul mercato interno. In cambio Brazzaville si impegna a garantire la sicurezza degli agricoltori sudafricani e la possibilità di esportare i proventi di questa attività, oltre ad agevolare con una serie di sgravi fiscali l'importazione di tutte le attrezzature necessarie.

    A Pretoria, l'accordo viene visto come l'occasione per alleggerire la tensione sulle terre sudafricane che, ad oggi, il governo non è ancora riuscito ridistribuire fra bianchi e neri. Quando, nel 1994 è caduto il regime dell'apartheid, l'87 percento dei terreni coltivabili era nelle mani dei possidenti bianchi. Il programma dell'African National Congress era quello di ridistribuire il 30 percento delle terre entro il 2015 attraverso il sistema della restituzione a quanti erano stati espropriati dal regime dell'apartheid; della compensazione economica quando non era possibile la restituzione; e della ri-assegnazione delle terre che erano state riscattate dal governo. La riforma agraria, che in Sudafrica, a differenza di quanto è avvenuto nel vicino Zimbabwe, doveva basarsi sul riscatto e sulla libera volontà dei proprietari a vendere, è fallita per vari motivi e si è calcolato che ad oggi solo il 5 percento dei possedimenti ha cambiato proprietario.
    Nel rapporto stilato dall'Institure for Poverty, Land and Agrarian Studies, all'alba delle elezioni del 22 aprile scorso, si legge che l'agricoltura sudafricana "rimane dominata da poche grandi imprese che praticano un'agricoltura intensiva con grandi investimenti di capitali, generalmente concentrate nelle mani dei bianchi, accanto a milioni di piccole aziende, povere di risorse, di proprietà dei neri".
    Forse per questo quasi duemila agricoltori hanno già fatto richiesta all'associazione di categoria, l'Agri Sa, per trasferirsi nel Paese centrafricano.

    di Chiara Pracchi Peacereporter

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