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VOX CLAMANTIS"Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo" (Gandhi) |
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Barack Obama nell'America desolata
C’è allarme, da qualche tempo, su Obama e il suo cambiamento. Aumentano gli scontenti, specie nella sua base. Crescono campagne d’odio, in un partito repubblicano divenuto semi-fascista. Si moltiplicano le accuse di scarsa fermezza, sveltezza. Il cambiamento promesso il giorno dell’elezione, il 4 novembre 2008, ancora non si vede del tutto. Spesso pare smentito: su sicurezza e libertà, il Presidente è sospettato di proseguire, intimidito, alcuni costumi di Bush. Ciascuna di queste accuse ha una sua ragion d’essere. Ma tutte sembrano come cieche, incapaci di vedere la profondità della crisi americana e la tenace volontà con cui il Presidente l’affronta, non schivando pericoli e ostacoli ma andando ogni volta lì dove le loro radici sono più potenti, per studiarle e smontarle. Quel che i critici non vedono è al tempo stesso la forza delle resistenze al cambiamento, i mali troppo antichi per esser sveltamente sanati, e il mutamento già avvenuto del clima mondiale. È come fossero impermeabili alla pedagogia della verità inaugurata da Obama sin dal primo giorno: «La strada è lunga e ripida, disseminata di sconfitte e inciampi. Non arriveremo alla meta in un anno, e forse neppure in quattro». Obama si trova a guidare un paese che è, da molti punti di vista, la terra desolata di T.S. Eliot: un cumulo di immagini infrante. È sempre ancora il paese più inventivo, e «la sua influenza resterà molto grande rispetto alla modestia della sua condotta», dice Kissinger. Ma la caduta, non solo economica, è tangibile. La Cina che diventa il primo creditore degli Stati Uniti, il dollaro che diffonde instabilità perché riflette la crisi di una sola nazione pur restando moneta mondiale, son segni di un equilibrio internazionale che si ricostruisce su basi diverse – un po’ come in Europa prima del ’14 – con l’America che non è più l’unica, la più sana, la più esemplare delle potenze. Le guerre di Bush contro il terrore volgono al fallimento, non solo in Iraq da cui Obama s’è ritirato. L’esitazione del Presidente sull’aumento di truppe in Afghanistan è segno di serietà: l’appoggio al regime corrotto di Karzai ha avuto come risultato la conquista talebana di oltre metà Afghanistan, e un’insurrezione antiamericana ormai disgiunta da taleban e Al Qaeda. Senza Obama, Karzai non sarebbe stato costretto a rifare le elezioni che aveva truccato. Viene poi il disastro mentale, culturale: il disastro di un nazionalismo che ha radici secolari, e più volte è divenuto malattia acuta, apocalittica convinzione d’esser sempre nel bene trionfante. L’ideologia messianico-affaristica di Bush non è che l’apice di un’onda lunga, che risale alla seconda metà dell’800, e che vede nell’America una nazione eletta a guidare il mondo, la lucente città sulla collina che redime e rieduca la terra peccaminosa perché tale è il suo destino manifesto. Obama fa i conti anche con questa tradizione, che ha avuto come epigono farsesco Bush jr. e s’è impersonata in Wilson nel ’14-18, in Reagan negli Anni 80. Anche qui non siamo che agli inizi, e Obama ha cominciato l’opera con un’ambizione più grande ancora di quella di Roosevelt, prima del ’39. Allora Washington rispose al collasso economico con il protezionismo, l’isolazionismo. Obama affronta ambedue i collassi, e proprio nel momento in cui cura il paese apre al mondo. Stabilisce un nesso fra le due crisi – sul piano interno una democrazia parlamentare corrosa dalle lobby e un potere esecutivo screditato da continue trasgressioni della legge e della costituzione; sul piano esterno il tracollo del prestigio Usa – e con atti e parole mostra di volerle combattere confutando certezze fin qui incrollabili. Prima certezza messa in questione: quella di esser nel giusto, sempre. Una certezza smisuratamente dilatata dopo la guerra fredda. Sicure d’aver vinto grazie alla loro egemonia culturale, economica, politica, tre amministrazioni hanno dimenticato una verità elementare: è molto più facile per il vinto imparare dalle sconfitte, che per il vincitore apprendere dalla vittoria. Vincitrice, l’America ha smesso nell’89 di pensare, senza costruire il dopo. Negli anni dello scontro con l’Urss era stata la guida del mondo libero. Caduta l’Urss ha voluto divenire guida del mondo, quello libero e quello da liberare: potenza che non tollera rivali, persuasa d’esser sempre, sola, nel giusto. I neo-conservatori hanno perfino vagheggiato la replica dell’impero romano. Le abitudini della guerra fredda, che avevano favorito la sconfitta dell’avversario, son divenute vizi che frenano ogni capacità di capire il mondo e ridisegnarlo. Anche qui, il clima è mutato e risultati si vedono: in Iran, Iraq, nei discorsi sull’Islam, negli impegni su disarmo nucleare e clima, nel taglio ad alcune spese militari.
Obama è figlio dei movimenti civili che infransero il mito nazionalista del faro di libertà. È l’erede di chi lottò contro la guerra in Vietnam e l’odio razziale. Anche per questo suscita repulsioni così violente, non per quello che fa ma per quello che è e dice: sul rispetto dell’altro, del diverso. Per come ha commentato, mercoledì, la legge contro i crimini fondati sull’orientamento sessuale. Il tempo della delusione forse verrà, se deve. Ma in una battaglia appena iniziata è insensato dar per scontata la disfatta, trasformare la speranza in vizio, e decretare già ora che il Presidente non si libererà da quella che lo storico Anders Stephanson chiama la «sovranità globale», la chimerica predestinazione americana al bene (Destino manifesto, Feltrinelli 2004). Sino a oggi, in fondo, l’America non aveva vissuto quel che l’Europa ha sperimentato nel ’45: la scoperta inorridita di sé, della propria insolenza nazionalista, e la svolta che rappresentò l’abbandono – tramite l’Europa unita – della sovranità assoluta degli Stati. Anche se non ha davanti a sé città annientate, l’America conosce un tracollo mentale non diverso. Ma è un bivio difficile, perché antichi sono i mali, e lenta la cura. La coalizione di interessi che blocca il cambiamento è portentosa. Perché non continuare a spendere e arricchirsi come in passato, lasciando i deboli a terra, visto che comunque resteremo i primi nel mondo e che non si vedono in giro città rase al suolo? Questa la doppia presunzione, interna e mondiale, che ha visto nascere una superpotenza solitaria con i piedi d’argilla, perché dotata di un modello sociale che lascia più di 30 milioni di americani senza protezione sanitaria. Resistono le lobby, le assicurazioni private, e quello che Eisenhower chiamava il complesso militare-industriale. Per questo è già un progresso grande: la riforma sanitaria è difficile, per quarant’anni è stata impossibile, e tuttavia Obama la farà. Smettere le guerre e tornare al multilateralismo è lento, eppure qualcosa già si muove. Molto dipende da come son vissute in casa le mutazioni, e questo non vale solo per l’America. Lo vediamo anche in Italia: i cambiamenti sono visti come qualcosa che spetta ai governi, non al cittadino che dopo il voto si scopre responsabile. Le società non sono traversate da grandi movimenti civili. L’America di Johnson abolì la segregazione razziale perché spinto da una corrente vasta che mai si scoraggiò. Obama non ha alle spalle simili movimenti ma una società più inerte, atomizzata, capricciosa. Anche l’Europa può molto. Può mostrare che il suo modello di sovranità condivisa è la via. Anche per questo è un bene che la candidatura di Blair alla presidenza stia tramontando. Non tanto perché ha partecipato alla guerra in Iraq, ma perché l’Inghilterra è l’unica nazione importante, in Europa, che non ha rinunciato al mito, menzognero ormai anche per gli Stati Uniti, della sovranità assoluta. È un bene che Helmut Schmidt, il grande vecchio, abbia detto il vero: sarebbe pericoloso se un antieuropeo, per di più carismatico, diventasse il nostro portavoce in un’America che sta cambiando. di Barbara Spinelli La Stampa
![]() Nel Sud trasformista dell'Italia dei valori
L’ultimo a lasciare Italia dei Valori è Pino Piiscchio, da Bari. Va nella Dc bonsai di Rutelli e Casini. Per lui un ritorno a casa. Per Di Pietro una sconfitta. Per gli oppositori dentro l’Idv la conferma che nel Sud il partito è pieno di trasformisti. Il parlamentare barese è stato democristiano, poi popolare, miniano, infine è passato con l’Udeur di Mastella. Nel 2005 voleva fare il sindaco di Bari con il centrodestra, non ci riuscì e un anno dopo si scoprì dipietrista. Tonino lo ricompensò con un seggio alla Camera. Cose del Sud dove Italia dei valori è un band eagon dove saltano in tanti. Ex di tutto. Altro che facebook e le proteste dei militanti più legati all’area grillino e movimentista: il vero problema di Italia dei valori è a Sud del Garigliano. Perché è un partito essenzialmente meridionale. Nel 4,4% portato a casa alle politiche del 2008, il 3,9 fu conquistato al nord, il 3,4 al centro e il 7,2 nei collegi di Campania, Calabria, Puglia e Basilicata. “Su più di mille militanti eletti o che riscoprono cariche amministrative, la metà si trovano al Sud” è l’analisi del giornalista Alberico Giostra ne “Il Tribuno” (editore Castelvecchi) una impietosa Di Pietro story. La vera sfida di chi vuole rinnovare il partito è qui. Lo sa bene Luigi de Magistris. L’europarlamentare ha proposto come candidato presidente per la Calabria l’industriale del tonno Pippo Callido. Ed è scoppiato l’inferno. Il parlamentare Aurelio Misiti ha scritto una lettera di fuoco a Di Pietro. “È una proposta improvvisata. Chi ha fatto questa scelta sa che Callido ha bussato alla porta di Berlusconi per ottenere una candidatura?”. Misiti, ex sindaco comunista di Melicucco, poi assessore ai tempi della giunta Chiaravalloti (centrodestra), ex Presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici con il primo governo Berlusconi e strenuo sostenitore del Ponte sullo Stretto, è in buona compagnia. A dire no alla candidatura proposta dall’ex pm di “Why not?” c’è il senatore Luigi Li Gotti e buona parte dei fondatori calabresi dell’Idv. Con de Magistris l’eusoparlamentare Pino Arlacchi. “Basta con il loierismo”, è il suo riuscito slogan. Ma Agazio Loiero, il governatore Pd della regione, gli ha ricordato i tempi in cui “il loierismo gli piaceva tanto da affidare al sottoscritto la delicata trattativa per la sua candidatura nelle nostre liste”. Arlacchi, stimatissimo sociologo e studioso di criminalità, è stato consulente della giunta di Loiero dal 2005 al 2009 con un compenso di 37 mila euro lordi l’anno, più 18.756 di rimborsi per missioni all’estero. Risultato della querelle: Di Pietro ha nominato un commissario, il deputato Ignazio Messina, alla guida del partito. Ma in Campania? Idv è nel marasma. Con Di Pietro che ha sempre tuonato contro il bassolinismo e la giunta Iervolino e i suoi che invece hanno sostenuto la maggioranza del viceré. E uno scivolone di de Magistris. In un convengo ad Avellino ha detto che bisogna guardare all’Udc di Casini, che in Campania si traduce Ciriaco De Mita. Nessuno aveva informato l’ex pm che il leader di Nusco sta giocando una sua personalissima partita con centrodestra e centrosinistra. Ciriaco da un lato ha giudicato “interessante” la candidatura di Luigi Casentino per il Pdl, dimenticando che quattro pentiti di camorra lo indicano come referente del clan dei casalesi, dall’altro aspetta le mosse del Pd per il candidato che dovrà prendere il posto di Sassolino. Polito politicante, con il partito di Di Pietro incapace di uno scatto di reni, una proposta forte in grado di scompaginare le carte. Sotto il Vesuvio Idv è una vera e propria emergenza morale. Nell’ultima inchiesta che ha coinvolto Sandra Mastella per lo scandalo delle raccomandazioni all’Arpac, c’è un elenco fitto di segnalazioni arrivate da esponenti dipietristi. Giuseppe Misto, ex Udeur e consigliere regionale 7 segnalazioni, Stefano Buono ex Verdi, 2, idem Nello Di Nardo, coordinatore del partito. Il trionfo dei transfughi. Buono, attuale, consigliere regionale dei Verdi ha recentemente dichiarato che alle prossime regionali si candiderà con Di Pietro, “per il momento resto nel gruppo dei Verdi”. Ma la situazione di Torre del Greco a far saltare i nervi a quanti a Napoli e dintorni credono ancora nell’Idv. Nella quinta città della Campania è sindaco Ciro Borriello, un ex parlamenta di Forza Italia, passato all’Udeur e nel 2006 eletto deputato da Di Pietro. Un anno dopo Borriello torna a casa e si candida a sindaco per il Pdl. Ora guida una giunta sostenuta dal Pdl, da Idv e dal partito di Sergio De Gregorio. Tra le nomine anche quella di Virna Bello (nella foto sotto), una delle ospiti del Cavaliere a Villa Certosa. La chiamano “la braciolona”. Fa l’assessore alla pubblica istruzione. Anche con i voti di Di Pietro. di Enrico Fierro
![]() Contromafia 2009. L'Antimafia sono i giovani.![]() “Stati Generali dell’Antimafia” è un’espressione altisonante e fa venire in mente strutture gerarchiche e ufficiali, motivo per cui suona quasi ironica e irriverente accostata all’esperienza che descrive in questo caso, che è stata declinata invece secondo le modalità orizzontali e informali proprie del movimento.
Proprio così, infatti, si autodefinisce CONTROMAFIE 2009, la variopinta e partecipatissima assemblea generale -svoltasi a Roma tra il 23 e il 25 ottobre 2009- di tutte le associazioni e le realtà di base presenti quotidianamente e concretamente sul campo, nel segno della costruzione di un’alternativa sociale alle mafie, alla corruzione, al business criminale e al potere colluso.
Una partecipazione confortata dalla presenza di alcune istituzioni: soprattutto di quella parte di magistratura che, della lotta alla criminalità organizzata ha fatto una questione di vita o di morte; per giunta in una situazione in cui -come avvertiva Giovanni Falcone già negli anni ‘80- molti, nel mondo politico, impediscono che si faccia luce “sui troppi, inquietanti misteri di matrice politico-mafiosa, per evitare di rimanervi coinvolti”. In tanti hanno risposto alla chiamata di LIBERA, che si descrive con l’espressione “associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e funziona da vero e proprio coordinamento di tutti coloro che, singolarmente o collettivamente, si battono per una cultura della legalità e per una pratica reale della giustizia sociale nel paese. E’ probabile che l’età media dei partecipanti si fermasse al di sotto dei 30/35 anni; giovani uomini e donne provenienti da contesti geografici e sociali molto differenti, eppure unanimi nell’aderire alle sfide lanciate da don Luigi Ciotti e da Giancarlo Caselli, applauditissimi per le loro provocazioni più coraggiose. Dunque era una società civile visibilmente molto fresca e vitale quella che ha dato sostanza a CONTROMAFIE, una risposta eloquente alla vecchiaia congenita e arrogante della classe dirigente e politica italiana, una rivendicazione generazionale di democrazia e di partecipazione. Non mancavano, inoltre, le presenze internazionali, stimolate dal coinvolgimento nella 3 giorni di FLARE, il primo network internazionale per il contrasto alle mafie transnazionali. Mentre i familiari delle vittime e i testimoni di giustizia, accolti dai partecipanti con l’attenzione riservata ai simboli, erano la prova più eloquente del fatto, sottolineato da Caselli, che “la legalità non si insegna ma si testimonia”. Secondo il sindaco di Roma Alemanno, che ha portato il suo saluto istituzionale in apertura del meeting, la mafia è sbarcata nella capitale con i suoi affari solo qualche giorno prima e lui l’aveva appreso con sommo stupore da giornali e telegiornali, al risveglio di una mattina che avrebbe segnato per la città l’inizio di una nuova consapevolezza. Molti nell’auditorium si saranno chiesti su quale pianeta avesse vissuto sino a quel momento il sindaco. Dal momento che da decenni i magistrati fanno avanti e indietro, nelle loro indagini, tra le periferie siciliane, calabresi, campane, dominate dalle cosche e i palazzi della politica romana. Molto probabilmente se lo sarà chiesto anche Pietro Grasso, procuratore nazionale Antimafia, che citando Gramsci ha detto che “l’indifferenza è il peso morto della storia”. All’indifferenza Manuela Mareso contrappone, sul numero monografico di Narcomafie dedicato a quest’appuntamento, il cosiddetto effetto farfalla: “Per consolidare e difendere le buone prassi dell’antimafia e inventarsi strade nuove, guizzi di fantasia (…). Per scatenare quello che i matematici chiamano l’effetto farfalla(…): una farfalla sbatte le ali in Australia e si scatena una tempesta in Europa. Educare un bambino a Casal di Principe, assistere un imprenditore che non vuole pagare il pizzo a Palermo, (…) migliorare l’informazione e la sensibilizzazione culturale possono sembrare solo battiti d’ala insignificanti. I mafiosi sanno che non è così (…). Loro intuiscono che dietro ogni quartiere risanato, dietro ogni cittadino consapevole, dietro ogni atto di giustizia è in arrivo la tempesta.” Eppure alcune volte ci sfiora il sospetto che vigorose forze, più umane che naturali, rendano difficile il liberarsi di questa sorta di reazione a catena virtuosa. Il presidente di Libera, don Ciotti, aprendo i lavori e riferendosi alla prima edizione di CONTROMAFIE, nel 2006, ha immediatamente chiesto: “Abbiamo rispettato gli impegni?”. Alla fine di quella prima esperienza infatti era stato varato un Manifesto, in cui si prendevano degli impegni in quanto società civile e si presentavano richieste chiare e legittime alla politica e alle istituzioni, sia in termini di contrasto alla criminalità e alla corruzione, sia in termini di promozione della legalità. Il primo degli obiettivi dell’appuntamento di quest’anno era infatti quello di una verifica degli esiti di quegli impegni e di quelle richieste. Così se da un lato le realtà di base legate ai progetti di formazione, di animazione, di informazione libera, di messa a frutto dei beni confiscati alle cosche, sono certamente cresciute e iniziano ad essere visibili ed incisive nella loro azione, soprattutto rispetto alle realtà locali, dall’altro lato la politica deve ancora dare molte risposte. Ad esempio? La lista è lunga: non c’è stata una riforma delle norme sui testimoni di giustizia, non si sono inseriti nel codice penale i delitti contro l’ambiente, non esiste ancora un’agenzia sui beni confiscati ai mafiosi, non si è messa mano a un testo unico sulle norme antimafia e soprattutto lo Stato non si è ancora attrezzato seriamente contro le infiltrazioni mafiose e talvolta non lo vuole fare, emblematico è il caso del comune di Fondi. In più lo Stato non fa ancora vero contrasto all’abusivismo edilizio, che spesso sembra addirittura godere di una sorta di tacito incoraggiamento, e non fa lotta al riciclo dei capitali sporchi, ma anzi li protegge, come nel caso dello Scudo Fiscale, che arriva a configurarsi come un vero e proprio favoreggiamento legale. In più si assiste a uno sganciamento dell’idea di sicurezza dal diritto, come le nuove norme sull’immigrazione dimostrano. Il nuovo Manifesto, questa “enciclica” dell’antimafia frutto dei vari laboratori a cui i partecipanti hanno aderito, oltre a confermare un’ulteriore assunzione di responsabilità civili da parte di chi liberamente sceglie di partecipare alla sfida come cittadino, ripropone al Parlamento e al Governo le richieste disattese e anzi ne aggiunge di nuove. Ma la tentazione è di non sperarci più, soprattutto di fronte agli indizi sempre più evidenti di una mafia che non ha più bisogno di concordare “papelli” con la politica ma piuttosto accede ad essa molto più direttamente, in maniera organica; così come essa risulta organica nel sistema economico-finanziario globale. Lo stesso Ciotti, citando il filosofo Norberto Bobbio, dice che la differenza fra la nostra generazione e quella dei nostri padri è che loro erano democratici ottimisti e invece noi dobbiamo essere democratici sempre in allarme. Tant’è che molti, nel corso della 3 giorni, hanno invocato la crescita e l’insediamento di una nuova classe dirigente come presupposto indispensabile a un nuovo rilancio della lotta all’illegalità. Come dire che della maggior parte degli uomini nelle cui mani risiede il potere economico e politico del paese non è più possibile fidarsi. La forza delle mafie risiede tuttora nelle possenti complicità politiche ed economiche di cui essa gode; per rimuovere le quali bisogna radicalmente cambiare i partiti, le istituzioni e non solo in senso simbolico; ma cambiando gli uomini stessi. Uomini e donne cresciuti alla scuola e nella pratica della legalità. Tra i passaggi del nuovo documento lanciato da CONTROMAFIE si legge: “Noi ci impegniamo a diffondere un sapere di cittadinanza che valorizzi i giovani come protagonisti di un processo di educazione permanente alla legalita’, alla partecipazione e alla responsabilità”. Qualche giorno fa’, un giornalista di solito non prodigo di uscite illuminanti e da anni ben piazzato nel sistema di quei media più al servizio del potere che del cittadino, ha esclamato nel corso di un dibattito televisivo, con vigore inusuale: “ma perché i giovani non fanno la rivoluzione e non ci cacciano via?”. Libera e CONTROMAFIE, realtà ad altissima densità giovanile, sono la dimostrazione più eloquente ed esplicita che i più giovani hanno a cuore le sorti dei loro territori, dell’ambiente, delle generazioni che verranno, molto più dell’apparato di potere, vecchio e degenerato, che domina l’economia, la politica, l’informazione di questo paese. Esso indulge alle mafie come pratica quotidiana e acquisita e anzi dalle mafie talvolta è assorbito come per osmosi. Ecco svelato quale statico agente atmosferico forse ostacola l’effetto farfalla. di Giampaolo Paticchio www.gennarocarotenuto.it
Finanziaria: spariscono i fondi per la manutenzione delle strade nonostante gli oltre 5.000 morti per incidenti ogni anno.
Manutenzione delle strade zero. Mentre il “governo del fare” continua a baloccarsi con il ponte sullo Stretto, sapete quanto stanzia davvero con la Finanziaria 2010 per tenere in sesto le grandi vie di comunicazione, cioè i 22 mila chilometri di pertinenza dell’Anas? Zero euro, appunto. Niente. Nonostante il piano quadriennale di investimenti dell’azienda pubblica delle strade prevedesse per l’anno prossimo un fabbisogno di 1.660 milioni. Un dato che fa impressione, tanto più perché spunta proprio alla vigilia del World Day of Remembrance delle vittime della strada dichiarato dall’Onu per il 15 novembre. Tra la manutenzione e i morti sull’asfalto, infatti, la relazione è strettissima: più le vie sono maltenute, più cresce il tasso di incidentalità. Lo suggerisce l’esperienza e lo ha stabilito anche un gruppo di ricercatori dell’università di Napoli, i quali hanno calcolato che almeno il 40 per cento dei sinistri è collegabile alle condizioni delle vie di comunicazione, dai guard rail spesso non a norma alla segnaletica approssimativa o addirittura sbagliata, all’asfalto traditore, gibboso o pieno di buche e irregolarità. Non occorre essere scienziati per intuire quali saranno le conseguenze delle scelte del governo. In una recente audizione alla commissione Bilancio di Camera e Senato, il presidente dell’Associazione dei costruttori (Ance), Paolo Bozzetti, lo ha ricordato ai parlamentari: “L’assenza del contributo annuale in conto capitale provocherà il blocco della regolare attività dell’ente stradale, con gravi conseguenze sullo sviluppo e la manutenzione di tutta la rete”. Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, però, forse non riuscendo a recuperare riscorse per gli opportuni investimenti, preferisce parlar d’altro alimentando la convinzione che l’ecatombe stradale sia imputabile solo ai comportamenti sbagliati di automobilisti e motociclisti puntando l’indice sullo sballo del sabato sera, gli ubriachi al volante, la velocità, le distrazioni, la guida spericolata, l’impasticcamento e via dicendo. Giornali e tv rincarano la dose, come fosse verità rivelata. E invece è solo un pezzo di verità. Che rischia di diventare una bugia se non accompagnata dalla con stazione che le strade italiane sono quelle tenute peggio in Europa. Coerente all’idea che sia tutta colpa degli automobilisti, il Ministro ha lanciato una campagna pubblicitaria per esortarli a tenere comportamenti più civili, con testimonial di sicuro effetto, da Maria Grazia Cucinotta al campione di scherma Aldo Montano e alla tuffatrice Tania Cagnotto. Il leit motiv dell’iniziativa è Sulla buona strada. Peccato che di buono sulle vie di comunicazione italiane sia rimasto davvero poco. Gli effetti dell’incuria sono devastanti. Gli incidenti sono la prima causa di morte nella fascia di età fino a 40 anni, in un anno che ne sono stati 231 mila con 5.131 morti (10 volte i caduti sul lavoro e 100 volte più di tutti gli altri sistemi di trasporto messi insieme, dall’aereo alla nave al treno) e 3265 mila feriti. Ai costi umani si sommano quelli sociali ed economici dai risarcimenti delle assicurazioni alla perdita di produttività per gli infortuni e i decessi. Secondo l’ultima valutazione disponibile, gli incidenti stradali costano al sistema Italia la bellezza di oltre 30 miliari di euro all’anno, circa il 2 per cento del Pil, quanto un paio di manovre Finanziarie pesanti. L’incuria si abbatte anche sulle imprese, non solo quelle che hanno bisogno come il pane delle strade per farci viaggiare le merci, ma anche le circa 5.000 aziende specializzate nella manutenzione con 50 mila occupati, dalle ditte dell’asfalto a quelle della segnaletica. La percentuale di fallimenti tra questo tipo di società è di gran lunga superiore a quella purtroppo in crescita degli altri settori produttivi. Per un motivo semplice: mentre su queste ultime si scaricano solo gli effetti della crisi, su quelle della manutenzione pesa anche un altro fattori di lunga durata e cioè il calo delle commesse iniziato anni fa. Fin dai tempi di quello che gli addetti ai lavori chiamano il “federalismo stradale”, provvedimento voluto dal ministro Franco Bassanini all’epoca del governo di centrosinistra della fine anni Novanta. In base a quella legge migliaia di chilometri di strade sono passati dall’Anas alle Regioni e se l’Anas spendeva assai poco per migliorare le strade (appena 7.000 euro a chilometro, rispetto ai 20 considerati necessari), alcuni Governatori hanno deciso di spendere anche meno. Per invertire questa tendenza ci vorrebbero investimenti: il confronto con il resto d’Europa è umiliante. Secondo il Libro Bianco sulla sicurezza stradale, mentre in Italia per le strade si spende in media 1 euro per abitante, in Svizzera spendono 26 euro, Svezia 23, Francia 22. Belgio 10, Regno Unito 5. Eppure le risorse, a volerle trovare ci sarebbero anche in Italia. Uno studio dell’Anfia (l’associazione della filiera dell’industria automobilistica) il carico fiscale sul settore, dalla tassa di immatricolazione al bollo, in 5 anni è cresciuto di quasi il 10 per cento arrivando a circa 80 miliardi di euro. Quasi niente di questa montagna di quattrini, però, ritorna sulle strade. “Non si può soltanto prendere dalle tasche degli automobilisti”, ammonisce Enrico Gelpi, presidente dell’Automobile Club (Aci). Poi ci sarebbe tutto lo stock di multe stradali, un tesoro di circa 1,2 miliardi. In base al Codice della strada il 50 per cento delle multe locali e il 20 per cento di quelle nazionali (Polizia stradale, Carabinieri, Guardia di Finanza) dovrebbero andare alla manutenzione delle strade. Ma nessuno lo fa, ancora perché finora non erano previste sanzione per gli enti inadempienti. Confindustria e Finco (Federazione delle imprese di prodotti per le costruzioni) in una recente audizione al Senato hanno sollecitato i parlamentari a modificare l’andazzo. Alla Camera poco tempo fa è stata approvata con un voto di maggioranza e opposizione (2 soli astenuti) la cosiddetta legge Calducci (da Mario Calducci, deputato Pdl) che impone sia l’utilizzo di parte dei proventi delle multe sia l’obbligo per i proprietari delle strade di effettuare interventi costanti e programmati. Ma arrivato al Senato il testo si è impantanato e c’è chi dice che a frenare sia soprattutto il relatore, Angelo Maria Cicolani, anche lui Pdl, ritenuto un buon amico delle Autostrade, società per niente entusiasta di vedersi imporre per legge l’obbligo della manutenzione. Il Parlamento italiano, inoltre, sta accingendosi a fare propria la direttiva comunitaria sulla cura delle strade e sarà interessante vedere che piega verrà impressa alla faccenda. Se l’Italia, cioè, si limiterò a considerare l’atto europeo come una generica esortazione oppure lo considererà vincolante per tutte le strade e non solo per gli 8.000 chilometri di vie di interesse continentali. Decisiva sarà la decisione sui servizi ispettivi e di controllo. Alla conferenza di Riva del Garda, terminata il 28 ottobre, l’Aci si è proposto come “organismo indipendente per la valutazione dei livelli di sicurezza delle infrastrutture”. Ma Anche altre associazione si stanno facendo avanti e non è escluso un coinvolgimento dell’Inail (l’istituto per gli infortuni sul lavoro), ormai diventata una specie di cassaforte pubblica con oltre 11 miliardi di euro di liquidità. Nella passata legislatura il ministro Alessandro Bianchi ricostituì la Direzione generale per la sicurezza stradale, smontata anni prima dal governo Berlusconi, ma poi l’esecutivo di centrosinistra cadde e di quella struttura sono rimasti gli uffici, il responsabile e poco più. Questa estate il Governo ci ha ripensato istituendo un altro ispettorato per le strade affidato ad un tecnico stimato, l’ingegnere Pasquale Cialdini, e collocato nella sede dell’ex ministero della Marina Mercantile all’Eur. Ma anche questa nuova struttura sembra un cane da guardia privo di denti. Con una sede grande e lussuosa, begli uffici, e poco personale. di Daniele Martini
Le banche mondiali continuano a speculare con i finanziamenti delle Banche Centrali.![]() Ma com’è possibile che le Borse stiano correndo da oltre sette mesi, le emissioni di obbligazioni statali e private vadano a ruba, i famigerati “derivati” siano tornati ai livelli record del 2008, l’oro abbia il vento in poppa e, intanto, l’economia reale continui a boccheggiare e la gente non fa altro che parlare di aziende che chiudono o licenziano dipendenti? A un anno di distanza dal grande crac, mentre i messaggi sulla fine della caduta si fanno sempre più tiepidi e si avverte una sempre più eclatante divaricazione tra finanza e vita quotidiana, cresce il partito dei pessimisti, di quelli che prevedono una crisi a “W”, con un nuovo, fatale scivolone nel prossimo futuro. Le bolle, di solito, esplodono dopo i boom: in Borsa è successo con le azioni dopo la voltata della new economy, così come dopo la galoppata delle cosiddette Tigri asiatiche. E la tempesta che si è abbattuta sul globo a cominciare dalla seconda metà del 2007 s’è scatenata perché i prezzi delle case in America erano impazziti insieme alla concessione dei prestiti facili. Adesso succede che, in numero crescente, banchieri centrali e ministri del Tesoro, opinionisti e autorevoli economisti invocano prudenza e dicono: “Occhio alla prossima bolla”. Le banche hanno già ripreso a macinare utili e a distribuire superbonus, sebbene secondo il Fondo monetario internazionale abbiano ancora in pancia titoli tossici per ben 1.500 miliardi di dollari a livello globale. Grazie ai colossali aiuti pubblici e soprattutto senza che, ancora, le cospicue inondazioni di denaro statale abbiano dato una mano ai bilanci famigliari e delle imprese industriali e commerciali. Nella prima metà del 2009, scrive il “Wall Street Journal”, nelle 23 principali banche d’investimento, hedge fund, finanziarie e società di trading, si è guadagnato di più che nello stesso periodo del 2007, anno di picco dei listini azionari. Non basta: trader e manager di Wall Street porteranno a casa per l’intero 2009 la bellezza di 140 miliardi di dollari, il miglior “incasso” di sempre. Il gigante Goldman Sachs, per esempio, è pronto a sganciare 16,7 miliardi di dollari di premi ai propri manager: oltre il 46 per cento in più rispetto al 2008. Allibite, magari pure un po’ arrabbiate, le persone comuni sono così passate in pochi mesi dalla paura che istituti di credito grandi e piccoli fallissero a raffica, trascinandosi all’inferno risparmi di una vita (ricordate gli impauriti correntisti in fila davanti alle filiali della britannica Northern Rock, che evocarono gli spettri della Grande Depressione?) alla sorprendente scoperta che le banche, magari guidate dalle stesse persone, godono oggi di eccellente salute. Per Mario Draghi, che è il governatore della Banca d’Italia ma pure il presidente del Financial Stability Board, sarebbe assai opportuno che gli istituti di credito, sostenuti da banche centrali, governi e autorità internazionali, s’impegnassero a rafforzare il proprio capitale piuttosto che studiare gratifiche d’oro per i manager e i ghiotti dividendi per gli azionisti. Il contrasto tra gli eccessi della finanza e la vita di ogni giorno delle persone normali è stridente. Specie in Europa, il rilancio dell’Economia stenta, l’occupazione cala e il prodotto interno lordo langue mentre le Borse si sono rimesse in carreggiata in grande stile. A lanciare appassionate grida d’allarme non sono le incallite cassandre, i pessimisti di professione. Paul Volcker, ex presidente della Federla Riserve (la Banca centrale degli Stati Uniti), ascoltato consigliere economico del presidente Baraci Obama, ha detto di essere assai preoccupato. “La crisi non è finita e c’è un sacco di gente che fa i soldi con la finanza”. E “Il Sole 24 Ore”, non “il Manifesto”, ha scritto, con tono nient’affatto compiaciuto: “Le banche mondiali assomigliano oggi più a fondi che a istituzioni creditizie: più che finanziare imprese e famiglie, speculano sui mercati”. A supporto di una presa di posizione piuttosto drastica, il quotidiano della Confindustria sottolinea come, dall’analisi dei dati delle prime 12 banche ruopee e statunitensi, emerge che nel secondo trimestre del 2009, il 59 per cento dei ricavi sono arrivati da attività di trading, da dividendi e da commissioni. Kenneth Feinberg, il cosiddetto zar dei bonus, l’uomo che per conto di Obama deve limare i compensi dei dirigenti delle società finanziate che hanno ricevuto aiuti pubblici nell’inverno scorso, ha elaborato un piano che potrebbe ridurre fino al 90 per cento i premi dei top manager di big come Citigroup, Bank of America e Aig. Una riduzione che vale solo per gli ultimi mesi di quest’anno e che ha sollevato parecchie critiche, lasciando l’amaro in bocca a un’opinione pubblica sempre più irritata dalla lentezza con cui avanzano le attese riforme in campo finanziario. A giorni è atteso anche il progetto di legge che consentirà al governo degli Stati Uniti di intervenire – cacciando i dirigenti, rivedendo i termini dei prestiti, commissariando la società in tempi rapidi – sui grandi gruppi finanziari. Anche in questo caso non sono mancati rilievi per un approccio che sarebbe comunque troppo morbido. Dal fallimento della Lehman Brothers e alla nazionalizzazione della Royal Bank of Scotland è passato ormai parecchio tempo e la sensazione condivisa sulle due sponde dell’Atlantico è che si sia fatto troppo poco. Prendiamo il caso dei derivati, quegli strumenti finanziari divenuti tristemente celebri dopo lo scoppio della crisi. Non tutti gli usi dei derivati sono diabolici, ci mancherebbe. In parecchie situazione si tratta di “costruzioni” finanziarie utili alla copertura contro i rischi di sbalzi nei costi delle materie prime. E quindi sono funzionali all’attività di molte aziende. Però la finanza creativa assatanata aveva finito per impacchettare prodotti sempre più complicati e con dentro di tutto, trasparenti come muri di cemento. Era logico prevedere che, essendo stati alla base del crollo globale avviato nel 2007, i derivati sarebbero finiti alla svelta nel mirino dei regolatori. Non è andata così, almeno per ora. Gli sforzi per introdurre nuove regole sul tema, rendendo obbligatori gli scambi sui mercati regolamentati, e costringendo chi li impiega ad aumentare le garanzie patrimoniali a copertura dei rischi, si sono scontrati, perdendo, con le resistente delle lobby interessate a mantenere lo status quo. Aumentando gli accantonamenti necessari per operare sul mercato dei derivati, spiega un articolo di “Business Week”, diminuiranno i quattrini da destinare agli investimenti. Secondo il settimanale, società quotate come la tedesca Siemens dovrebbero destinare a riserve un miliardo di dollari in più all’anno. E potrebbero essere danneggiati pure i piccoli investitori, visto che la società ha meno soldi per il proprio business. Ecco come si tagliano le unghie alle riforme che, all’apparenza, piacciono a tutti. Intanto, la vituperata industria del derviato ha il vento il poppa: forse il 2009 non sarà da primato come l’anno scorso, quando il valore nominale di tutti i derivati aveva sfiorato il milione di miliardi di dollari, però già nella prima metà dell’anno eravamo a quota 445 mila miliardi, secondo l’International swaps and derivates association. Per Riccardo Bellofiore, docente di politica monetaria dell’Università di Bergamo, il rischio di una nuova bolla finanziaria esiste per due motivi apparentemente semplici e sotto gli occhi di tutti: “Primo, la salute delle banche americane non è buona come appare, perché grazie alle garanzie pubbliche del piano Geithner sui titoli tossici, questi non sono iscritti al bilancio al loro effettivo valore di mercato; secondo perché la ripresa delle economie occidentali è stata sovradimensionata e si basa soprattutto sugli aiuti pubblici, cosicché molti soldi prestati a tassi molto bassi alle banche vengono usati per investimenti finanziari di tipo speculativo”. A favorire le performance dei listini azionari, dunque, non è stata solo l’aspettativa di una ripresa economica, peraltro ancora difficile da pronosticare, specie in Europa: a pompare i rally che hanno fatto schizzare le quotazioni ha sicuramente contribuito la straordinaria dose di liquidità iniettata nel sistema dai governi e dalle banche centrali. E si può ben immaginare che una buona parte di questi sussidi siano alla base di un’altra euforica categoria, quella dei prestiti obbligazionari, gli ormai famosi corporate bond. A ogni emissione, le richieste fioccano. A emettere sono società solide ma sull’esaltato mercato ci sono già almeno 114 miliardi di obbligazioni ad alto rendimento e a basso rating, e dunque piuttosto rischiose. Ed è preoccupante la coincidenza del boom di emissioni di corporate bond proprio nell’anno in cui il tasso d’insolvenza cresce al galoppo. Secondo l’agenzia di rating Moody’s, nel primo trimestre del 2010 l’incapacità di restituire il debito potrebbe schizzare al 12 per cento. L’anno scorso era solo allo 0,7 per cento. Numeri da tenere d’occhio, e che intanto ingrossano le fila del partito degli allarmisti. di Marzio Maggi e Stefano Vergine “L’Espresso”
![]() Le Repubbliche dinastiche nel mondo arabo
Quando si scrive un articolo sulle elezioni presidenziali nel mondo arabo si ha il lusso di poterlo scrivere con lauto anticipo poiché l’esito di queste non è mai in dubbio. Il 25 ottobre il presidente tunisino Zine el Abidin Bel Ali (foto sopra) viene eletto – virtualmente senza oppositori – per il quinto mandato consecutivo. Poco importa se nel 1987 era salito al potere con la promessa di seppellire il concetto di “presidenza a vita” accordato al leader della liberazione tunisina Habib Bonurguiba e che però è poi di fatto diventato il nuovo presidente a vita della Tunisia; o che guida il Paese senza un’opposizione, con i leader dell’opposizione o in prigione o emarginati; o che la maggioranza della popolazione consapevole della finzione in atto resterà a casa il giorno delle elezioni. In Tunisia, come in altre “Repubbliche” arabe, la presidenza è diventata quasi una sorta di monarchia, con il meccanismo della gestione delle elezioni utilizzato esclusivamente come forma di acclamazione pubblica piuttosto che come strumento democratico per scegliere o sostituire un leader. Tutto ciò è indicativo della stagnazione in cui si trovano questi sistemi politici che contribuiscono alla radicalizzazione crescente e alla frustrazione dei gruppi dell’opposizione e dei giovani e che, se lasciati senza riforme, potrebbero eventualmente portare a rotture e disfunzioni serie. In altre Repubbliche arabe questa dinastia è andata ben oltre l’assicurarsi la presidenza a vita, alcune di queste hanno addirittura ingegnato la successione dinastica. In Egitto, proprio questo mese sono esplose alcune proteste contro il piano – a lungo termine – secondo il quale il regime starebbe preparando Gamal Mubarak alla successione del padre il presidente Husni Mubarak. In Siria questo è già avvenuto nel 2000, quando al presidente Hafez al –Assad è seguito il figlio Bashar. In Iraq, se il regime di Saddam Gussein fosse sopravvissuto, nel piano di successione c’era già uno dei suoi figli Uday o Qusay. Nello Yemen il presidente Ali Adballah Salih ha già messo suo figlio nella posizione di sostituirlo. In Libia il potere è ben usurpato dalla famiglia Gheddafi e il presidente Muammar Gheddafi può scegliere quale consacrare tra i suoi due influenti figli, Saif al-Islam (foto sotto) o Mu’tasim. Queste pratiche di successione non sono ancora così ovvie in Tunisia. Nelle monarchie arabe, come in Marocco, Giordania, Arabia Saudita e negli Emirati del Golfo, il potere definitivo non è messo in discussione e le elezioni si applicano solo a parlamentari deboli o a consigli consultivi. Le Repubbliche arabe che un tempo avevano appoggiato le aspirazioni dei riformisti nazionalisti e dei democratici sono oggi l’incarnazione dell’autoritarismo e della stagnazione. Questo è in parte il risultato dei partiti al potere o delle cricche che monopolizzano il potere politico, quello economico e la sicurezza, e in parte quello di una battaglia polarizzata contro i partiti islamismi. Le élite al potere nelle Repubbliche arabe hanno convinto l’Occidente, ma anche larga parte della loro popolazione, che la scelta è assoluta: o continuano a governare loro, oppure il potere cadrà nelle mani degli islamismi radicali. Non vedono l’ora di poter citare esempi di gruppi islamismi radicali come Al Qaeda o i talebani, ma evitano di menzionare l’integrazione dei gruppi islamismi moderati nella politica, come è avvenuto per esempio con successo in Turchia, ma anche in alcune monarchie arabe quale il Marocco e il Kuwait. La violenza genera violenza e l’esclusione genera esclusione. Le politiche repressive ed escludenti di queste Repubbliche arabe dinastiche stanno prevenendo lo sviluppo graduale di politiche pluralistiche moderate e inclusive. Nel breve termine questo atteggiamento può funzionare sulla stabilità e sulla sicurezza, ma nel lungo periodo mostra invece i semi di un’esplosione pericolosa. La comunità internazionale, nella sua partnership con i riformisti arabi e con la società civile, dovrebbe raddoppiare gli sforzi e insistere per una graduale ma reale riforma politica negli Stati arabi, oggi cementificati in maniera pericolosa. di Paul Salem
![]() Oltre tre milioni i disoccupati in Italia
Secondo l'Ires non sono "1,8 milioni, come calcola l'Istat", perché bisogna aggiungere anche chi ha smesso di cercare un impiego. Contratti a tempo, allarme salari: in pochi casi superano i mille euro. Giovani, donne e under 34 non superano gli 800 euro. Lo scenario non è dei migliori e c’era da aspettarselo. La novità è che i disoccupati in Italia sono 3,2 milioni e non 1,8 milioni, come calcola l'Istat, perché a questi ultimi bisogna aggiungere anche gli scoraggiati, ovvero coloro che hanno smesso di cercare un impiego ormai convinti di non poterlo trovare. È quanto emerge dallo studio realizzato dall’istituto di ricerche della Cgil, l’Ires, presentato oggi (29 ottobre) a Roma. Tra i dati allarmanti, un tasso di disoccupazione in crescita anche l’anno prossimo, salari bassi (intorno ai 1.000 euro) specie per le donne e i più giovani, solite differenze tra Nord e Sud.
DISOCCUPAZIONE AL 12,1%. Alla luce dei risultati dello studio, dunque, il tasso di disoccupazione reale sarebbe al 12,1 e non al 7,4 per cento comunicato dall'Istat per il secondo trimestre 2009. Secondo la Cgil, infatti, la stima realistica della disoccupazione, se si facessero emergere almeno 600.000 degli scoraggiati, sarebbe del 9%. Il mercato del lavoro, così afferma l'Ires, “si caratterizza per l'incremento sostenuto del numero di inattivi in età da lavoro, cresciuti di 434 mila unita rispetto al secondo trimestre 2008”. In particolare, il 9% degli inattivi complessivi tra i 15 e i 64 anni non cerca lavoro perché pensa di non riuscire a trovarlo. Una fascia di “scoraggiati” che riguarda 1 milione e 363 mila persone, per gran parte donne (938 mila a fronte di 425 mila uomini). Lo studio sottolinea anche come sia cresciuta la durata della disoccupazione, tra i 7 e i 12 mesi. BASSI SALARI. Quasi due terzi dei dipendenti con contratto a tempo determinato hanno retribuzioni mensili inferiori a 1.000 euro. La percentuale con un salario così basso tra coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato e una retribuzione inferiore a 1.000 euro risulta del 29%. La retribuzione è bassa soprattutto per i giovani e le donne. In particolare, per le donne con contratto a tempo determinato e meno di 34 anni, la media salariale è di poco superiore agli 800 euro. "CIG IN AUMENTO NEL 2010". “L'anno prossimo ci saranno 1,2 milioni di domande di disoccupazione ordinaria”m ha detto il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni presentando il rapporto e confermando le proposte del sindacato per affrontare la crisi. Tra queste, “prolungare l’indennità di disoccupazione ordinaria di quattro mesi per i lavoratori sotto i 50 e portare il tetto della cassa integrazione a 1.100 euro mensili contro gli 800 attualmente percepiti”. ![]() Il credito alla imprese: perchè il piatto piange
La Sede del Fondo Monetario a Washington - IMF © Il credito al settore produttivo è una risorsa assai scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha vere alternative ai canali tradizionali. Ma il credito alle imprese non tornerà ad affluire fino a quando le nuove regole non riusciranno a colmare l'attuale abisso di convenienza fra l'attività finanziaria sui titoli e la concessione di credito. Più si aspetta a vararle, più il problema diventa difficile da risolvere perché aumenta la forza contrattuale delle banche rispetto alla politica. Il credito al settore produttivo è divenuto una risorsa terribilmente scarsa in tutti i paesi, ma in Italia rischia di creare problemi ancora più gravi perché un tessuto di imprese medie e piccole non ha altre vere alternative rispetto ai canali tradizionali. Invocare, come fa qualcuno, lo sviluppo di nuove forme di finanziamento (normalmente basate sul mercato di borsa) è una fuga in avanti, perché simili innovazioni strutturali richiedono tempi che non sono compatibili con l’urgenza dei problemi: non è molto diverso dal suggerimento di Maria Antonietta di dare brioches al popolo affamato. Ancora più pericolosa, è la deriva verso forme di controllo amministrativo che ci riporterebbero al concetto di “credito come pubblico servizio” che ha determinato danni incalcolabili in Italia, a cominciare dal dissesto dell’intero sistema bancario meridionale negli anni Novanta. LA STRETTA CONTINUA Il problema è comunque grave, si presenta in tutti i principali paesi ed è destinato a perdurare almeno fino al 2010. Ce lo dice in modo molto chiaro l’ultimo Global Financial Stability Report del Fondo monetario internazionale. LA LINEA DA NON SUPERARE Il paradosso è che, da un punto di vista strettamente imprenditoriale (l’unico che conta nella logica di mercato con cui vogliamo continuare a ragionare) è razionale che le banche siano più prudenti di prima nel concedere credito o che lo facciano a tassi superiori: si badi che sul mercato internazionale lo spread dei titoli emessi dalle imprese sono doppi rispetto al periodo pre-crisi e qui le “perfide e avide” banche non c’entrano. Ed è razionale, ma assai fastidioso, che tutta la liquidità immessa nel sistema finisca per alimentare le operazioni finanziarie: il portafoglio titoli è cresciuto in Italia del 44 per cento, mentre le grandi banche mondiali hanno ripreso alla grande le operazioni sulla finanza speculativa. di Marco Onado Lavoce.info
Neocolonialismo all'africana
Il Sudafrica stipula un contratto trentennale per affittare 200 mila ettari di terreno coltivabile nel Congo Brazzaville. L'aumento dei prezzi dei generi alimentari e i rischi connessi ai cambiamenti climatici hanno portato negli ultimi anni alcuni Paesi economicamente avanzati come la Cina, la Corea del Sud, l'Europa o i Paesi del Golfo a stipulare contratti d'affitto pluriennali per ingenti estensioni di terra coltivabile in Africa, in modo da garantirsi la sicurezza alimentare. Contratti che di fatto concedono la proprietà della terra a Paesi stranieri e che hanno fatto parlare di una nuova forma di colonialismo. In questo trend si è inserito ora anche il Sudafrica che ha stipulato con il Congo Brazaville un accordo trentennale per 200 mila ettari, ma che potrebbero presto diventare 10 milioni, che permetteranno agli agricoltori sudafricani di coltivare soia e mais e di allevare polli e vitelli.
A Pretoria, l'accordo viene visto come l'occasione per alleggerire la tensione sulle terre sudafricane che, ad oggi, il governo non è ancora riuscito ridistribuire fra bianchi e neri. Quando, nel 1994 è caduto il regime dell'apartheid, l'87 percento dei terreni coltivabili era nelle mani dei possidenti bianchi. Il programma dell'African National Congress era quello di ridistribuire il 30 percento delle terre entro il 2015 attraverso il sistema della restituzione a quanti erano stati espropriati dal regime dell'apartheid; della compensazione economica quando non era possibile la restituzione; e della ri-assegnazione delle terre che erano state riscattate dal governo. La riforma agraria, che in Sudafrica, a differenza di quanto è avvenuto nel vicino Zimbabwe, doveva basarsi sul riscatto e sulla libera volontà dei proprietari a vendere, è fallita per vari motivi e si è calcolato che ad oggi solo il 5 percento dei possedimenti ha cambiato proprietario. di Chiara Pracchi Peacereporter
La Guardia di Finanza irrompe nelle banche accusate di frodi fiscali con i derivati.
Chi si è recato alla Popolare di Milano, alla Dresdner Bank e in Banca Aletti per “scudare” un po’ di capitali esteri, ieri ha rischiato l’infarto. Fin dal primo mattino tutte e tre le sedi milanesi di queste banche hanno ricevuto la visita improvvisa di Guardia di Finanza e Agenzia delle Entrate. Cercavano le prove cartacee e informatiche del cosiddetto “tax trading”, ovvero quella massa di derivati con i quali le banche italiane hanno abbattuto l’imponibile fiscale tra il 2001 e il 2007. Un giro di transazioni internazionali attraverso le quali, secondo l’ipotesi degli inquirenti, sarebbero stati sottratti al Fisco oltre tre miliardi di euro con un’attenta attività di pianificazione fiscale. Mentre secondo le banche italiane (almeno una dozzina quelle coinvolte) si tratterebbe di normale attività di “trading”, senz’alcuna finalità né di evasione né di elusione. In piazza Meda, sede della Pop Milano, i finanzieri si sono presentati sventolando un ordine di esibizione documenti – il passo appena più galante di una perquisizione – firmato dal procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo. Ne sono usciti a tarda sera con un bel pacco di contratti, email e corrispondenza interna. Stessa scena è avvenuta negli uffici di Piazza Affari della Dresdner, dove sono stati esaminati i computer e chiese le carte del “tax trade”. In via Santo Spirito, invece, ci sono gli uffici di Banca Aletti, la banca d’affari del Banco Popolare italiano. Qui si sono materializzati gli ispettori dell’Agenzia guidata da Attilio Befera, chiedendo lo stesso tipo di documentazione. Le due inchieste sono infatti concomitanti e vertono sullo stesso ricco mercato che solo la crisi internazionale delle banche d’affari, iniziata nel 2008, ha stroncato. Più che altro per scomparsa utili e per lo smantellamento degli uffici che facevano i lavori più “border line”: non sarebbe stato bello, mentre si incassavano aiuti pubblici, farsi beccare con le furbate fiscali negli uffici. Questi derivati sequestrati ieri sono complesse operazioni attraverso le quali banche inglesi, tedesche e italiane, si sono scambiate dei contratti altamente speculativi per importi singoli che potevano variare dai 100 milioni al miliardo di euro. Dal punto di vista fiscale, erano molto vantaggiosi perché giocavano sul divieto di doppia imposizione nell’area Ue, in modo che la banca di diritto italiano poteva dire al proprio Fisco di aver già pagato una ritenuta alla fonte (inferiore anche della metà rispetto alla tassazione italiana) a Londra, a Francoforte o in Lussemburgo. Secondo quanto ipotizza il pm Alfredo Robledo, massimo esperto italiano di inchieste sui derivati (sua anche quella sui derivati che hanno scavato una voragine nei conti del comune di Milano, della regione Liguria e della Calabria), queste complesse operazioni avrebbero il solo fine di pagare meno tasse. E dall’analisi della prima tranche di documentazione già sequestrata in Barclays Capital, Commerzbank Italia (poi sciolta in Dresdner), Intesa-San Paolo e Unicredit, sarebbe abbastanza evidente che i contratti non presentassero alcun profilo di rischio. In sostanza, si tratta di derivati su obbligazioni che staccavano delle cedole prefissate e dal rendimento insensibile perfino ai rischi di cambio. Per questa ragione, la Procura milanese procede per truffa aggravata ai danni dello Stato e dichiarazioni fiscalmente infedeli. L’indagine è delicatissima perché coinvolge tutte le principali banche italiane, a cominciare da Intesa-San Paolo, Unicredit, Antonveneta, Carige, Montepaschi, Popolare di Milano, Banco Popolare e Popolare Vicentina. A metà agosto, quando sono state perquisite, Intesa-San Paolo e Unicredit hanno fatto sapere di aver offerto “piena collaborazione agli inquirenti” e di non aver violato alcuna legge. L’indagine sembrava ferma. Poi, ieri, la nuova e improvvisa accelerazione. di Francesco Bonazzi
Cosa non si fa per vendere una medicina![]() Che l’industria farmaceutica eserciti una costante pressione sui medici per ottenere più prescrizioni non ha bisogno di sottolineature visto che sono circa 25mila gli informatori che ogni giorno interagiscono con i medici dell’ospedale e del territorio.
Oltre alla pressione diretta bisogna considerare, però, il peso che l’industria esercita attraverso l’Educazione medica continua (Ecm), che è obbligatoria per tutto il personale sanitario. Non vià dubbio che sia necessaria per far sì che i medici siano aggiornati. Tuttavia, se chi svolge questa azione è lo stesso che è interessato a piazzare i suoi prodotti, ci si trova di fronte a un chiaro conflitto di interessi. Negli Stati Uniti ha creato preoccupazione la spesa di 60 milioni di dollari in quattro anni effettuata da due sole società per sostenere l’Ecm per un unico prodotto farmaceutico, peraltro controverso come l’ezetimibe, un inibitore dell’assorbimento del colesterolo. I finanziamenti sono stati effettuati a favore di società scientifiche e di università, evidentemente con lo scopo di promuovere le prescrizioni. Le aziende hanno riconosciuto implicitamente l’errore, perché hanno patteggiato, pagando ben 41 milioni di dollari. Anche in Italia l’Ecm è spesso una burla: l’industria è la principale finanziatrice attraverso l’accademia e non si tratta di sovvenzioni a fondo perduto. L’Ecm, peraltro, non è la sola via per promuovere i farmaci. Recentemente sempre negli Stati Uniti una delle più importanti aziende ha dovuto pagare 400 milioni di euro per compensare le assicurazioni pubbliche e private delle conseguenze di una propaganda tesa ad aumentare le vendite di quattro farmaci per indicazioni terapeutiche non approvate, cioè indicazioni che non sono contenute nell’etichezza e per cui non esiste una documentazione scientifica di efficacia. Tipico è l’estensione dell’impiego di antiulcera per trattare la cattiva digestione: sempre di stomaco si tratta!. Altro metodo impiegato per aumentare le vendite è quello di diminuire i valori di normalità. Se attraverso campagne ben orchestrate si convincono i cittadini che per prevenire danni cardiovascolari il livello del colesterolo nel sangue deve essere il più basso possibile, è difficile che qualcuno possa sfuggire a un trattamento con un farmaco che abbassi il colesterolo. Purtroppo il mercato è diventato selvaggio e anche i farmaci non sfuggono alla possibilità di essere considerati prodotti di consumo. Quando si rimarca che i farmaci costano cari, si risponde che è la ricerca che costa cara: in realtà è la promozione che incide di più, perché concorre fino al 30 per cento del prezzo. È necessario perciò promuovere una maggiore informazione indipendente che bilanci quella parte. di Silvio Garattini ![]() Società e Sviluppo Sostenibile
La terra non è piatta e non è al centro dell’universo. di Guido Bissanti
Nell'Economia mondiale tutto uguale a prima![]() Ue, sostenere le banche potrebbe costare ai governi 814 miliardi di euro
In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi) I governo dell’Unione europea dovranno probabilmente affrontare, nel 2009, una decisa crescita dei propri debiti, che potrebbero raggiungere la cifra record di 814,23 miliardi di euro (1.221 miliardi di dollari). A spingere in rosso i bilanci statali sono stati soprattutto gli sforzi prodotti da numerose amministrazioni del Vecchio Continente per sostenere i sistemi finanziari e, in particolare, quelli bancari. A riferirlo è stata, ieri, l’agenzia statistica dell’Unione europea, Eurostat, che oltre ad aver pubblicato i dati ufficiali relativi al 2008, ha ipotizzato quelli che potrebbero registrarsi nell’anno in corso. In particolare, le condizioni più difficili sono quelle registrate in Irlanda, dove il governo risulta esposto ad una crescita potenziale del debito di 353 miliardi di euro, e in Gran Bretagna (300 miliardi). Alla fine del 2008, infatti, l’esecutivo di Dublino ha accettato di avviare un piano di garanzia governativa su depositi e prestiti. Mentre l’amministrazione di Londra aveva già accumulato alla fine del 2008 debiti per 66 miliardi di euro. I debiti totali contratti lo scorso anno dai governi dell’Euro-zona per sostenere gli istituti di credito, prosegue l’agenzia europea, sono stati pari a 174 miliardi di euro, che salgono a 242 miliardi se si considerano anche i Paesi che non adottano la moneta unica. Contemporaneamente, però, gli esecutivi hanno anche acquisito asset per un valore complessivo di 172 miliardi.
New Jersey, debiti e finanza creativa. Così Goldman guadagna su obbligazioni inesistenti La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici... I contribuenti del New Jersey sborsano quasi 1 milione di dollari al mese in favore di Goldman Sachs per sostenere i costi dei derivati che accompagnano le obbligazioni statali. Una spesa nient’affatto indifferente ma anche particolarmente beffarda. Le obbligazioni sulla quali sono stati costruiti i derivati infatti… non esistono più. La storia, segnalata dall’agenzia Bloomberg, è solo l’ultimo aneddoto della tragica parabola della finanza creativa negli enti pubblici. Un rapporto, quello tra i governi locali e i prodotti strutturati, risoltosi spesso male per i primi negli Usa come in Italia dove i comuni che hanno sottoscritto derivati sono oltre 700 e il loro debito complessivo ha già sfondato quota 27 miliardi. Questa, in estrema sintesi, la tragicomica storia del New Jersey. Nel 2003 l’allora governatore James E. McGreevey promuove la vendita di 345 milioni di dollari di obbligazioni da parte del New Jersey’s Transportation Trust Fund Authority, l’agenzia che finanzia i progetti di viabilità. Siccome i bond sono a tasso variabile e i rischi di un aumento degli interessi sono evidenti, l’amministrazione decide di cautelarsi sottoscrivendo un derivato di tipo swap per la conversione, de facto, dello schema di pagamento: da variabile a fisso. Nel 2008, in piena crisi finanziaria, il New Jersey attua una sorta di concambio, sostituendo i titoli emessi con nuove obbligazioni a tasso fisso. Ma i derivati originari sono destinati a scadere solo nel 2019 e così i contribuenti del Jersey si trovano di fronte a un obbligo imprevisto: retribuire Goldman Sachs per un derivato costruito ormai sul nulla sostenendo i costi di obbligazioni che, semplicemente, non esistono più… Si calcola che dalla scomparsa delle vecchie obbligazioni ad oggi il New Jersey abbia versato 11,4 milioni nelle casse di Goldman. Secondo i termini dell’intesa stipulata con la Goldman Sachs Mitsui Marine Derivative Products L.P., partnership tra la banca d’affari Usa e la giapponese Mitsui Sumitomo Insurance Group Holdings, il New Jersey potrà sganciarsi dal “sistema” soltanto nel 2011. Prima di quella data l’uscita comporterebbe una penale da oltre 37 milioni di dollari.
Fondi speculativi Ue: anche la Bce contro il giro di vite
Secondo l'istituto centrale, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale
Le proposte di regolamentazione del settore degli hedge funds e dei fondi di private equity nell’Unione Europea continuano a dividere gli Stati membri. Ma dopo mesi di aspre polemiche con la controparte, i sostenitori della linea morbida potrebbero aver trovato un nuovo e fondamentale alleato: la Banca Centrale Europea (Bce). L’istituto centrale, riferisce il Financial Times, ha espresso le sue perplessità circa i piani di regolamentazione che mirano a limitare l’azione degli hedge e le pratiche speculative in genere paventando il rischio di una perdita di competitività sui mercati finanziari da parte dell’Unione. La Bce, in altri termini, si sarebbe allineata con la posizione delle “colombe” del continente rappresentate in primis dal Regno Unito e dalla Svezia, presidente di turno dell’Ue. In contrasto con Francia e Germania, Londra e Stoccolma ritengono che un eccessiva stretta regolamentare possa indurre i grandi gestori a emigrare verso mercati più liberi danneggiando così il sistema finanziario europeo, già di per sé in crisi di fiducia e di liquidità. Secondo la Bce, una regolamentazione stringente potrebbe essere ben accetta a patto, però, che le nuove regole fossero condivise a livello globale. Bruxelles attende di conoscere il testo definitivo della proposta di riforma per sottoporlo al vaglio del parlamento. Il voto non dovrebbe arrivare prima dell’estate 2010.
GB, bonus nel settore finanziario in crescita del 50% nel 2009 I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno... I bonus pagati agli operatori del settore finanziario del Regno Unito sono stimati in crescita a 6 miliardi di sterline (9,82 miliardi di dollari) entro la fine dell’anno. Si tratterebbe, qualora la previsione fosse confermata, di un incremento di oltre il 50% rispetto al 2008, sebbene ancora lontano dal picco registrato nel 2007. Ad ipotizzarlo è - riferisce il Wall Street Journal - un rapporto del Centre for Economics and Business Research inglese, che spiega come la netta differenza con il totale dei bonus riconosciuti due anni fa (che fu pari a 10,2 miliardi di sterline) è spiegata, da un lato, dalle cattive performance registrate da molte aziende nella prima parte dell’anno in corso. In secondo luogo, dal fatto che nel settore finanziario inglese l’emorragia occupazionale è stata tale da incidere sul monte-bonus complessivo. Rispetto al picco del 2007, infatti, il numero di lavoratori che gravitano attorno alla City londinese è sceso di 49 mila unità. La ricerca, inoltre, costituisce una revisione di uno studio simile effettuato nello scorso mese di aprile. All’epoca, sulla base dei dati allora in possesso del CEBR, la previsione era ben più cauta: si stimavano bonus totali non superiori ai 4,1 miliardi di sterline. Le performance del secondo e terzo trimestre sono state infatti al di sopra delle aspettative.
Tratto da Valori - Mensile di Economia Sociale e Finanza Etica
Il nuovo leader del PD prenda in mano la ramazza![]() Chiunque vinca la corsa alla segreteria, dopo le primarie del 25 ottobre, il prossimo leader del Pd dovrà affrontare una seria questione morale. Pierluigi Bersani ha vinto il congresso grazie ai plebisciti nel Sud, in particolare in Campania e Calabria, dove ha raccolto l’80 per cento dei voti. Si tratta di regioni dove il Pd ha ormai pochi voti, ma legioni intere di tessere. Controllate da chi? Per ottenere cosa?
A Napoli e provincia il Pd non conta solo più iscritti che in tutta la Lombardia, che sarebbe già un dato anomalo: conta dodici volte gli iscritti della regione di gran lunga più popolosa. Anche i sassi sanno chi controlla quei voti: Antonio Bassolino. Uno che ha fatto perdere milioni di voti di centrosinistra al Nord del Paese, con lo scandalo della spazzatura e tutto il resto. Ma rimane uno dal quale bisogna passare se si vuole vincere il congresso. In Calabria le tessere sono controllate da Ignazio Loiero, il presidente della Regione, che non è neppure un esponente del Pd, ma un esponente di sé stesso. Bassolino e Loiero saranno sicuramente ricandidati alla guida di Campania e Calabria, nonostante le pessime prove di questi anni. Chi rischia di non essere ricandidato è Nichi Vendola in Puglia, l’unico che ha avuto il coraggio e la decenza di far dimettere dalla giunta gli assessori indagati. Fra questi, l’ex vice presidente della regione, Frisullo, e l’ex assessore Tedesco, indagati nell’inchiesta Tarantini. Entrambi protagonisti della battaglia congressuale, a fianco di Bersani, come se nulla fosse. C’è nel Pd una tendenza a considerare con sufficienza, per non dire con disprezzo, la questione morale. A denunciare l’ingerenza della magistratura nel malaffare politico e a irridere al moralismo degli organi d’informazione, bollati come antipolitica. Come se pretendere che un deputato o un assessore non baratti le forniture degli ospedali con prostitute e cocaina fosse chissà quale ossessione da Savonarola. Si tratta di una tendenza già vista all’opera nella sinistra italiana, ai tempi di Craxi. Anni tristi e miserabili, quelli del rampantismo socialista, ma rimpianti da qualche esponente del Pd. Se dovesse prevalere questo cinismo, assisteremmo in pochi anni all’estinzione del Pd e alla consegna dell’Italia alla destra per i prossimi decenni. Quindi, chiunque vinca, Bersani o Franceschini o Marino, farà bene a prendere la ramazza e ripulire in fretta il partito. di Curzio Maltese
![]() Quel Silvio da Nobel
Dicono di Silvio: alla presidenza della repubblica non ci pensa, preferisce restare premier, alla presidenza della Repubblica ci metterà il suo fidatissimo Gianni letta. E invece ci pensa, ci pensa. Nei particolari come sempre, come ciò che i terremotati d’Abruzzo devono trovare nei frigo nuove case, dal dentifricio allo spumante per il brindisi riconoscente. E intano vuole il Nobel per la pace. L’idea che cel’ha avuta? Lui e chi altro? Sono più di cento anni che un italiano non vince il premio Nobel per la pace, ma adesso ci pensa lui, nei particolari. Cominciamo dal comitato promotore. Un fidatissimo Giammario Battaglia, nominato da Silvio promotore del comitato, sceglie i 20 fidatissimi a cui Silvio spiega, nei particolari cosa dvono fare, cominciare dal rileggersi la famosa autobiografia regalata agli italiani, dalla nascita il 29 settembre del 1936 (onomastico festeggiato democraticamente tra operai e sinistrati), alla fondazione di Canale 5, prima rete televisiva nazionale, prima del ’94, quando “salva l’Italia dal finire nelle mani dei comunisti per contrastare la loro possibile, anzi certa, dittatura e un avvenire di povertà e servitù”. E come capo del governo, Berlusconi “riacquista la fiducia internazionale e il ruolo che spetta all’Italia, come paese fondatore dell’Unione europea”. Capito? Se lo mettano bene in testa e si ripassino gli indiscutibili meriti di cui Silvio parla in ogni suo comizio trasmesso a reti unificate o quasi. Comunque il promotore Giammario Battaglia è lì per ricordarglielo. Primo capitolo, Silvio Berlusconi e la crisi Russia-Georgia: “mai avremmo ottenuto un accordo tra georgiani e russi se Berlusconi non avesse fatto valere i suoi antichi legami di amicizia e di fiducia con Vladimir Putin e Nicolas Sarkozy (e il promotore respinga con sdegno le insinuazioni di qualche anti italiano sul passato di Putin nella polizia sovietica). Ma veniamo alla pace a cui è dedicato il Nobel. Bene, secondo capitolo: è stato Silvio, “consapevole dei doveri di una grande democrazia, a sostenere, contro il parere diverso delle sinistre, di mandare dei soldati in difesa della pace e in contrasto al terrorismo internazionale”. Terzo capitolo: Silvio Berlusconi e il trattato di amicizia e cooperazione con la Libia. Gheddafi: “I governi precedenti hanno fallito. Quella di Berlusconi è stata una decisione storica nel chiedere scusa per il colonialismo”. Solo un anti italiano filocomunista potrebbe ricordare che questo Gheddafi ha accolto come un eroe a Tripoli l’autore dell’attentato terrorista di Lockerbie con centinaia di morti e che anche nella recente riunione delle Nazioni Unite ha insolentito l’Occidente intero. Quarto capitolo: la nomina di Anders Fogh Rasmussen a segretario generale della Nato. Se non sbagliamo, questo Rasmussen è il politico danese che Berlusconi con raffinato buon gusto indicò come possibile rivale in amore. “Sono stato io – dice Silvio – a togliere il veto della Turchia alla nomina di Rasmussen”. Dicono che l’antiberlusconismo sia un vizio sterile della sinistra, un vano sostituto di una seria opposizione politica. Certo fare di Berlusconi il responsabile di tutte le colpe e i difetti italiani è un’esagerazione, ma dire che su queste colpe e difetti naviga a suo agio, li ingigantisce, li giustifica, li incoraggia assecondandone il viso a scambiare i desideri per realtà, le bugie per verità, la voglia di farla franca per civismo, questo si può e si deve dire. di Giorgio Bocca
Abruzzo: Il miracolo della ricostruzione mafiosa![]()
Mafia in calcestruzzo L’ultima impresa sospetta viene dalla Campania. Ha preso lavori per 44 milioni di euro, a leggere bene è tutto in regola, tutto pulito, certificazioni antimafia compresa. Ma il sospetto, molto fondato, degli investigatori antimafia è che dietro un paravento apparentemente legale si nasconda un tentacolo della camorra spa. Che certo non poteva farsi sfuggire il grande business della ricostruzione dell’Abruzzo. Il 15 ottobre i parlamentari della Commissione antimafia sono rimasti a bocca aperta quando investigatori della Dia e magistrati della procura nazionale hanno illustrato il primo dossier su mafie e ricostruzione. Tre ditte sono state già bloccate (“Fontana costruzioni” di San Cipriano d’Aversa, “Di Marco” di Carsoli e la “Icg” di Gela), ma i nomi sono molti di più. L’ultimo blitz nei cantieri del progetto “C.a.s.e.”., sabato scorso con l’individuazione di almeno altre quattro imprese diretta emanazione o in collegamento con mafia e camorra. Ma il lavoro è ancora lungo “Perché - spiega un investigatore – non troveremo mai una ditta con dentro gli assetti societari nomi compromessi . Il gioco è più complesso. Si parte da una azienda capofila e si arriva ad un ginepraio di subappaltatori, sigle e nomi che rimandano ad altri nomi. La grossa impresa nazionale che si aggiudica lavori importanti, quando scegli il subappalto bada solo al prezzo basso. Non si pone altri problemi”. Sarebbero almeno una ottantina le ditte “sospette” pronte a spartirsi una torta da 169 milioni di euro, a tanto ammontano i subappalti del dopo terremoto. E i controlli? Scarsi e contradditori. Durante la visita della Commissione antimafia ha fatto scalpore la vicenda di una gara d’appalto per la fornitura di calcestruzzo. Tre lotti vinti da un’impresa insospettabile che per una sub fornitura si è però rivolta alla “Sicabeton”, una società segnalata in una sorta di black list il 20 maggio dalla Direzione nazionale antimafia, un elenco di ditte che hanno avuto problemi di collegamenti con soggetti mafiosi. In una informativa si faceva riferimento a un ex direttore tecnico che negli anni ottanta sarebbe stato legato ad Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ai tempi di Totò Riina. Il 2 giugno la Prefettura de l’Aquila sconsiglia alla Protezione civile l’impiego della “Sicabeton”, salvo poi cambiare idea il 19 giugno. Ora quell’impresa può ricevere l’ordine di sub fornitura. Il 25 agosto nuovo cambio di scena: la “Sicabeton” deve essere tenuta fuori. Una confusione evidente che certo non aiuta la lotta alle infiltrazioni mafiose. Ma a favorire l’ingresso di imprese “in odore” di mafia nel più grande cantiere d’Europa, sono le stesse leggi del governo. All’articolo 2 del decreto per la ricostruzione dell’Abruzzo si affida al capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, il potere di assegnare appalti con procedra negoziata, senza bando di gara, nonché la possibilità di subappaltare fino al 50% delle opere. Tutto in deroga alle norme del codice sugli appalti. Un decreto del capo del governo avrebbe dovuto definire le modalità per la tracciabilità dei flussi finanziari, nonché la costituzione di un elenco fornitori e prestatori di servizio non a rischio di inquinamento mafioso. “Ma tutto ciò – denuncia il senatore Luigi Li Gotti, di Italia dei valori – non è avvenuto. L’articolo 2 del decreto è stato applicato, il sottosegretario Bertolaso ha proceduto ad affidare appalto con subappalti fino al 50%. Li Gotti ricorda la visita della Commissione parlamentare antimafia. “Il quadro emerso delinea uno scenario preoccupante. La ricostruzione attira le mafie, nascono società, aprono uffici, si formano complessi intrecci, il danaro ha cominciato a scorrere, imprese a rischio mafioso si affacciano e ricevono incarichi di lavoro senza bandi di gara”. Un allarme lanciato anche da Vittorio Cogliati Dozza, presidente di Legambiente: “Il fatto che vi siano aziende edili riconducibili alle cosche non solo nei subappalti ma anche titolare degli appalti per i lavori del progetto Case, dimostra che la vigilanza del governo ha fatto fiasco (posto che si volesse davvero farla ndr). Ma, accanto alle forze dell’ordine, è importante che ci sia interesse alla legalità e alla trasparenza. È per questo che l’”Osservatorio Ricostruire pulito”, che abbiamo istituito con Libera e Provincia, chiede agli aquilani di segnalare qualsiasi situazione che possa indurre al sospetto”. di Enrico Fierro Il Fatto Quotidiano
![]() Abruzzo: La ricostruzione dei lombardiFinanziamenti bluff e consulenti indagati “Le promesse fatte dai Paesi del G8 sono svanite, ad oggi non abbiamo ancora ricevuto un singolo euro dalle nazione che si erano fatte avanti”. A dirlo è Guido Bertolaso. Sì, non state sognando, il G8, voluto da Berlusconi a L’Aquila, dopo aver speso ben 363 milioni di euro per i lavori nella sua sede originaria _ La Maddalena – ha prodotto un solo risultato: accrescere l’immagine personale del premier. Ricorderete quante volte Berlusconi, durane le sue comparsate in Tv, ha ribadito che i Grandi della Terra arrivati a Coppito non si sarebbero dimenticati dei terremotati, come dire: l’idea di spostare il G8 in Abruzzo si è rivelata geniale e mette a tacere ogni polemica. Ma quel fiume di soldi si è rivelato essere neppure un ruscello “Gli abruzzesi si sentiranno meno soli, il mondo è con loro” strimpellavano le Tv di sua proprietà e pubbliche (di proprietà del governo in carica ndr), divenuta terra della sua conquista. I maligni sostengono che la sua immagine all’estero sia precipitata al punto che se lo sono dimenticato, mentre Bertolaso opta, ovviamente, per una tesi più clemente: “Semplicemente alle parole non hanno fatto seguire i fatti. Noi siamo in grado di farcela da soli, come abbiamo sempre dimostrato”. Mentre i danni prodotti dal G8 restano: “Abbiamo subito due esodi, uno imposto dal terremoto e uno dal G8” è il commento di Carmine Basile, presidente Arci Abruzzo, “La città era un deserto, chiusi gli esercizi pubblici, i dipendenti degli uffici in ferie forzate”. Per non parlare dei disagi nelle tendopoli per gli approvvigionamenti e i servizi che erano da corso di sopravvivenza. E quando arriva la solidarietà, seppure con soldi pubblici, non è ma senza pegno. Formigoni (pdl) ha imposto al Presidente della Regione Abruzzo, Chiodi (Pdl), di nominare come “soggetto attuatore” (con amplissimi poteri) per la ricostruzione delle opere offerte dalla Regione Lombardia (casa dello studente, 120 posti su terreno della Curia, che verrà inaugurata il 4 novembre, costo 7 milioni di euro) l’ingegner Antonio Rognoni (nella foto sopra il primo a sinistra), direttore Generale della “Infrastrutture Lombarde SpA” (società con capitale interamente della Regione). Finito in una inchiesta partita dal pm, quando era a Potenza, Woodcock - atti poi trasferiti per competenza ai pm Di Maio e Pirrotta – sulla costruzione della nuova sede della Regione Lombardia, lavori appaltati da Infrastrutture Lombarde Spa al Consorzio Torre di cui Impresilo (che ha costruito l’ospedale aquilano S.Salvatore che, nonostante fosse stato costruito da appena nove anni, non ha retto al sisma) detiene il 90%, per un importo di oltre 185 milioni di euro, in cui è indagato anche Alberto Rubegni, Amministratore Delegato di Impresilo. Rognoni è accusato di turbata libertà degli incanti e concussione. Solo accuse per ora certo ma come dice l’arcivescovo di Chieti-Vasto, Forte: “La ricostruzione deve avvenire non solo in tempi rapidi ma anche nel rispetto dell’ambiente e dell’agire morale”. La tecnica adottata non sarebbe originale: alla stazione appaltante Infrastrutture Lombarde sarebbero state imposte varianti attraverso le quali i costi dell’appalto sarebbero stati ampliati a dismisura rispetto all’importo iniziale. Rognoni si dice “sereno del lavoro della magistratura” mentre per i carabinieri del Noe di Roma che hanno consegnato ai pm un fascicolo di 50 pagine, sarebbero stati riscontrati “molteplici elementi indiziari circa l’esistenza di fatti di reato contro la pubblica amministrazione, posti in essere in maniera sistematica e in assetto organizzato” che hanno evidenziato soprattutto “la patologica non linearità dei rapporti esistenti tra il direttore di Infrastrutture Lombarde Rognoni e il direttore tecnico dell’Impregilo Luciano Capponi”. Con le mani nella ricostruzione c’è anche l’ing. Giancarlo Masciarelli, consulente di diverse imprese che si sono aggiudicate il ricco appalto del progetto C.a.s.e., finito in carcere e rinviato a giudizio nell’inchiesta “Operazione Bomba”, sulla gestione dei finanziamenti pubblici erogati dalla finanziaria regionale, per associazione a delinquere finalizzata alla truffa, falso, malversazione di contributi pubblici e indagato anche nella maxi inchiesta sulla sanità. Intanto in Abruzzo, assieme alla neve arriva la protesta per la mancata trasparenza nell’affidamento dei generi di prima necessità come pane, pasta, carne, ma anche saponi, carta igienica, tovaglie: non si conoscono i fornitori della Protezione Civile e con quali criteri siano state scelte le ditte in quanto, proprio per l’emergenza si è adottato il criterio dell’affidamento diretto. E si chiede ragione del perché non ci si è rivolti ai produttori locali, risparmiando soldi e incrementando l’economia. Gli allevatori, gli esercenti e i produttori di latte locali riuniti nella Centrale del Latte (che grazie alle 26 mila vacche, produce latte e formaggi in grado di alimentare l’intero territorio) denunciano la “totale mancata considerazione dei loro prodotti. Niente gare ed evidenza pubblica, nessun bando a parte quello sul reperimento della carne non pubblicizzato”. Gli allevatori sono riusciti a fare solo un paio di piccole forniture di carne al campo di Piazza d’Armi, per il resto nelle tende si consuma carne e prodotti che vengono da fuori. A ciò si aggiungono manovre per affossare la Centrale del latte, il sito fa gola ad alcune grandi holding. Ma il latte aquilano nei camni non ci va. di Sandra Amurri (In Collaborazione con PrimaDaNoi.it)
![]() Vernici, resine, schiume. Prodotte senza petrolio, a basso costo e impatto ambientale.![]() Polimeri dagli anacardi
Immaginare un mondo senza petrolio è forse ancora un'utopia, ma qualche passo nella giusta direzione si comincia a fare. Anche nel campo dell'industria chimica. Vernici, adesivi, resine, materiali isolanti, laminati, schiume, materassi e imbottiture possono infatti essere realizzati senza ricorrere all’oro nero, a minor costo, a un più basso impatto ambientale e senza sottrarre risorse ad altri mercati. Basta saper come trattare gli scarti delle industrie alimentari.
La chimica che lo permette è nota dai primi del Novecento, abbandonata proprio a causa del boom del petrolio e dei polimeri sintetici. Serviva solo qualcuno che la riscoprisse. A farlo sono stati i ricercatori del CimtecLab, un laboratorio-azienda tutto italiano presso Area Science Park di Trieste. La storia è cominciata un paio di anni fa, quando un gruppo di ricercatori ha sviluppato la tecnologia necessaria per ottenere materiali polimerici biocompatibili dal Cnsl (Casew Nut Shell Liquid), un derivato tossico del trattamento del guscio degli anacardi. Questa sostanza è attualmente prodotta in grandi quantità in India e Vietnam, ma anche in Africa, Nigeria e Brasile, per un totale di circa un milione di tonnellate all’anno. di Tiziana Moriconi galileonet.it
Le Monde: la battaglia della RAI
La bataille de la RAI "Mamma Rai", comme la surnomment les Italiens, va mal. Critiquée pour sa partialité, vilipendée pour son archaïsme, mise sous pression politique et étranglée financièrement par Silvio Berlusconi depuis son retour au pouvoir en 2008, la télévision de service public essaie, tant bien que mal, de résister de l'intérieur. "Nous traversons le pire moment de notre histoire", explique Alessandra Mancuso, journaliste au TG1 (journal télévisé de la RAI Uno) et membre de son comité de rédaction élu par les journalistes. "Depuis le retour de Berlusconi, nous avons de moins en moins d'autonomie et d'indépendance", affirme la journaliste en déclinant la longue liste de tous les manquements journalistiques et des parti pris de sa chaîne en faveur du président du conseil. "Sur la RAI, c'est l'anti-berlusconisme sept jours sur sept", se défendent les partisans du Cavaliere qui, depuis toujours, voit la télévision de service public comme un "nid de communistes". Tout comme la presse écrite, "contrôlée à 85 % par la gauche", selon M. Berlusconi, qui, en justice, réclame 1 million d'euros aux quotidiens La Repubblica et L'Unita pour la publication de questions sur sa vie politique et privée. "Les médias, et particulièrement la télévision, sont son obsession, note Alessandra Mancuso. Le problème est qu'il contrôle directement la RAI, où il a placé à sa tête des hommes de confiance tout en étant propriétaire, via sa famille, de trois chaînes privées." Télévision publique ou télévision d'Etat ? Le problème se pose en Italie depuis des années. Que le pouvoir ait été détenu par la droite ou par la gauche, les relations entre les politiques et la RAI ont toujours été très étroites. Jusque dans les années 1990, la Démocratie chrétienne au pouvoir sans interruption depuis 1945 s'était attribué RAI Uno, le Parti socialiste avait RAI Due ; RAI Tre, créée en 1979, avait été laissée au Parti communiste italien, et rapidement surnommée "Télé Kaboul". Ce petit arrangement entre amis politiques avait été voté au Parlement sous le principe de la "lotizazzione" pour garantir le pluralisme du service public. La disparition de ces partis politiques, pris dans la tourmente des affaires de corruption, dans les années 1980, n'a pas mis fin à la "lotizazzione". Les partis politiques contrôlent toujours les trois chaînes publiques. Mais l'irruption sur la scène politique de Silvio Berlusconi a changé la donne. Lors de sa première élection en 1994, des voix à gauche se sont élevées pour dénoncer le conflit d'intérêts, mais, depuis, aucun gouvernement n'a souhaité le régler. "C'est une grave erreur politique que nous payons cher maintenant", reconnaît Nino Rizzo Nervo, membre (centre gauche) du conseil d'administration de la RAI. "Entre 1997 et 1999, nous avions une majorité législative pour mettre fin à ce conflit d'intérêts, mais nous avons été pris par le temps", poursuit-il, sans être très convaincant. Décomplexé par sa forte popularité, Silvio Berlusconi n'a que faire des violentes critiques contre sa mainmise sur la télévision publique. La RAI est devenue son jouet. Il y nomme ses fidèles, intervient à sa guise et l'étrangle financièrement en décidant, par exemple, de ne pas augmenter la redevance, pourtant l'une des plus basses d'Europe (107 euros). Dernièrement, il a même imposé une alliance entre la RAI et son groupe Mediaset pour contrer l'expansion audiovisuelle de Rupert Murdoch en Italie. Lorsqu'il est en délicatesse dans sa vie publique ou privée - et les épisodes n'ont pas manqué ces derniers mois -, le président du conseil s'invite à la télévision "pour s'expliquer". Non pas sur l'une de ses trois chaînes privées (Canale 5, Italia 1 et Rete 4) qui mêlent information et propagande, mais sur la RAI, qui représente la moitié des parts de marché de la télévision. Selon plusieurs études, 70 % des Italiens se forment une opinion par la télévision. Le TG1 rassemble chaque jour 7 millions de téléspectateurs et reste l'une des principales sources d'information des Italiens. "Bon anniversaire ! Vous êtes ici chez vous", lui a d'ailleurs lancé, sans ironie, le présentateur du journal du matin de RAI Uno, le jour des 73 ans de M. Berlusconi. Mercredi 7 octobre, quelques heures à peine après l'arrêt de la Cour constitutionnelle levant son immunité judiciaire, il s'est invité par téléphone dans l'émission "Porta a porta" sur RAI Uno, où le journaliste Bruno Vespa l'accueille toujours à bras ouverts. Dénonçant "les toges rouges", " la justice de gauche" et "la persécution" dont il se dit victime, Silvio Berlusconi s'est même permis d'insulter Rosy Bindi, vice-présidente de la Chambre des députés et élue du Parti démocrate (centre gauche), qui lui portait la contradiction. "Vous êtes plus belle qu'intelligente", lui a-t-il lancé sans que personne réagisse sur le plateau. "Evidemment, je suis une femme qui n'est pas à votre disposition", a-t-elle répliqué en faisant référence au scandale des call-girls dans lequel est impliqué le président du conseil. Le lendemain, une pétition lancée sur le Web par les mouvements féministes a récolté des milliers de signatures en soutien à Mme Bindi. Ce dérapage n'est qu'un parmi d'autres. Le comité de rédaction (CDR) de RAI Uno en a d'ailleurs fait un Livre blanc. Le 3 octobre, une manifestation pour la liberté de la presse a rassemblé plus de 100 000 personnes à Rome, criant "Nous sommes tous des canailles", terme par lequel Silvio Berlusconi a désigné certains journalistes de la RAI. Augusto Minzolini, directeur du TG1, imposé à ce poste par le Cavaliere, s'est alors fendu d'un éditorial en direct affirmant que ce rassemblement "était une manifestation incompréhensible dirigée contre Berlusconi". Quelques heures plus tôt, le chef du gouvernement avait qualifié l'événement de "farce absolue". Emotion au sein de la rédaction, où les journalistes, de droite comme de gauche, ont obtenu que le CDR fasse valoir un point de vue opposé dans un droit de réponse. Convoqué par le comité de vigilance de la RAI, le directeur du TG1 s'est juste fait rappeler à l'ordre. "Vous êtes au journalisme ce que la chaise électrique est à la vérité", a ironisé l'ancien juge Antonio di Pietro, fondateur de L'Italie des valeurs, à propos de Bruno Vespa et Augusto Minzolini. Depuis, ordre a été donné aux rédactions de RAI Uno de ne plus diffuser d'images de Di Pietro et des activités de son parti... "Il y a une réelle volonté de réduire la visibilité des sujets sociaux, comme ceux sur l'homophobie, l'immigration ou le racisme, déplore Alessandra Mancuso. La RAI ne se comporte plus comme un service public, mais comme une concession privée au service d'un homme." Le président du conseil s'en défend avec une pirouette : "Si je vais parler à la télévision, c'est un scandale, si je vais sur une autre chaîne, je deviens dictateur, si je vais sur une troisième, nous sommes dans un régime autoritaire, et sur une quatrième, c'est un acte de délinquance", répète-t-il à l'envi lorsque la question lui est posée. "Nous ne sommes pas tombés dans une dictature à la sud-américaine", tempère le journaliste Enrico Mentana, ancien présentateur vedette de Canale 5 (chaîne du groupe Médiaset), d'où il a démissionné après dix-huit ans de service à la suite d'un désaccord éditorial. Aujourd'hui chômeur, il a travaillé de longues années à la RAI et connaît bien la maison. "La RAI a toujours été un champ de conquête politique, mais la liberté se prend si on le décide. Plus que de censure, il s'agit plutôt d'autocensure, affirme-t-il. En Italie, les journalistes peuvent tout dire sur Berlusconi, mais c'est souvent une vision manichéenne. Ils sont le reflet de notre vie politique. Avec la quasi-disparition de la gauche, ce sont désormais les journalistes qui ont pris le relais et jouent un véritable rôle d'opposition." C'est le cas de Michele Santoro, journaliste politique et animateur de nombreux magazines sur la RAI, qui a été réintégré sur RAI Due en 2005 par une décision de justice. En 2002, le journaliste avait été licencié après que Silvio Berlusconi, de retour au pouvoir, l'eut accusé "de faire un usage criminel de la télévision publique". Depuis sa réintégration, le directeur de RAI Due souligne que le journaliste est seulement "hébergé" sur sa chaîne... Loin d'abdiquer, Michele Santoro a repris sa croisade contre Berlusconi. Son magazine hebdomadaire "Anno Zero" connaît des records d'audience, malgré les avertissements de la direction, qui a suspendu les contrats des journalistes qui y collaborent. Fin septembre, plus de 7 millions de téléspectateurs ont suivi le récit de filles qui ont fréquenté les soirées du président du conseil. Et, pour la première fois, Patrizia D'Addario, la call-girl qui a passé une nuit avec le Cavaliere avant d'être candidate sur une liste berlusconienne au conseil municipal de Bari, a déclaré que Silvio Berlusconi "connaissait son métier", ce que le Cavaliere a toujours nié. Tollé le lendemain dans la presse pro-Berlusconi, qui a appelé à ne plus payer la redevance rebaptisée "taxe Santoro". "Nous vivons dans une atmosphère nauséabonde", dit Roberto Natale, président de la Fédération nationale de la presse italienne, en rappelant que l'Institut international de la presse a exhorté l'Italie à "mettre rapidement en place des mécanismes garantissant l'indépendance éditoriale de la radio-télévision publique". Lors du rassemblement pour la liberté de la presse, Roberto Saviano, auteur de Gomorra (Gallimard, 2007), menacé de mort par la Mafia napolitaine, a fait une apparition pour rappeler que "la vérité et le pouvoir ne coïncident jamais". di Daniel Psenny lemonde.fr
L'Italia che ci rende fieri
Domus poco ospitale, l'autocensura degli "intellettuali" italiani A proposito di libertà di stampa. Perché Flavio Albanese (nella foto sotto), direttore di "Domus", la più blasonata rivista di architettura italiana. ha rifiutato l'articolo dell'olandese Rem Koolhaas sulla nuova sede del G8 (saltato) alla Maddalena? L'articolo è poi finito sul "Corriere della Sera" del 7 ottobre. Ecco il retroscena. Ricevuto il testo di Koolhaas, architetto innovativo ed engagé , Albanese ritiene offensivi e inaccettabili tre passaggi su Berlusconi, accenni ironici alo scandalo escort, alla "crisi matrimoniale", al modello edonista di Villa Certosa. Come farlo capire a Koolhaas? Di concerto con il suo editore Giovanna Mazzocchi, il direttore gli fa sapere che il testo è arrivato in ritardo per il numero di ottobre, senza far cenno alla questione politica. L'olandese propone: slittiamolo a novembre. Niet. A quel punto Koolhaas capisce. Stefano oeri, l'autore della G8, soidale con lui ritira la disponibilità a pubblicare il suo progetto sulla rivista. Koolhaas, indignato, manda il testo al "Corriere". Domanda: quanta autocensura c'è nelle teste degli intellettuali italiani? di Enrico Arosio
Nevica ad Atene Vivo stupore, nel mondo della montagna, per una nomina tra le più strane: il siciliano Massimo Romagnoli, residente in Grecia da vent'anni (vive ad Atene), a presidente dell'Ente italiano montagna. L'Eim, ente pubblico commissariato, dovrebbe fornire consulenze alle politiche di sviluppo del nostro territotio montano. Ci si aspetterebbe un esperto riconosciuto. Ma chi è Romagnoli? Un ex deputato di Forza Italia (circoscrizione estero, 2006). Attivo nell'import-expport tra Italia e Grecia, si occupa delle comunità italiane in diversi Paesi mediterranei. Scegliere per l'Eim un attivista degli Azzurri nel mondo, artefice del gemellaggio tra l'isola di Keas e Gela e della conferenza dei giovani italiani a Corfù, pare bizzarro. La nomina di Romagnoli, spinta da Manuela Di Centa (nella foto sotto) del Pdl, è ancora in discussione alla commissione Cultura del Senato. di T.M.
Mi manda Giulio La società è nata da pochi mesi con lo scopo di raccogliere un miliardo da investire in progetti di "social housing", case popolari o palazzi da affittare a canoni agevolati. Si chiama Cdp investimenti Sgr, poiché il socio di maggioranza (con il 70 per cento) è la Cassa Depositi e Prestiti, istituto che fa capo al ministero dell'Economia e al quale il ministro Giulio Tremonti (nella foto sotto) sta affidando poteri crescenti. Al momento di assegnare le poltrone, senza dare nell'occhio, alla Cassa non è sfuggita l'occasione di piazzare nel collegio sindacale della neonata Cdp Investimenti un nome di peso: Giuseppe Russo Corvace, storico collaboratore dello studio commercialisti Vitali Romagnoli Piccardi & Associati. Quello fondato da Tremonti, dove il ministro è solito riprendere l'attività quando non siede al governo. di L.P.
Libertà di stampa: male la Francia, peggio l'Italia Reporters sans frontiers ha pubblicato oggi l’annuale rapporto sulla libertà di stampa nel mondo. Secondo la nuova classifica i dati più rilevanti quest’anno sono l’aumento della libertà di stampa negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Obama (dal 40esimo posto al 20esimo) e il peggiorare della situazione in paesi come Iran (73esimo) e Israele (150esimo, ma fuori dai territori israeliani). lastampa.it
Le dichiarazioni di Ciancimino, i fogli mancanti del processo e i messaggi mafiosi a Berlusconi…![]() Massimo Ciancimino fa ancora parlare di sé e questa volta l’argomento scottante non è la trattativa tra mafia e Stato intercorsa all’epoca delle stragi del 1992, per il quale presto sarà chiamato a rispondere in udienza pubblica. Le sue dichiarazioni stanno irrimediabilmente sollevando un polverone attorno alla Palermo degli affari che negli anni Ottanta e Novanta ha basato il suo punto di forza sul patto economico stretto con la mafia di Riina e Provenzano.
Sono i magistrati Nino Di Matteo e Antonio Ingroia i depositari delle nuove rivelazioni del figlio di don Vito Ciancimino, condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione, nell’ambito del processo sul tesoro occulto di suo padre. Rivelazioni che hanno già causato l’avvio di nuove indagini per corruzione aggravata a carico dei senatori Carlo Vizzini e Salvatore Cuffaro e degli onorevoli Romano e Cintola. Tutti indagati a vario titolo per aver ricevuto compensi economici (ufficialmente non dovuti) pagati dalla famiglia Ciancimino per agevolare, nell’assunzione delle gare d’appalto, la Gas Spa (Gasdotti Azienda Siciliana). La società in quota al Gruppo Brancato – Lapis venduta il 13 gennaio 2004 alla multinazionale “Gas Natural” per 120 milioni di euro, di cui una percentuale era finita sul conto svizzero Mignon come pagamento spettante a don Vito, in qualità di socio “riservato”.
Proprio in seguito a questa vendita Massimo Ciancimino era stato accusato di aver incassato e reinvestito la percentuale destinata a suo padre (all’epoca deceduto). Da qui le manette, i domiciliari e poi il processo in abbreviato, tuttora in corso a Palermo in sede di Appello. Ed è in seguito a questi sviluppi giudiziari che Massimo Ciancimino ha iniziato a parlare: prima alludendo alle responsabilità della famiglia Brancato corresponsabile nella Gas della “gestione Ciancimino”, poi denunciando pubblicamente la sparizione di alcune intercettazioni ambientali che sarebbero dovute essere da tempo depositate agli atti del suo procedimento. I magistrati hanno così aperto un nuovo filone investigativo che ha coinvolto anche l’erede del socio di Lapis, Monia Brancato, rimasta finora estranea ai fatti, secondo Massimo Ciancimino, a causa di uno “strabismo investigativo” che ha inevitabilmente finito per colpire una sola delle due compagini societarie riferibili all’azienda del Gas. Accuse chiaramente tutte da verificare (per questo è stata avviata un’indagine a Catania). Ciononostante le sue dichiarazioni lasciano spazio a dubbi e perplessità sulla conduzione delle prime indagini dopo il ritrovamento di un documento che era stato sequestrato dai carabinieri nel 2005, durante la perquisizione avvenuta nella sua casa prima del suo arresto. Probabilmente ritenuto irrilevante dai pm che detenevano l’incartamento originale del primo grado, il foglio strappato nella sua parte iniziale (così verbalizzavano i carabinieri) è stato ritrovato in questi giorni da Ingroia e Di Matteo in mezzo ad altri 18 faldoni che i magistrati hanno trasmesso ai giudici del processo Ciancimino. Una scoperta di notevole importanza perché, come ha dichiarato il Pg del processo Dell’Utri Antonino Gatto, che ne ha chiesto l’acquisizione insieme all’audizione di Massimo Ciancimino (la Corte si è riservata di decidere il prossimo 17 settembre), il documento potrebbe “dimostrare la continuità dei rapporti intercorsi tra lo stesso Dell’Utri e Cosa Nostra siciliana”. Il testo della missiva vergata a mano non è completo (Ciancimino dice che originariamente era intera), ciò che è possibile leggere è la parte finale di una richiesta minacciosa all’attuale Presidente del Consiglio: “… posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione le sue reti televisive”. Una frase enigmatica che richiama il rapporto Fininvest - Cosa Nostra di cui si trova traccia nelle sentenze sulle stragi del biennio ’92-’93 e nella sentenza di condanna a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Dell’Utri. La cosa più interessante è che la lettera, che era indirizzata proprio a Dell’Utri, è stata data a Massimo Ciancimino nella casa di Pino Lipari a San Vito Lo Capo alla presenza di Provenzano. Una volta nelle sue mani l’erede più piccolo di don Vito l’avrebbe portata a suo padre, all’epoca detenuto, il quale avrebbe poi espresso il proprio parere per farla avere a una terza persona non meglio precisata. In quanto al triste evento Massimo Ciancimino ha ricordato con precisione che si sarebbe trattato dell’omicidio del figlio di Berlusconi. Un fatto che, come emergerebbe dai verbali d’interrogatorio del 30 giugno e del 1 luglio, lo aveva molto impressionato. I due documenti in ogni caso presentano diverse discrasie. Il testimone inizialmente non intendeva rispondere. Poi alle stringenti domande dei pubblici ministeri che lo hanno interrogato dopo il ritrovamento della lettera, ha risposto visibilmente provato: “Sono cose più grandi di me”. Anche perché le comunicazioni che la mafia avrebbe inoltrato a Berlusconi non si esauriscono qui. La richiesta di una televisione in cambio di un appoggio elettorale sarebbe solo l’ultima di tre lettere scritte tra il 1991 e il 1994. Il secondo messaggio Ciancimino junior ha riferito di averlo ricevuto in una busta chiusa da un giovane che nei primi anni Novanta faceva l’autista di Provenzano. In questo caso Vito Ciancimino avrebbe svolto il ruolo di consulente del capo mafia, mentre in un’altra occasione avrebbe fatto da mediatore consegnando copia della missiva a un tale di nome “Franco”.
Ciò che però qui conta sottolineare è che l’istanza sarebbe alla fine giunta a destinazione, rientrando così nella consueta e vecchia gestione dei contatti tra gli ambienti Fininvest e criminalità organizzata siciliana iniziati già negli anni Settanta. Periodo in cui l’Anonima Sequestri terrorizzava la Milano bene e quindi anche la famiglia del futuro premier. Al quale era corso in aiuto l’amico Marcello Dell’Utri che per proteggerlo si era rivolto, attraverso Tanino Cinà (uomo d’onore posato della famiglia di Malaspina) al capo di Cosa Nostra Stefano Bontade. Sarebbe stato proprio il “Principe di Villagrazia” ad impegnarsi con il promettente imprenditore edile fornendogli una “garanzia” contro il pericolo dei rapimenti. Garanzia che rispondeva al nome di Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore implicato in varie inchieste tra cui la famosa “Pizza connection”, condotta da Giovanni Falcone.
L’incontro tra Berlusconi e Bontade era avvenuto negli uffici della Edilnord, a Milano, alla presenza di Marcello Dell’Utri, Tanino Cinà, Mimmo Teresi (boss di Santa Maria di Gesù) e Francesco Di Carlo (boss di Altofonte).
Ed è proprio Di Carlo - oggi collaboratore di giustizia, ritenuto perfettamente attendibile dai giudici che hanno condannato Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa – a raccontarlo perché testimone oculare. In quell’occasione, ha spiegato il pentito, era stato Dell’Utri a fare le presentazioni delle quali solo Cinà non aveva bisogno perché Berlusconi già lo conosceva.
Nel corso del colloquio con l’imprenditore, Bontade, tra le altre cose, gli chiedeva di “venire a costruire a Palermo, in Sicilia”. Cosa alla quale Berlusconi rispondeva con una battuta e “un sorriso sornione”: “Ma come debbo venire proprio in Sicilia? Con i meridionali e i siciliani ho già problemi qui!”. Bontade, però, lo rassicurava: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Prima di dirgli, in riferimento al problema dei sequestri: “Per qualsiasi cosa si rivolga a Marcello”, promettendogli quella garanzia che sarebbe poi stata rappresentata da Vittorio Mangano.
Dell’Utri, infatti, ricordava ancora Di Carlo era considerato una persona “fidata”. Tanto che in occasione del matrimonio londinese del trafficante di droga Jimmy Fauci, spiegava il pentito, fu Mimmo Teresi a dire allo stesso Di Carlo che Dell’Utri era “un bonu picciottu”. E a dichiarare: “Noi con Stefano abbiamo intenzione di combinarlo”.
La riunione negli uffici della Edilnord segna quindi l’inizio di un rapporto tra Berlusconi e Cosa Nostra siciliana basato su favori ed estorsioni: l’organizzazione criminale minacciava, chiedeva, offriva. Il Cavaliere rispondeva.
E così, dopo l’incontro, Mangano si era insediato nella sua villa di Arcore e dal 1974 l’imprenditore aveva iniziato a versare all’organizzazione il suo “contributo” annuale. Poi quando il boss-stalliere era stato costretto ad allontanarsi (un anno e mezzo più tardi), Berlusconi aveva subito il primo attentato nella sua villa di via Rovani. Era il 26 maggio del 1975, ma solo anni dopo si era scoperto che l’autore di quel gesto intimidatorio era stato proprio Mangano. In quello stesso periodo iniziava per Berlusconi una carriera tutta in salita: prima gettava le fondamenta del suo grande impero, dopo entrava nel business delle emittenti televisive. Ad aiutarlo nella grande impresa 113 miliardi di lire di provenienza sconosciuta che tra il 1975 e il 1983 sarebbero affluiti nelle 22 holding Fininvest, che diventeranno poi 37.
Nel frattempo anche la galassia di Cosa Nostra subiva una grossa trasformazione: i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano prendevano il sopravvento sulla mafia di Bontade, il quale veniva ucciso nella guerra di mafia degli anni Ottanta insieme a quasi tutti i suoi rappresentanti. Il nuovo vertice ereditava così il rapporto con l’imprenditore milanese che, dopo una serie di vicissitudini, per ordine di Riina sarebbe passato direttamente nelle mani di Tanino Cinà. Sarebbe stato lui a recarsi due volte all’anno a Milano per ritirare i contributi versati dall’imprenditore. Ma il 28 novembre 1986 la sede Fininvest di via Rovani 2 subiva un secondo attentato da parte della mafia catanese. Riina era pronto a cavalcare (nuovamente?...) l’onda.
L’intento dei mafiosi, spiegheranno i collaboratori di giustizia, è quello di “avvicinare” Cinà a Dell’Utri e Berlusconi perché il rapporto con l’imprenditore milanese non sarebbe dovuto essere solo di natura estorsiva, ma aveva anche e soprattutto una connotazione politica. Berlusconi rappresentava per la nuova Cosa Nostra l’aggancio per arrivare a Craxi, in un momento in cui lo storico rapporto con la Democrazia Cristiana di Andreotti stava tramontando. Per questo motivo, racconteranno i pentiti, (Antonino Galliano, Francesco Paolo Anzelmo) verranno rivolte al Cavaliere nuove minacce tramite lettera e telefono. E così Tanino Cinà, sempre secondo l’Anzelmo, veniva urgentemente convocato a Milano da Dell’Utri.
Ma le intimidazioni non sarebbero cessate. Infatti il 17 febbraio del 1988, nel corso di una conversazione intercettata, Berlusconi si era lamentato con l’amico immobiliarista Raniero della Valle di aver ricevuto una serie di intimidazioni e minacce di morte per il figlio Piersilvio.
Per quanto riguarda l’evoluzione di queste ritorsioni non si mai è riusciti a scoprire molto.
Ciò che pare invece certo è che gli attentati ai magazzini Standa di Catania, iniziati nel gennaio del 1990, sarebbero terminati solo grazie all’intermediazione di Marcello Dell’Utri, che avrebbe instaurato con i mafiosi locali una non meglio specificata trattativa.
Secondo la lettura delle dichiarazioni di alcuni collaboratori, tra cui Angelo Siino, anche quegli attentati sarebbero rientrati nella più ampia strategia di rinnovare le grandi alleanze strategiche e politiche. In un periodo in cui Cosa Nostra era alla disperata ricerca di nuovi referenti. Ricerca che sarebbe terminata con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e con la decisione di appoggiare il nascente partito Forza Italia.
Le missive di cui si parla oggi e in particolare il foglio strappato scoperto tra le carte sequestrate a Massimo Ciancimino potrebbero dimostrare dunque che, anche dopo l’elezione a Presidente del Consiglio di Silvio Berlusconi, la mafia siciliana avrebbe proseguito con la tattica di sempre: intimidire per ottenere favori. La domanda allora è semplice: di quali favori si trattava?
Ed è possibile ricollegare tali favori agli incontri tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri, risalenti alla fine del 1993 e dei quali parlano altri collaboratori di giustizia?
Questi incontri, si legge nella sentenza che ha condannato il senatore del Pdl, avevano “un connotato marcatamente politico, in quanto Dell’Utri aveva promesso che si sarebbe attivato per presentare proposte molto favorevoli per Cosa Nostra sul fronte della giustizia, in un periodo successivo, a gennaio del 1995 (‘modifica del 41bis, sbarramento per gli arresti relativi al 416bis’)”. E “infatti, vi era stato un primo tentativo a livello parlamentare che, però, non era riuscito a concretizzarsi. Inoltre, Dell’Utri aveva detto a Mangano che sarebbe stato opportuno stare calmi, cioè evitare azioni violente e clamorose, le quali non avrebbero potuto aiutare la riuscita dei progetti politici favorevoli all’organizzazione mafiosa”.
Ancora, dopo le elezioni del 1994, Mangano avrebbe assicurato di aver parlato con il Dell’Utri e che lo stesso avrebbe dato “buone speranze”.
È evidente che siamo di fronte a una questione di estrema rilevanza investigativa nell’ambito dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e tra il premier e la stessa mafia corleonese di cui Vito Ciancimino era portavoce e consigliere essendo come aveva detto Giuffrè “la mente grigia” di Provenzano. Sul piano della questione morale tutto ciò fa impallidire lo scandalo sui festini del Presidente del Consiglio. Per squallidi e disonorevoli che siano i suoi vizietti, sembra assurdo che le ragioni principali del suo declino elettorale da parte degli italiani possa essere dovuto a queste vicende e non ai suoi rapporti con Cosa Nostra.
Questo forse è il più grande scandalo italiano. di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella
Per saperne di più:
![]() Roberto Saviano: Accorata lettera all'Italia |
Malaria: sperimentazione vaccino su 16.000 bambini africani. Il test è ad una fase così avanzata che se i riscontri saranno positivi il vaccino sarà poi somministrato ai topi da laboratorio. (Alessandro Verdoliva) danieleluttazzi.it
La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso. (A.Einstein)
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. (Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo art.1)
Ogni cosa che puoi immaginare, la natura l'ha già creata. (Albert Einstein)
Parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi. (G.Galilei)
La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. (Giovanni Falcone)
Il moralista dice di no agli altri, l'uomo morale solo a se stesso. (PPP)
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