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    Le Repubbliche dinastiche nel mondo arabo

    Quando si scrive un articolo sulle elezioni presidenziali nel mondo arabo si ha il lusso di poterlo scrivere con lauto anticipo poiché l’esito di queste non è mai in dubbio.

    Il 25 ottobre il presidente tunisino Zine el Abidin Bel Ali (foto sopra) viene eletto – virtualmente senza oppositori – per il quinto mandato consecutivo. Poco importa se nel 1987 era salito al potere con la promessa di seppellire il concetto di “presidenza a vita” accordato al leader della liberazione tunisina Habib Bonurguiba e che però è poi di fatto diventato il nuovo presidente a vita della Tunisia; o che guida il Paese senza un’opposizione, con i leader dell’opposizione o in prigione o emarginati; o che la maggioranza della popolazione consapevole della finzione in atto resterà a casa  il giorno delle elezioni.

    In Tunisia, come in altre “Repubbliche” arabe, la presidenza è diventata quasi una sorta di monarchia, con il meccanismo della gestione delle elezioni utilizzato esclusivamente come forma di acclamazione pubblica piuttosto che come strumento democratico per scegliere o sostituire un leader. Tutto ciò è indicativo della stagnazione in cui si trovano questi sistemi politici che contribuiscono alla radicalizzazione crescente e alla frustrazione dei gruppi dell’opposizione e dei giovani e che, se lasciati senza riforme, potrebbero eventualmente portare a rotture e disfunzioni serie.

    In altre Repubbliche arabe questa dinastia è andata ben oltre l’assicurarsi la presidenza a vita, alcune di queste hanno addirittura ingegnato la successione dinastica.

    In Egitto, proprio questo mese sono esplose alcune proteste contro il piano – a lungo termine – secondo il quale il regime starebbe preparando Gamal Mubarak alla successione del padre il presidente Husni Mubarak. In Siria questo è già avvenuto nel 2000, quando al presidente Hafez al –Assad è seguito il figlio Bashar. In Iraq, se il regime di Saddam Gussein fosse sopravvissuto, nel piano di successione c’era già uno dei suoi figli Uday o Qusay. Nello Yemen il presidente Ali Adballah Salih ha già messo suo figlio nella posizione di sostituirlo. In Libia il potere è ben usurpato dalla famiglia Gheddafi e il presidente Muammar Gheddafi può scegliere quale consacrare tra i suoi due influenti figli, Saif al-Islam (foto sotto) o Mu’tasim. Queste pratiche di successione non sono ancora così ovvie in Tunisia.

    Nelle monarchie arabe, come in Marocco, Giordania, Arabia Saudita e negli Emirati del Golfo, il potere definitivo non è messo in discussione e le elezioni si applicano solo a parlamentari  deboli o a consigli consultivi. Le Repubbliche arabe che un tempo avevano appoggiato le aspirazioni dei riformisti nazionalisti e dei democratici sono oggi l’incarnazione dell’autoritarismo e della stagnazione. Questo è in parte il risultato dei partiti al potere o delle cricche che monopolizzano il potere politico, quello economico e la sicurezza, e in parte quello di una battaglia polarizzata contro i partiti islamismi. Le élite al potere nelle Repubbliche arabe hanno convinto l’Occidente, ma anche larga parte della loro popolazione, che la scelta è assoluta: o continuano a governare loro, oppure il potere cadrà nelle mani degli islamismi radicali. Non vedono l’ora di poter citare esempi di gruppi islamismi radicali come Al Qaeda o i talebani, ma evitano di menzionare l’integrazione dei gruppi islamismi moderati nella politica, come è avvenuto per esempio con successo in Turchia, ma anche in alcune monarchie arabe quale il Marocco e il Kuwait.

    La violenza genera violenza e l’esclusione genera esclusione. Le politiche repressive ed escludenti di queste Repubbliche arabe dinastiche stanno prevenendo lo sviluppo graduale di politiche pluralistiche moderate e inclusive. Nel breve termine questo atteggiamento può funzionare sulla stabilità e sulla sicurezza, ma nel lungo periodo mostra invece i semi di un’esplosione pericolosa.

    La comunità internazionale, nella sua partnership con i riformisti arabi e con la società civile, dovrebbe raddoppiare gli sforzi e insistere per una graduale ma reale riforma politica negli Stati arabi, oggi cementificati in maniera pericolosa.

    di Paul Salem

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